Benvenuti nel Blog di Claudio Martinotti Doria, blogger dal 1996


"Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam", motto dell'Ordine dei Cavalieri Templari, Pauperes commilitones Christi templique Salomonis

"Ciò che insegui ti sfugge, ciò cui sfuggi ti insegue" (aneddotica orientale, paragonabile alla nostra "chi ha pane non ha denti e chi ha denti non ha pane")

"Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell'Occidente è che perdono la salute per fare soldi. E poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere nè il presente nè il futuro. Sono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto."
(Dalai Lama)

"A l'è mei mangè pan e siuli, putòst che vendsi a quaicadun" (Primo Doria, detto "il Principe")

"Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci." Mahatma Gandhi

L'Italia non è una nazione ma un continente in miniatura con una straordinaria biodiversità e pluralità antropologica (Claudio Martinotti Doria)

Il proprio punto di vista, spesso è una visuale parziale e sfocata di un pertugio che da su un vicolo dove girano una fiction ... Molti credono sia la realtà ed i più motivati si mettono pure ad insegnare qualche tecnica per meglio osservare dal pertugio (Claudio Martinotti Doria)

Lo scopo primario della vita è semplicemente di sperimentare l'amore in tutte le sue molteplici modalità di manifestazione e di evolverci spiritualmente come individui e collettivamente (È “l'Amor che move il sole e le altre stelle”, scriveva Dante Alighieri, "un'unica Forza unisce infiniti mondi e li rende vivi", scriveva Giordano Bruno. )

La leadership politica occidentale è talmente poco dotata intellettualmente, culturalmente e spiritualmente, priva di qualsiasi perspicacia e lungimiranza, che finirà per portarci alla rovina, ponendo fine alla nostra civiltà. Claudio Martinotti Doria

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Patriă Montisferrati

Patriă Montisferrati
Cliccando sullo stemma del Monferrato potrete seguire su Casale News la rubrica di Storia Locale "Patriă Montisferrati", curata da Claudio Martinotti Doria in collaborazione con Manfredi Lanza, discendente aleramico del marchesi del Vasto - Busca - Lancia, principi di Trabia

Come valorizzare il Monferrato Storico

La Storia, così come il territorio e le sue genti che l’hanno vissuta e ne sono spesso ignoti ed anonimi protagonisti, meritano il massimo rispetto, occorre pertanto accostarsi ad essa con umiltà e desiderio di apprendere e servire. In questo caso si tratta di servire il Monferrato, come priorità rispetto a qualsiasi altra istanza (personale o di campanile), riconoscendo il valore di chi ci ha preceduti e di coloro che hanno contribuito a valorizzarlo, coinvolgendo senza preclusioni tutte le comunità insediate sul territorio del Monferrato Storico, affinché ognuna faccia la sua parte con una visione d’insieme ed un’unica coesa identità storico-culturale condivisa. Se ci si limita a piccole porzioni del Monferrato, per quanto significative, si è perdenti e dispersivi in partenza.

Sarà un percorso lungo e lento ma è l’unico percorribile se si vuole agire veramente per favorire il Monferrato Storico e proporlo con successo come un’unica entità territoriale turistico culturale ed economica …

La "casta" va contro il popolo. Li vinceremo.

