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Lo scopo primario della vita è semplicemente di sperimentare l'amore in tutte le sue molteplici modalità di manifestazione e di evolverci spiritualmente come individui e collettivamente (È “l'Amor che move il sole e le altre stelle”, scriveva Dante Alighieri, "un'unica Forza unisce infiniti mondi e li rende vivi", scriveva Giordano Bruno. )

La leadership politica occidentale è talmente poco dotata intellettualmente, culturalmente e spiritualmente, priva di qualsiasi perspicacia e lungimiranza, che finirà per portarci alla rovina, ponendo fine alla nostra civiltà. Claudio Martinotti Doria

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Patriă Montisferrati

Patriă Montisferrati
Cliccando sullo stemma del Monferrato potrete seguire su Casale News la rubrica di Storia Locale "Patriă Montisferrati", curata da Claudio Martinotti Doria in collaborazione con Manfredi Lanza, discendente aleramico del marchesi del Vasto - Busca - Lancia, principi di Trabia

Come valorizzare il Monferrato Storico

La Storia, così come il territorio e le sue genti che l’hanno vissuta e ne sono spesso ignoti ed anonimi protagonisti, meritano il massimo rispetto, occorre pertanto accostarsi ad essa con umiltà e desiderio di apprendere e servire. In questo caso si tratta di servire il Monferrato, come priorità rispetto a qualsiasi altra istanza (personale o di campanile), riconoscendo il valore di chi ci ha preceduti e di coloro che hanno contribuito a valorizzarlo, coinvolgendo senza preclusioni tutte le comunità insediate sul territorio del Monferrato Storico, affinché ognuna faccia la sua parte con una visione d’insieme ed un’unica coesa identità storico-culturale condivisa. Se ci si limita a piccole porzioni del Monferrato, per quanto significative, si è perdenti e dispersivi in partenza.

Sarà un percorso lungo e lento ma è l’unico percorribile se si vuole agire veramente per favorire il Monferrato Storico e proporlo con successo come un’unica entità territoriale turistico culturale ed economica …

a Samarcanda Xi Jinping ha voluto inviare un messaggio strategico ai tentativi statunitensi di accerchiare la Cina.Il divide et impera occidentale non funziona più

 

Il mondo visto da Samarcanda

di Daniele Perra - 28/09/2022

pubblicato da ARIANNA EDITRICE

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/il-mondo-visto-da-samarcanda


Il mondo visto da Samarcanda

Fonte: Eurasia

Non chiedere al passero come vola l’aquila”.
(Proverbio cinese)

È abbastanza facile smascherare il filoamericano che si camuffa da europeo. Egli fa uso ed abuso della parola ‘Occidente’”.
(Jean Thiriart)

Agli “occidentali”, afferma l’ex generale dell’aeronautica dell’Esercito di Liberazione Popolare cinese Qiao Liang, piace vantarsi affermando che non ci sono guerre tra “democrazie”[1]. Tale convinzione, ad onor del vero, è assai riduttiva (per non dire piuttosto banale). Di fatto, come sosteneva già negli anni ’80 del secolo scorso il “geopolitico militante” Jean Thiriart, se è vero che il grande rivale militare degli USA è la Russia, è altrettanto vero che il grande rivale economico (quello che potenzialmente rappresenta la più seria minaccia alla sua egemonia globale) è l’Europa occidentale[2].

Sulle pagine di “Eurasia” si è spesso cercato di presentare le prove (evidenti) del fatto che gli Stati Uniti non sono in guerra solo contro la Russia, ma più in generale contro l’Europa nella sua totalità (in questo contesto potrebbero rientrare anche gli attacchi/sabotaggi del 27 settembre ai corridoi energetici Nord Stream 1 e 2 avvenuti in concomitanza con l’inaugurazione di un gasdotto che collega gli ormai usurati giacimenti della Norvegia con la Polonia attraverso il Mar Baltico)[3]. In occasione dell’aggressione NATO alla Serbia, l’inversione del tasso di cambio tra euro (appena nato) e dollaro passò da 1 a 1,07 a 1 a 0,82 con un calo di oltre il 30%. Allo stesso modo, all’inizio di febbraio, nel momento di maggiore pressione ucraina contro le repubbliche separatiste del Donbass e prima dell’inizio dell’Operazione Militare Speciale, l’euro valeva 1,14 sul dollaro. Oggi (nel momento in cui si scrive) viene scambiato a 0,96 (oltre tre punti sotto la parità).

Governata da una élite politica collaborazionista pronta a fare del Vecchio Continente per gli USA ciò che era l’India per l’Impero coloniale britannico, l’Europa sembra essere condannata a rimanere bloccata in una mentalità da guerra fredda e di contrapposizione tra blocchi nell’istante in cui l’accelerazione imposta alle dinamiche geopolitiche dagli eventi (crisi pandemica e intervento diretto russo nel conflitto ucraino) sta rapidamente trasformando il sistema globale in senso multipolare.

Se, da un lato, spingere la Russia verso oriente ha (momentaneamente) separato quelli che sono stati definiti come i “due giganti a metà”, dall’altro, ha realizzato uno degli “incubi geopolitici” di Washington: la costruzione di un blocco capace di escludere gli Stati Uniti dallo spazio eurasiatico attraverso la cooperazione strategica tra Russia, Cina e Iran. Ciò ha vanificato gli sforzi di quel Henry Kissinger che dai primi anni ’70 aveva cercato (non senza successo) di separare URSS e Repubblica Popolare Cinese attirando Pechino nell’orbita geoeconomica degli Stati Uniti (come esportatrice di beni a basso costo ed importatrice di titoli di debito USA) grazie alla cosiddetta open door policy (passaggio ulteriormente facilitato dall’amministrazione Clinton con l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio a condizioni agevolate, salvo poi bombardare “erroneamente” l’ambasciata cinese a Belgrado per spingere il trasferimento di capitali da Hong Kong a Wall Street).

L’“idillio” sino-americano, nell’ottica neoliberista occidentale, avrebbe dovuto trasformare la Cina nello snodo manifatturiero globale, a condizione che il divario tecnologico e militare tra Washington e Pechino rimanesse inalterato e che la bilancia commerciale non pendesse troppo verso Oriente.

Al contrario, la crescita economica della Cina (che si è tradotta anche in maggiori spese militari), aumentandone il potere relativo (soprattutto in termini di proiezione di influenza), l’ha resa un rivale diretto degli Stati Uniti. Va da sé che, come ha dimostrato John J. Mearsheimer, tale rivalità non ha nulla a che fare con l’aspetto ideologico. Il politologo statunitense, infatti, nel sesto capitolo del suo fondamentale testo La tragedia delle grandi potenze (2001), riporta l’esempio dell’Italia nella prima metà del XX secolo dimostrando come i governi liberali prefascisti fossero non meno aggressivi di quello guidato da Benito Mussolini[4]. Di conseguenza, uno scontro con gli interessi francesi e britannici nell’area mediterranea o mediorientale sarebbe stato comunque inevitabile (l’Italia, ad esempio, già dalla metà degli anni ’20, nel momento in cui lo Stato non aveva ancora assunto un carattere totalitario, aveva già iniziato a fornire sostegno militare all’Imamato zaydita dello Yemen contro la penetrazione coloniale britannica ad Aden)[5].

