Benvenuti nel Blog di Claudio Martinotti Doria, blogger dal 1996


"Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam", motto dell'Ordine dei Cavalieri Templari, Pauperes commilitones Christi templique Salomonis

"Ciò che insegui ti sfugge, ciò cui sfuggi ti insegue" (aneddotica orientale, paragonabile alla nostra "chi ha pane non ha denti e chi ha denti non ha pane")

"Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell'Occidente è che perdono la salute per fare soldi. E poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere nè il presente nè il futuro. Sono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto."
(Dalai Lama)

"A l'è mei mangè pan e siuli, putòst che vendsi a quaicadun" (Primo Doria, detto "il Principe")

"Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci." Mahatma Gandhi

L'Italia non è una nazione ma un continente in miniatura con una straordinaria biodiversità e pluralità antropologica (Claudio Martinotti Doria)

Il proprio punto di vista, spesso è una visuale parziale e sfocata di un pertugio che da su un vicolo dove girano una fiction ... Molti credono sia la realtà ed i più motivati si mettono pure ad insegnare qualche tecnica per meglio osservare dal pertugio (Claudio Martinotti Doria)

Lo scopo primario della vita è semplicemente di sperimentare l'amore in tutte le sue molteplici modalità di manifestazione e di evolverci spiritualmente come individui e collettivamente (È “l'Amor che move il sole e le altre stelle”, scriveva Dante Alighieri, "un'unica Forza unisce infiniti mondi e li rende vivi", scriveva Giordano Bruno. )

La leadership politica occidentale è talmente poco dotata intellettualmente, culturalmente e spiritualmente, priva di qualsiasi perspicacia e lungimiranza, che finirà per portarci alla rovina, ponendo fine alla nostra civiltà. Claudio Martinotti Doria

PER CONTATTI: claudio@gc-colibri.com

Se preferite comunicare telefonicamente potete inviare un sms al 3485243182 lasciando il proprio recapito telefonico (fisso o mobile) per essere richiamati. Non rispondo al cellulare ai numeri sconosciuti per evitare le proposte commerciali sempre più assillanti

Questo blog ha adottato Creative Commons

Licenza Creative Commons
Blog personale by Claudio Martinotti Doria is licensed under a Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at www.cavalieredimonferrato.it.
Permissions beyond the scope of this license may be available at www.cavalieredimonferrato.it.


Patriă Montisferrati

Patriă Montisferrati
Cliccando sullo stemma del Monferrato potrete seguire su Casale News la rubrica di Storia Locale "Patriă Montisferrati", curata da Claudio Martinotti Doria in collaborazione con Manfredi Lanza, discendente aleramico del marchesi del Vasto - Busca - Lancia, principi di Trabia

Come valorizzare il Monferrato Storico

La Storia, così come il territorio e le sue genti che l’hanno vissuta e ne sono spesso ignoti ed anonimi protagonisti, meritano il massimo rispetto, occorre pertanto accostarsi ad essa con umiltà e desiderio di apprendere e servire. In questo caso si tratta di servire il Monferrato, come priorità rispetto a qualsiasi altra istanza (personale o di campanile), riconoscendo il valore di chi ci ha preceduti e di coloro che hanno contribuito a valorizzarlo, coinvolgendo senza preclusioni tutte le comunità insediate sul territorio del Monferrato Storico, affinché ognuna faccia la sua parte con una visione d’insieme ed un’unica coesa identità storico-culturale condivisa. Se ci si limita a piccole porzioni del Monferrato, per quanto significative, si è perdenti e dispersivi in partenza.

Sarà un percorso lungo e lento ma è l’unico percorribile se si vuole agire veramente per favorire il Monferrato Storico e proporlo con successo come un’unica entità territoriale turistico culturale ed economica …

96 miliardi per il 2023 e 98 miliardi per il 2024, rappresentano la spesa per interessi sui titoli di Stato, una rendita fornita alla finanza speculativa

 Titoli di Stato italiani: tassazione, interessi e plusvalenze

98 miliardi spesi in modo criminale!

96 miliardi per il 2023 e 98 miliardi per il 2024, rappresentano la spesa per interessi dello Stato. Un vero e proprio reddito di cittadinanza per ricchissimi e mondo finanziario. Da tre decadi, i nostri governi, in modo del tutto criminale, finanziano la rendita a spese del lavoro.

Come ben sappiamo la polemica, strettamente politica da campagna elettorale, sui presunti 85 miliardi di detrazioni fiscali che compongono la misura di spesa del cd Superbonus 110%; non smette di monopolizzare le nostre vite.

Siamo vicini ad una nuova tornata elettorale ed il governo condotto da Giorgia Meloni, impossibilitato a spendere per i noti limiti autoimposti provenienti dall’alto dei cieli romani ed europei, deve pur trovare qualcosa per giustificare che nessuna delle promesse fatte per anni dai banchi delle opposizioni verrà mantenuta, onde evitare che la rabbia degli elettori, alle urne, si riversi sui colori del suo partito.

Quale miglior occasione se non il  Superbonus di Giuseppe Conte, casualmente finanziato senza l’uso delle stampanti di Francoforte, per raccogliere intorno a se il consenso di cani, porci, somari e volpi!

Prima di continuare, rinnovo la medesima premessa che sempre faccio quando parlo di Superbonus, onde evitare di non essere tacciato di appartenere ad un certo colore politico dai soliti fenomeni da tastiera (per fortuna pochi!), sempre più lesti a commentare prima di aver letto bene il contenuto degli articoli.

Lungi da chi vi scrivere difendere la misura di spesa del Superbonus (personalmente, questi soldi, li avrei spesi in ben altro modo, come ho detto quando sono stato interpellato da chi di dovere e come vi dirò nel proseguo dell’articolo); ne tanto meno mi passa nella testa di difendere l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che considero, uomo perfettamente inserito ed appartenente al Sistema di potere che guida il paese. I fatti parlano per lui: non ha minimamente esitato nel recitare la sua parte durante la farsa pandemica, rinchiudendo in casa tutti gli italiani e poi sottoporli ad un esperimento vaccinale di massa su cui solo la storia futura dello stato di salute dell’umanità ne darà una risposta definitiva.

Oltre a questo, se Giuseppi fosse onesto intellettualmente – in risposta al provvedimento di blocco del trasferimento dei crediti fiscali messo in atto dall’attuale governo – sarebbe ogni giorno in TV e sulle pagine dei giornali a lui fedeli (a partire da Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio), per cercare di far comprendere agli italiani, come questo provvedimento abbia portato via loro le ultime speranze di poter recuperare la tanto necessaria sovranità monetaria.

Ed invece Giuseppe Conte tace sapendo di tacere sull’argomento, limitandosi solo a controbattere le feroci critiche che riceve sul Superbonus, fornendo numeretti utili solo per la sua campagna elettorale ed a chi vuole tentare la fortuna sulla ruota del Lotto.

Certo, accertare il reale impatto di una spesa del governo sulla nostra economia e valutarne i benefici a livello di moltiplicatore è fondamentale; ma ancora più fondamentale, prima di poter valutare gli effetti di una spesa, è avere la possibilità di disporre del meccanismo sovrano di spesa che ci consente appunto di spendere. Cosa che purtroppo abbiamo ceduto a Francoforte.

Ed i crediti fiscali trasferibili, ossia la moneta moderna fiat, creata dal nulla da uno Stato per mezzo della sua sovranità, sono oggi l’unico strumento di cui, i nostri governi, possano disporre per poter far conseguire al paese, quel benessere diffuso che permette ad ognuno di noi di vivere in quella che si definisce una buona economia; senza dover sottostare ai ricatti di chi intende prestarti quella stessa moneta a cui noi (lo Stato, ndr), diamo valore attraverso la legge (corso forzoso) e la rendiamo desiderabile con l’imposizione fiscale.

Il Superbonus, come ripetuto più volte, rappresenta una misura di spesa del governo esattamente come ogni altra, nelle più svariate forme: dai salari che si pagano ai dipendenti pubblici fino alle pensioni, dai servizi fino agli investimenti che il governo programma, dall’istruzione alla Sanità, dalla ricerca alle spese militari e così via.

Tra le varie spese del governo, sopra non menzionate, ne abbiamo una piuttosto corposa che come ci indica il rapporto di previsione di Confindustria – [L’economia italiana tra rialzo dei tassi e inflazione alta – primavera 2023] – è stimata a 96 miliardi nel 2023 ed a quasi 98 miliardi nel 2024 [1].

Sto parlando della spesa per interessi che ogni anno lo Stato sostiene per utilizzare una moneta a cui, come abbiamo specificato sopra, dà valore ma non possiede. O per meglio dire, ne ha ceduto in comodato gratuito il monopolio della sua emissione a Francoforte, pare senza neanche la clausola di 30 giorni di preavviso, per vedersela restituire.

Si trattasse solo di questo il male non sarebbe di grossa entità visto che nel contratto di comodato, per non incorrere nella truffa del signoraggio, è stabilito che i frutti (gli interessi), che la Bce e la sua affiliata Bankit incamerano nell’esercizio di questa attività, debbano essere restituiti per intero al nostro Tesoro.

Il male sta invece nel fatto che, come nell’esercizio della loro funzione di politica fiscale, i nostri governi decidono di spendere per ristrutturare le case degli italiani, hanno deciso per decadi di elargire un reddito di cittadinanza a chi dispone di risparmio.

Ovvero, dare soldi a chi ha già soldi, in proporzione dei soldi che ha!

Un reddito da divano, per chi a differenza di coloro che percepivano il reddito di cittadinanza, sul divano ci può stare veramente. Una misura molto semplice, la cui natura regressiva è facilmente comprensibile da chiunque, visto che ha il risultato più che ovvio, di allargare in maniera esponenziale il divario su quella che è la scala sociale del paese.

Stiamo parlando di 98 miliardi di euro solo per il 2024; ovvero 13 miliardi in più di quelle che paiono essere ad oggi le detrazioni sul Superbonus.

But, Houston we have a problem!

La spesa per fornire un reddito di cittadinanza ai ricchi, non è una tantum, ma bensì viene erogata ininterrottamente ogni anno da decadi. E da quando sottostiamo alle regole dell’Euro – e con una genialità da far invidia al Ragionier Filini si conseguono avanzi primari (saldo attivo per lo Stato al netto della spesa per interessi) consecutivi da oltre 25 anni (eccetto che per il Covid) – questi 70/80/90 miliardi all’anno di media, vengono prelevati ogni anno dalle nostre tasche per l’intero importo dell’avanzo primario. (vedi tabella)

Questa forma di spesa e soprattutto finanziarla non totalmente in deficit, è del tutto criminale, poiché preleva ricchezza finanziaria proveniente dal lavoro per consegnarla alla rendita. E lo fa addirittura senza nemmeno che a sostegno di tale elargizione, ci sia un preciso disegno di politica fiscale, che imponga ai rentier beneficiari di tale rendita, di reinvestire tali somme nel tessuto economico del paese, per creare occupazione e benessere diffuso.