La "casta" va contro il popolo. Li vinceremo.
Fonte: http://www.comincialitalia.net/default.asp di Donatella Papi
Essendo cittadini che li contestano, che rivendicano onestà e diritti, legalità e sicurezza, merito e futuro, essi ci puniscono. Con tasse e difficoltà. La politica e la "casta" è così colpita da noi che non si limitano a quello che vedete nelle dichiarazioni tv o nelle loro manifestazioni: ci vogliono annullare. Vorrebbero come dicono "resettarci" e poi chissà...
Perchè? Perchè li disturbiamo con i nostri "noiosi" diritti, con la richiesta di moralità, con la nostra preghiera di futuro per noi e i nostri figli. Abbiamo osato scalfire il loro mondo di indifferenti privilegi, scalfire i loro interessi, li stiamo obbligando a rispondere ai doveri anzichè girarsi il potere nelle loro esclusive mani. Non crediate a nessuno di loro. Vi mentono: sotto i gazebi, dai loro blog, dai giornali, dalle tv. Essi non amano il popolo. Essi sono contro il popolo. Il popolo è il loro giudice, la giustizia che temono, lo specchio delle verità, sono la mano pulita contro le loro mani insanguinate. Troppi morti, troppa sofferenza, troppo delitto sociale e civile preme sulle loro coscienze per poter stare con noi e rispettarci. Vogliono solo intrappolarci in un dedalo che confonda la verità.
Non crediate che vi vogliono dare benessere e ripresa. Ormai abbiamo scavato un fosso tra noi e loro. I loro "reati morali" sono scoperti. Il re è nudissimo. Per cui a noi destinano solo una prospettiva: la tortura sociale. Ci torturano levandoci il lavoro, infliggendoci costi insopportabili, esponendoci ai rischio di città violente e arrivo a dire che non so quanti di noi sono esposti al loro mirino per mano di qualche disgraziato. Attenti! Non vi fidate. Non tu, io, tutti siamo loro nemici. Siamo loro nemici perchè siamo i cittadini. Non il potere con cui si scambiano il loro denaro che cola ingiustizia e demerito. Siamo il volto dell'onestà che hanno smarrito. Per questo ci affamano, ci umiliano, per costringerci a cedere alla loro insozzata volontà, chiamandoci a fare le comparse mute e senza volto nei loro show senza i quali questa gente è persa. Ah, se solo voleste colpirli, vederli smarriti e balbettanti, loro non noi! Disertate le loro parate di vanità, spegnete le televisioni, lasciateli soli in quella valle buia in cui sono. Sentirete tremare la loro paura.
Cari amici italiani, che state soffrendo di ingiustizia, anche se non personale spero, anche se in tante case a natale la tavola sarà festosa e ricca, e che lo sia, ma il cuore non può che essere gonfio per i bambini che muoiono per colpa loro, per i giovani che si perdono per i loro errori, per la vita svuotata di significati, per il futuro fragile, per la paura di tutto, per il volto orrendo che ci mostrano come prospettiva essendo incapaci di governare. Hanno ridotto il Paese alle mense dei poveri: l'Italia! La nostra Italia donata di ricchezze naturali e testimonianze gloriose. E' il modo in cui vogliono piegarci. Non accettate! Non cedete.
Lo so sembra difficile ad alcuni di noi raggiunti dalla loro rabbia e malefica tentazione che si manifesta anche nelle piccole e pur significative cose: le multe "false" che ci infliggono, i rincari continui, ora tocca all'energia, stiamo pagando noi i loro lussi, le loro mogli felici e ricche, le loro vite calde e sfavillanti. E con disprezzo volgono a noi l'obbligo, quello di sostenere i loro peccati. Ma vi rendete conto! E sapete perchè. Attenti qui perchè qui è il passaggio: senza l'amore nostro, italiano, degli italiani che non rinunciano a salvare una Patria, essi sprofonderebbero. Quando si accorgeranno che vivono, sì, ma sulla nostra morale, che siamo noi il loro sostegno e la speranza, allora potrete perdonarli. Quando capiranno cosa hanno fatto, allora sentirete cosa è pregare. Non noi, non vi preoccupate, fate le vostre preghiere nella vita quotidiana come è nei vostri cuori. Ma sono loro che si devono riconciliare con Dio. Non abbiate paura. Per noi non ci saranno dolore e sofferenza. Le vostre colpe sono i loro errori. Il popolo ha già vinto. Lo sanno, per questo ci temono.
Per questo stanno arrivando altre tasse, sono in arrivo altri costi scaricati sulle nostre spalle. Sopportate. Sono false e ingiuste. Il Bene è con noi. Vorrei che non fosse un'idea antica. Ma un fatto reale. Dovete vederlo e sentirlo, dovete parlare in questa luce di serenità e giustizia. Questa è la battaglia contro il potere che opera il male portatore di disgrazie. Dio urla di combattare. A giovani, figli, uomini, proteggendo lui donne e i bambini. Che ha chiamato a sè. E non vuole che uno solo debba perdersi. Questo importa.
Combattetete. Combatteteli! Non cercate più i loro favori, trascinano nel gorgo della miseria umana. Non piegatevi ai loro voleri, perchè dietro di loro non c'è futuro. Combatteteli facendo loro capire che non è una guerra di poteri, ma il modo per dirgli: lascia il male, dividiti da lui. E solo quando li vedrete non più ammantati di orgoglio e disumanità, quando li vedrete rispettosi e pronti, allora tendete loro la mano. Ne avranno molto bisogno.
Cari Amici, non è un modo di parlare. E' la verità. Abbiate fiducia, non cedete alla cattiveria, alla rabbia neppure di fronte all'ostacolo maggiore. Ci sono cittadini che si smarriscono, uccidono e commettono atti impuri di ogni genere. Vivete nella purezza. E' la sicurezza che nessuno dei loro decreti vi darà. Purezza è gioia e amore. Al bivio, scegliete sempre questa direzione. Sia l'amore la vostra immunità totale. Dove vedete il male, portate un sorriso. Dove vedete il dolore, portate la gioia. Dove c'è buio accendete la luce della ragione.
Dobbiamo imporre la nostra vittoria. E dobbiamo combatterli non nei computer ma nella vita reale. Sapendo che non stiamo attraversando una crisi economica, stiamo attraversando la notte che ci hanno inflitto per le loro colpe. Ma la notte non vincerà se sapremo farli uscire dal buio delle loro menzogne e impunità. Dovete far capire loro che non è in palio un governo, ma la loro salvezza.

