Benvenuti nel Blog di Claudio Martinotti Doria, blogger dal 1996


"Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam", motto dell'Ordine dei Cavalieri Templari, Pauperes commilitones Christi templique Salomonis

"Ciò che insegui ti sfugge, ciò cui sfuggi ti insegue" (aneddotica orientale, paragonabile alla nostra "chi ha pane non ha denti e chi ha denti non ha pane")

"Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell'Occidente è che perdono la salute per fare soldi. E poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere nè il presente nè il futuro. Sono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto."
(Dalai Lama)

"A l'è mei mangè pan e siuli, putòst che vendsi a quaicadun" (Primo Doria, detto "il Principe")

"Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci." Mahatma Gandhi

L'Italia non è una nazione ma un continente in miniatura con una straordinaria biodiversità e pluralità antropologica (Claudio Martinotti Doria)

Il proprio punto di vista, spesso è una visuale parziale e sfocata di un pertugio che da su un vicolo dove girano una fiction ... Molti credono sia la realtà ed i più motivati si mettono pure ad insegnare qualche tecnica per meglio osservare dal pertugio (Claudio Martinotti Doria)

Lo scopo primario della vita è semplicemente di sperimentare l'amore in tutte le sue molteplici modalità di manifestazione e di evolverci spiritualmente come individui e collettivamente (È “l'Amor che move il sole e le altre stelle”, scriveva Dante Alighieri, "un'unica Forza unisce infiniti mondi e li rende vivi", scriveva Giordano Bruno. )

La leadership politica occidentale è talmente poco dotata intellettualmente, culturalmente e spiritualmente, priva di qualsiasi perspicacia e lungimiranza, che finirà per portarci alla rovina, ponendo fine alla nostra civiltà. Claudio Martinotti Doria

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Patriă Montisferrati

Patriă Montisferrati
Cliccando sullo stemma del Monferrato potrete seguire su Casale News la rubrica di Storia Locale "Patriă Montisferrati", curata da Claudio Martinotti Doria in collaborazione con Manfredi Lanza, discendente aleramico del marchesi del Vasto - Busca - Lancia, principi di Trabia

Come valorizzare il Monferrato Storico

La Storia, così come il territorio e le sue genti che l’hanno vissuta e ne sono spesso ignoti ed anonimi protagonisti, meritano il massimo rispetto, occorre pertanto accostarsi ad essa con umiltà e desiderio di apprendere e servire. In questo caso si tratta di servire il Monferrato, come priorità rispetto a qualsiasi altra istanza (personale o di campanile), riconoscendo il valore di chi ci ha preceduti e di coloro che hanno contribuito a valorizzarlo, coinvolgendo senza preclusioni tutte le comunità insediate sul territorio del Monferrato Storico, affinché ognuna faccia la sua parte con una visione d’insieme ed un’unica coesa identità storico-culturale condivisa. Se ci si limita a piccole porzioni del Monferrato, per quanto significative, si è perdenti e dispersivi in partenza.

Sarà un percorso lungo e lento ma è l’unico percorribile se si vuole agire veramente per favorire il Monferrato Storico e proporlo con successo come un’unica entità territoriale turistico culturale ed economica …

Il drago imperiale ha varato un piano quinquennale che ci renderà schiavi che lotteranno per la sopravvivenza ...

 

Personalmente non posso che ribadire quanto asserito ormai da parecchi anni, che l'Italia avrebbe dovuto distaccarsi dall'UE e recuperare tutta la sovranità e l'autonomia possibile valorizzando le proprie potenzialità senza continuare a subire ricatti, pressioni e vessazioni. Ma essendo il nostro paese una colonia anglosassone e vassallo dell'UE governato da loro delegati, tale opzione non poteva neppure essere presa in considerazione. I risultati si vedono e si vedranno ancor più nei prossimi anni. Il Regno Unito che si è staccato dall'UE, a causa del quale tutti gli economisti e media mainstream prevedevano sciagure e fallimenti a catena, ha avuto una crescita del 7,5% del PIL (manco i cinesi ci sono riusciti), ma si sa che il nostro paese non solo ha la memoria corta ma ha un sistema mediatico che falsa, omette e censura spudoratamente i fatti continuando a raccontare una realtà che non esiste, e la grave ignoranza e disimpegno civico degli italiani li favorisce, impedendo loro di capire come stanno veramente le cose. Claudio

 Atlantico Quotidiano

Un Piano Quinquennale di matrice ideologica: la via della schiavitù (individuale e nazionale)

Federico Punzi di Federico Punzi, in Politica, Quotidiano, del

Troppe aspettative sono state riposte in Mario Draghi alla nascita del suo governo e ora di troppe aspettative si sta caricando il Recovery Fund, o Next Generation Eu, il programma di fondi europei a cui dovremmo accedere tramite il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) presentato dal premier e approvato ieri dalle Camere per essere trasmesso entro fine settimana a Bruxelles. Grandi aspettative anche nei partiti del centrodestra – non solo quelli che comprensibilmente hanno preferito entrare nel Governo Draghi, sperando di avere qualche voce in capitolo nella gestione dei fondi in arrivo.