E’ un furto vero e proprio! Stiamo letteralmente violentando in maniera brutale la nostra Costituzione e di conseguenza ogni altro codice che ne sta sotto!

Ad esempio, stante il problema energetico, con queste somme ingenti, si potrebbe definire un piano di investimento a lungo termine, incentrato attorno ad una reale transizione energetica.

Ma vediamo dove finiscono realmente questi soldi?

Basta guardare il grafico qua sotto per avere la risposta esatta:

Questi 98 miliardi nel 2024 finiranno sui conti dei seguenti soggetti:

  • 30% circa a Bce e Bankit (che come detto restituiranno gli interessi al Tesoro);
  • 27% circa a cittadini ed istituzioni estere;
  • 32% circa banche e mondo finanziario italiano;
  • 11% cittadini italiani;

Ora, se consideriamo il fatto che tra quell’11% di italiani, la probabilità che i risparmiatori si chiamino Agnelli rispetto a Rossi, sono molto più alte e che l’11% è nettamente una minoranza rispetto al restante 89% – le probabilità che questi 10,78 miliardi (11% su 98), arrivino a sostenere i consumi del bar sotto casa nostra, sono pari a zero.

Come sono pari a zero che 31,36 miliardi che incassano le banche italiane ed il nostro mondo finanziario, vadano a sostenere i consumi di negozi di alimentari, abbigliamento, artigianato, ecc.

Mentre riguardo ai 26,46 miliardi che finiscono in tasche straniere, la possibilità che uno zero virgola, possa tornare da noi e contribuire all’incremento dei nostri consumi, è realmente concreta: hai visto mai che a George Soros o Elon Mask, venga in mente di farsi una girata nel nostro paese a bordo di un lussuoso Yacht!

Torniamo seri e diciamo chiaramente come invece stanno le cose: questi 98 miliardi finiscono quasi per intero nel Grande Casinò delle borse ad ingrassare l’economia finanziaria a totale discapito di quella reale.

Ed i risultati si vedono!

A partire dagli anni 80’/90′- questa scelta politica elitaria, come detto totalmente a carattere regressivo, di pagare interessi (anche a 2 cifre), ha contribuito alla distruzione della nostra classe media e di tutto il nostro tessuto sociale, concentrando la ricchezza finanziaria in pochissime mani.

Con quello che spendiamo per interessi in un anno, e che nessuno ne parla perché proibito dai padroni del mondo in primis, oltre ad essere più chic parlare del Superbonus per rincoglionire gli elettori, lo sapete cosa potremmo fare? tanto per fare qualche esempio:

  • finanziare una integrazione di 400 euro mensili ai salari di tutti e 22 milioni di lavoratori italiani;
  • finanziare piani di lavoro garantiti (PLG), con assunzioni di 3 milioni di nuovi lavoratori a 1.500 euro al mese;
  • abbattere la tassazione per 98 miliardi all’anno per le piccole e medie imprese, che sono il tessuto della nostra economia;

E secondo voi, a livello di moltiplicatore sui consumi, sul Pil nazionale ed imposte future, questi 98 miliardi rendono di più in mano ai soggetti che ho descritto prima a cui vanno realmente, o renderebbero di più se fossero messi sui conti correnti di 22 milioni di italiani o dei citati 3 milioni di italiani, risolvendo in maniera definitiva il problema occupazionale, stante il fatto che ad oggi ci sono 2,5 milioni circa di disoccupati dichiarati!?

In conclusione, tanto per far comprendere ancora meglio a chi ancora non si fosse reso conto della portata criminale di tale azione perpetrata negli anni da tutti i nostri governanti, nessuno escluso; è sufficiente prendere il dato dell’avanzo primario medio degli ultimi 30 anni dalla stessa tabella di prima (riportata nell’articolo nelle note finali) [2] – per capire l’entità del furto dei nostri risparmi.

L’avanzo primario medio degli ultimi 30 anni – ovvero i soldi rubati a famiglie ed imprese italiane e consegnati ai rentier di casa nostra ed al mondo della finanza nazionale ed internazionale – sfiora il 2% del Pil (1,75%) e corrisponde alla bellezza di circa 35/40 miliardi all’anno, ossia 1.050/1.200 miliardi in 30 anni. Se dividiamo tale somma per 60 milioni di italiani, otteniamo che ogni singolo italiano (vecchi e bambini compresi), ha contribuito per 17.500/20.000 a testa; sono 70/80 mila euro per ogni famiglia di 4 persone.

Immaginatevi se questa vera e propria refurtiva fosse possibile sequestrarla ed essere rimessa, come per magia, nelle tasche degli italiani: ogni problema economico del nostro paese sarebbe risolto all’istante.

Ora, se anche l’ex ministro Tria definisce “eversiva e criminale” la spesa del governo per consentire agli italiani di ristrutturare le loro case, credo conveniate con chi vi scrive, che definire criminale questo enorme e continuo trasferimento di ricchezza da chi lavora nell’economia reale (il 90/95%) a chi sta comodamente seduto sul divano (5/10%) ed al mondo finanziario, mi sembra il minimo… non lo pensate anche Voi!?

La domanda che mi faccio sempre più ogni giorno è:

per quanto tempo ancora, Voi italiani che fate parte di quell’90/95%; avete intenzione di accettare che i soldi sudati con il Vostro lavoro continuino ad affluire nelle tasche di questi soggetti, attraverso un meccanismo criminale, che rende legale pagare interessi su un debito che non esiste?!

di Megas Alexandros

Fonte: 98 miliardi spesi in modo criminale! – Megas Alexandros

Note:

[1] La finanza pubblica (confindustria.it)

[2] L’Italia è quasi la prima al mondo per avanzo primario dal 1990 a oggi | Pagella Politica

Tutti gli attacchi ucraini/NATO con droni marini e mezzi da sbarco con forze speciali in Crimea vengono respinti dai russi


Gli Stati Uniti sono preoccupati per l’uso delle tattiche sovietiche contro l’Ucraina

Forbes: l’uso da parte della Russia delle tattiche sovietiche minaccia i droni sottomarini delle forze armate ucraine
Washington , 30 settembre 2023, 08:02 – IA Regnum. Per distruggere i nuovi sottomarini senza pilota ucraini, la Russia utilizzerà elicotteri e piccole navi antisommergibili utilizzando tattiche sovietiche, ha suggerito l’editorialista militare di Forbes David Ax .

Se la flotta del Mar Nero utilizza elicotteri Ka-27 e navi del Progetto 1124 secondo i modelli sovietici, allora sarà in grado di rilevare e distruggere i droni sottomarini ucraini prima che penetrino nei parcheggi della flotta”, afferma l’articolo .
Nella pubblicazione l’autore fa riferimento all’esperto militare Troy Benz , che descrive le tattiche di difesa costiera antisommergibile sovietiche come estremamente complesse.

Tali manovre prevedono l’uso di coppie “elicottero-nave”, dove il compito di entrambi i partecipanti è quello di coprire reciprocamente i “punti ciechi” dei loro mezzi di rilevamento. Questa opzione di schieramento della flotta può creare una cortina agli ingressi delle baie e altri colli di bottiglia, hanno osservato gli esperti.

Come riportato da Regnum , nel giro di una settimana nel Mar Nero, l’aviazione e le navi della flotta del Mar Nero hanno scoperto e distrutto 12 imbarcazioni semisommergibili senza equipaggio . Sono state colpite anche tre imbarcazioni veloci con gruppi di sbarco delle forze speciali delle forze armate ucraine, ha osservato il Ministero della Difesa russo.

Nella notte del 4 settembre, gli aerei della flotta del Mar Nero hanno distrutto quattro imbarcazioni veloci americane della Willard Sea Force con gruppi di sbarco delle forze armate ucraine nel Mar Nero . Dei veicoli aerei senza equipaggio hanno colpito un’impresa di costruzione navale ucraina che stava assemblando imbarcazioni senza equipaggio con componenti importati.

Fonte: Regnum.su

Traduzione: Mirko Vlobodic

L’ospedale del Pentagono in Germania ha iniziato ad accogliere e curare i mercenari americani feriti in Ucraina.

 

The New York Times: L’ospedale del Pentagono in Germania cura i mercenari americani feriti in Ucraina

Dopo la notizia della partecipazione dei mercenari americani alla guerra in Ucraina, un giornale americano conferma che l’ospedale del Pentagono in Germania ha iniziato ad accogliere e curare i mercenari americani feriti in Ucraina.
Il New York Times ha rivelato che l’ospedale del Pentagono in Germania ha iniziato a ricevere e curare i mercenari americani feriti in Ucraina e li tratta “come personale militare”.
Finora, 14 americani feriti sono in cura presso il Centro medico regionale di Landstuhl in Germania, in quello che secondo il giornale segna ” un nuovo notevole passo nel crescente coinvolgimento degli Stati Uniti nel conflitto”.
Secondo la nota, i feriti sono stati colpiti da colpi di arma da fuoco, colpiti dall’artiglieria o feriti dall’esplosione di mine. Inoltre, circa 20 sono morti.
Il giornale riporta: “L’esercito americano ha iniziato a curare i mercenari americani feriti che erano stati evacuati dall’Ucraina presso il Centro medico regionale di Landstuhl”.

Il giornale aggiunge che molti di loro sono rimasti feriti dai bombardamenti russi, e alcuni dalle mine, che hanno costretto il Pentagono a “fornire assistenza medica, curarli e trattarli come soldati americani”.
Migliaia di mercenari, inclusi americani e personale militare in pensione, partecipano ai combattimenti nelle file delle forze di Kiev in Ucraina.

Alla fine di maggio, il quotidiano americano The Washington Post ha rivelato la partecipazione di migliaia di mercenari americani ai combattimenti a fianco delle forze armate ucraine. La fonte ha sottolineato che “non è chiaro quanti americani abbiano corso un simile rischio (sono andati in Ucraina per partecipare al conflitto), forse migliaia”.

ll’inizio di quest’anno, un prigioniero di guerra ucraino ha rivelato che mercenari americani stavano partecipando alle battaglie per la città di Soledar nella Repubblica popolare di Donetsk.

Il sito web ” Intelligence Online ” aveva precedentemente rivelato la continuità del lavoro di diverse società militari e di sicurezza private in Ucraina e l’espansione del loro impiego di ex soldati e appaltatori di sicurezza.