Impresa etica, Etica di impresa, Etica

Impresa etica, Etica di impresa, Etica - di Paolo Roberto Imperiali
Cominciando dal primo punto, possiamo dire che il termine è contraddittorio, nel senso che un'impresa per definizione non ha come obiettivo azioni etiche.
E questo lo dice prima di tutto il Codice Civile:
Art. 2082
“E' imprenditore chi esercita professionalmente un'attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi. (L'impresa è dunque l'attività economica esercitata dall'imprenditore)”.
Quindi dobbiamo far chiarezza su questa definizione e su quelli che sono gli obiettivi di impresa per non aspettarci da essa dei risultati che essa non può darci.
Dobbiamo quindi accettare che l'obiettivo dell'impresa è di produrre utili per gli azionisti e dobbiamo riconoscere che se non producesse utili fallirebbe.
E' vero che essa può fare delle azioni etiche, che cioè non le portano utili (beneficenza) ma può farlo solo ai sensi del Codice Civile, cioè con i profitti dopo la tassazione e con il consenso degli azionisti che così facendo, avendo pagato le tasse, è come se rinunciassero ad un utile
personale, ad un loro dividendo. Per cui in questo caso chi fa della beneficenza non è l'impresa in quanto tale, ma sono gli azionisti in quanto individui.
Il termine di "impresa etica" viene spesso dato in modo non sempre chiaro alle imprese che si specializzano in attività considerate etiche, o che escludono dalla loro attività quelle considerate non etiche.
Ma in verità questo non significa che l'obiettivo di queste imprese sia etico, esse semplicemente investono, a fine di lucro, in quei settori che hanno l'approvazione del mercato, o di quella parte di esso che è disposta a preferire beni o servizi che portano un risultato etico. Per cui in questo caso la scelta dell'impresa continua ad essere (giustamente) una scelta di profitto, anche se viene camuffato come etico. Per cui un’impresa che per fare un’azione etica sponsorizza qualcosa di etico, se vuole essere etica non deve mettere il suo nome, altrimenti dica chiaro e tondo che lo fa per un ritorno di immagine, il che è già meglio che se avesse inquinato un fiume o distrutto una foresta. O se ha inquinato o distrutto e vuole essere etica, abbia il coraggio di metterci il suo nome: “questo deserto lo abbiamo fatto noi!”, “questi tumori sono nostri!”.
Invece etico va considerato il comportamento del consumatore che è disposto a spendere anche di più poiché sa che la sua scelta porta a dei risultati etici e che in questo caso possiamo chiamare "consumatore etico". E d'altra parte l'obiettivo di fare dell'utile non ha nulla di non etico: basta saperlo. L'utile è un momento ineliminabile delle scelte umane, necessario per vivere e quindi è logico voler investire o partecipare ad investimenti che producono utile. A questo punto va chiarito il concetto di "etica di impresa" che significa che essa deve essere etica nel senso di onesta, non sta lì per fare beneficenza, ma deve però agire rispettando le leggi.
Leggi che dovrebbero essere uguali per tutte le imprese in modo che tutte possano affacciarsi sul mercato a parità di condizioni normative che impediscano loro di andare contro gli interessi della Società pur perseguendo il loro utile. Evidentemente le imprese cercheranno in tutti i modi di rispettare le leggi il meno possibile. Esse, infatti, rappresentano degli interessi individuali che per definizione contrastano con gli interessi collettivi.
E' quindi la collettività che, in quanto detentrice di obiettivi etici, deve essere capace di costringere le imprese ad agire entro i limiti della legalità. Quindi ben venga l’attacco sul piano etico alle imprese che agiscono illegalmente poiché questo allontanando da loro i consumatori le può costringere a cambiare rotta, ma andrebbero attaccate soprattutto sul piano giuridico se ci fossero valide norme giuridiche per difendere i principi etici.
E' chiaro che una collettività i cui membri non sono legati tra di loro da valori etici, ma dove invece essi sono tesi solo o preminentemente all'interesse individuale non è una vera comunità ma un "gruppo" ed essa, non avendo obiettivi etici comuni, non riuscirà mai ad imporre la legalità alle imprese, e che quindi si muoveranno nel mercato a loro piacimento con dei comportamenti illegali e contrari all'interesse della collettività.
E' quello che sta succedendo oggi dove l'etica è rappresentato dall'utile, come è appunto sancito dal fatto che l'organizzazione mondiale gerarchicamente più importante, e che non deve rispettare nessun vincolo etico, è l'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) a cui devono sottostare le Organizzazioni dei Diritti Umani, della Sanità, dell'Ambiente, ecc.... Anche questo è contraddittorio, poiché nel momento in cui si sostiene che l'etica è l'utile, si sostiene che l'etica è rappresentata dagli interessi individuali il che è appunto una contraddizione in quanto gli interessi se sono individuali non sono etici: altrimenti sarebbero collettivi.