Primo problema. In arrivo? Già, perché il fondamentale processo di ratifica da parte dei parlamenti nazionali della decisione sulle risorse proprie del bilancio Ue è ancora impantanato. Sbloccato in Germania dalla Corte di Karlsruhe, altrove è ancora in sospeso: il Parlamento olandese se la prende molto comoda e il Parlamento finlandese ha deciso proprio ieri che servirà una maggioranza di 2/3. Ma lasciamo per un attimo da parte il problema del se e del quando queste risorse arriveranno, di cui su Atlantico Quotidiano ci siamo più volte occupati con gli articoli di Musso.

Entriamo nel merito. Si tratta davvero di un’operazione decisiva per il rilancio economico del nostro Paese, in grado di arrestarne il declino? Si tratta, a nostro parere, di un’operazione di stampo politico ed ideologico. Essenzialmente, serve più all’Unione europea che al rilancio della nostra economia duramente colpita dalla pandemia.

Perché del Recovery Fund bisogna innanzitutto comprendere questo: non c’entra nulla con la crisi economica provocata dal Covid e dai lockdown. E lo dimostrano tre dati: l’entità modesta delle risorse; la tempistica troppo diluita e le modalità farraginose di erogazione; i settori e i soggetti economici beneficiari.

A seconda delle stime, il trasferimento netto a nostro favore – al netto cioè dei prestiti, che dovremo restituire, e della maggiore contribuzione che ci verrà richiesta – ammonterebbe a 30-40 miliardi in 5-6 anni. Quello che ci verrebbe concesso, in pratica, è di tornare ad essere beneficiari netti del bilancio Ue per una manciata di miliardi l’anno. Una bella somma, ma nulla per cui possa essere davvero in gioco il “destino del Paese”. Tanto che il governo stima in 3,6 punti percentuali di Pil nel 2026, quindi a conclusione dei 6 anni, l’impatto del piano. In pratica, ci sta dicendo che il contributo del Pnrr al Pil che avremo nel 2026 sarà nell’ordine di 70-80 miliardi su 249 investiti. Anche se questa stima si rivelasse realistica e non troppo ottimistica, sarebbe ben poca cosa, considerando che veniamo da una perdita di Pil del 9 per cento nel 2020 e che un deciso rimbalzo è nell’ordine delle cose.

Se si fosse trattato di un bazooka anti-crisi, tempi e modalità di erogazione sarebbero stati più spediti, come avvenuto negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Per sostenere le attività economiche messe in ginocchio dal Covid i fondi servivano ieri, servono oggi, mentre forse riceveremo i primi miliardi a settembre, il che significherebbe riuscire a spenderli nel 2022 e vederne i primi effetti nel 2022-23 (sempre che nel frattempo non venga chiuso o ridotto il programma di acquisti pandemico di Bce, allora sarebbero guai comunque).

Ma in realtà lo scopo del piano non è sostenere i settori e i singoli soggetti economici più colpiti dalla crisi, per aiutarli a riprendersi più di quanto non siamo riusciti a fare con i parzialissimi “ristori” a livello nazionale. Non si tratta di un bazooka anti-crisi per la logica stessa del programma, che non prevede indennizzi, misure di sospensione e riduzione orizzontale delle tasse, ma investimenti pubblici.

La “ripresa e resilienza” dal Covid è solo il pretesto per una duplice operazione dirigistica ideologicamente motivata: da una parte, accrescere il potere di intermediazione della spesa pubblica da parte dell’Unione europea; dall’altra, come dimostrano le priorità – green e digitale – avanzare un’agenda di riconversione forzata dell’economia e della società. Un’agenda che era ampiamente preesistente al Covid.

Le ‘condizionalità’ sono pesantissime, per questo già dal luglio 2020 qui su Atlantico Quotidiano l’abbiamo ribattezzato Recovery-Mes. Essendo ormai il Mes diventato radioattivo, politicamente impraticabile, anche nella sua versione “sanitaria”, hanno pensato bene di corredare il Recovery Fund di condizioni e “freni d’emergenza” persino più stringenti. I vincoli sono di due tipologie: un vincolo di destinazione d’uso dei fondi, che si potranno utilizzare per investimenti ideologicamente orientati (green e digitale), non certo per tagliare le tasse; e un vincolo politico, l’attuazione di un piano di riforme che di fatto ricalca le raccomandazioni della Commissione europea. L’erogazione dei fondi avverrà a pacchetti, dietro valutazione costante da parte di Bruxelles sul rispetto delle condizioni, per non parlare del meccanismo di “alert” che ciascun Paese può attivare per sospendere i pagamenti verso un altro Paese nel caso ritenga non rispettati gli impegni.