Allo stesso modo, Unione Europea, Russia e Cina, che siano democratiche o autoritarie, liberali o stataliste in campo economico, poco conta. Rappresentano comunque una minaccia nel momento in cui la loro accresciuta potenza (militare o economica, o entrambe) mette a rischio il sistema globale fondato sull’egemonia nordamericana all’interno delle istituzioni internazionali (BM e FMI in primo luogo) e sul potere del dollaro come valuta di riferimento negli scambi commerciali.

Se l’Unione Europea, ostaggio della sua stessa classe dirigente e dell’Alleanza Atlantica, ha ridotte possibilità di manovra per sfuggire alla morsa “occidentale” (nonostante alcuni tentativi di “isolarla” dal resto dell’Eurasia come il TTIP siano andati falliti), Cina e Russia stanno costruendo le fondamenta per un nuovo ordine che renda inefficaci gli sforzi occidentali per il “contenimento” della loro espansione.

A questo proposito, non si può dimenticare che nel XIX secolo la Gran Bretagna combatté le cosiddette “guerre dell’oppio” proprio per tenere la Cina fuori dal commercio marittimo. Dunque, la volontà attuale del Partito Comunista Cinese, ben sintetizzata dal discorso del Presidente Xi Jinping all’incontro dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (nota con l’acronimo inglese SCO) svoltosi a Samarcanda (14-16 settembre 2022), si pone anche come nuova espressione di risorgimento nazionale a fronte di quel periodo buio della storia cinese (a cavallo tra metà Ottocento e metà Novecento) che in Cina rimane conosciuto come “il secolo delle umiliazioni” e dei “Trattati ineguali”.

Nel suo discorso, Xi, oltre ai consueti riferimenti storici alla Via della Seta come fonte di ispirazione per l’interazione culturale e commerciale pacifica tra i Paesi che hanno abbracciato il progetto e la SCO, si è concentrato su alcuni punti cruciali per lo sviluppo dei programmi di integrazione eurasiatica. In primo luogo ha sottolineato la necessità per i membri della stessa Organizzazione di Shanghai di agire in comunità di intenti per vanificare i tentativi di ingerenza esterna nei loro affari interni. Il Presidente cinese, in questo senso, ha parlato espressamente dei tentativi di creare “rivoluzioni colorate” che minano la stabilità regionale[6].

Non c’è da stupirsi se, nel momento in cui Tehran ha aderito ufficialmente alla SCO, un’ondata di proteste (più o meno veementi, più o meno spontanee) si è diffusa nell’intero Paese con modalità che ricordano i processi di destabilizzazione sostenuti dall’Occidente in altri teatri (dai Paesi ex sovietici al Medio Oriente) ed anche nello stesso Iran (si pensi al cosiddetto “Movimento Verde” del 2009 nato dopo la rielezione di Mahmud Ahmadinejad), con la sostanziale differenza che la Repubblica Islamica (nonostante la crisi indotta dal regime sanzionatorio trumpista) sembra avere ancora gli anticorpi e le strutture per affrontare simili sfide (alle quali si aggiungono le spinte disgregatrici operate da alcuni gruppi apertamente appoggiati dai servizi spionistici nordamericani e israeliani soprattutto nel Kurdistan, nelle aree al confine con l’Azerbaigian e nel Belucistan, dove, già dai primi anni ’80, gruppi separatisti operavano sotto la supervisione dell’Iraq di Saddam Hussein in chiave sia antiraniana sia antipakistana).

Xi, inoltre, ha concentrato le sue attenzioni sull’Afghanistan (presente al vertice come Paese richiedente lo status di socio di dialogo della SCO). Kabul, infatti, agli occhi del Presidente cinese risulta centrale nel progetto di interconnessione continentale dopo il ritiro degli Stati Uniti. Tuttavia, è fondamentale che l’Afghanistan costruisca una struttura politica ampia ed inclusiva che possa rimuovere in ogni modo il terreno che alimenta il terrorismo e mette a rischio l’intera regione dell’Asia centrale[7]. La lotta dei Talebani contro il sedicente “Stato islamico” (ISIS-Khorasan) e lo sforzo per l’eradicazione della coltura del papavero da oppio (al quale, ad onor del vero, già il Mullah Omar a cavallo tra la fine degli anni ’90 ed il 2000 aveva cercato di porre rimedio per guadagnare consensi nella “comunità internazionale”), dopo il ventennio di occupazione occidentale in cui la produzione di droga non solo non è diminuita ma è aumentata in modo esponenziale (dai 70.000 ettari coltivati a papavero nel 2001 si è passati ai 300,000 del 2017)[8], rappresentano in questo senso un evidente segno della positiva volontà afghana verso la cooperazione con i Paesi vicini (indispensabile nel momento in cui gli Stati Uniti, nel silenzio generale, hanno congelato oltre 9 miliardi di dollari che i governi fantoccio filooccidentali avevano trasferito negli istituti di credito nordamericani).

Non meno rilevanti sono stati i riferimenti di Xi Jinping alla costruzione di un sistema di pagamenti internazionali nelle rispettive valute locali che acceleri il processo di dedollarizzazione delle economie eurasiatiche e favorisca la prossima creazione di una banca di sviluppo interna alla SCO.

Questo passaggio è estremamente importante, visto che l’Organizzazione di Shanghai coinvolge il 40% della popolazione mondiale, ¼ del PIL globale, si estende sulla più grande massa continentale al mondo ed al suo interno sono presenti ben quattro potenze nucleari (Cina, India, Pakistan e Russia). Numeri che aumentano ulteriormente se alla SCO si collega il sistema BRICS.

Paradossalmente, il regime sanzionatorio imposto alla Russia a seguito dell’Operazione Militare Speciale, lungi dal riaffermare l’unipolarismo (se si esclude il controllo nordamericano sull’Europa), ha accelerato il percorso multipolare. Di fatto, “l’impossibilità di avvalersi dei circuiti VISA e Mastercard, dovuto alle sanzioni ha indotto Mosca ad utilizzare i cinesi Huawei Pay e Union Pay, e restituito nuovo slancio al progetto messo in cantiere dai BRICS nel 2015, consistente nella creazione di un proprio sistema unico di pagamenti transnazionale (Brics Pay) che consente l’impiego delle rispettive monete nazionali come base diretta di scambio per i pagamenti esterni, evitando l’intermediazione del dollaro e quindi il necessario transito attraverso banche statunitensi”[9]. E ancora: “Interconnettendo i sistemi di pagamento (Elo brasiliano, Mir russo, RuPay indiano e Union Pay cinese; il Sud Africa non possiede una propria infrastruttura), Brics Pay si candida a soppiantare gradualmente i circuiti VISA e Mastercard nel quadrante asiatico (dove Union Pay ha superato VISA già dal 2015, in termini di operazioni complessive, ridimensionando drasticamente il potere di ricatto di Washington […] Analogamente, l’estromissione da SWIFT penalizza gli istituti di credito russi, ma smaschera la strumentalità di quello che si configura come il principale sistema di regolazione dei pagamenti internazionali alle logiche di potere euro-atlantista, con il risultato di rafforzare la tendenza alla ricerca di soluzioni alternative”[10]. Soluzioni riscontrabili nell’utilizzo e nel potenziamento (o addirittura unificazione) dei già esistenti canali CIPS – Cross-Border International Payment System (Cina), SPFS – System for Transfer of Financial Messages (Russia), UPI – Unified Payment Interface (India).