Forse, a questo punto possiamo definire meglio il concetto di etica e convenire che l'etica è un modo di sentire che ha come obiettivo quello di difendere dei valori condivisi da una collettività e che attiva all'interno di essa un legame solidale necessario alla difesa comune dei valori comuni (territoriali, di classe, religiosi, culturali, ecc...).
Per cui in pratica ogni gruppo che sente una finalità comune in merito a qualche argomento e si sente una "comunità", ha una sua etica.
Teoricamente quindi le etiche possono essere innumerevoli: etica capitalista, comunista, religiosa, familiare, nazionalista, ecologica, professionale,....
Di solito si commette l'errore di considerare i valori etici, oltre che assoluti, cioè sentiti in modo forte, anche universali, cioè si pensa che i propri valori debbano essere sentiti anche dagli altri e chi li sente in modo diverso si pone automaticamente come antagonista ed eventualmente come nemico. In verità l'unica etica che può avere una base comune per tutti e quindi può essere effettivamente sentita da tutti è la solidarietà umana, che però generalmente viene sopraffatta da etiche con obiettivi più ristretti, salvo il caso di disastri abbastanza grandi da fare sentire tutti fratelli.
E' quindi necessario ridefinire la gerarchia dei valori e la gerarchia delle etiche e riconoscere che l'etica più importante è quella della solidarietà e non quella dell'economia e non sperare che l'etica possa venire dalle imprese etiche o dall'etica di impresa. Etica che invece va imposta alle imprese senza più tollerare attività commerciali o scelte politiche che, mescolando etica ed economia, vanno, per ragioni personali, contro i valori della solidarietà umana. ed in particolare di tutte le comunità che lottano per difendere i loro diritti umani contro interessi economici e politici che cercano di sopraffarle: esse, difendendo diritti umani, difendono valori universali che sono valori di tutti e la perdita di questi valori è una perdita per tutti. Di questo però preferiscono non rendersi conto i governi che pongono come loro etica prioritaria la crescita del prodotto interno lordo (PIL) quale premessa della felicità della gente: cattivo esempio di valori che la gente dovrebbe perseguire e giustificazione di scelte prevaricatrici.
Infatti non si possono barattare valori umani con risultati economici, sostenendo che i risultati economici possono portare miglioramento ai valori umani: la non omogeneità di questi elementi non giustifica lo scambio e lascia spazio per sostituire arbitrariamente interessi individuali ad interessi sociali. In altre parole il fine può giustificare i mezzi solo se fine e mezzi sono beni omogenei.
Alle considerazioni precedenti bisogna aggiungere la figura delle associazioni “no-profit” che istituzionalmente esprimono motivazioni etiche e solidali dimostrando, con buona pace dell’economia liberista, che la spinta del profitto non è costante, ma può decrescere molto rapidamente sostituita da altri valori non monetari.
Forse se le associazioni “no-profit” potessero prendere il posto delle imprese “profit”, cercando ognuna di alleviare i problemi del mondo secondo la propria specificità, avremmo risolto molti problemi del Pianeta.
Il riconoscimento della funzione etica e quindi sociale delle associazioni “no-profit”, con il contributo del 5%o da detrarre dalle tasse voluto dal Ministro Tremonti, è un provvedimento che dovrebbe essere proposto in tutti i paesi del mondo. La cifra del 5%o andrebbe alzata sempre di più, dando a queste associazioni più potere nei confronti delle imprese commerciali e spingendo così i politici ad essere più etici e meno dipendenti dai poteri economici.
Paolo Roberto Imperiali

Il Monferrato, i monferrini ed il turismo storico ...

Il Monferrato, i monferrini ed il turismo storico ...
Il Monferrato ha avuto una storia straordinaria, che per durata, ricchezza, intensità, varietà, fascino, ecc. se fosse scritta in maniera esaustiva occuperebbe lo spazio di una corposa enciclopedia, e sicuramente meriterebbe di essere valorizzata e divulgata in tutto il mondo.
Pochi altri stati di piccole dimensioni come il Marchesato di Monferrato possono vantarsi di aver influito sulle sorti della Storia e quindi delle popolazioni del Mediterraneo e dell'Europa per tutto il Medioevo ed il Rinascimento, disponendo tra i suoi Marchesi di veri e propri "Principi illuminati", dotati di elevate capacità di governo, diplomatiche e militari e con legami famigliari con Re e Imperatori.
Paradossalmente sono ancora presenti nell'epoca attuale, e vivono prevalentemente di turismo, microscopici stati europei esistenti da secoli ma storicamente insignificanti, mentre il nostro, mediaticamente e popolarmente è pressoché sconosciuto sotto il profilo storico, e geograficamente è conosciuto solo approssimativamente, nel senso ad esempio, che molti milanesi sono convinti che per raggiungere il Monferrato occorrano un paio d'ore di auto.
Di conseguenza il turismo scarseggia ed è praticamente insignificante dal punto di vista del ritorno economico, mentre al contrario, con una storia come la nostra, dovrebbe rappresentare la principale fonte di reddito, dovrebbe essere l'attività primaria nella quale i nostri giovani potrebbero trovare sbocchi occupazionali stabili...
Quanti sono a conoscenza, ad esempio. che il Marchesato di Monferrato nei periodi della sua massima espansione disponeva di vasti possedimenti in ben 12 delle attuali province comprese tra Liguria, Piemonte e Lombardia, esercitando la sua autorità su molti capoluoghi di provincia e di regione, batteva moneta in diverse zecche, e disponeva di un esercito di 17mila armigeri effettivi. Quindi era lusingato come alleato, temuto dai nemici ed al tempo stesso conteso dai potenti delle varie epoche ...
A questi paradossi (di rimozione ed ignoranza delle proprie radici) si è giunti non a caso, ma perché troppo a lungo non ci si è curati di studiare la nostra Storia, a partire dalle scuole, così come non ci si è curati di perseverare nella conservazione della lingua monferrina, che non è affatto un dialetto, ma una lingua che ha addirittura preceduto il piemontese. La nostra epoca consumistica e materialistica ha disperso questi valori rischiando di perderli per sempre, se non fosse che ultimamente numerosi storici hanno iniziato ad occuparsi del Monferrato, ed alcune associazioni locali si sono mobilitate, citiamo ad esempio l'eccezionale lavoro divulgativo che sta svolgendo il Circolo Culturale "Marchesi del Monferrato", al quale da parte casalese si è aggregato qualche tempo fa il CFA, Centro di Formazione Ambientale Monferrato gestito dal Gruppo Gevam Onlus e più recentemente anche l'associazione NUOVE FRONTIERE che ha offerto la sua collaborazione per organizzare eventi a livello locale, avendo tra i suoi scopi primari la promozione della storia del Monferrato e del turismo di qualità.
Come casalesi riteniamo che dovremmo essere fieri della nostra storia, orgogliosi di essere monferrini, e dovremmo far convergere tutti i nostri sforzi e le nostre energie e risorse per valorizzare la storia ed il turismo ad esso correlato, che non è affato e solo di tipo culturale ma connesso anche alle bellezze paesaggistiche, naturalistiche, architettoniche, ecc.. La città di Casale Monferrato in proposito dovrebbe svolgere un ruolo di leadership territoriale che non solo le spetta di diritto ma che non potrebbe essere svolto da altre, ma che moltissime località che hanno fatto parte del Marchesato si aspettano da tempo che si decida a svolgere. Ovviamente per poter assumersi queste responsabilità, che sono soprattutto morali oltre che politiche, occorre conoscere la propria storia o avere l'umiltà ed il buon senso di attribuire a chi la conosce incarichi mirati e finalizzati a tale progettualità.
Finché siamo in tempo riappropriamoci delle nostre radici e della nostra storia, prima che dall'esterno qualcuno ci fagociti e dichiari che il Monferrato appartiene a loro prostituendo la storia ai loro voleri ..
Claudio Martinotti