Quindi, a fronte di un trasferimento netto all’Italia di 30-40 miliardi, la Commissione europea intermedia spesa pubblica, cioè decide come, con quali finalità (green e digitale), dobbiamo spendere risorse per oltre 200 miliardi. Di fatto la nostra politica economica viene commissariata per almeno una legislatura (si potrà solo “spendere” e solo in determinati capitoli), dal momento che i prossimi governi potranno vedersi sospesa l’erogazione dei fondi, con evidenti contraccolpi politici interni, se devieranno dal programma di investimenti e di riforme concordato.

Ma non è detto che questi vincoli corrispondano alla ricetta di politica economica di cui il nostro Paese avrebbe bisogno. È vero, nemmeno il ricorso all’indebitamento sui mercati, anche se oggi a tassi molto convenienti, sarebbe stato un pasto gratis, ma l’unico vincolo sarebbe stato quello di una prospettiva realistica di crescita, da declinare secondo le caratteristiche della nostra economia e diverse opzioni di politica economica: per esempio, se proprio dobbiamo indebitarci, perché non tagliando le tasse a famiglie e imprese anziché adottare una politica keynesiana? E perché non un mix equilibrato?

Va da sé che nel piano ci sono molte cose utili che sarebbe comunque bene realizzare a prescindere, ma non tutte. Alcune sono inutili e altre persino dannose.

Il governo centrale e gli enti locali dovrebbero preoccuparsi di rendere più efficiente la macchina pubblica per cittadini e imprese. Semplificare e digitalizzare la pubblica amministrazione, velocizzare il sistema giudiziario, infrastrutture per la mobilità e la connessione in rete, servizi alle famiglie come asili nido, contribuirebbero alla crescita della produttività del nostro sistema economico.

Per ora, purtroppo, di questa riforma della pubblica amministrazione vediamo solo infornate di assunzioni. Il settore pubblico si è auto-concesso un molto rapido ritorno alla “normalità”, la “vecchia normalità”, mentre le attività economiche sono ancora limitate e veniamo “minacciati” quotidianamente con la prospettiva di una “nuova normalità”.

Su tutto il resto, invece, lo Stato dovrebbe astenersi dall’investire risorse “nostre”, pretendendo di saperlo fare in modo più oculato, oggi si dice “innovativo”, di famiglie e imprese. Non è servito un incentivo statale per cominciare ad usare le email al posto del fax, o Google Maps al posto di Tuttocittà. Allo stesso modo, oggi, se converrà davvero ci sarà chi si preoccuperà di installare 20 mila punti di ricarica per le auto elettriche. E serve davvero un’azienda di software pubblica per il “cloud di stato”?

La grande impostura in questo piano è che il “tecnico” Draghi presenta le sue scelte e quelle dei ministri “tecnici” come se fossero neutre e neutralizzanti la dialettica politica, dando per scontato che corrispondano all’interesse generale, al di sopra degli interessi e degli egoismi di parte, più volte infatti stigmatizzati, quando invece sono inevitabilmente scelte tra diverse opzioni politiche, a cominciare da una impostazione fortemente keynesiana, che punta tutto su investimenti pubblici anziché sul taglio delle tasse, per proseguire con le “transizioni”, ecologica e digitale, il Sud, le donne e i giovani (non suona un po’ discriminatorio nei confronti degli uomini over 35 che lavorano al Centro-Nord?).

Il rischio politico che intravediamo è doppio. Primo, si sta dicendo da mesi agli italiani che saremo letteralmente inondati di soldi da spendere, ma non che ci siamo impegnati, fino al 2058, a restituire interamente i 2/3 dei fondi ricevuti in forma di prestiti e in gran misura il terzo restante ricevuto in forma di sussidi partecipando con una maggiore contribuzione al bilancio Ue. Il Recovery Fund non è solo soldi da spendere, ma anche e soprattutto somme da versare, condizioni da soddisfare, riforme da attuare e nuove tasse da riscuotere – a livello europeo (plastic tax, digital tax, carbon tax…) e nazionale (riforma del catasto, taglio delle agevolazioni fiscali e delle aliquote Iva ridotte). Si vuole garantire ai giovani una casa aumentando i valori catastali, facendo della casa un bene di lusso? O forse l’idea “innovativa” è una casa popolare per tutti?

Secondo: sebbene, come sottolineano alcuni Stati membri, si tratti di una operazione una tantum, rappresenta in ogni caso un precedente, che altri Stati membri vorranno ripetere alla successiva crisi e che già oggi non fanno mistero di voler trasformare in strumento ordinario. Il rischio è che si proceda verso una progressiva omogeneizzazione fiscale, auspicata da molti, con livellamento verso l’alto di tasse e spesa pubblica e, in prospettiva, l’impossibilità pratica, prima che teorica, per i Paesi Ue di competere tra di loro abbassando i livelli di tassazione e regolazione. Uno scenario da “inferno fiscale” da cui sarebbe molto difficile tornare indietro.