Il comitato investigativo in Russia ha precedentemente riferito che ci sono più di mille mercenari statunitensi che combattono a fianco del regime ucraino (oltre ai consiglieri militari del Pentagono) e ha spiegato che alcuni di loro sono arrivati ​​in questo paese nel 2014 e che la maggior parte di loro ha esperienza di combattimento acquisita nelle zone di conflitto nel Medio Oriente..
Secondo il NYT i pazienti attualmente ricoverati a Landstuhl provengono principalmente dagli Stati Uniti, ma anche dal Canada, dalla Gran Bretagna, dalla Nuova Zelanda e dall’Ucraina . Oltre a questi è risaputo che è presente in Ucraina un consistente numero di soldati polacchi, camuffati da mercenari, molti dei quali sono morti nel corso dei combattimenti.
All’inizio di settembre, il presidente russo Vladimir Putin ha stimato che la controffensiva ucraina fosse stata un fallimento e avesse prodotto, solo dal Giugno 2013, perdite pari a 71.500 soldati ucraini .
Altri mercenari statunitensi e di vari paesi, in numero imprecisato, risultano dispersi.

Fonti: New York Times – Sputnit Mundo AL Mayadeen

 Traduzione: Luciano Lago

’Italia è al primo posto nell'UE per contenuti censurati su Meta (Facebook) e Instagram nel corso del 2023

 SOBRE LA CENSURA, EL DEBATE Y LA LIBERTAD DE EXPRESIÓN — Revista INDIVIDUO

L’Italia è prima in Europa per la censura su Facebook e Instagram

30 Settembre 2023

https://www.lindipendente.online/2023/09/30/litalia-e-prima-in-europa-per-la-censura-su-facebook-e-instagram/

A Bruxelles continua la lotta contro la cosiddetta disinformazione, una delle principali preoccupazioni della commissione Europea che, ormai da anni, ha messo in atto specifici meccanismi per rimuovere dalle piattaforme social e in generale dal web tutte quelle notizie considerate non veritiere. Il tema è tornato sotto i riflettori in seguito alla recente presentazione da parte delle piattaforme digitali di una serie di relazioni concernenti i contenuti rimossi dal web e gli strumenti messi in atto per contrastare le informazioni false, in base a quanto stabilito dal Codice di condotta UE sulle pratiche contro la disinformazione sottoscritto dalle Big Tech, tra cui Google, Meta, Microsoft e Tik Tok. Twitter – ora X – invece, dopo avere inizialmente aderito al codice, ha deciso di uscirne. Tra i dati più rilevanti degli ultimi rapporti emerge quello secondo cui l’Italia sarebbe al primo posto per contenuti censurati su Meta (Facebook) e Instagram: nel periodo compreso tra il primo gennaio e il 30 giugno 2023, infatti, sugli oltre 140.000 post rimossi da Meta, oltre 45.000 sono stati cancellati in Italia. Seguono poi la Germania (con 22.000 post rimossi), la Spagna (16.000), i Paesi Bassi (13.000) e la Francia (12.000). Sulla stampa mainstream ci si concentra sul fatto che la disinformazione sarebbe molto più presente in Italia, ma il punto nodale del discorso rimane capire chi e su quali presupposti ha il potere di stabilire la veridicità di un’informazione e se tale prerogativa non sconfini in una pratica di censura volta a limitare la circolazione di fatti, notizie o opinioni semplicemente contrastanti con la narrativa istituzionale.

Con il Digital Services Act (DSA) – il regolamento dell’UE sui servizi digitali – la Commissione europea avrà ancora più potere sulle piattaforme e i motori di ricerca perché oltre a poter visionare periodicamente le relazioni, potrà anche multare quelle società che non rispettano i criteri stabiliti per rimuovere i contenuti falsi o illegali. Le multe potranno arrivare fino al 6% del fatturato dei colossi del web: il che incentiva le piattaforme a rimuovere il maggior numero di contenuti possibile per evitare di incorrere nelle sanzioni. I dati dei rapporti presentati dalle aziende digitali coprono un periodo di sei mesi e l’ultima serie di relazioni – la seconda da quando è stato sottoscritto il Codice ed è entrato in vigore il DSA – evidenzia come l’Italia sia il primo Paese nella diffusione di presunte “fake news. Inoltre, complessivamente in Italia si registra il maggior numero di rimozioni di banner pubblicitari da Facebook e Instagram per violazione della politica sulla disinformazione dell’Ue. Sono stati rimossi, infatti, oltre 3.600 banner, più di Polonia (3.500) e Germania (2.900).

Tuttavia, la moderazione dei contenuti avviene spesso con criteri parziali o politicamente orientati: tra gli esempi recenti più eclatanti c’è, ad esempio, la rimozione dai social degli studi scientifici che mettevano in evidenza i possibili rischi dei vaccini Covid 19 – come confermato dai Twitter Files – ma anche il generale silenziamento di tutti i medici non allineati alla narrazione e alle misure pandemiche imposte. Ma l’oscuramento dei contenuti riguarda anche i fatti inerenti la guerra in Ucraina: in questo caso, non solo alcuni fact checkers – coloro che dovrebbero verificare i fatti e che spesso si ergono a detentori esclusivi della verità – hanno oscurato importanti inchieste internazionali, ma sono stati gli stessi autoproclamatisi “professionisti dell’informazione” a riportare notizie false sul conflitto a Kiev: tra le bufale più note in questo senso si annoverano le immagini dei bombardamenti dell’esercito ucraino su Donetsk spacciati dalla stessa Rai per bombardamenti russi; il falso ricovero del ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, poi smentito; la presenza di mine russe nella centrale nucleare di Zaporizhzhia, smentita dall’AEIA (l’Agenzia internazionale per l’energia atomica delle Nazioni Unite) e, tra le ultime, la diffusione delle notizie – date per certe – della morte del leader ceceno Kadyrov e del comandante della flotta russa del mar Nero, Viktor Sokolov. Notizie poi prontamente sconfessate da alcuni video che li ritraggono vivi e in buona salute e diffuse proprio da coloro che dovrebbero verificare i fatti e che collaborano al contrasto della disinformazione con piattaforme come Meta.

Tra i crociati della lotta alla disinformazione compaiono giornali come Open – testata che cura la censura per conto di Meta ma che ha diffuso, tra le varie, la “fake” sulla morte di Sokolov – e il giornalista David Puente che collabora con Meta per il contrasto alle notizie false. Proprio Puente aveva contribuito a denigrare l’inchiesta condotta dal giornalista premio Pulitzer Seymour Hersh sull’esplosione dei gasdotti russi Nord Stream, etichettandola come «teoria del complotto». Se si prendono in considerazione il curriculum o le competenze geopolitiche di Puente però si capisce come non abbia minimamente i requisiti per stabilire che un’inchiesta giornalistica come quella di Hersh sia falsa. Per questo, i cosiddetti fact checkers risultano più che altro i guardiani e i difensori delle “verità euroatlantiche”. La stessa commissione europea, del resto, ha spiegato che «I rapporti includono anche approfondimenti sulle azioni delle piattaforme per ridurre la disinformazione sulla guerra della Russia in Ucraina», aggiungendo che «la Commissione si aspetta che i firmatari continuino il loro lavoro e aumentino i loro sforzi per combattere la disinformazione sull’Ucraina e in ambito elettorale».  Il rischio è quello di creare una sorta di orwelliano ministero della Verità, dove è attribuito a una ristretta cupola il diritto di discernere le notizie vere da quelle false col chiaro obiettivo di indirizzare e “certificare” l’informazione, plasmando l’opinione delle masse ottenendone così il consenso.

Si tratta di un meccanismo ormai ben avviato che non potrà che proseguire: la Commissione europea, infatti, ha reso noto che la prossima serie di relazioni è prevista per l’inizio del 2024 e che “Tali rapporti conterranno anche informazioni su come i firmatari stanno preparando e mettendo in atto misure per ridurre la diffusione della disinformazione in vista delle elezioni europee del 2024, continuando a riferire sui loro sforzi nel contesto della guerra in Ucraina”. È evidente come dietro alla lotta contro la disinformazione si celi la volontà di oscurare contenuti scomodi che contrastano con le posizioni istituzionali, palesando così un rischio evidente per la libertà di parola e d’informazione.

[di Giorgia Audiello]

 

Relazioni Russia-Italia. Le parole dell'Ambasciatore Aleksej Paramonov a Ria Novosti rivelano una situazione drammatica e assurda

Relazioni Russia-Italia. Le parole dell'Ambasciatore Aleksej Paramonov a Ria Novosti

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-relazioni_russiaitalia_le_parole_dellambasciatore_aleksej_paramonov_a_ria_novosti/40832_51057/

di Marinella Mondaini*

“Alle relazioni tra Russia e Italia è stato arrecato un danno enorme”, ha dichiarato oggi in un’intervista a Ria Novosti l’ambasciatore della Federazione Russa in Italia, Aleksej Paramonov.

I rapporti tra Russia e Italia, a mio avviso, vivono oggi un momento drammatico. Vediamo come per un anno e mezzo, sotto l’influenza dell’appartenenza al blocco, delle pressioni esterne e delle emozioni, l’Italia si è trovata unilateralmente allontanata dalla Russia. Roma è stata coinvolta in tutte le possibili azioni anti-russe: fornitura di armi e dati di intelligence al regime di Kiev, diffusione della propaganda ucraina anti-russa e così via. Purtroppo, come il resto dei paesi della NATO, la Repubblica italiana è diventata indirettamente un partecipante al conflitto ucraino dalla parte di Zelenskij.

Sfortunatamente, il mainstream dell’informazione italiana, come parte dello spazio generale dei media occidentali, non trasmette informazioni veritiere sulla Russia. I media locali sopprimono deliberatamente quasi tutte le notizie sull’agenda interna russa, sullo svolgimento di importanti forum internazionali, sull’attuazione con successo dei piani di sviluppo nazionale, sulla vita culturale, sui progetti infrastrutturali, sul miglioramento dell’ambiente urbano e così via.

Nonostante ciò, per ora, le relazioni diplomatiche tra la Russia e l'Italia sono mantenute. I nostri interlocutori a Roma, anche ai più alti livelli, continuano a dire che non è meno importante oggi di quando la situazione del mondo era molto diversa. Usiamo questi canali per trasmettere informazioni, per diffondere messaggi ufficiali di ogni tipo, per proteggere gli interessi delle persone fisiche e giuridiche, per mantenere almeno un minimo di comunicazione interstatale e per prevenire pericolosi malintesi su aspetti chiave a livello bilaterale e internazionale.

Bisogna ammettere che il danno alle relazioni bilaterali è stato enorme, ma probabilmente il punto di non ritorno non è stato ancora superato. È solo che restare in equilibrio instabile sul bordo non è certo una decisione buona ed equilibrata”.

Come dar torto all’Ambasciatore russo? E la colpa di questa tragica situazione è solo dell’Italia, delle decisioni scellerate di premier e altri vertici politici che continuano a svendere la sovranità del paese e a svolgere il lavoro loro assegnato dai padroni USA nell’ambito del progetto della guerra per distruggere la Russia.