Incontro a Mantova per presentare il programma di Celebrazioni dei 300 anni del passaggio dello Stato di Monferrato dai Gonzaga ai Savoia

Incontro a Mantova per presentare il programma di Celebrazioni dei 300 anni del passaggio dello Stato di Monferrato dai Gonzaga ai Savoia
Fonte: Circolo Culturale "Marchesi del Monferrato" http://www.marchesimonferrato.com
Mantova - mercoledì 20 giugno 2007
Il 5 luglio del 1708 il duca Ferdinando Carlo Gonzaga Nevers morì stroncato di crepacuore pochi giorni dopo essere stato dichiarato traditore dell'Impero. Il 7 luglio l'imperatore Giuseppe I accordò l'investitura a Vittorio Amedeo II di Savoia e nel mese di agosto la nobiltà, la cittadinanza ed i rappresentanti delle comunità monferrine prestarono giuramento di fedeltà al nuovo signore. Finiva così il dominio gonzaghesco sul Monferrato durato oltre un secolo e mezzo ed iniziava l'era dei Savoia. Per approfondire questo passaggio, rimasto sino ad oggi poco studiato dagli storici, e di cui ricorrono i trecento anni nel 2008, il circolo culturale "I Marchesi del Monferrato" di Alessandria ha elaborato un progetto di "Manifestazioni per il III Centenario del passaggio del Monferrato dai Gonzaga ai Savoia".
Nei giorni scorsi l'iniziativa è stata presentata nel corso di un incontro svoltosi al municipio di Mantova, al presidente del consiglio comunale Albino Portini ed al funzionario Cristina Regattieri (l'assessore comunale alla cultura era assente per motivi istituzionali). Il presidente del circolo culturale Roberto Maestri, unitamente a Massimo Iaretti, responsabile della comunicazione dello stesso (e presidente di Progetto Gonzaga, associazione che si occupa dello sviluppo dei rapporti tra le città gonzaghesche), Claudio Martinotti, esperto in tematiche ambientali ed impegnato nel coordinamento interassociativo e Massimo Carcione, coordinatore dei rapporti con le istituzioni (e presidente del Club Unesco di Alessandria), hanno evidenziato come l'iniziativa presentata segua quella del 2006 sulle "Celebrazioni dei 700 anni dell'arrivo dei Paleologo di Bisanzio in Monferrato" (che ha visto la realizzazione di 26 eventi sul territorio interessato dal progetto) e quella, in corso, delle "Celebrazioni per l'VIII Centenario della scomparsa di Bonifacio di Monferrato" che, ad oggi, ha visto la realizzazione di 11 eventi su 29 in calendario. "Le manifestazioni del 2008 - ha detto Roberto Maestri - intendono coinvolgere le regioni Piemonte e Lombardia, le province di Alessandria, Mantova, Asti, Cuneo, Vercelli, Torino e comuni come Mantova, Casale Monferrato, Torino e Venezia, con un respiro internazionale all'Austria, alla Francia, alla Spagna".
Le manifestazioni si articoleranno in un convegno internazionale, giornate di studio, conversazioni sul territorio ed un’esposizione su "La moneta in Monferrato" con particolare riferimento ai marchesi e duchi di Mantova. "L'obiettivo - ha sottolineato Roberto Maestri - è quello di coinvolgere gli enti, le istituzioni, le società storiche, le associazioni ed in singoli studiosi negli eventi, aperti alla loro collaborazione e partecipazione per la rievocazione dell'evento" All'incontro in municipio ha preso parte anche una qualificata rappresentanza della Società per il Palazzo Ducale, composta dal presidente Mariarosa Palvarini Gobio Casali, dal presidente onorario Vannozzo Posio e dal consigliere Paolo Bertelli che ha ribadito i contatti già esistenti, a livello associativo ed informale, tra le due principali realtà gonzaghesche italiane, quella mantovana e quella monferrina, ormai da diversi anni, esprimendo da subito un interesse per l'iniziativa che, dovrebbe concretizzarsi in una conversazione da tenersi a Mantova nel prossimo autunno, in un certo senso anticipatoria degli eventi del 2008.
Per maggiori informazioni: http://www.marchesimonferrato.com/web2007/_pages/array.php?DR=all&URL=marchesidelmonferrato.com&LNG=IT&L=2&C=6&T=news&D=IT{186BF37E-E126-8427-E9F9-41ED54E5B14E}&A=0