Il primo beneficiario di questo vero e proprio piano quinquennale è l’Unione europea: si riafferma il principio, valido almeno dal 2011, che l’Italia può spendere e investire solo quando e dove dice Bruxelles. Se a Bruxelles si decide quando e dove, se Bruxelles ci gira il denaro per farlo, allora sarà Bruxelles a decidere le tasse che dovremo riscuotere per rientrare dal debito contratto. La sede delle decisioni su come allocare le risorse pubbliche si allontana sempre più dai cittadini, dalla già lontana Roma verso la ancor più distante Bruxelles. E al crescere della distanza, si riduce l’accountability.

Le similitudini con i piani quinquennali sovietici non sono trascurabili. Si tratta di un piano imposto e diretto dall’alto. Scritto e attuato dai soviet nazionali, i governi, nel rispetto delle linee guida elaborate dal Soviet Supremo a Bruxelles. Gli investimenti saranno in gran parte gestiti da entità statali: direttamente dal centro, attraverso cabine di regia e burocrazie ministeriali, o in periferia dagli enti locali. Le imprese che ne beneficeranno maggiormente saranno per lo più quelle partecipate dallo Stato o quelle più attrezzate, per dimensioni e relazioni, a ricevere grandi commesse statali. Il piano sembra cucito su misura per le grandi imprese a controllo pubblico, non certo per il tessuto produttivo del Nord Italia, fatto di piccole e medie imprese (e rappresentato dalla Lega), che qualche euro lo vedrà calare al massimo come indotto.

Ogni sincero liberale dovrebbe avere orrore di una pianificazione economica come strumento di potere al servizio di un progetto politico (l’integrazione europea) e di una operazione di ingegneria sociale, culturale e climatica (la “transizione” green).

I “Veri Liberali”, che sostengono il Governo Draghi e questo enorme piano di intermediazione della spesa pubblica, lo fanno solo in quanto lo vedono funzionale al rafforzamento del “vincolo esterno” e al progetto di una “Unione sempre più stretta”. Dovrebbero esserne avvertiti per primi i partiti euroscettici: con questo piano essenzialmente l’Ue vincola le future maggioranze parlamentari e compra consenso. Se lo fanno i governi votati dagli italiani, apriti cielo! Clientelismo della peggior specie. Se lo fa Bruxelles è l’occasione da non sprecare per il nostro futuro. Un futuro di schiavitù.

La “via della schiavitù” da cui oggi dobbiamo guardarci non è solo quella, più evidente eppure da molti sottovalutata, delle restrizioni delle libertà fondamentali motivate con l’emergenza Covid, ma anche quella nascosta e subdola della sussidiarizzazione della nostra economia, della dipendenza di un numero sempre maggiore di imprese e cittadini dalla commessa, dallo stipendio o dall’obolo statale.

Ma appunto, ai nostri “Veri Liberali” questo non importa. In nome di una ideologia europeista sempre più totalizzante, sono pronti a mettere in secondo piano i principi liberali, come la sinistra si è messa sotto le scarpe la tutela dei lavoratori.

 

Un'infermiera che lavora in reparti COVID da oltre un anno rivela le menzogne e il cinismo criminale del sistema politico sanitario

 

Le sconvolgenti Dichiarazioni di un’Infermiera di un reparto di Terapia intensiva Covid

di Marcello Pamio

Ho avuto la possibilità di conoscere e intervistare Maria Maddalena, un’infermiera che lavora in un reparto di Terapia intensiva Covid. Il nome ovviamente è inventato per mantenere la privacy, ma le cose che afferma sono importanti e decisamente inquietanti.

D) Grazie Maria per aver accettato l’intervista, soprattutto perché sta rischiando molto. Cosa vuol dire personalmente e professionalmente lavorare in un reparto covid?

R) Dal punto di vista infermieristico lavorare in un reparto Covid significa prendersi cura in toto di una persona gravemente ammalata e dalle funzioni vitali compromesse, quindi cura dell’igiene, della postura e della sicurezza della persona, prevenzione delle lesioni da pressione, posizionamento e gestione presidi quali sondini nasogastrici, cateteri vescicali, sonde rettali, cateteri venosi periferici, collaborazione con il medico nell’esecuzione di esami strumentali anche invasivi, esecuzione prelievi per esami ematochimici, monitoraggio continuo parametri vitali, manovre rianimatorie, comunicazione e conforto al paziente quando questi è cosciente, sostegno nelle sue funzioni vitali giornaliere quali alimentazione ed eliminazione, agevolando i suoi contatti con i familiari attraverso presidi elettronici (telefono, tablet). Il tutto in aperta collaborazione tra le varie figure che compongono il team professionale (Oss, infermieri, medici, tecnici…)