In conclusione, Xi ha elogiato lo spirito di Shanghai, sempre più forte e saldo dopo vent’anni. Esso è racchiuso in cinque punti che rappresentano al contempo i pilastri del nuovo sistema multipolare e di quello che Russia e Cina hanno identificato come il processo di “democratizzazione” delle relazioni internazionale. I cinque punti sono:

 

  1. Fiducia politica. Guidati dalla visione di forgiare un’amicizia duratura e la pace tra gli Stati membri della SCO, rispettiamo i reciproci interessi fondamentali e la scelta del percorso di sviluppo di ciascuno, e ci sosteniamo a vicenda nel raggiungimento della pace, della stabilità, dello sviluppo e del ringiovanimento.
  2. Cooperazione vantaggiosa per tutti. Soddisfiamo gli interessi reciproci, rimaniamo fedeli al principio di consultazione e cooperazione per vantaggi condivisi, rafforziamo la sinergia tra le nostre rispettive strategie di sviluppo e seguiamo il percorso della cooperazione vantaggiosa per tutti verso la prosperità comune.
  3. Uguaglianza tra le Nazioni. Ci impegniamo a rispettare il principio di uguaglianza tra tutti i Paesi indipendentemente dalle loro dimensioni, il principio del processo decisionale basato sul consenso e il principio dell’affrontare i problemi attraverso consultazioni amichevoli. Rifiutiamo la pratica della coercizione del grande e forte ai danni del piccolo e debole.
  4. Apertura e inclusione. Sosteniamo la convivenza armoniosa e l’apprendimento reciproco tra diversi Paesi, Nazioni e culture, il dialogo tra le civiltà e la ricerca di un terreno comune accantonando le differenze. Siamo pronti a stabilire partnership e sviluppare una cooperazione vantaggiosa per tutti con altri Paesi e organismi internazionali che condividono la nostra visione.
  5. Equità e giustizia. Ci impegniamo a rispettare gli scopi ed i principi della Carta delle Nazioni Unite; affrontiamo le principali questioni internazionali sulla base dei loro meriti e ci opponiamo al perseguimento della propria agenda a discapito dei legittimi diritti e interessi di altri Paesi[11].

 

L’elencazione dei cinque punti che costituiscono lo “spirito di Shanghai” nel discorso di Xi Jinping e la scelta di Samarcanda (“perla della Via della Seta”) come destinazione del primo viaggio ufficiale all’estero del Presidente cinese dopo l’inizio della pandemia di Covid 19 hanno sicuramente un forte valore culturale e simbolico. Xi Jinping, in primo luogo, ha voluto inviare un chiaro messaggio strategico ai tentativi statunitensi di accerchiare la Cina sottolineando la capacità di proiezione terrestre (e non solo marittima) della Nuova Via della Seta, che si presenta come progetto complementare alle strategie di sviluppo nazionale dei Paesi membri e dialoganti con la SCO.

In secondo luogo, ha voluto inviare un chiaro messaggio agli stessi membri e soci di dialogo della SCO i cui interessi confliggenti sono sfociati nell’aperto confronto bellico (non senza l’intromissione occidentale). Questo è il caso del confronto tra Armenia e Azerbaigian (conflitto nel quale è già direttamente coinvolta la Turchia, socio dialogante della SCO, come principale fornitore di appoggio militare a Baku e che potrebbe potenzialmente impegnare anche l’Iran), delle tensioni tra Tagikistan e Afghanistan e, più recentemente, dello scontro Tagikistan e Kirghizistan, con quest’ultimo attraversato da quel corridoio ferroviario Cina-Kirghizistan-Uzbekistan che rappresenta uno snodo cruciale per la Nuova Via della Seta, visto che consentirebbe, una volta ultimato, di arrivare sia in Medio Oriente (via Afghanistan), sia in Europa (attraverso Iran e Turchia) con notevole anticipo rispetto alla già esistente linea che attraversa il Kazakistan.

In questo contesto si inserisce anche la posizione ufficiale della Cina sul conflitto in Ucraina, rimasta (con poche differenze sostanziali) la medesima dal 2014 ad oggi: “La parte cinese mantiene una posizione obiettiva ed equa sulla questione ucraina, insiste nel rispetto dell’indipendenza, della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina, si oppone a qualsiasi forza esterna che interferisce negli affari interni dell’Ucraina e sostiene la risoluzione del problema ucraino politicamente in modo pacifico. Riteniamo che la soluzione definitiva alla crisi ucraina consista nel mantenere due equilibri, vale a dire, comprendere l’equilibrio tra gli interessi di diverse regioni e diverse nazionalità in Ucraina, raggiungere l’equilibrio delle relazioni con la Russia e l’Europa, al fine di non rendere l’Ucraina un avamposto di confronto, ma piuttosto un ponte per la comunicazione tra est ed ovest”[12].

Questo spiegherebbe anche la malcelata insoddisfazione di Pechino per la scelta russa di intervenire direttamente nel conflitto, soprattutto alla luce dei reiterati tentativi nordamericani di sfruttarlo come arma per intensificare la propaganda dello scontro fra blocchi contrapposti e mettere in ginocchio il tessuto industriale europeo. La Cina, infatti, non ha alcun particolare interesse nell’assistere alla recessione economica della zona euro. Così come non ha alcun interesse ad una (pur momentanea) cesura geografica tra Russia ed Europa (o ad una ulteriore spirale bellica dagli esiti potenzialmente nefasti) nel momento in cui il controllo russo sullo strategico porto di Mariupol apre importanti scenari di utilizzo dell’infrastruttura e del gigantesco complesso industriale Azovstal (non a caso gli azoviti, con contorno di civili come scudi umani, hanno scelto di asserragliarsi proprio lì, consapevoli del fatto che Mosca non avrebbe cercato di distruggere completamente l’area) come strumenti di interconnessione nord-sud ed ovest-est del continente.

In ottica russa, il vertice di Samarcanda ha avuto il merito di riportare in auge la tradizionale impostazione strategica di Mosca, che guarda all’Oriente ed al mondo islamico quando l’Europa le volta le spalle. Prima ancora di personalità come il teorico del “comunismo nazionale islamico” Mirza Sultan Galiev (1892-1940), il “marxista atipico” Karl Radek (che invitò al Congresso postrivoluzionario dei Popoli Orientali quell’Enver Pascia che si unì alla rivolta dei “basmaci” anziché contribuire a placarla)[13], e degli esponenti dell’eurasiatismo classico, tale impostazione era stata fatta propria da Ismail Bej Gaspir Ali (1851-1914). Quest’ultimo, tataro di Crimea e figura centrale del movimento noto come “giadidismo” (da usul-i-jadid, “nuovo metodo”), volto alla diffusione della cultura scientifica moderna tra i popoli musulmani dello spazio imperiale russo, al pari di Konstantin Leont’ev, riteneva che Mosca avrebbe dovuto seguire una politica di alleanza con Paesi come la Turchia e la Persia, che sarebbe stata reciprocamente vantaggiosa. La Russia avrebbe guadagnato il tanto agognato accesso ai “mari caldi”, mentre Turchia e Persia sarebbero riuscite a liberarsi dal soffocante abbraccio europeo che cercava continuamente di metterle l’una contro l’altra e alternativamente in diretto confronto con la stessa Russia. “Un’alleanza tra lo zar bianco e il califfo dell’Islam – affermava Ismail Bej “Gasprinskij” – rimescolerebbe completamente le carte che da tre secoli in Europa sono abituati a giocare”[14].

Oggi come allora, solo attraverso una sempre più stretta cooperazione tra realtà politico-culturali estremamente differenti (come quelle presenti all’interno della SCO o dei BRICS) può rendere possibile il superamento dell’approccio occidentale alle relazioni internazionali fondato sulla politica del divide et impera.