Provincia Federata di Monferrato

Provincia Federata di Monferrato
Fonte: Il Monferrato On line - Sezione Lettere - http://www.ilmonferrato.it/index.php
Ammetto che il progetto costitutivo di una provincia federata denominata MONFERRATO mi affascina.
Lo ritengo il più grande progetto politico piemontese dai tempi dell’Unità d’Italia, e ad esporlo con perizia ed anche con passione è stato l’On. Roberto Rosso di Vercelli, il quale da anni (per conto suo, ma senza grande seguito) avanzava la proposta di costituire una provincia federata tra le sole Casale Monferrato e Vercelli. Da questa prima bozza di proposta è pervenuto recentemente a quella più estesa di costituire una provincia che ricalchi geograficamente in cospicua parte quello che era lo Stato di Monferrato, coinvolgendo oltre Casale e Vercelli anche Chivasso (altra capitale del Marchesato di Monferrato, che ha preceduto Casale), il cui Sindaco e Giunta pare siano d’accordo perché non vogliono farsi assorbire dalla costituenda area metropolitana di Torino …
La sera di venerdì 23 novembre all’Hotel Candiani di Casale Monferrato c’è stato il primo incontro di presentazione alla cittadinanza del progetto di provincia federata Casale Vercelli Chivasso. Il pubblico presente per la serata era di oltre duecento persone e denotava un forte interesse per la proposta. A Casale non si vedono simili affluenze neppure quando ci sono i buffet con cibo e bevande gratis … A precedenti serate su argomenti di notevole importanza per la comunità ed il territorio, organizzate dai partiti al potere localmente, ho visto pochissime persone presenti e per nulla partecipative.
Nel corso della serata del 23 novembre, sia Nicola Sirchia (Coordinatore locale di Forza Italia) e sia l’On. Rosso hanno pubblicamente riconosciuto ad un casalese presente in sala la paternità dell’idea di denominare la provincia con il nome dell’antico Stato di MONFERRATO. E’ un gesto che li nobilita ed è un buon inizio di un rapporto rispettoso e paritetico, che li differenzia dai politici locali al governo e dai loro cortigiani che di solito le idee altrui le fagocitano senza riconoscere agli autori alcuna paternità e merito … Mi è piaciuto meno invece il riscontro che quasi tutti gli interventi dal pubblico vertevano su aspetti puramente materialisti ed economici, e denotavano un’insufficiente conoscenza della storia locale e del territorio, della propria identità monferrina … in molti manifestavano più che altro delusione esacerbata, esasperazione, indisponenza, nichilismo, rabbia verso la nostra dirigenza politica asservita ad Alessandria, ecc.. Dimostrazione che c’è ancora molta strada da percorrere per rimediare ad un lungo frustrante periodo trascorso, nel quale la società civile non si è sentita rappresentata politicamente e non è stata in alcun modo formata e sollecitata ad essere fiera della propria Storia, Identità e soprattutto delle Potenzialità.
I motivi essenziali e giustificativi della proposta di provincia Federata di Monferrato sono molteplici, mi limito a citarne alcuni:
- Chivasso e poi Casale sono state le due principali Capitali dello Stato di Monferrato, cumulativamente per diversi secoli. Vercelli invece storicamente è stata a lungo avversaria di Casale, ma è comprensibile in quanto fin dall’inizio della nostra Storia era praticamente “proprietaria” di una cospicua parte del territorio casalese e monferrino e Casale di Sant’Evasio era subordinata al Vescovo di Vercelli, finché nel 1070 il vescovo di Vercelli (su ingerenza papale) autorizzò la costruzione del nostro Duomo, ben sapendo che avrebbe costituito l’inizio della nostra indipendenza … ed infatti proprio per rivaleggiare con la Cattedrale di Vercelli si costruì una chiesa che desta stupore ancora oggi. Ci furono ancora episodi di contrasto con noi per qualche tempo, ma poi cessarono fino alle forme di avvicinamento attuali;
- Alessandria al contrario e fin dalla sua fondazione è sempre stata nemica storica di Casale, ha sempre rivaleggiato ed infierito e continua a farlo tuttora, dopo essere divenuto capoluogo di provincia … ha dato l’impressione finora a noi casalesi, di aver sempre accentrato su di sé le risorse e le opportunità disponibili, con qualche ridistribuzione verso il sud della provincia (che infatti negli ultimi anni ha avuto una notevole crescita), emarginando il casalese;