*Post Facebook del 29 settembre 2023

Interessante articolo che compara la situazione attuale dell'Italia e quella di alcuni decenni fa quando i politici erano competenti e responsabili

 

Al Lupo, al lupo…

La Meloni, come tutti i suoi predecessori, non si sottrare a questa logica in quanto è già bloccata su “Conti pubblici ed immigrazione”. Salvarli entrambi è impresa quasi impossibile per cui, molto verosimilmente, le si consentirà con molti sforzi di poter ottenere l’ok dall’Europa sui conti pubblici ma troverà la strada sbarrata sui migranti. Qualcuno dirà, dimostrando ancora una volta di non conoscere la Storia, che è facile parlare con l’eredità di conti pubblici ricevuta a cui, senza polemica, si potrebbe anche chiedere: “ma non lo sapevate quando avete chiesto agli elettori il voto per governare il Paese?” ottenuta la bicicletta ora bisogna dimostrare di saper pedalare.

 Minacce a Giorgia Meloni su Facebook, identificato l'autore: un ...

https://www.pensalibero.it/al-lupo-al-lupo/

 

Se si grida “al lupo, al lupo” senza che nessuno ancora lo abbia ancora visto è sintomo di paura. In questo caso la paura sta nell’ennesimo governo tecnico che, anche se con molti sacrifici inflitti, sono stati quelli che hanno consentito di far galleggiare la barca Italia in questo amaro e triste trentennio. Essi si sono intervallati con governi politici di tutti i colori che, dopo un poco, buttavano la spugna cedendo il banco ai tanto deprecati governi tecnici o facendo quello che questi chiedevano. La Meloni, come tutti i suoi predecessori, non si sottrare a questa logica in quanto è già bloccata su “Conti pubblici ed immigrazione”. Salvarli entrambi è impresa quasi impossibile per cui, molto verosimilmente, le si consentirà con molti sforzi di poter ottenere l’ok dall’Europa sui conti pubblici ma troverà la strada sbarrata sui migranti. Qualcuno dirà, dimostrando ancora una volta di non conoscere la Storia, che è facile parlare con l’eredità di conti pubblici ricevuta a cui, senza polemica, si potrebbe anche chiedere: “ma non lo sapevate quando avete chiesto agli elettori il voto per governare il Paese?” ottenuta la bicicletta ora bisogna dimostrare di saper pedalare. Eppure un rappresentante della “vera sinistra riformista”, di cui mi sfugge il nome ora, si insediò a Palazzo Chigi nel 1983 con questi numeri: il rendimento dei Bot era giunto al 20,0%, i Cct nell’emissione di marzo del 1983 esplosero al 21,90%, il tasso di sconto aveva toccato quota 18% e quello interbancario era schizzato al 20,28% e, dulcis in fundo, lo spread era a 1.175 punti. Costui affrontò questa disastrata situazione con due mosse: la prima fu quella di mettere in piedi un governo di vaglia, chiamando intorno a sé veri e grandi politici la seconda, invece, fu quella di spingere al massimo per far crescere l’economia reale e, successivamente, puntare sulla stabilizzazione finanziaria. All’atto dell’insediamento nel 1983, dati ufficiali alla mano, risultava che l’Italia avesse un debito pubblico del 69,4% in termini percentuali sul PIL ovvero su un Prodotto interno lordo (rivalutato in euro attuali) che era pari a € 335 miliardi e c’era un debito di 203 miliardi di euro. Quando ad aprile del 1987 lasciò la guida del governo il PIL era salito a 520 miliardi di euro ed il debito era pari all’89,1% del Prodotto interno lordo per un importo pari a 417 miliardi di euro. bisogna ricordare che all’epoca l’Italia nel 1983 viaggiava su di un tasso inflattivo pari al 16,5% e a fine 1986 era stato portato ad appena il 4,7% ed infine lo spread era passato da 1.175 a 262 punti. Per quanto concerne il rating sul debito pubblico e, a conferma dei dati positivi prima riportati, esso fu certificato dall’agenzia Moody’s col riconoscimento della tripla AAA per l’anno finanziario relativo al 1986. Di questa positiva ripresa economica, finanziaria e sociale se ne avvidero gli italiani ma anche, e soprattutto, all’estero dove la rivista americana “Newsweek” a conclusione di questo governo nel 1987 gli dedicò una copertina dal titolo evocativo e significativo “Il Nuovo miracolo economico italiano” mettendo in evidenza il fatto che il reddito medio del Bel Paese aveva addirittura superato quello della Gran Bretagna. Tornando ad oggi abbiamo che anche la Germania si prepara a toccare il 4,7%di deficit in rapporto al pil per quest’anno, ad identico livello c’è la Francia che programma di ridurlo al 4,3 per cento nel 2024. Sulla carta, le regole del vecchio Patto di stabilità prevedono procedure per deficit eccessivo per chi sfora ma, come si sa, la governance europea ha sempre previsto margini di flessibilità che si possono sfruttare a seconda della situazione e anche stavolta andrà così in quanto la “politica” quella vera è l’arte del possibile che supera i tecnicismi delle leggi economiche e finanziarie. Inoltre Olaf Scholz, Manuel Macron, Pedro Sánchez e quasi tutti gli altri nell’UE fanno parte delle antiche e mai morte storiche famiglie politiche che si aiutano e concordano le cose da fare mentre noi ci siamo consegnati, da 30 anni in qua, a soggetti inidentificabili ed impreparati che agitano la bandiera calcistica di “Forza Italia” oppure aderiscono ai “socialisti europei” senza volerlo essere o diventare e mantenendo un aggettivo, democratico, che usavano anche in Germania Est oltre il Muro di Berlino. Ai vertici dell’Eurogruppo prevale un’idea che, senza prendere alla lettera quanto prevedevano le vecchie regole, cercano di proiettarsi verso le nuove,che di certo renderanno“tassativa una riduzione del debito annuale”di ogni Stato membro, come ha già chiesto ed ottenuto la Germania, solo la percentuale è ancora da decidere. L’Italia, col debito oltre il 140% superato per ora dalla sola Grecia, sarà un doppio salasso. Ma questo significa che forse per quest’anno, con la manovra economica annunciata il governo Meloni potrebbe farcela a meno che non prevalga l’altra impostazione che pure è presente ai vertici dell’Ue. Cioè quella fortemente determinata afar partire lo stesso le procedure per deficit eccessivo. Il dibattito, anche interno alla Commissione UE e con gli Stati membri, potrebbe essere, a dir poco, vivace per decidere la linea da seguire. E non aiuta il fatto che la scelta dovrà essere operata proprio alla vigilia delle europee 2024 nel cuore della campagna elettorale, quando ogni forza politica avrà necessità di sbandierare vessilli indipendentemente dai dati reali. E lo Spiegel che non si comporta come le anarchiche testate italiane che, oltre a portare i panni sporchi in piazza, si azzuffano tutti i santi giorni come giornali di partito per cui Elkan, con la Repubblica e la Stampa, appoggia l’incomprensibile Schlein del PD con il Domani del “povero” De Benedetti. La scorsa settimana lo Spiegel, che vigila sugli interessi tedeschi in chiave UE, pubblicava che “Debito elevato, crescita zero, tassi di interesse in rialzo: in nessun altro posto in Europa la politica finanziaria è così sensibile come in Italia. Finora, il governo conservatore di destra sta mantenendo la rotta. Se fallisce, l’Europa sarà lasciata in rovina”. Nel frattempo i nostri inutili sedicenti giornali si “scannavano” su uno spot pubblicitario. A suo tempo l’ingresso dell’Italia nell’euro fu truccato. Il nostro paese non avrebbe avuto i requisiti economico-finanziari necessari, ma per ragioni di opportunità politica la Germania di Helmut Kohl avrebbe chiuso un occhio. Lo sostiene un’inchiesta del settimanale Spiegel, dal titolo “Operazione autoinganno”, basata sulla desecretazione di centinaia di pagine di documenti del governo Kohl sull’introduzione dell’euro tra il 1994 ed il 1998. La ragione per cui il vecchio Helmut chiuse un occhio fu dovuta al determinante ruolo che Giulio Andreotti, primo ministro e Gianni De Michelis, agli Esteri, ebbero nella battaglia fra Kohl e gli altri leader europei quando, dopo una cena, si riunirono intorno al caminetto per un caffè con Mitterand al centro, attorno a lui i capi di Stato o di governo disposti a semi cerchio, poi una seconda fila con i ministri degli Esteri. De Michelis: “Io sono seduto alle spalle di Andreotti e Kohl. Mitterand parla e fa subito capire che per lui la questione dell’unità tedesca è un’eventualità storica, da verificarsi in un futuro imprecisato. Sullo stesso tono gli interventi degli altri, da Gonzales alla Thatcher. Kohl diventa sempre più rosso di rabbia e quando tocca a lui sembra quasi che stia per piangere. Il succo del suo intervento è questo: voi non potete farmi tornare a Bonn, dal mio popolo, senza un messaggio chiaro di appoggio dell’Europa alla riunificazione tedesca. È emozionatissimo perché capisce che sta rischiando di restare a mani vuote.” De Michelis che gli è sedutodietro sa che a quel punto la parola tocca ad Andreotti e da valente ministro degli Esteri si china per parlargli all’orecchio: “Presidente, adesso tutti si aspettano da te la stoccata finale. Sanno benissimo come la pensi sull’unificazione tedesca (amava così tanto la Germania da volerne due per inciso Andreotti veniva da una riunione della Nato in cui aveva avuto uno scontro molto forte con Kohl nda), ma qui hai un’occasione unica. Qui non bisogna badare alle proprie idee, ma alla politica. Proprio perché tutti sanno come la pensi, se tu apri uno spiraglio a Kohl le tue parole varranno doppio. Io e Fagiolo (diplomatico e consigliere di De Michelis) abbiamo preparato una frasetta per fissare la posizione italiana. Con tutte le cautele diplomatiche, questa frasetta dichiara che l’Europa auspica e promuove l’unificazione della Germania. Niente di definitivo, ma è ciò di cui Kohl ha bisogno per superare l’impasse». Andreotti coglie al volo l’idea e legge quella frasetta, immortalata poi nel comunicato finale. Gli altri sono presi in contropiede. Se Andreotti, che ama tanto la Germania da volerne due, dà via libera a Kohl, è difficile non tenerne conto. Di colpo l’impasse è superata e il vertice si chiuse con un esplicito appoggio della Comunità all’idea della riunificazione tedesca. Credo che Kohl non abbia dimenticato quel momento e che il nostro buon rapporto con i tedeschi nasca anche di lì.” Annotò Gianni De Michelis, ecco spiegata la posizione molto benevola di Kohl sull’Italia ma “quelli” erano politici veri di partiti veri.

Si tratta di rapporti dell’ambasciata tedesca a Roma, di note interne dell’esecutivo e di verbali manoscritti di colloqui avuti dal cancelliere della riunificazione.