NOTE

[1]Qiao Liang, L’arco dell’Impero con la Cina e gli Stati Uniti alle estremità, LEG Edizioni, Gorizia 2021, p. 112.

[2]J. Thiriart, L’impero euro-sovietico da Vladivostok a Dublino, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2018, p. 54.

[3]Le perdite di gas sono state segnalate nei pressi dell’isola danese di Bornholm, nel Mar Baltico. Il governo federale tedesco ritiene possibile che i gasdotti Nord Stream siano stati danneggiati da attacchi”. Si veda Fuga di gas da Nord Stream 1 e 2: ribolle in mare. Operatore della rete: “Danni a 3 linee off shore”, 27 settembre 2022, www.rainews.it. É bene altresì chiarire che, qualora si trattasse di un’operazione di intelligence coadiuvata dalla NATO, si tratterebbe dell’attacco diretto della stessa agli interessi vitali di un Paese membro sebbene, al momento, il Nord Stream 1 sia fuori uso per manutenzione ed il 2 non sia mai entrato in attività.

[4]J. J. Mearsheimer, The tragedy of great powers politics, Northon e Company, New York 2014, p. 171.

[5]F. Sabahi, Storia dello Yemen, Mondadori, Milano-Torino 2010, p. 36.

[6]Vertice di Samarcanda: il discorso di Xi Jinping (trad. Giulio Chinappi), www.cese-m.eu.

[7]Ibidem.

[8]N. Piro, La narrazione dell’oppio afghano è sbagliata, proviamo a riscriverla, www.nicopiro.it.

[9]G. Gabellini, 1991-2022. Ucraina. Il mondo al bivio. Origini, responsabilità, prospettive, Arianna Editrice, Bologna 2022, p. 250.

[10]Ibidem, pp. 250-251.

[11]Vertice di Samarcanda: il discorso di Xi Jinping, ivi cit.

[12]AA.VV., Interpretazione della filosofia diplomatica cinese nella Nuova Era, Anteo Edizioni, Cavriago 2021, p. 33.

[13]Niente affatto vittima, a differenza di molti suoi compagni di Partito, di un pregiudizio antiorientale, Radek disse dal palco del Congresso: “Compagni, noi facciamo appello allo spirito combattivo che in passato ha animato le genti dell’Oriente quando, guidate da grandi conquistatori, marciarono sull’Europa […] Noi sappiamo, compagni, che i nostri nemici ci accuseranno di aver evocato la figura di Gengis Khan e dei califfi dell’Islam […] e quando i capitalisti europei affermano che questa è la minaccia di una nuova barbarie, di una nuova invasione unna, noi rispondiamo loro: Viva l’Oriente Rosso!” (in C. Mutti, Introduzione a N. S. Trubeckoj, L’eredità di Gengis Khan, S.E.B., Milano 2005). Obiettivo di Karl Radek era quello di creare un’alleanza tra il bolscevismo russo ed i nazionalismi tedesco e turco contro il nemico comune: l’imperialismo britannico. Per questo invitò a Baku Enver Pascià, già esponente dei Giovani Turchi e Ministro della Guerra ottomano negli anni della Prima Guerra Mondiale. I bolscevichi sperarono, tramite il suo aiuto, di porre fine alla ribellione dei basmaci (“briganti”) ereditata dalla Russia zarista e scoppiata a seguito dell’imposizione della coscrizione obbligatoria per le popolazioni musulmane dell’Asia centrale. Tuttavia, una volta giunto a Bukhara, Enver Pascia si unì alla rivolta e ne assunse la guida con il titolo di “Comandante in campo di tutti gli eserciti musulmani, genero del califfo e rappresentante del Profeta”. Sfruttando la diffusione di sentimenti panislamici e panturchi, la sua idea era quella di creare un unico enorme Stato musulmano comprendente tutta l’Asia centrale, oltre all’Iran ed all’Afghanistan. Il suo progetto ebbe comunque vita breve. Enver Pascià morì in battaglia nel 1922, mentre la rivolta andò lentamente ad affievolirsi fino a scomparire del tutto negli anni Trenta.

[14]G. R. Capisani, I nuovi Khan. Popoli e Stati nell’Asia centrale desovietizzata, BEM, Milano 2007, p. 94

L’ecologismo radicale è finanziato dalle centrali oligarchiche e dalle fondazioni dei miliardari sedicenti filantropi producendo la patologica generazione-Greta

 

L’ecologia o l’ebbrezza della tabula rasa

di Roberto Pecchioli - 02/10/2022

Pubblicato da ARIANNA EDITRICE

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/l-ecologia-o-l-ebbrezza-della-tabula-rasa