- I territori coinvolti nella nuova provincia federata corrisponderebbero in cospicua parte a quelli appartenuti a lungo allo Stato di Monferrato
- La società civile ha in corso da tempo un recupero delle proprie radici ed identità, e quindi sarebbero ben accolte forme di aggregazione profondamente dotate di senso socioculturale ed economico come questa, e potrebbero essere indotti ad aggregarsi anche comuni appartenenti ad altre province, oltre a quelli previsti inizialmente, anche in seguito alla disgregazione della provincia di Torino per la costituzione dell’Area Metropolitana di Torino ed all’esigenza di portare le province di piccole dimensioni ad almeno 250mila abitanti … per cui la nuova provincia federata di Monferrato potrebbe divenire ben più ampia ed omogenea (per libera scelta di aderire) di quanto si possa immaginare ora;
- Si impedirebbero tentativi in corso di fagocitazione della denominazione di Monferrato per scopi speculativi, in quanto potenti forze economiche (estranee al nostro contesto, cioè non originarie del luogo) intendono effettuare investimenti sul brand (marchio) e sul territorio del Monferrato. Nel momento in cui il nome diviene istituzionale, attribuito ad una provincia, scomparirebbe ogni possibilità di abuso del tipo “Monferrato Alessandrino” (che non è mai esistito), che sono sempre più frequenti ed impuniti … La storia a volte paradossalmente e beffardamente si ripete, come in questo caso, che somiglia a quello del 1215 in cui pressappoco le stesse forze, allora armate, assediarono e distrussero Casale di Sant’Evasio compreso il Duomo … adesso la conquista la vogliono effettuare con la forza finanziaria e non certo per distribuire i profitti alla popolazione locale.
- Tutti coloro che sono dotati di talento sono costretti o ad asservirsi al sistema partitocratico e quindi ad Alessandria, scendendo a compromessi anche lesivi della propria dignità ed identità, oppure vengono schiacciati ed emarginati in quanto non omologati. Se rimangono in zona sopravvivono a stento oppure devono emigrare in altri lidi dove la libertà di espressione e di intrapresa abbia maggiori spazi a disposizione e fornisca pari opportunità … anche quando alcuni casalesi vengono eletti nei ruoli di potere provinciale, si adeguano alle prescrizioni politiche e si autocensurano, comportandosi come se non fossero casalesi ma semplicemente componenti di un sistema di potere, cioè cortigiani e vassalli di Alessandria …
- Vercelli cederebbe diversi ruoli istituzionali a Casale e l’appoggerebbe in altri, e Casale potrebbe rientrare in un circuito virtuoso a livello progettuale e di catalizzazione di finanziamenti pubblici, potendo quindi realizzare una serie di progetti in essere e potenziali (attualmente solo abbozzati o sospesi) che creerebbero molti posti di lavoro, le restituirebbe prestigio riprendendo il suo storico ruolo politico di leadership del Monferrato, e finalmente potrebbe valorizzare tutto ciò che possiede in tutti i settori (soprattutto storico, ambientale e culturale), che costituirebbe un forte richiamo turistico, purché si superi l’attuale visione gestionale turistica che va poco oltre alla sagra di paese, nonostante gli investimenti effettuati …
In estrema sintesi potremmo affermare senza tema di smentita che aderire alla provincia federata di Monferrato è per i casalesi (e non mi riferisco solo agli abitanti della città ma di tutto il territorio) una scelta intelligente di pura sopravvivenza almeno nelle fasi iniziali, per poi diventare lungimirante e con ottime prospettive di crescita nelle fasi successive, quando si inizierà finalmente ad agire per l’interesse della comunità e del territorio, con maggiore libertà ed autonomia. Ai politici locali consiglierei di smetterla di far finta di nulla, di non prendere posizione e di non affrontare l’argomento per non urtarsi con Alessandria, altrimenti farebbero meglio a trasferire la loro residenza nel capoluogo …
Calorosi Saluti
Maciknight Di Monferrato