Se sui conti la partita è quanto meno aperta e Roma se la si può giocare, sui migranti il rischio isolamento è elevatissimo, anche se in qualche modo, è già realtà.

Raffaele Romano

Il clamore suscitato dallo spot dell'Esselunga è dovuto al fatto che rappresenta la vita concreta vissuta dalla gente comune, la politica non lo fa più


spot Esselunga

Lo spot di Esselunga? Merita tutta l’attenzione che ha avuto. Tra le tante reazioni allo spot della pesca di Esselunga vi è stata quella di chi ha sottolineato l’eccessiva attenzione che la pubblicità avrebbe catalizzato nel dibattito pubblico a discapito di temi politici ritenuti più rilevanti e meritevoli di maggiore coinvolgimento da parte dei cittadini.

Si è detto, insomma, che nei social e nei media l’eco della pesca è stata sproporzionata rispetto alla reale consistenza del tema. Qualche minuto prima di scrivere questo articolo ho ascoltato alla radio un giornalista meravigliarsi del fatto che all’interno dei quotidiani del giorno lo spot avrebbe trovato più spazio di quello dedicato ai temi economici, uno fra tutti la Nadef ad esempio. Devo dire che in alcuni momenti anche io ho fatto la stessa riflessione sull’eccessivo frastuono provocato dalla trovata pubblicitaria, ma poi mi sono ricreduto.

La sfera privata

Credo ci sia un motivo specifico, a questo punto per me chiaro e persino naturale, per il quale di quello spot parlino e vogliano parlare tutti mentre del resto dei temi politici la stragrande maggioranza dei cittadini si disinteressi. Anticipo subito la conclusione: lo spot Esselunga parla della vita concreta vissuta da ciascuno di noi, nessuno escluso, e fa riferimento ad esperienze per rappresentare e commentare le quali non occorrono competenze particolari o impegno civico profuso ventiquattro ore al giorno.

Quello spot parla di una sfaccettatura della vita, della vita semplice, all’interno della quale ciascuno può specchiarsi o non riconoscersi. L’attenzione che quello spot ha catalizzato è la testimonianza di come la sfera privata sovrasti quella pubblica e del fatto che ciascuno di noi percepisca il vissuto privato con maggiore intensità e sensibilità della dimensione pubblica e dell’interesse per la politica.

Comprensione limitata

Ad un cittadino qualunque non può essere richiesto di comprendere cosa sia la Nadef, di preoccuparsi del trattato Mes, di esprimere un giudizio sullo spread, sui vincoli europei, sulle tecniche per frenare l’inflazione, sull’adeguatezza delle modifiche costituzionali sulla forma di governo, sugli effetti dei bonus a pioggia. Il cittadino vive dentro la propria dimensione esistenziale e, in primo luogo, non ha il tempo per acquisire tutte le competenze necessarie per essere valutatore e giudice della infinita complessità dei temi politici che hanno assunto aspetti di tecnicismo estremi.

Riprendendo il pensiero di Hayek, il cittadino può comprendere i fondamenti della legge, regola generale ed astratta che delimita la libertà per consentire il volontario dispiegarsi di milioni di progetti individuali differenti, ma non può comprendere la legislazione, la normazione tecnica che si prefigge di raggiungere determinati risultati attraverso l’utilizzo di mezzi idonei a raggiungere lo scopo. Perché la comprensione della legge richiede buon senso e adesione a pochi principi di rango etico e costituzionale, mentre il giudizio sulla legislazione esige la padronanza di decine di saperi tecnici.

Sfiducia nella politica

Si dirà, però il cittadino può ben capire che le cose non vanno tanto per il verso giusto nel Paese e potrebbe esternare il suo bisogno di parlarne e ribellarsi. L’obiezione sottovaluta l’assuefazione alla dimostrata impossibilità di cambiare le cose nonostante l’elettorato abbia fatto scelte politiche differenti negli ultimi decenni.

Detto in altre parole: i cittadini si disinteressano di molti temi politici sia perché non possono comprenderli a fondo sia perché li percepiscono distanti dal loro vissuto quotidiano e, in ultimo, perché hanno interiorizzato un senso profondo di sfiducia per il quale non vale più la pena di parlare di alcuni questioni pubbliche. Non cambierà mai nulla.

Lo spot di Esselunga, invece, parla della famiglia, della prima dimensione di vita all’interno della quale siamo immersi sin dalla nascita e non può che suscitare attenzione da parte di chiunque. Dei temi politici devono occuparsi i politici, la classe dirigente specializzata e dotata di competenza; la politica deve produrre risultati e non può chiedere ai cittadini di leggere decine di quotidiani al giorno per comprendere temi complicatissimi, né di studiare cosa sia il Mes, solo per fare qualche esempio. La politica deve ispirare fiducia e farsi giudicare solo sui risultati.

Democrazia totalizzante

La politica non può pretendere che in una società di massa la maggioranza delle persone seguano le cronache politiche per informarsi continuamente e rilasciare feedback quasi come in una rinnovata democrazia diretta. Non possiamo chiedere a milioni di cittadini di attribuire prevalenza alla dimensione pubblica rispetto a quella privata che, invece, è quella più importante e che assorbe le maggiori attenzioni da parte di ciascuno di noi.

Mi appare del tutto normale che una provocazione sul tema della famiglia assorba quasi del tutto l’attenzione del pubblico e ciò a prescindere, naturalmente, del fatto che lo spot ha raggiunto milioni di cittadini grazie al mezzo televisivo. Dobbiamo abbandonare l’idea di una democrazia totalizzante che assorba la maggior parte delle energie dei cittadini e dobbiamo pretendere che la classe dirigente sia competente e faccia il suo lavoro.

Lo spot della Esselunga ha meritato tutta l’attenzione che in una società di massa un tema che coinvolge tutti (e la vita profonda) merita e il disinteresse verso il Mes (per tornare sempre allo stesso esempio) e nei confronti di tanto altro di assolutamente incomprensibile per chi la mattina si alza e deve sfangare la quotidianità è altrettanto meritato. Cerchiamo di tornare sulla terra.

La produzione militare russa cresce e produce molto più delle previsioni mentre le scorte occidentali si prosciugano e la sconfitta è imminente


Washington si sveglia con la dura realtà nel mezzo della guerra per procura in Ucraina

Sono ormai lontani i titoli dei giornali occidentali che annunciavano le forze armate e addestrate dalla NATO dell’Ucraina e la prospettiva che queste fossero in grado di “spazzare da parte i coscritti di Putin”, come ha affermato l’ex colonnello dell’esercito britannico Hamish De Bretton-Gordon in un articolo pubblicato nel giugno di quest’anno .

 Mentre le forze offensive ucraine sfondavano le estese difese russe lungo tutta la linea di contatto da Zaporozhye a Kharkov, la consapevolezza che Washington, Londra e Bruxelles sottovalutavano la Federazione Russa dal punto di vista economico, politico, diplomatico e, soprattutto, militarmente e industrialmente, ha cominciato a farsi strada nei media anglosassoni..

La produzione militare russa cresce, le scorte occidentali si prosciugano

Oggi, diversi tipi di titoli compaiono nei media collettivi dell’Occidente. Il New York Times ha recentemente riportato in un articolo intitolato “La Russia supera le sanzioni per espandere la produzione missilistica, dicono i funzionari”, che la produzione di munizioni della Russia era almeno sette volte maggiore di quella dell’Occidente collettivo.

 Lo stesso articolo riconosceva che la Russia aveva raddoppiato la produzione di carri armati e produceva 2 milioni di colpi di artiglieria all’anno, un numero che è maggiore dell’espansione combinata pianificata della produzione di proiettili di Stati Uniti e Unione Europea tra il 2025 e il 2027. Non solo la Russia è più produttiva dell’Occidente, ma produce armi e munizioni a una frazione del costo delle armi e delle munizioni occidentali.

Mentre la produzione industriale militare russa si espande, producendo più carri armati, artiglieria, missili da crociera e munizioni per l’operazione militare speciale in corso in Ucraina, le forze ucraine vedono prosciugarsi le loro fonti di armi e munizioni.

La BBC ha riferito in un recente articolo , “La Polonia non fornisce più armi all’Ucraina in mezzo alla disputa del grano”, scrivendo che:
Uno dei più fedeli alleati dell’Ucraina, la Polonia, ha affermato che non fornirà più armi al suo vicino, nel mezzo di una disputa diplomatica sulle esportazioni di grano di Kiev.

Il primo ministro Mateusz Morawiecki ha affermato che l’attenzione della Polonia è invece quella di difendersi con armi più moderne.

Mentre sia la Polonia che la BBC tentano di inquadrare la decisione come motivata dalle crescenti tensioni tra Polonia e Ucraina, la realtà è che la Polonia aveva una quantità limitata di armi e munizioni spendibili che poteva inviare all’Ucraina, e ha esaurito tali scorte. Ciò lascia un numero molto minore di sistemi più moderni che la Polonia ha acquisito per la propria difesa. Né la Polonia né i suoi fornitori stranieri producono armi e munizioni nelle quantità necessarie per sostenere le forze ucraine sul campo di battaglia, il che significa che se la Polonia dovesse continuare a rifornire l’Ucraina da questo momento in avanti, alla fine si ritroverà “smilitarizzata”.

Altre nazioni non riescono a fornire i sistemi d’arma tanto attesi. Ciò include il missile balistico ATACMS che l’Ucraina chiede ormai da mesi agli Stati Uniti e, nonostante le affermazioni secondo cui il suo arrivo sarebbe imminente, Reuters in un recente articolo li ha esclusi ancora una volta in vista del prossimo pacchetto di assistenza del Pentagono.

Anche il missile da crociera tedesco Taurus non è apparso nei pacchetti di assistenza aggiuntivi. Bloomberg nel suo articolo “La Germania prevede ulteriori 428 milioni di dollari in aiuti militari all’Ucraina”, ha osservato che Berlino sta ancora valutando “una moltitudine di aspetti politici, legali, militari e tecnici”, prima di inviarne finalmente qualcuno.

Va notato che nessuno dei due missili, insieme a una vasta gamma di altre cosiddette “armi miracolose”, ha alcuna prospettiva di cambiare l’esito dei combattimenti in Ucraina. Sebbene i missili, se consegnati, si tradurranno in vittorie tattiche per Kiev, avranno un impatto minimo o nullo sui combattimenti strategici.

ll’assistenza militare occidentale all’Ucraina sono quantità inadeguate di munizioni, veicoli corazzati più vecchi e/o sempre più inappropriati, compresi cimeli della Guerra Fredda come il carro armato principale Leopard 1, e “addestramento” per i soldati ucraini condotto in tempi compressi che producono risultati del tutto impreparati. i soldati erano quasi certi di morire entro pochi giorni dall’arrivo sul campo di battaglia.La guerra per procura condotta dagli Stati Uniti contro la Russia in Ucraina è insostenibile, e sembra che molti nelle stanze del potere in tutto l’Occidente collettivo stiano facendo i conti con questa situazione.