L’ecologia o l’ebbrezza della tabula rasa

Fonte: EreticaMente

L’ecologismo radicale è tra i cespugli più insidiosi dell’albero ideologico progressista. Parte di esso è promosso e finanziato dalle centrali oligarchiche e dalle fondazioni dei miliardari sedicenti filantropi, il che la dice lunga sui suoi veri fini. Un ben oliato meccanismo diffonde mezze verità e alimenta paure irrazionali – assai diffuse tra i giovani, la generazione-Greta, sino a conseguenze patologiche – al fine di realizzare con il consenso e la spinta dell’opinione pubblica enormi piani di ristrutturazione dei modelli di sfruttamento del pianeta, ponendo il costo a carico delle masse plaudenti.
Nel frattempo, la natura fa il suo corso e – ostinata – non segue i dogmi ideologici ambientalisti, in particolare quelli relativi al riscaldamento globale. L’Antartide ha aumentato la sua gelida superficie ghiacciata rispetto all’ultima misurazione; dopo un’estate assai calda, nel nord Europa le nevicate sono arrivate in anticipo e con singolare abbondanza. L’altro dogma – una sorta di Corano laico – riguarda la responsabilità del riscaldamento globale attribuita senz’altro all’ anidride carbonica rilasciata dalle attività umane. In termini raffinati, l’origine antropica dei cambiamenti climatici.
L’Homo sapiens spinge la sua tracotanza sino a credersi autore di tutto, anche dei fenomeni di lungo periodo della biosfera, che non si possono valutare con il metro della nostra breve esistenza e dei modelli economico-sociali. L’ecologismo radicale è professato soprattutto da persone che giudicano la realtà con la lente deformante dell’informazione di sistema, ignorando che essa è di proprietà degli stessi soggetti che promuovono le campagne “climatiche”. Inconsapevolmente si trasformano in nemici della verità in nome dell’ideologia, finendo per diventare avversari della civiltà in cui vivono.
Il cambiamento climatico esiste da almeno un miliardo di anni, in cui si sono alternati periodi di glaciazioni e altri di riscaldamento. Attorno alla fine del XVII secolo della nostra era – un soffio rispetto ai miliardi di anni del pianeta – è iniziata la Piccola Era Glaciale. Gli annali ricordano la glaciazione del Mar Baltico, la fine di coltivazioni come la vite e l’ulivo in molte aree. La piccola glaciazione si protrasse per due secoli, dopodiché il clima si è nuovamente riscaldato, o reso più mite. La causa fu di origine astronomica, una diminuzione dell’attività solare tra la metà del XVII e l’inizio del XVIII conosciuta come “minimo di Maunder”. Secondo molti, i due secoli della Piccola Era Glaciale furono i più freddi degli ultimi diecimila, corrispondenti, più o meno, all’uscita dell’homo sapiens dalla preistoria e all’ingresso in quella che chiamiamo storia.
Di che parlano dunque, gli ecologisti radicali e i loro interessati suggeritori? Ciò non toglie, ovviamente, che un certo riscaldamento si stia verificando e che le emissioni di CO2 siano in aumento. Molti scienziati non asserviti al potere sostengono che l’aumento dell’effetto serra è dovuto per l’ottanta per cento all’acqua. Solo il restante venti per cento riguarderebbe il CO2 e questa percentuale sarebbe solo in parte riconducibile all’attività umana. Il dogma è tuttavia la responsabilità umana sia per il riscaldamento sia per l’effetto serra determinato dall’anidride carbonica. Per quanto poco esperti, ci sentiamo quindi di non prestare fede (fede è l’unico termine che si addice alle credenze dell’ecologismo radicale) alla dogmatica green.
Un importante articolo della filosofa Bérénice Levet apparso sul quotidiano tedesco Die Welt accusa l’attivismo ambientalista di basarsi su utopie e di agire come oppositore rivoluzionario della civiltà europea: un’impostazione ideologica in contrasto con l’idea tradizionale di protezione dell’ambiente che persegue “stabilità, durata e continuità”.
Un’ecologia coerente e consistente preserva la natura senza sacrificare le persone e soprattutto, afferma la Levet, preserva la cultura. L’ idea è suggestiva e l’accusa all’ecologismo radicale pesante. La tesi è che gli attivisti ambientalisti utopici agiscono nel contesto di un più ampio movimento di sinistra radicale, condividendone la posizione rivoluzionaria e la volontà di “decostruzione” della civiltà. Per loro la tutela dell’ambiente è solo un alibi, un pretesto per distruggere la cultura europea. Sono caratterizzati da un disgusto per lo stile di vita europeo e rifiutano la civiltà che lo ha prodotto, “in cui vedono solo dominio e super sfruttamento” e una “grande impresa per la produzione di vittime”. Inoltre, “si prendono gioco della lealtà e della solidarietà delle persone con i loro costumi, tradizioni e paesaggi”.
 Il risultato è un nichilismo sfociato in diversi casi di danneggiamento di opere d’arte da parte di attivisti ambientali. Uno dei movimenti più attivi è Extinction Rebellion, che si presenta però come non violento. Non si può pretendere di aver cura della natura e contemporaneamente calpestare il legato dei secoli, continua la filosofa, che osserva come attraverso tali condotte gli attivisti enfatizzino il loro rifiuto di responsabilità per la civiltà storicamente costituita. Sono dunque fiancheggiatori e talora ultrà della dilagante cultura della cancellazione.  Condividono inoltre con la sinistra più radicale la volontà di farsi banditori di una nuova umanità, da creare attraverso “le più forti misure di coercizione”. Le vicende degli ultimi anni, con la libertà conculcata, modi e abitudini di vita terremotati dalla crisi pandemica ed energetica e dalla progressiva imposizione di abitudini alimentari estranee alla specie (alimentazione umana a base di insetti) danno ragione alla Levet. Soprattutto, allarma la concezione della persona, “puro materiale umano plasmato dall’ideologia.” L’umanità a cui aspirano “non è vincolata a ad alcuna comunità storicamente costituita” ed è modellata/manipolata attraverso un sistema educativo completamente ridisegnato, che prescinde dalla trasmissione della conoscenza, del passato comune e delle grandi opere dello spirito. Al posto della “vecchia” cultura la scuola tende a formare generazioni di attivisti che si oppongono alla civiltà europea in quanto “oppressiva con le donne, le minoranze sessuali ed etniche”. Tutti i salmi progressisti finiscono in gloria, qualunque sia il movente iniziale sottostante. L’ambientalismo radicale risulta un epifenomeno dell’articolato movimento di distruzione della civiltà europea dall’interno. Il modus operandi è lo stesso degli altri filoni “woke”: la volontà tenace di cancellare – insieme con le visioni cui si oppongono – anche chi le sostiene, escludendoli dal dibattito come indegni e malvagi.
In effetti, le opinioni – e le persone fisiche – di migliaia di scienziati oppositori dell’ideologia del cambio climatico con ragioni e competenze di grande spessore, vengono schernite, sottoposte ad attacchi mediatici, escluse dagli spazi pubblici, espulse dal contraddittorio. Oltreché private delle cattedre e allontanate dai circuiti di potere e guadagno.  Il radicalismo green, con l’intimidazione, ma anche il silenzio, il conformismo e la mancanza di coraggio degli avversari, rende assordanti e univoche le sue grida, come se non esistesse nella società nessun’altra visione. Le sue richieste “ideologiche e moralizzanti” (entro una moralità capovolta) “impediscono ai politici da prendere decisioni razionali, ad esempio sul tema dell’energia nucleare.” Questo punto è assai controverso, ma le negazioni di principio impediscono che la discussione avvenga su basi razionalmente fondate.
Fu lo storico e filosofo francese Bertrand de Jouvenel, alla fine del secolo passato, a porre la questione nei termini corretti: l’uomo occidentale ha stretto un patto millenario con la terra, che deve essere rinnovato in base alle esigenze di un tempo del tutto diverso dai precedenti. La cornice, per Jouvenel, deve essere “la chiara coscienza della fragilità, vulnerabilità e bellezza che ci è stata affidata”.  Bérénice Levet ha elaborato la sua critica all’attivismo ambientalista utopico in un’opera pubblicata nell’anno corrente, L’ecologie ou l’ivresse de la table rase (L’ecologia o l’ebbrezza della tabula rasa), una forte denuncia del “totalitarismo verde” e insieme l’appello per un’ecologia “dei sensi e della gratitudine”. L’ecologia ha conquistato gli spiriti degli occidentali. Tuttavia, per come si incarna oggi nei Verdi, in certi esponenti di estrema sinistra e soprattutto nei movimenti militanti (animalisti, antispecisti, vegani, “zadisti”) è impegnato in una vasta, furiosa e fatale impresa di decostruzione delle nostre società. Il termine zadisti nasce dall’acronimo francese ZAD (zone à defendre) e indica gli attivisti ambientalisti che occupano luoghi o proprietà altrui e le utilizzano per svilupparvi progetti politici o sociali.
La nuova ecologia radicale peraltro, è altra cosa rispetto all’ ecologia profonda teorizzata dal norvegese Arne Naess, che si basa su un sistema di valori ecocentrico, poco compatibile con i movimenti ecologisti “politici”. Nell’analisi della Levet, l’ambientalismo reale – ancorato a suggestioni e convinzioni comuni all’intera sinistra radicale e alla cultura nichilista dei “risvegliati” (woke) – è più interessata a modificare comportamenti e mentalità, convertire anime e rimodellare la nostra immaginazione e i nostri sogni che a preservare ciò che deve essere preservato dell’ambiente di cui siamo utenti e custodi. Fuoriuscire dalle nostre civiltà sarebbe, per le anime belle verdi, la via della salvezza. Da qui la porosità ideologica e le alleanze con il femminismo dell’intersezionalità, con settori dell’Islam politico, e con l’intero caravanserraglio di una sinistra orfana, in cerca d’autore da trent’anni. Un altro millenarismo utopico che trascina all’ebbrezza della tabula rasa e della rigenerazione dell’umanità, una tentazione ricorrente in tempi di incertezza e di eclissi dei principi.
Bérénice Levet analizza e denuncia questo grande regolamento di conti e propone un approccio ambientalista diverso, un’ecologia dei sensi fondata sulle persone, le loro esperienze, i loro radicamenti identitari, le loro lealtà, il loro bisogno di continuità e stabilità, disposizioni dell’anima derise dagli ecologisti ufficiali. Un libro prezioso soprattutto perché provvede a smentire un luogo comune difficile da sradicare, il disinteresse del pensiero conservatore per le tematiche ambientali.  Facile ricordare l’impegno della Nouvelle Droite, di Alain De Benoist e, in Italia, la pubblicistica legata ai G.R.E. (Gruppi di Ricerca Ecologica), ma il problema è sfondare il muro di un establishment ambientalista ufficiale schierato altrove che chiude inesorabilmente gli spazi. Ma dobbiamo anche rilevare l’indifferenza e il fastidio rispetto ai temi ambientali dei terminali politici della destra ufficiale. Appiattiti sullo “sviluppismo” a ogni costo, sulla crescita illimitata, concentrati ciecamente sulla curva del PIL, negano o minimizzano la portata di scelte devastanti per il pianeta. Anche su questo versante, gratti il conservatore e trovi il liberale.    Pure, le questioni di ecologia e sostenibilità sono di fondamentale importanza per l’esistenza di una comunità. Utilizzando l’esempio di diverse civilizzazioni estinte, il geografo Jared Diamond ha mostrato che lo sfruttamento eccessivo delle risorse o un rapido cambiamento delle condizioni ambientali, è stato un fattore decisivo del loro collasso. Queste problematiche giocano un ruolo crescente nel dibattito pubblico. Ciò genera la consapevolezza che queste società vivono sempre più nella dissipazione, consumando risorse che non possono mantenere e rinnovare a sufficienza.
 La visione del mondo tradizionale europea vede le persone come portatrici di un’eredità da trasmettere intatta alle generazioni future, principio che si adatta perfettamente a un corretto rapporto tra l’uomo e il suo habitat naturale. Considera inoltre le persone custodi dei fondamenti naturali e culturali della vita comunitaria. E’ una visione del mondo basata su una comprensione olistica dell’ecologia, orientata alla protezione di tutti i fondamenti della vita, individuali e comunitari, compresi i pilastri spirituali e culturali.
 Dal punto di vista della dottrina sociale cristiana, papa Benedetto XVI accolse con favore il dibattito sull’ecologia poiché la ricerca della sostenibilità, della persistenza della comunità e l’attenta gestione dei beni materiali, intellettuali e culturali, è una parte fondamentale dell’impegno per il bene comune, asse centrale dell’azione politica.
 Purtroppo mancano validi interpreti della declinazione umanistica e conservatrice del pensiero ecologico, nato originariamente in Germania in quella tradizione, come dimostrano i fratelli Juenger e altri esponenti della Rivoluzione Conservatrice. Il grande intellettuale britannico Roger Scruton trovava addirittura scioccante che il mondo conservatore non avesse “riconosciuto come propria la causa della protezione dell’ambiente, avvelenato dall’ascesa del pensiero economico nei politici moderni, interessati a formare alleanze con chi ritiene inutili e superati gli sforzi per preservare l’ambiente”.
 Uno storico errore, un fatale fraintendimento che lascia al materialismo, ai detriti postmarxisti e a un’anticultura nemica della creatura umana, uno dei temi decisivi della contemporaneità.