Tutto il lavoro viene svolto in un reparto praticamente sigillato, in un contesto che vorrebbe essere di massima sicurezza per l’operatore, il che significa percorsi differenziati sporchi/puliti che però per questioni di logistica e di ottimizzazione delle risorse non sempre vengono rispettati, e questo accade spesso in molti altri reparti ospedalieri, dove si vogliono ottenere risultati altissimi nonostante la logistica estremamente carente…

Dal punto di vista psicologico, lavorare in un reparto Covid è molto pesante per l’impatto emotivo con queste persone che faticano a respirare. A queste persone manca l’aria, che è quanto di più prezioso e necessario abbiamo. Possiamo stare senza mangiare e senza bere per ore o giorni, senza respirare nemmeno cinque minuti. La paura della morte si legge nei loro occhi, ed è devastante per chi è vicino non riuscire a volte a fare abbastanza perché questo non accada. Vedere talora che tutto quello che viene fatto è inutile ed assistere all’agonia ed alla morte di questi pazienti è psicologicamente devastante, soprattutto perché, andando a verificare le anamnesi della maggior parte di queste persone, si nota che la situazione si è deteriorata ancora quando erano a casa, in vigile attesa con tachipirina e poco altro.

Personalmente sono a conoscenza da molti mesi dell’esistenza di terapie alternative domiciliari che praticamente nel 100% dei casi portano a guarigione praticamente senza ospedalizzazione. La cosa devastante è che dirigenti regionali e sanitari sono a conoscenza di questo da marzo 2020, e nonostante gli ottimi risultati hanno avallato il blocco di queste terapie, blocco che ricordiamo era stato disposto da Oms sulla base di uno studio pubblicato sulla rivista Lancet poi rivelatosi fake e ritrattato dalla rivista stessa.

Nonostante questo Oms ed Aifa hanno continuato nel blocco di utilizzare in particolare uno di questi farmaci, l’idrossiclorochina, poiché in Italia risultava essere stato fatto uno studio su pazienti ospedalieri con dosaggi enormi di idrossiclorochina, mai utilizzati prima, che in realtà avevano danneggiato i pazienti. Uno studio, quindi, che sembrava fatto apposta per gettare discredito sul farmaco incriminato.

I medici che in tutta Italia stanno trattando con successo e guarigione del 100% dei pazienti a casa sono riusciti a consentire nuovamente l’uso dell’idrossiclorochina solo nel mese di dicembre, purtroppo però sono sempre pochi i medici di base che prescrivono la terapia adeguata. In terapia intensiva arrivano persone ormai con polmoni compromessi, trattati con Tachipirina e lasciati a casa ad aspettare finché la situazione non è peggiorata.

Nell’autunno scorso ho potuto anche verificare che molti dei pazienti deceduti, di varie età, avevano fatto anche la vaccinazione antinfluenzale, che però non è mai stata riportata in cartella, l’ho saputo chiedendo direttamente ai pazienti che erano in grado di parlare. Per i medici questo dato è irrilevante, tant’è che non figura mai nell’anamnesi patologica remota o prossima.

Per me verificare queste situazioni è molto frustrante, anche perché pur provando a parlare con medici o colleghi infermieri di queste tematiche vi è una chiusura totale, una completa adesione ai protocolli e invece una derisione totale nei confronti di questi medici che stanno facendo sul territorio questo lavoro meraviglioso. Non riesco a capacitarmi della mancanza di collegamento tra territorio ed ospedale, collegamento che tanto era stato decantato negli anni scorsi, quando si è trattato di chiudere reparti o interi ospedali, allo scopo di potenziare l’assistenza domiciliare…

D) Com’è cambiata la sua professione nell’ultimo anno?

R) Da quando è iniziata questa storia del Covid il lavoro infermieristico è profondamente cambiato. Dover sempre indossare una mascherina di protezione, anche negli altri reparti non Covid, ha innanzitutto posto una barriera comunicativa di non poco conto. Ricordo già dai primi tempi la difficoltà nel riconoscersi nei corridoi dell’ospedale avendo per lo più gli occhi a fare da riferimento, che se da un lato ha stimolato la necessità di guardarsi per riconoscersi, cosa che già da anni la gente non fa più, ha stravolto la percezione dell’altro, soprattutto se si conosce per la prima volta. Da quando è iniziato l’uso continuativo delle mascherine ho iniziato a sorprendermi nel vedere il vero volto di nuovi colleghi o dei pazienti, abituata come sono oramai ad essere attorniata (e ad essere io stessa) una specie di mummia. La sensazione che mi danno sempre le mascherine è quella di fare silenzio, stare zitti, non esprimere le proprie emozioni. Questo è ulteriormente devastante in un reparto ospedaliero, dove la componente emotiva ed empatica sono importantissime nel rapporto con la persona ammalata.