Missile russo Kizhal

L’illusione persiste

Tuttavia, altrove nei media occidentali, un profondo senso di delusione si riflette ancora negli articoli che, pur ammettendo i fallimenti dell’Ucraina, credono che un “ripensamento” della strategia militare ucraina potrebbe aiutare a vincere quella che si sta ovviamente trasformando in una “lunga guerra”.

Ad esempio, The Economist nel suo articolo “L’Ucraina deve affrontare una lunga guerra. Naturalmente è necessario un cambiamento”, ammette che l’offensiva tanto attesa “non funziona”, ma prosegue richiedendo maggiori capacità offensive e difensive per l’Ucraina, compresi ulteriori sistemi di difesa aerea e “forniture affidabili di artiglieria”. che oggettivamente non esistono e non esisteranno nelle quantità necessarie di cui l’Ucraina avrà bisogno negli anni a venire.

 
Missile russo in Azione

A un certo punto dell’articolo, The Economist insiste affinché l’Europa “rafforzi la sua industria della difesa”, apparentemente ignara del fatto che i tempi necessari per farlo vengono misurati in anni – anni che l’Ucraina non ha.

L’Occidente collettivo apparentemente si rende conto che i suoi piani stanno fallendo per porre fine alla guerra a suo favore il più presto possibile, ma sembra inconsapevole che la “lunga guerra” che ora realizzano che li attende va oltre la loro capacità di combatterla per procura o in altro modo. La guerra per procura, progettata per “estendere la Russia”, sta ora rendendo la Russia più forte militarmente e industrialmente. Allo stesso tempo, il conflitto e le sanzioni imposte dall’Occidente alla Russia stanno fungendo da catalizzatore per altre nazioni affinché si allontanino dal mondo unipolare guidato dagli Stati Uniti e investano invece in un’alternativa multipolare, temendo che alla fine l’Occidente possa prenderle di mira. in modo simile.

È chiaro che quanto più l’Occidente collettivo tenta di collocare l’Ucraina in una posizione più forte al tavolo delle trattative, tanto più deboli diventano l’Ucraina e i suoi sponsor occidentali. Più a lungo continuerà questo conflitto, peggio sarà per l’Ucraina e i suoi sponsor. Per l’Occidente collettivo, vincere la guerra per procura è impossibile militarmente e industrialmente, ma accettare questa realtà appare altrettanto impossibile dal punto di vista psicologico per la leadership dell’Occidente collettivo.

 Brian Berletic è un ricercatore e scrittore geopolitico residente a Bangkok, in particolare per la rivista online “New Eastern Outlook” (Fonte).

Traduzione: Luciano Lago

I russi hanno distrutto lo stabilimento chimico e di coca di Avdeevka da dove l'artiglieria ucraina bombardava i civili a Donetsk

 

ATTACCHI AEREI RUSSI HANNO DISTRUTTO L’ESERCITO UCRAINO NELLO STABILIMENTO CHIMICO E DI COCA-COLA DI AVDEEVKA. KIEV NON È RIUSCITA A NASCONDERE LA VERITÀ

Il 28 settembre, aerei russi hanno colpito le posizioni militari delle forze armate ucraine presso lo stabilimento chimico e di coca di Avdeevka (AKHZ) nella Repubblica popolare di Donetsk. L’esercito ucraino ha trasformato il grande impianto industriale in una fortezza militare, da dove le aree civili dell’agglomerato urbano di Donetsk venivano costantemente bombardate.

 Le riprese degli attacchi aerei sono state condivise da fonti della Milizia popolare della DPR. Secondo il rapporto ufficiale, “la manodopera ucraina è stata distrutta, così come i depositi di munizioni, di carburante e di lubrificanti sul territorio dell’impresa”.

A seguito degli attacchi, nella zona è scoppiato un grande incendio e nella regione si è visto per ore fumo nero.

 
La propaganda di Kiev ha tentato di assicurare al suo pubblico che l’attacco russo avrebbe preso di mira un’impresa civile e che non c’erano militari ucraini nell’area. Tuttavia, le notizie sono state supportate dal video del posto, che mostrava l’elmetto militare di un militare ucraino. Un’altra bugia di Kiev è stata immediatamente rivelata.

Nota: Alla propaganda di Kiev non crede più nessuno, salvo in Italia le reti RAI e Mediaset.

Fonte: South Front

Robert Kennedy Jr. rischia la morte candidandosi alla presidenza, potrebbe perpetuarsi la maledizione di famiglia


L’America ha bisogno di un cambio di regime… Robert Kennedy Jr. rischia la morte candidandosi alla presidenza

di Finian Cunningham

L’autore e scrittore John Rachel avverte in questa intervista che gli Stati Uniti devono subire un cambio di regime se vogliono avere qualche possibilità di ripristinare la propria democrazia.
Non solo per ripristinare la democrazia e una società dignitosa per la maggioranza della popolazione, ma anche per mantenere relazioni diplomatiche pacifiche ed evitare una guerra mondiale nucleare con Russia e Cina.

Questa urgente necessità di un cambio di regime negli Stati Uniti si sta sviluppando da decenni, come spiega John Rachel nel suo ultimo libro, “Electing a Kennedy Congress”.
La grande ironia è che l’establishment statunitense è impegnato da decenni in cambiamenti di regime illegali in tutto il mondo, sabotando innumerevoli altre nazioni e seminando caos e violenza. Il popolo degli Stati Uniti ha bisogno del proprio cambio di regime per liberarsi dello stato imperialista di sicurezza nazionale.

Il sistema politico statunitense è diventato endemicamente corrotto dal potente dominio aziendale sulla Casa Bianca e sul Congresso (e sui media). Sia il partito democratico che quello repubblicano sono diventati “il partito della guerra” i cui politici vengono comprati e venduti dal potere aziendale. Credere che una figura politica possa apportare il cambiamento necessario è un’aspirazione vana. Il cambiamento necessario deve essere sistemico e coinvolgere la mobilitazione di massa delle persone e una revisione radicale dei membri del Congresso e del futuro occupante della Casa Bianca. L’intera economia capitalista statunitense deve essere smilitarizzata. Ciò significa mettere in discussione l’essenza stessa della struttura di potere degli Stati Uniti.

 

E questo è ciò che rende il cambiamento democratico negli Stati Uniti così pericoloso e irto di difficoltà. La struttura del potere acquisito è determinata a prevalere su qualsiasi sfida… fino al punto di assassinare chiunque la minacci. È davvero una riflessione orribile sulla natura barbarica della politica e del potere degli Stati Uniti.

Robert Kennedy Jr. è solo il primo segno di ciò che è pienamente necessario, dice Rachel. Sostenere Kennedy potrebbe essere un modo per mobilitare le persone e affrontare la corruzione sistemica. Tuttavia, Rachel mette in guardia dalla costante trappola di una “svendita” come nel caso di personaggi precedenti come Bernie Sanders e Donald Trump. Prevenire una svendita richiede una massa critica di persone e un Congresso di nuovi membri che condividano anche la visione di una revisione radicale. La revisione deve essere incentrata sul soddisfacimento dei bisogni della gente comune e dei lavoratori (la maggioranza), come posti di lavoro dignitosi, istruzione, assistenza sanitaria e alloggi. Soddisfare tali bisogni è ciò che una democrazia dovrebbe fare, per definizione. Ma soddisfare tali bisogni è incompatibile con budget militari di trilioni di dollari e guerre senza fine. In breve, o è democrazia o imperialismo. Questa è la scelta dura.

In particolare, il complesso militare-industriale, la militarizzazione dell’economia capitalista statunitense e la sua politica estera devono essere radicalmente ribaltati.

Robert Kennedy Jr, che si candida a candidarsi alla Casa Bianca nelle elezioni del prossimo anno, sembra essere consapevole della profonda sfida richiesta per ripristinare la democrazia negli Stati Uniti.

Sessant’anni fa, anche suo zio ed ex presidente John F. Kennedy capì la necessità sistemica di smilitarizzare l’economia statunitense e di perseguire relazioni internazionali più pacifiche. JFK ne pagò il prezzo venendo assassinato dal Deep State americano nel 1963. I media aziendali denigrano questa verità su uno dei giorni più bui della storia moderna degli Stati Uniti definendola “pensiero cospirativo”.

Robert Kennedy Jr. è consapevole delle forze nefaste contro cui deve confrontarsi, così come molte persone. Senza dubbio sa che la sua sicurezza personale è a rischio nel sfidare la struttura di potere dello stato imperiale americano.

Ma, come sottolinea John Rachel, è inutile aspettarsi che il cambiamento necessario nel sistema statunitense venga raggiunto investendo le speranze in un solo individuo. Ciò che serve è una mobilitazione di massa dei cittadini statunitensi che chiedano un cambiamento radicale nella politica interna ed estera. Kennedy sta mettendo a rischio la sua vita, ma la posta in gioco è così alta e seria per la politica statunitense e la pace internazionale, che tutti i cittadini devono essere preparati allo stesso modo a scendere in strada e nelle loro comunità e a realizzare il cambiamento vitale. È una questione di persone contro il sistema.

Questo è ciò che richiede e appare il cambiamento di regime negli Stati Uniti. È a dir poco rivoluzionario. Dimenticatevi di curiosare in altre nazioni e di tenere conferenze sulla democrazia. Gli Stati Uniti ne hanno bisogno innanzitutto.

Fonte: Strategic Culture

Traduzione: Luciano Lago

la stagione turistica è andata male, le bollette elettriche aumentano del 18%, lo spread è a 200, i buoni del Tesoro al 5%, ma la politica si occupa d'altro

In 20 anni milioni di espatriati ma la questione salariale resta tabù

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-in_20_anni_milioni_di_espatriati_ma_la_questione_salariale_resta_tab/29785_51053/


Ieri l'Istat certificava che l'indice di fiducia delle imprese è ai minimi di novembre 2020 (periodo covid al massimo). Il sole 24 ore scriveva nei giorni scorsi che, diversamente da quanto si afferma, la stagione turistica è andata male mentre oggi scrive che le bollette elettriche aumentano del 18%. Lo spread è a 200, i buoni del Tesoro quasi al 5% con aggravio interessi sul debito e dunque sui conti pubblici. Ecco, se ci occupassimo di queste cose, invece di regalare privilegi alle minoranze delle società quotate e altre amenità, oppure di andare in tv dicendo che andiamo meglio di Germania e Francia, forse potremmo pensare alle cose serie. Intanto non si sa come stanno vivendo i milioni di ex percettori di Rdc ora soppressi, o gli esodati del Superbonus, o coloro i quali, scrissi giorni fa, non onorano i prestiti dati con garanzia statale nel periodo covid. Sempre ieri l'Istat certificava che la situazione corrente (indice di fiducia) delle famiglie italiane sta nettamente peggiorando. 15 giorni fa un noto economista, che voi stessi leggete, e che non cito, mi disse al telefono: il 2024 sarà terribile.