La nostra civiltà si basa sulla menzogna e sull’inconsapevolezza. Mauro Rango fondatore di IppocrateOrg propone un nuovo ecosistema e percorso esistenziale

 

https://www.databaseitalia.it/mauro-rango-lio-individuale/

 

Mauro Rango: l’io individuale

Database Italia

Sono stato alla convention di IppocrateOrg.

Il “nuovo mondo” parte anche da qui, dal “Dominio di Bagnoli a Padova”, un complesso “agricolo” con 1000 anni di storia.

Mauro Rango fondatore dell’associazione IppocrateOrg, apre la convention piena di operatori sanitari e di popolo “consapevole”, con una frase che fa scrivere su di un grande schermo alle sue spalle: “Ripristinare il primato del reale sulla finzione”. Come e perché si sia arrivati a questa frase e perché si debba ripartire da qui, lo spiega ad una platea attenta e timida all’inizio, ma che lo congeda alla fine con una standing ovations.

Oltre un’ora di discorso dove Rango alla fine, ne esce più come un guru che come un imprenditore illuminato che ha costruito una reale alternativa alla medicina pro-covid. 

Rango mi ha ricordato un po’ Steve Jobs. Sale solo sul palco, con la platea al buio e un riflettore che lo illumina al centro. Di Steve Jobs, Mauro Rango ha il fisico e gli occhialini. Veste di bianco e non di nero e questo, segna sicuramente un punto a suo sfavore. Jobs vestiva di nero e di comunicazione se ne intendeva veramente. Ma Rango non gli è da meno con la forza delle parole. Scontate per molti, forse anche al confine della prevedibilità, ma per la grande maggioranza del popolo, almeno quello di Ippocrate, funzionano. Sono accattivanti, ammalianti e smuovono le coscienze delle persone.

Parla di una nuova civiltà. Ma con quale cultura? Rango cita Gesù, Gandhi e Kennedy. Ci ricorda come le civiltà si reggano sulla menzogna e la paura. Soprattutto, “..scaricano i loro problemi sul popolo”, o almeno su una grande fetta di popolo. Le civiltà sono “il potere” che di mestiere, spadroneggia e comanda. “Per stare meglio, abbiamo usurpato e fatto sparire interi popoli”. Ricorda l’Amazzonia, gli Indiani d’America, parla delle guerre e di Ucraina.

Insomma, un lungo percorso che ha più del messaggio spirituale che di quello imprenditoriale. Un viaggio all’interno della nostra anima. In effetti di “spirito” si parla e di come noi, “l’io”, cioè l’individuo, debba fare un salto in avanti ulteriore e riconoscere, che solo “noi”, (io) possiamo e dobbiamo fare qualcosa per noi stessi. “L’io” individuale, non vuol dire non appartenere ad una collettività, ma appartenere ad una nuova collettività, integrata in una nuova civiltà. Si deve partire secondo Rango, da un “Io” diverso, nuovo, non legato ai vecchi schemi, non legato a questo “vecchio” mondo.

Insomma il mondo di Rango e dei “proseliti” di IppocrateOrg, riparte dal vecchio motto Shakespeariano:” Essere o non essere.. questo è il problema “. Vogliamo e sappiamo Essere “diversi” o non sappiamo e non vogliamo Essere altro che quello che siamo? Certo la “nuova civiltà “, dovrà costruire un “condominio” su nuove basi, nuove prospettive e una nuova visione di futuro. La “ricostruzione”, parte da un piano economico non più basato sul profitto per generare altro profitto, ma dallo scambio etico e progetti senza scopo di lucro, con retribuzioni che tornino a dare dignità all’individuo e il reinvestimento delle eccedenze, come ricostruzione di un futuro consapevole. L’essere umano al centro della ripartenza. 

La nostra civiltà si basa sulla menzogna e sull’inconsapevolezza. Le connessioni con le persone, sono quasi sempre false o tendono ad un “profitto”, a un giovamento economico o ad uno scambio che ci sia “utile” in futuro. Rango ci dice che dobbiamo “restare collegati” con la nostra natura profonda. L’io collettivo un tempo, serviva a mantenere viva la civiltà. Oggi contribuisce a distruggere la civiltà. Questo grazie al grande potere che hanno in mano i pochi potenti della terra. Manipolano la finanza, i mass media, l’industria e il nostro futuro. “Non avrai nulla e sarai felice”, mentre L’élite avrà in mano il “potere”. Il potere di decidere del nostro presente e del nostro futuro. Manipolano le informazioni e addormentano la nostra anima. Ci dirigono con i loro prodotti, il loro stile di vita il loro modo di vivere. Ci scrivono la storia e i libri che leggiamo, sovrintendono alle nostre scelte.