Le mascherine ffp2-3 hanno inoltre una ulteriore caratteristica, quella di farci sembrare tutti delle specie di papere incoscienti, che stanno andando incontro al carnefice che ha in mano il becchime allo scopo di agguantarci per farci fuori e per poi finire in padella. Una sensazione del tutto personale che mi è sempre più viva.

Il contatto, inoltre, è l’altra nota dolente che manca dall’inizio della “pandemia”. La stretta di mano, l’abbraccio, la vicinanza che fanno parte della nostra professione, sia nel rapporto con la persona ammalata che tra colleghi, è sparito, sostituito dalla diffidenza, dalla distanza, dai guanti, dal disinfettante usato a ogni piè sospinto. La concezione di “sei vicino, quindi sei infetto e pericoloso” è diventata imperante ed è devastante. Il paziente positivo, poi, ha proprio la sensazione di essere un untore e si sente ghettizzato ed incriminato solo per il fatto di avere questo tampone positivo e magari anche la malattia, quasi fosse una colpa. Spesso infatti sento chiedere dai colleghi: “Ma dove è andato a prenderselo questo Covid?”…come se fosse un reato avere l’infezione.

I lunghi mesi nei quali le autorità politiche e sanitarie, corroborate dai mezzi di informazione ufficiali, hanno diffuso il terrore per questa malattia, per gli assembramenti, la caccia agli untori, ai positivi asintomatici, provocano nel malcapitato paziente che arriva ad essere ricoverato una sensazione continua di angoscia e terrore, che altro non fa che peggiorare la situazione.

L’ospedale è stato per me una seconda casa per anni, un serbatoio di amicizie, di conoscenze, un luogo che consideravo aperto, di crescita, di formazione. Dall’anno scorso (ma già forse da qualche anno prima) si è trasformato in una specie di lager, dove solo pochissime persone possono entrare, spesso senza il conforto di un accompagnatore, lasciate sole ad affrontare esami diagnostici, procedure curative anche molto pesanti, in nome del distanziamento e della sicurezza. Tutto è spersonalizzato, i rapporti personali ridotti al minimo, tutte figure che si scansano, temono anche solo di guardarsi, quasi che l’occhio stesso possa trasmettere il virus. Il controllo ossessivo della temperatura, guai ad uno starnuto, ad un colpo di tosse…in ospedale!!! Poter lavorare senza mascherine e con divise leggere è un sogno ormai lontano!

Un’altra nota dolente legata alla professione infermieristica è quella relativa alle informazioni che ciascun operatore dovrebbe avere, proprio a titolo di conoscenza relativa al lavoro svolto. Dall’anno scorso ho fatto notare innumerevoli volte a colleghi di tutte le professioni l’inutilità delle mascherine chirurgiche in questa cosiddetta pandemia, ed ugualmente mi aspetterei che tutt’ora si potessero tirare le fila dai dati che abbiamo. A parte i reparti dove ci sono pazienti Covid, fino a non molto tempo fa in tutto l’ospedale si è continuato ad utilizzare sia come personale che come pazienti solo le mascherine chirurgiche che è assodato non avere alcuna utilità nel fermare la trasmissione dei virus. Stante così la situazione, ed ammessa la pericolosità del Sars-CoV-2, dovremmo avere la quasi totalità del personale ammalato, deceduto o comunque positivo. Tenendo presente che così non è stato, mi aspetterei che tutti gli esperti in Evidence Based Nursing e Medicine che pullulano a livello di CIO (Comitato Infezioni Ospedaliere) abbiano potuto giungere ad una conclusione che mi sembra ovvia: le mascherine chirurgiche non servono a nulla e la trasmissione del Sars-CoV-2 è difficilissima.

D) Immagino dovrà adottare sistemi di protezione che ricordano i laboratorio di massima sicurezza visti nei film di fantascienza: scafandro, visiera, mascherina, ecc?

R) Lavoriamo con dispositivi di protezione individuali come da protocollo, quindi divisa, camice idrorepellente, copricapo, mascherina ffp2-3, visiera, calzari, almeno due paia di guanti, e talora un ulteriore camice idrorepellente da utilizzare in situazioni particolari di infettività o di igiene. Come si può immaginare, trascorrere dalle 7 alle 10 ore bardati in tal modo è molto faticoso ed impegnativo, sia dal punto di vista energetico che respiratorio, tenendo presente che finché si rimane nel reparto nelle vicinanze dei pazienti non è possibile nemmeno bere un bicchiere d’acqua o recarsi ai servizi, pertanto se la mole di lavoro è tanta, può capitare di non poter fermarsi mai per un turno completo. Per poter fare una pausa è necessaria una svestizione appropriata seguendo regole precise per evitare contaminazioni, e successivamente il rientro richiede nuovamente l’utilizzo di nuovi dispositivi di protezione individuale.