Spesso leggevo i report Migrantes della Caritas, immigrati ed emigrati. Nell'ultimo rapporto si legge: "Dal 2006 al 2022 la mobilità italiana è cresciuta dell'87% in generale, del 94,8% quella femminile, del 75,4% quella dei minori. In generale la presenza italiana in questi anni è passata da 3,1 milioni a oltre 5,8 milioni. La mobilità per la sola motivazione dell'espatrio è invece cresciuta, nel periodo in esame, del 44,6%.". Sono numeri e cifre impressionanti se si considera anche che non tutti decidono di registrarsi all'Aire. E quindi mi chiedo: possibile che chi comanda non si ponga il problema, che forse dopo 30 anni un aumento salariale anche parziale fosse necessario, visto che, nell'ultimo trentennio, sono addirittura calati del 3% con potere d'acquisto crollato? Per me era sbalorditivo che governi e patronato non si interrogassero, a lungo, sulle conseguenze del sistema paese capitalistico. E' non è da poco: mancano ingegneri, medici, infermieri, ricercatori, gli stessi camerieri e tantissimi figure, spesso di alta qualificazione. In un sistema capitalistico il fattore lavoro è decisivo ai fini di competitività, produttività totale dei fattori produttivi, salto tecnologico, in definitiva una crescita equilibrata, che in 20 anni, a parte gli ultimi due, non c'è stata. Solo la Caritas si poneva il problema, ecco sono credenti, aiutano chi è ai margini, soccorrono in un contesto in cui il welfare è stato smantellato. Ecco perchè parlo di guerra e non di lotta di classe del patronato, diversamente da quanto sostiene l'altro giorno il manager che ho pubblicato nella sua recensione al libro, pur definendomi "pittore della lotta di classe". Sarebbe ora che tutti ci ponessimo questo problema.

il segretario di Stato USA Antony Blinken alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies ha pronunciato un discorso pericolosissimo

 

Blinken: eccezionalismo USA, scontro fra grandi potenze, e guerra a oltranza in Ucraina

di Roberto Iannuzzi - 29/09/2023

https://www.ariannaeditrice.it/articoli/blinken-eccezionalismo-usa-scontro-fra-grandi-potenze-e-guerra-a-oltranza-in-ucraina

Blinken: eccezionalismo USA, scontro fra grandi potenze, e guerra a oltranza in Ucraina

Fonte: Roberto Iannuzzi

Col tramonto dell’egemonia unipolare americana, il manicheismo di Washington richiede un mondo diviso, e un conflitto armato di lunga durata che perpetui questa divisione.

“Ciò che stiamo vivendo oggi è ben più di una messa alla prova dell’ordine mondiale post-Guerra Fredda, è la sua fine”.
A pronunciare queste parole è stato il segretario di Stato USA Antony Blinken, in un discorso tenuto il 13 settembre alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies (SAIS), uno dei “templi” del pensiero strategico americano.
La SAIS fu fondata nel 1943 da Paul Nitze, considerato uno degli architetti della politica di difesa americana durante la Guerra Fredda. Nitze fu il principale autore dell’NSC 68, un documento del Consiglio per la Sicurezza Nazionale che pose le basi per la militarizzazione della Guerra Fredda dal 1950 in poi, con l’espansione del bilancio del Pentagono, lo sviluppo della bomba all’idrogeno e l’incremento degli aiuti militari agli alleati di Washington.
Settantatré anni dopo, Blinken ci pone di fronte alla prospettiva di una nuova, e forse più pericolosa, guerra fredda contro non una, ma due potenze nucleari: Russia e Cina.
Quella di Blinken non è una visione personale, ma riflette quanto già affermato nella Strategia di Sicurezza Nazionale formulata dall’amministrazione Biden nell’ottobre del 2022.

Una crisi senza cause apparenti
Di fronte alla platea della SAIS, Blinken ha decretato la fine dell’era unipolare americana, e l’inizio di una cupa fase di conflitto.
Secondo il segretario di Stato, la fine della Guerra Fredda aveva “portato con sé la promessa di una marcia inesorabile verso una maggiore pace e stabilità, cooperazione internazionale, interdipendenza economica, liberalizzazione politica, e diritti umani”.
Tuttavia, “decenni di relativa stabilità geopolitica hanno lasciato il posto a una crescente competizione con potenze autoritarie e revisioniste”.
Blinken non spiega come ciò sia accaduto, e non fa alcuna autocritica.
Trent’anni di globalizzazione all’insegna della deregolamentazione dei mercati, di ortodossia neoliberista che ha tagliato le tasse alle grandi imprese e favorito le classi più ricche, di delocalizzazione della produzione e conseguente deindustrializzazione che ha duramente colpito la classe lavoratrice, non vengono neanche marginalmente considerati nel discorso di Blinken.
La continua erosione dei salari, della produttività e della partecipazione della forza lavoro, l’aumento esponenziale delle disuguaglianze, la promozione di un’economia di consumo di massa fondata in ultima analisi sul crescente indebitamento degli USA, sono elementi che il segretario di Stato tralascia completamente.
Trent’anni di avventurismo militare, dall’Iraq, ai Balcani, all’Afghanistan, e di interventi diretti o indiretti in Libia, Siria, Yemen, hanno avuto un ruolo determinante nel delegittimare lo status di potenza egemone, e di “leader del mondo libero”, che gli Stati Uniti si attribuivano.
Blinken non fa alcuna menzione di questi fattori che hanno contribuito ad accelerare il tramonto della supremazia unipolare americana.
La sua spiegazione è molto più semplice: “Una manciata di governi che hanno utilizzato sussidi al di fuori delle regole, proprietà intellettuale trafugata, ed altre pratiche distorsive del mercato per ottenere un vantaggio sleale in settori chiave” sono citati fra i responsabili della progressiva perdita di fiducia nell’ordine economico internazionale.
Altri elementi vengono citati da Blinken – le trasformazioni tecnologiche, le disuguaglianze – ma senza in alcun modo indagarne le cause. Si ha la sensazione che si tratti di eventi ineluttabili che è superfluo approfondire.

La “minaccia delle autocrazie”
Per il segretario di Stato americano, le democrazie “sono minacciate” – non dalle scelte compiute dalle élite politiche che le hanno governate in questi decenni, dalla corruzione del processo democratico, e dalla progressiva limitazione dei diritti sotto la spinta di continue ‘emergenze’ terroristiche, economiche, e di altra natura – ma da leader “che sfruttano risentimenti e alimentano paure, erodono magistrature e media indipendenti, arricchiscono reti clientelari, reprimono la società civile e l’opposizione politica”.
Inoltre le democrazie sono minacciate dall’esterno “da autocrati che diffondono disinformazione, usano la corruzione come arma, interferiscono nelle elezioni”.
Fra questi attori, Blinken individua immediatamente i due principali responsabili:
“La guerra di aggressione della Russia in Ucraina rappresenta la minaccia più immediata e più acuta all’ordine internazionale sancito dalla Carta delle Nazioni Unite e dai suoi principi fondamentali di sovranità, integrità territoriale e indipendenza per le nazioni, e diritti umani universali e indivisibili per gli individui”.
“Nel frattempo, la Repubblica popolare cinese rappresenta la più significativa sfida a lungo termine perché non solo aspira a rimodellare l’ordine internazionale, ma sempre più dispone del potere economico, diplomatico, militare e tecnologico per far proprio questo”.
Il 2 aprile 1917, il presidente Woodrow Wilson si rivolse a una sessione congiunta del Congresso americano per chiedere una dichiarazione di guerra contro la Germania, allo scopo di “rendere il mondo sicuro per la democrazia” (secondo quello che in realtà era uno slogan creato da Edward Bernays, esperto di marketing e nipote di Freud, considerato il padre delle “pubbliche relazioni”, e uno degli ideatori della propaganda americana durante il primo conflitto mondiale).
Blinken capovolge lo slogan di Wilson e Bernays, affermando che “Pechino e Mosca stanno lavorando insieme per rendere il mondo sicuro per l’autocrazia attraverso la loro ‘partnership senza limiti’”.
“Ci troviamo quindi in quello che il presidente Biden chiama un punto di svolta. Un’era sta finendo, ne sta iniziando una nuova, e le decisioni che prendiamo ora plasmeranno il futuro per decenni a venire”.

La missione “eccezionale” degli USA
Nella visione manichea del segretario di Stato USA, di fronte a questa sfida non vi è altra strada che quella della contrapposizione.
Non avendo compiuto alcuna analisi sulle ragioni della crisi americana, Blinken non ha difficoltà ad affermare che in questa sfida gli Stati Uniti partono da una “posizione di forza”.
Aderendo pienamente ai principi dell’eccezionalismo USA, egli afferma che “abbiamo dimostrato più e più volte che quando l’America si unisce, possiamo fare qualsiasi cosa”,  e che “nessuna nazione sulla Terra ha una maggiore capacità di mobilitare le altre per una causa comune”.
Tale causa consiste nella promozione di un mondo capitalistico idealizzato:
“Un mondo in cui gli individui sono liberi nella vita quotidiana e possono plasmare il proprio futuro, le proprie comunità, i propri paesi”.
“Un mondo in cui ogni nazione può scegliere la propria strada e i propri partner”.
“Un mondo in cui beni, idee, e individui possono circolare liberamente e legalmente per terra, mare, cielo, e cyberspazio, dove la tecnologia viene utilizzata per conferire potere alle persone, non per dividerle, sorvegliarle e reprimerle”.
“Un mondo in cui l’economia globale è definita da concorrenza leale, apertura, trasparenza, e dove la prosperità non si misura solo secondo il livello di crescita delle economie dei paesi, ma secondo il numero di persone che beneficiano di tale crescita”.
“Un mondo che genera una corsa verso l’alto negli standard lavorativi e ambientali, nella sanità, nell’istruzione, nelle infrastrutture, nella tecnologia, nella sicurezza e nelle opportunità”.
“Un mondo in cui il diritto internazionale e i principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite siano osservati, e in cui i diritti umani universali siano rispettati”.
Che le politiche americane in questi decenni abbiano perseguito e raggiunto obiettivi spesso opposti alla visione idilliaca prospettata da Blinken non è questione che il segretario di Stato ha ritenuto utile affrontare nel suo discorso.
In questa visione in bianco e nero, gli avversari di Washington hanno naturalmente concezioni totalmente contrapposte:
“Essi vedono un mondo definito da un unico imperativo: preservazione e arricchimento del regime. Un mondo in cui gli autoritari sono liberi di controllare, costringere e schiacciare la propria gente, i propri vicini, e chiunque altro ostacoli questo obiettivo totalizzante”.
La visione americana ha valore universale. Chi la contraddice, contraddice principi assoluti:
“I nostri competitori affermano che l’ordine esistente è un’imposizione occidentale, quando in realtà le norme e i valori che lo definiscono hanno un’aspirazione universale – e sono sanciti dal diritto internazionale a cui essi hanno aderito. Costoro affermano che ciò che i governi fanno all’interno dei propri confini è di loro esclusiva competenza, e che i diritti umani sono valori soggettivi che variano da una società all’altra. Essi ritengono che i grandi paesi abbiano diritto a sfere di influenza – che il potere e la vicinanza diano loro la prerogativa di dettare le proprie scelte agli altri”.