Ma molti di noi si stanno ribellando, stanno costruendo un nuovo modo di vivere, una nuova consapevolezza di futuro, che faccia a meno dei modi e dei prodotti di questo mondo e di questa cultura. Per questo l’élite di potere, ha creato il “Metaverso”, ovvero l’impadronimento dell’io individuale. La dipendenza da un sogno creato a tavolino dal potere. La distruzione della creatività.

“Le cose sono peggiori e peggioreranno” ma il “potere” non può nulla contro l’io individuale. La ripartenza di Rango, è un futuro dove ognuno di noi è al centro di sé stesso, inserito in una collettività che progetta, produce, si sostiene, si aiuta collabora ed è solidale.

Mauro Rango e IppocrateOrg per costruire questo “nuovo mondo“, propongono una nuova rivoluzionaria visione, che ha al centro l’io consapevole: l’eco sistema di “Origini”, (https://www.origini.life/)

“Un ecosistema rigoglioso, per il benessere consapevole”.

Mi fermo qua perché il “racconto” di Mario Rango, è un cammino lungo che ognuno di noi dovrà intraprendere. Questo mondo così com’è, non funziona più e prima o poi bisognerà prenderne atto. Cosa stia diventando IppocrateOrg, lo scopriremo nel tempo. Forse un nuovo “Oskar Schindler”, una nuova frontiera della creatività o il nuovo “messia”. Ma qualunque cosa diventerà, partirà dal riscatto del nostro “io individuale”

Certo gli interrogativi restano molti, ma come diceva Jodorowsky:

”Il primo passo non ti porterà dove vuoi andare, ma ti porta via da dove sei.”

Bruno Marro

http://brunomarro.it/

https://brunomarro.blogspot.com/

 

L'Unione Europea e la Germania in primis avrebbe dovuto ascoltare Henry Kissinger: “Essere un nemico degli Stati Uniti è pericoloso, ma essere un amico è fatale”.

 

 

Gli europei dovrebbero “ringraziare” gli americani per aver distrutto il Nord Stream?

Fonte: Contro

https://www.controinformazione.info/gli-europei-dovrebbero-ringraziare-gli-americani-per-aver-distrutto-il-nord-stream/

Sotto il dominio USA l’Europa si trasforma sempre di più una repubblica delle banane.

l’Europa avrebbe dovuto seguire il consiglio di Henry Kissinger: “Essere un nemico degli Stati Uniti è pericoloso, ma essere un amico è fatale”.

Con un’indagine in corso sulla distruzione del gasdotto Nord Stream che ha fornito forniture di energia all’Europa dalla Russia, sembra esserci solo un principale sospettato e questo non dovrebbe sorprendere nessuno.

In seguito al sabotaggio dei gasdotti Nord Stream 1 e 2, l’ex ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski sembrava già conoscere l’identità dell’autore quando ha twittato: “Grazie, USA”.

A prima vista, sembrava che Sikorski parlasse in modo sarcastico, rimproverando Washington per aver compiuto un attacco che avrà gravi ripercussioni per i cittadini europei. Dopotutto, come si può vedere qualcosa di buono proveniente dalla cessazione della principale fonte europea di riserve di gas con l’inverno alle porte? Dopotutto, è stata la patria di Sikorski, la Polonia, a spingere i suoi cittadini a raccogliere legna da ardere di fronte alla diminuzione delle riserve di gas.

Grazie, USA”, aveva twittato l’ex ministro polacco

In effetti, il diplomatico polacco parlava letteralmente al cento per cento, ringraziando gli Stati Uniti per aver gettato il continente più in profondità nell’abisso. Questo è stato l’atteggiamento dei leader europei sin dall’inizio dell’operazione militare speciale della Russia in Ucraina: “accetteremo la nostra autodistruzione secondo il copione dei politici di Washington fintanto che i cattivi di Mosca ascolteranno i nostri lamenti e le nostre urla di segnalazione della virtù”. Le capitali europee stanno per imparare a proprie spese che i segnali di virtù non portano il cibo in tavola né riscaldano le case.

A giudicare dall’aumento della temperatura in Europa, tuttavia, visto per l’ultima volta in Italia, dove un leader di estrema destra è salito al potere sull’onda di elettori stufi di bollette elettriche alte e immigrazione dissoluta, la frase “Grazie, USA” potrebbe alla fine essere cesellato nella lapide d’Europa.
Ma prima, la grande domanda: gli Stati Uniti sono stati davvero responsabili della distruzione del Nord Stream, come sembra credere Sikorski? Bene, se dovessimo prendere in parola il maldestro Joe Biden, la risposta sembrerebbe essere sì.

“Se la Russia invade, ciò significa che i carri armati o le truppe attraversano il confine dell’Ucraina, di nuovo, allora ci sarà – non ci sarà più un Nord Stream 2”, ha detto il leader degli Stati Uniti ai giornalisti due settimane prima che la Russia iniziasse la sua missione ucraina. “Ci metteremo fine”.

Quando gli è stato chiesto di specificare, Biden ha risposto: “Te lo prometto, saremo in grado di farlo”.

Navi US nel Baltico

Ci sono altri indizi che puntano alla complicità americana.

Il 2 settembre un elicottero americano con il nominativo FFAB123 è stato osservato manovrare nell’area dei gasdotti Nord Stream. Secondo il sito ads-b.nl, quel giorno sei aerei hanno utilizzato questo segnale di chiamata, di cui sono stati stabiliti i numeri di coda di tre. Erano tutti Sikorsky MH-60S. Sovrapponendo la rotta FFAB123 allo schema che segna le aree delle esplosioni, è osservabile che l’elicottero ha volato lungo la rotta Nord Stream-2, o esattamente tra i punti in cui si è verificato l'”incidente”.

Nel frattempo, su Twitter, ci sono screenshot di altri voli aerei americani a partire dal 13 settembre esattamente nella stessa area. A giugno c’era un articolo sulla rivista Sea Power in cui gli americani si vantavano di esperimenti nel campo dei droni subacquei che avevano allestito alle esercitazioni BALTOPS 22 – nell’area dell’isola di Bornholm, l’isola danese dove sarebbero avvenute le esplosioni .

“La sperimentazione è stata condotta al largo della costa di Bornholm, in Danimarca, con i partecipanti del Naval Information Warfare Center Pacific, del Naval Undersea Warfare Center di Newport e della Mine Warfare Readiness and Effectiveness Measuring, il tutto sotto la direzione della 6th Fleet Task Force 68 degli Stati Uniti”, riferisce Sea Power .

Un simile “esperimento” avrebbe richiesto le attrezzature d’alto mare necessarie per raggiungere le profondità in cui si trovano i gasdotti Nord Stream.

Infine, ecco un’ultima allettante informazione per tutti i “teorici della coincidenza” là fuori. Il giorno dopo che Nord Stream 1 e 2 sono andati offline, i leader di Polonia, Norvegia e Danimarca hanno partecipato alla cerimonia di apertura del nuovo tubo baltico , che trasporterà gas naturale dalla Norvegia attraverso la Danimarca e attraverso il Mar Baltico verso, sì, la patria ferocemente russofoba di Sikorski della Polonia. Sì, solo una coincidenza.