Questo modo di approcciarsi nei confronti dei pazienti dà veramente l’idea della distanza sociale. In più, per ovvie ragioni di praticità dovute alla quantità notevole di presidi presenti sul proprio corpo (sensori, cateteri venosi, arteriosi, drenaggi, cateteri vescicali, ecc) le persone ricoverate nel reparto sono seminude e coperte solo da un camice. Questo certo non li aiuta, se coscienti, a mantenere una privacy adeguata, e vedersi attorniati da persone irriconoscibili per maschere e visiere li fa sentire sicuramente più isolati e spaventati da questo ambiente asettico.

Il contatto fisico purtroppo come già detto non esiste poichè dobbiamo sempre usare almeno 2 paia di guanti ed anche questo può essere molto frustrante per una persona che si sente sola. In più i parenti non vengono lasciati entrare se non in caso di estrema gravità o in casi eccezionali (pazienti particolarmente disorientati) e ciò aumenta nelle persone la sensazione di solitudine e smarrimento. Devo dire che, veramente, tutti gli operatori sono gentilissimi e cercano comunque di instaurare un buon rapporto con i pazienti, ma gli ostacoli comunicativi sia fisici (maschere-visiere) che psicologici o legati agli effetti collaterali dei farmaci o della malattia stessa spesso compromettono la relazione.

D) Cosa ne pensa del tampone? Dalla sua esperienza si tratta di un test affidabile oppure no?

R) Dall’inizio della “pandemia” ho iniziato ad informarmi su questo tampone, scoprendo fin da subito che non esiste il Gold Standard per questo metodo diagnostico, e questo è stato confermato perfino in tempi recenti dal prof. Palù, ora presidente Aifa. Non esistendo il Gold Standard, va da sé che i risultati sono opinabili, e soprattutto se non correlati ad una sintomatologia in corso, assolutamente inaffidabili, anche perché per quel che riguarda il test molecolare i cicli di amplificazione fanno la differenza, dopo i 24 cicli può essere sempre positivo, senza che vi sia alcuna correlazione con il Sars-CoV-2.

Per questo motivo, nonostante nella maggior parte delle aziende lo facciano passare come tale, non è uno screening obbligatorio per il personale, e ci si può rifiutare di farlo, anche se talora serve la minaccia di adire alle vie legali per non farlo. Essendo un test invasivo, inoltre, necessita del consenso informato correlato anche del nome dell’esecutore, poiché entrando in profondità nel rinofaringe può causare danni anche gravi, per cui la persona che lo subisce deve esserne consapevole e l’operatore che lo esegue ne deve essere responsabile.

Anche a livello di logica, questo tampone profondo non ha nessun significato: per quale motivo devo andare a ricercare così in profondità una particella che mi dite essere così infettiva e terrificante da dover girare con la mascherina, usare Dpi, chiudere negozi ed instaurare il coprifuoco? Se è così terrificante la possiamo trovare anche in un test salivare, sulla punta della lingua, senza andare a toccare punti sensibilissimi e delicatissimi.

Dalla mia esperienza ho avuto esempi pratici in reparto di soggetti sintomatici, positivi al molecolare e negativi al rapido, ritenendo valido il rapido (!) con la motivazione del dirigente di microbiologia che “il molecolare è amplificato oltre 35 cicli e viene sempre positivo!!!”, e anche il contrario, soggetti asintomatici con tampone rapido positivo e il successivo molecolare negativo, ritenendo valido il negativo.

Ugualmente riporto il caso di un medico, articolo pubblicato su un giornale locale, che dopo sia la prima che la seconda dose di vaccino Pfizer è risultato positivo, e non se lo sapeva spiegare. Se non lo sa spiegare un medico, come posso saperlo io? Mi limito a fare presente che con i tamponi è vero tutto ed il contrario di tutto, e per questi tamponi inaffidabili abbiamo distrutto la società e l’economia mondiali, paralizzato le scuole, diviso famiglie e stiamo tirando su dei figli psicopatici.

D) Vorrei sentire il suo parere in merito all’obbligatorietà vaccinale. Secondo lei è giusto che un operatore sanitario sia obbligato per legge a farsi vaccinare? Se c’è un obbligo qual è il senso del consenso informato?