Riaffermare il primato di Washington
Una volta appurato che sostanzialmente non vi è dialogo né mediazione possibile con gli avversari dell’America, Blinken passa ad enunciare il piano volto a far prevalere gli Stati Uniti in questa nuova competizione fra grandi potenze.
Nel far ciò, egli elabora ulteriormente i principi enunciati da due suoi colleghi all’interno dell’amministrazione Biden, il segretario al Tesoro Janet Yellen, e il Consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan.
La prima aveva parlato di una forma attenuata di “disaccoppiamento” dalla Cina denominata “de-risking”, ovvero la riduzione dei rischi derivanti da una sovraesposizione delle catene di fornitura occidentali alla Cina.
Il secondo aveva per la prima volta messo in discussione alcuni dogmi neoliberisti del “Washington Consensus”, puntando a “rinnovare la leadership economica americana” attraverso l’introduzione di dazi e sussidi, ed altre misure di politiche industriale (senza tuttavia accennare ad alcuna politica sociale minimamente in grado di affrontare lo squilibrio fra capitale e lavoro in patria).
Partendo da queste basi, Blinken enuncia una strategia volta in primo luogo a rafforzare gli USA al proprio interno, attraverso le già citate misure di protezionismo e politica industriale, a cui affiancare provvedimenti finalizzati al reshoring (ritorno in patria della produzione manifatturiera) e friend-shoring (ridefinizione delle catene di fornitura in modo da riportarle nell’alveo delle alleanze americane).
A questa politica di rafforzamento interno è inscindibilmente legata una strategia di consolidamento delle alleanze all’estero (in primo luogo con gli amici storici di Washington in Europa e nel Pacifico), e di tessitura di nuovi legami con i paesi del Sud del mondo, per sottrarli all’influenza russo-cinese, ed assicurarsi le materie prime necessarie a garantire le catene di fornitura occidentali, la transizione energetica, e gli altri traguardi tecnologici della cosiddetta “quarta rivoluzione industriale”.

Strategia “a geometria variabile”
In questo quadro di rafforzamento delle alleanze, secondo Blinken gli USA devono puntare in primo luogo a rinvigorire la NATO (operazione nella quale il conflitto ucraino gioca un ruolo chiave), il G7 (da egli definito “il comitato direttivo delle democrazie più avanzate al mondo”), e l’UE, oltre a rinsaldare alcune alleanze bilaterali – in particolare con Giappone, Corea del Sud, Israele, Australia, Filippine, India, Vietnam.
In tale sforzo, gli USA devono basarsi su una diplomazia “a geometria variabile” che, nelle parole di Blinken, può essere riassunta così: “per ogni problema, stiamo mettendo insieme una coalizione adatta allo scopo”.
Per il segretario di Stato, più di 50 paesi stanno cooperando per sostenere la difesa dell’Ucraina e costruire un esercito ucraino sufficientemente forte da scoraggiare futuri attacchi.
“Abbiamo coordinato il G7, l’Unione Europea e decine di altri paesi per sostenere l’economia dell’Ucraina e ricostruire la sua rete energetica, più della metà della quale è stata distrutta dalla Russia”.
“Nel frattempo, i paesi europei, il Canada, e altri, si sono uniti ai nostri alleati e partner in Asia per affinare i loro strumenti volti a contrastare la coercizione economica della Repubblica popolare cinese. E gli alleati e i partner degli Stati Uniti in ogni regione stanno lavorando urgentemente per costruire catene di fornitura resilienti, in particolare riguardo alle tecnologie chiave ed ai materiali cruciali per realizzarle”.
Cardine di questa diplomazia a geometria variabile sono i cosiddetti “minilaterals”, accordi “minilaterali” che riuniscono pochi paesi per perseguire obiettivi limitati.
Molti di questi accordi sono in realtà intesi come strumenti che, pur operando distintamente, sono volti nel loro insieme a contenere la Cina, nell’impossibilità di costruire un unico fronte anticinese esteso.
Fra essi spiccano l’AUKUS (patto di sicurezza fra USA, Regno Unito ed Australia volto a far acquisire a quest’ultima sottomarini nucleari), il Quad (partnership diplomatica e militare fra Australia, India, Giappone e USA), e la recente intesa trilaterale fra USA, Corea del Sud e Giappone.
A questi mini-accordi si affiancano partnership più estese come la Partnership of Global Infrastructure and Investment (PGII), il Lobito Corridor in Africa, e l’IMEC, corridoio economico fra India, Medio Oriente ed Europa recentemente lanciato da Wahington al G20.
Tali collaborazioni hanno l’aspirazione di contrastare la Belt and Road Initiative (BRI) cinese, pur non avendone la portata né un equiparabile volume di finanziamenti.
La guerra ucraina come “cardine” del nuovo scontro mondiale
Cerniera essenziale di questa nuova “guerra fredda”, che (sebbene in maniera ancora confusa) vede l’emergere di un’inedita contrapposizione fra blocchi, è il conflitto ucraino.
Nelle già citate parole di Blinken, “la guerra di aggressione della Russia in Ucraina rappresenta la minaccia più immediata e acuta all’ordine internazionale sancito dalla Carta delle Nazioni Unite”.
Egli sottolinea il valore “globale” di tale conflitto, affermando che “l’invasione della Russia ha messo in chiaro che un attacco all’ordine internazionale danneggerà i popoli ovunque”.
E, per certi versi, egli riconosce che, senza questa guerra, gli USA non sarebbero stati in grado di mobilitare i propri alleati nella nuova competizione fra grandi potenze: “Abbiamo sfruttato questa presa di coscienza per riunire i nostri alleati transatlantici e dell’Indo-Pacifico nella difesa della nostra sicurezza, prosperità e libertà condivise”.
Secondo la narrazione di Blinken, “la guerra di Putin continua ad essere un fallimento strategico per la Russia”, anche grazie “al notevole coraggio e alla resilienza del popolo ucraino, e al nostro sostegno”.

La guerra ucraina ha dunque assunto un valore cruciale nella nuova narrazione di Washington.
Avendo l’amministrazione Biden annunciato un inedito scontro globale fra l’Occidente e le potenze “autocratiche e revisioniste” di Russia e Cina, una sconfitta in Ucraina rappresenterebbe un colpo durissimo per la traballante reputazione degli Stati Uniti in questa sfida appena lanciata.
Come ho scritto in un recente articolo,
gli USA hanno a tal punto investito la loro credibilità in questo conflitto, lasciandosi coinvolgere militarmente oltre ogni ragionevole cautela, che un’eventuale vittoria della Russia in Ucraina sarà devastante per il prestigio di Washington e per la coesione del fronte occidentale e della NATO.

Irruzione della realtà
Tuttavia, in Ucraina sono proprio gli eventi sul terreno a non evolvere come Washington si augurava. Pur rifiutando ogni soluzione negoziale, la Casa Bianca non ha una chiara visione di come portare avanti il conflitto.
La controffensiva ucraina estiva ha ottenuto conquiste territoriali minime a fronte di enormi perdite in termini di uomini e mezzi, in massima parte infrangendosi contro l’impressionante sistema di strutture difensive costruito da Mosca.
Se Kiev è ormai drammaticamente a corto di nuove reclute da mandare al fronte, i paesi occidentali che sostengono l’Ucraina stanno seriamente intaccando i propri arsenali, mentre i ritmi di produzione della loro industria bellica non sono al momento in grado di competere con quella russa.
Di fronte a questa realtà, i diversi esponenti dell’amministrazione Biden, da Blinken allo stesso presidente e ad altri, continuano a ripetere il medesimo vago ritornello: gli USA appoggeranno l’Ucraina “per tutto il tempo necessario”.
Dietro l’ostentata sicurezza, vi è tuttavia la crescente (seppur tardiva) presa di coscienza che le tattiche fin qui adottate non hanno funzionato, e che è necessario un cambio di strategia.
La carenza di proiettili di artiglieria e di altri tipi di munizionamento, così come la penuria di uomini, impediranno nei prossimi mesi un’offensiva su vasta scala come quella tentata quest’estate.
Le limitate disponibilità degli arsenali occidentali, e una serie di appuntamenti elettorali che culmineranno con le presidenziali americane del novembre 2024, probabilmente ridimensioneranno il flusso di aiuti militari occidentali diretti a Kiev.
Necessariamente si tornerà ad una guerra di logoramento, nella quale gli ucraini saranno costretti più a difendersi che ad attaccare. Gli strateghi americani stanno già estendendo l’orizzonte temporale del conflitto nelle loro previsioni.
Impasse strategica e rischi di escalation
Allo stesso tempo, l’attenzione dei vertici militari occidentali si sta spostando sugli attacchi con missili a lungo raggio, come gli Storm Shadow britannici, in grado di colpire le retrovie russe e scompaginare le linee di rifornimento di Mosca.
Ciò sta già avvenendo in Crimea. Simili attacchi, tuttavia, non solo vengono effettuati con armi NATO, ma con supporto logistico e di intelligence occidentale, segnando un ulteriore grado di coinvolgimento degli USA e dei loro alleati nel conflitto.
Come ha scritto Hal Brands, docente presso la stessa SAIS dove Blinken ha pronunciato il suo recente discorso, un’intensificazione degli attacchi a lungo raggio, accompagnata dalla prospettiva di una guerra a più lungo termine, comporta l’accettazione di maggiori rischi di escalation.
Tale cambio di strategia, peraltro, molto difficilmente muterà le sorti dello scontro armato. Dopo il fallimento dell’offensiva di quest’estate, Kiev vede crollare le possibilità di riconquistare i territori perduti e si avvia verso una lunga guerra difensiva, che continuerà a prosciugare le sue risorse.
Gli attacchi in profondità in Crimea e in territorio russo, a prescindere dal rischio di escalation che comportano, non altereranno in maniera significativa l’andamento di un conflitto che sta volgendo al peggio per l’Ucraina.
La guerra a oltranza che Washington vuole sostenere nel paese porterà nuove tragedie e un fardello sempre più insostenibile per Kiev, ulteriori rischi di estensione del conflitto, e un progressivo deterioramento del clima internazionale, senza tirar fuori gli USA dal vicolo cieco strategico in cui si sono cacciati.