Tuttavia, il principale fattore motivante per cui Washington ha contribuito a distruggere il Nord Stream sono i fantastici poteri – sia finanziari che politici – che raccoglierà. La crisi economica in Europa sta già costringendo le aziende e le multinazionali a considerare di trasferirsi negli Stati Uniti, che stanno fornendo un migliore ambiente imprenditoriale e bollette elettriche più o meno convenienti.

E dopo la distruzione del Nord Stream, la situazione economica del continente si deteriorerà notevolmente. Anche se l’NS-II non è stato lanciato, c’era la possibilità del suo lancio, e questa “opportunità” ha avuto un effetto considerevole sul mercato. Ora, senza il suo principale fornitore di energia, l’Europa è condannata mentre l’America aumenterà il suo business.

La distruzione economica dell’Europa la rende totalmente dipendente dagli Stati Uniti economicamente, politicamente e militarmente, trasformandola in una tigre sdentata senza volontà politica e indipendenza. Allo stesso tempo, l’Europa diventerà quasi completamente dipendente dagli Stati Uniti per il suo gas ( proibitivo ). Gli Stati Uniti prevedono di fornire almeno 15 miliardi di metri cubi (bcm) di gas naturale liquefatto (GNL) ai mercati dell’Unione Europea quest’anno mentre l’Europa cerca di svezzarsi dalle forniture di gas russe.

In altre parole, la trasformazione dell’UE in una repubblica delle banane – anche se nell’emisfero settentrionale con l’inverno alle porte – è già iniziata.

Europa, avresti davvero dovuto seguire il consiglio di Henry Kissinger, che comprende la natura degli Stati Uniti meglio di chiunque altro: “Essere un nemico degli Stati Uniti è pericoloso, ma essere un amico è fatale”.

Fonte: Information Clearing House
Traduzione: Luciano Lago

La NATO è in allarme per la presenza di un sottomarino russo nell'Artico, in grado di lanciare il missile siluro Poseidon, dalla potenza distruttiva apocalittica.

 

 

Preoccupazione negli ambienti della NATO per la presenza di un sottomarino nucleare russo nell’Artico

Fonte: Contro

https://www.controinformazione.info/preoccupazione-negli-ambienti-della-nato-per-la-presenza-di-un-sottomarino-nucleare-russo-nellartico/

Un rapporto dell’intelligence dell’Alleanza indica che il sottomarino a propulsione nucleare russo Belgorod si trova aadesso in movimento e potrebbe testare il terrificante missile Poseidon.

Il sottomarino nucleare russo K-329 Belgorod sta ora operando nei mari artici, il che sta causando un aumento della tensione in quelle acque. L’ipotesi allarmante è che il sottomarino russo sia in viaggio per condurre un test del missile siluro Poseidon, che ha la capacità di lanciare testate nucleari su una distanza di diecimila chilometri. Queste informazioni provengono da un rapporto della NATO, in cui si afferma che l’Alleanza è in allerta e tiene traccia di ogni potenziale lancio di siluri dal sottomarino.

Con una lunghezza di 184 metri e una larghezza di 15 metri, il Belgorod ha la capacità di viaggiare sull’oceano a una velocità di circa sessanta chilometri orari e ha un’autonomia quasi illimitata. Si pensa che possa rimanere sommerso per un periodo di centoventi giorni senza emergere. Negli ultimi giorni se ne è parlato nelle analisi sul presunto sabotaggio del gasdotto Nord Stream, sebbene non ci siano prove a sostegno di tale affermazione. Secondo le informazioni provenienti da diversi media internazionali, l’organizzazione della NATO ha la sensazione che il sottomarino intenda partecipare all’operazione Poseidon nella regione del Mar di Kara. Un siluro con una lunghezza di 24 metri che è in grado di lanciare una testata atomica, molto probabilmente di due megatoni di resa e dato il nome in codice “Status-6”.

Il comando NATO vigila e controlla da vicino i movimenti del sottomarino russo per timore che questo possa avvicinarsi ancora di più alla acque territoriali degli USA, in Alaska o altrove. (Fonte: Agenzie)

Nota: Nonostante sia quasi sempre la NATO che si avvicina a breve distanza dalla frontiere russe con i suoi aerei da guerra e con le sue unità navali, adesso lo stesso comando della NATO è entrato in allarme per la presenza di un sottomarino russo a circa 180 km. di distanza dalle frontiere NATO del Nord America. Evidente che l’avvicinamento alle frontiere altrui è consentito ed abituale per le forze occidentali, dal Mar Nero al Baltico, ma è considerato una “provocazione” quando questo avviene da parte di unità navali o aeromobili russi o alleati della Russia.

Traduzione e nota: Luciano Lago

Gli USA arrecno danni come fossero i padroni del mondo e poi li attribuiscono ai loro nemici, ma temono le ripercussioni che non sono state valutate fino in fondo

 

 

Stampa USA: la Russia potrebbe attaccare le infrastrutture americane in risposta all’esplosione di due gasdotti

Fonte: Contro

https://www.controinformazione.info/stampa-usa-la-russia-potrebbe-attaccare-le-infrastrutture-americane-in-risposta-allesplosione-di-due-gasdotti/
 
 
La Russia potrebbe colpire le infrastrutture americane se stabilisse il coinvolgimento degli Stati Uniti nell’esplosione dei gasdotti Nord Stream e Nord Stream 2. Questa conclusione è stata fatta dall’autore di un articolo per l’edizione americana della National Review.

La Russia condurrà la propria indagine sugli incidenti su due gasdotti diretti in Germania e, se gli Stati Uniti sono coinvolti nell’attacco, possono riconoscere gli americani come veri e propri “belligeranti” con tutte le conseguenze che ne conseguono. Prima di tutto, ritiene l’autore, Mosca può attaccare le infrastrutture americane. Inoltre, il coinvolgimento degli Stati Uniti negli attentati porterà alla rottura delle relazioni con la Germania, anche di fronte a un governo filoamericano.

Indipendentemente dal fatto che la decisione politica di costruire l’oleodotto fosse negativa dal punto di vista economico e geopolitico, i tedeschi non avrebbero mai perdonato l’America per questo atto.

La fonte scrive, aggiungendo che le affermazioni degli Stati Uniti secondo cui è stata la stessa Russia a far saltare in aria i suoi gasdotti non reggono al controllo.

Alla stessa conclusione è giunto un colonnello in pensione, ex consigliere anziano del capo del Pentagono, Douglas McGregor. Secondo lui, le orecchie degli Stati Uniti o della Gran Bretagna non stanno fuori da questo sabotaggio. Sono loro che ricevono il massimo beneficio dalla distruzione dei Nord Streams e hanno tutti i mezzi necessari per questo.

Nel frattempo, “joe assonnato” ha già accusato la Russia di presunto coinvolgimento nell’esplosione dei propri gasdotti. Biden non ha bisogno di aspettare la fine delle indagini, a suo avviso si è trattato di un “deliberato atto di sabotaggio”. Il presidente Usa ha promesso “un’indagine approfondita” per stabilire definitivamente la Russia’

È stato un atto di sabotaggio deliberato. Ora i russi stanno diffondendo disinformazione. Lavoreremo con i nostri alleati per risolvere quello che è successo”.cita la dichiarazione della Casa Bianca Biden.

Fonte: Top War

Traduzione: Luciano Lago