R) Nessuno deve essere obbligato ad un vaccino (in realtà terapia genica). È un farmaco sperimentale, la cui autorizzazione al commercio è stata data in deroga alle normative europee, ed è in monitoraggio addizionale: ciò significa che viene tenuto particolarmente sotto controllo perché la sperimentazione non è stata fatta come da protocolli standard, ma è stata autorizzata direttamente sulle persone, cioè noi tutti stiamo facendo da cavie. I dati effettivi sulla sperimentazione si avranno solo dalla fine del 2023. In tutte le note informative di Ema, Aifa, dai bugiardini stessi forniti dalle case farmaceutiche si evince chiaramente che non si sa se è totalmente efficace, ci si può infettare e trasmettere l’infezione anche se vaccinati, che una volta vaccinati si dovranno rispettare tutte le misure di sicurezza ed indossare i dpi. Inoltre è dichiarato che i danni a lungo termine non sono ancora conosciuti. Oltre a questo l’Unione Europea ha concesso alle case farmaceutiche l’esenzione da qualsiasi tipo di responsabilità nel caso di eventuali danni provocati da questi vaccini. Oltre a questo, cosa ci devono dire ancora perché capiamo che è solo un colossale business?

Con queste premesse, un obbligo vaccinale è non solo anticostituzionale, ma va anche contro a tutte le leggi internazionali applicate in Italia sulla tutela dei diritti dell’uomo. Inoltre il DL 44, oltre alla incostituzionalità, ha riportato delle violazioni della privacy, quali la possibilità di trasmettere e verificare dati sensibili personali in aperto dispregio della pronuncia del garante della privacy, oltre alla palese incongruenza di imporre un obbligo vaccinale per cui però si richiede il consenso.

Se non sono d’accordo su una pratica medica potenzialmente lesiva per la mia persona ho tutto il diritto di rifiutare il mio consenso ai sensi dell’art. 32 della Costituzione, ed allo stesso tempo prevedere il demansionamento o la sospensione della mia attività lavorativa va contro l’articolo 4 e l’art. 38 della Costituzione.

Come ho potuto lavorare per tutto un anno di Covid, coprire turni, saltare ferie per coprire malattie di colleghi vaccinati ed essere ora improvvisamente non più idonea al lavoro? Inoltre nessuno di noi è stato valutato sierologicamente per verificare se già siamo venuti in contatto con il Sars Cov 2 ed abbiamo gli anticorpi. Inoltre tra di noi vi potrebbero essere soggetti No responder (soggetti che non sviluppano risposte anticorpali in seguito a vaccinazioni) che comunque anche nonostante più inoculi potrebbero non sviluppare mai anticorpi. Paradossalmente quindi potremmo in futuro avere al lavoro operatori sanitari perfettamente vaccinati senza anticorpi e quindi non protetti, ed operatori sanitari non vaccinati sospesi, ma con gli anticorpi e quindi protetti… una follia di stato.

D) Da quello che vede e assiste in reparto: può descrivere i pazienti che finiscono con il casco di ossigeno o addirittura intubate: sono solo persone anziane o ci sono anche giovani? Tutti col covid oppure si trovano là anche per altri motivi?

R) C’è una variabilità di età tra le persone che finiscono in terapia intensiva: negli ultimi tempi stiamo assistendo a persone più giovani, tra i 40 e i 60 anni, anche se permangono pazienti nella fascia di età più colpita in passato, tra i 70 e 80 anni. Solitamente sono persone precedentemente pluripatologiche, che però entrano tutte con diagnosi di polmonite da Covid. Stiamo assistendo anche agli arrivi dei primi soggetti completamente vaccinati, che purtroppo a distanza di poche settimane dalla seconda dose, sembra sviluppino malattie molto più resistenti alla terapia tradizionale, anche purtroppo alla terapia domiciliare personalizzata, non facendosi mancare neppure le embolie polmonari e le intubazioni.

Talora capitano anche pazienti che permangono nel nostro reparto con patologie gravissime completamente sganciate dal Covid ma che soggiornano nelle nostre stanze perchè hanno avuto la sfortuna di avere un tampone positivo per Covid, sebbene la patologia sia assolutamente sganciata dal Sars-CoV-2. In caso di morte sono stati comunque classificati come morti da covid pur non essendoci nessuna correlazione, poichè il semplice tampone positivo ti classifica automaticamente in questa categoria. E questo accade da molti mesi.

D) Dicono che chi si vaccina è un po’ più sicuro di non contrarre il virus? Qual è la sua esperienza in merito?

R) Dalla mia esperienza posso confermare che non vi è alcuna sicurezza sul nesso vaccinazione = protezione. Ho colleghi che si sono positivizzati e sono rimasti a casa in malattia dopo la vaccinazione, e ci sono persone che come me non hanno mai contratto il virus nonostante ci lavori in mezzo da oltre un anno. Dai racconti dei pazienti stessi si possono riscontrare delle perle di saggezza, poiché in molti ci hanno raccontato di essere gli unici positivi e sintomatici in famiglia, nonostante abbiano condiviso il letto e la tavola con il loro partner ed altri familiari, totalmente negativi ed asintomatici.

Articolo di Marcello Pamio

Fonte: https://disinformazione.it/2021/04/22/le-sconvolgenti-dichiarazioni-di-una-infermiera-del-reparto-di-terapia-intensiva-covid/