Zanzare, mistificazione e veleni spacciati per innocui

Recentemente un autorevole rappresentante politico istituzionale dell’Amministrazione provinciale di Alessandria sui media locali ha praticamente dichiarato che la lotta alle zanzare quest’anno ha avuto successo (mi scuso per l’estrema sintesi che non rende merito alla prudenza impiegata nel comunicarlo, ma non ho tempo da dedicare al “politichese”).
Bene. Cerchiamo di esaminare quest’affermazione con un minimo di capacità demistificatorie e di analisi oggettiva della realtà, al contrario di quanto purtroppo pare sempre più caratterizzare la politica, che si allontana sempre più dalla realtà quotidiana della gente comune per occuparsi degli “affari” suoi … Mi limiterò solo a qualche riscontro, perché il tempo incalza, molti sono in vacanza, e quindi è d’obbligo essere brevi nel comunicare.
Che l’assillo delle zanzare in Monferrato sia stato inferiore agli anni passati è un dato di fatto, non si può negare. Però sicuramente vi ha concorso anche il clima particolare di quest’anno, caratterizzato ad esempio nei giorni scorsi da sbalzi climatici piuttosto accentuati nell’arco delle 24 ore, con notti particolarmente fredde, che deve aver ridimensionato il fenomeno “zanzare”.
Poi, che le zanzare siano state debellate non è assolutamente vero, diciamo che è stato rinviato di qualche settimana il loro assillo, infatti le centinaia di persone che hanno partecipato il 26 luglio alla serata organizzata in Frazione Santa Maria del Tempio di Casale Monferrato sui “Templari”, lo possono testimoniare sulla loro pelle (letteralmente), in quanto c’era una vera e propria invasione di zanzare, anche loro forse interessate all’argomento culturale … Così come nei giorni successivi, chiunque abbia un giardino e trascorra qualche tempo all’aperto, soprattutto nelle ore del crepuscolo e serali, lo avrà riscontrato che sono tornate in gran numero e particolarmente assillanti.
Ma la cosa più grave che si rileva dall’intervento politico citato è che non si dice chiaramente come è avvenuta questa lotta alle zanzare, ecco perché ho fatto cenno alla mistificazione, perché si ricorre spesso ad un linguaggio soft, innocuo, eufemistico, prudenziale, rasserenante, tranquillizzante, ipocrita. Si fa riferimento ad una non meglio identificata “lotta integrata”, e soprattutto si dice di aver utilizzato “principi attivi”, mai pronunciando parole “scomode”. Tradotto significa che si sono usati insetticidi, cioè veleni, prodotti chimici tossici che inquinano l’ambiente, si accumulano negli esseri viventi intossicandoli, entrando nella catena alimentare alla cui cima c’è l’uomo, che quindi li accumula nel fegato, nei reni, nel cervello, ecc., e poi ci si stupisce che aumentano i casi di tumore, quando è risaputo che i principi attivi di molti insetticidi sono cancerogeni.
Quindi ricapitolando ci stanno raccontando che le zanzare sono praticamente sconfitte, ma noi sappiamo che negli ultimi giorni ci hanno massacrato di punture, hanno speso somme considerevoli per effettuare i trattamenti chimici, hanno inquinato l’ambiente ed aumentato il livello di intossicazione generale che accumuleremo nel nostro organismo con grave rischio sanitario per tutti noi. E questo sarebbe un successo?
Consiglierei per il prossimo anno di consultarsi con gli esperti che collaborano con il CNR, Centro Nazionale delle Ricerche di Roma, visionando il sito web http://www.infozanzare.info (e per questo tramite prendere contatto con loro) nel quale confluiscono tutte le esperienze di lotta alle zanzare che avvengono nella penisola ed all’estero, con metodi non pericolosi per l’ambiente e l’uomo e che si sono rivelati assai efficaci e con effetto permanente e non posticipante, come è avvenuto da noi. Invito infine i politici ad esprimersi con un linguaggio meno mistificatorio ed edulcorato e più esplicito, per rispetto verso coloro che purtroppo non dispongono di strumenti culturali in grado di tradurre ed interpretare tali sofisticate sottigliezze …
Calorosi Saluti
Claudio Martinotti

Gli ambientalisti muoiono prima.

Nel corso della nostra esperienza di vita ci può capitare di percepire alcune sensazioni negative che fanno seguito ad una sequela di riscontri (almeno apparentemente oggettivi), che ci suscitano intuizioni e/o deduzioni, alle quali normalmente daremmo un seguito, cercheremmo cioè di mettere a fuoco l’argomento cercando di razionalizzarlo. Ma quando queste sensazioni generano inquietudine, angoscia, tensione, ecc., semplicemente ci spaventano e quindi preferiamo non farle emergere in superficie, non trasformarle in pensieri coerenti, razionali e comunicabili, temporeggiando nel tentativo di sospenderle in una specie di limbo mentale.
E’ accaduto a me in tutti questi anni nello svolgimento della mia attività di volontariato operativo nella tutela ambientale. Ma poi accade un bel giorno che quelle sensazioni inquietanti, tenute più o meno approssimativamente sotto controllo razionale (rimosse o represse), emergano nostro malgrado, forse per delle invisibili leggi fisiche, a noi ancora sconosciute, quando cioè si supera una certa misura (non ancora misurabile scientificamente). A me è accaduto alcuni giorni fa, di raggiungere il punto di “emersione”.
Ero ad una delle tante occasioni di incontro (in giro per la penisola) con altri ambientalisti come me, e come accade frequentemente ci si aggiorna sulla situazione dopo anni che non ci si vede, e dopo l’ennesimo rapporto nefasto che ascoltai sui “colleghi” che avevano preso commiato da questa vita terrena (chi per infarto, per tumore o per incidente …più raramente ma non infrequente anche per suicidio), immediatamente alla mente per associazione di idee, si composero due immagini metaforiche. La prima si riferiva al rapporto abitualmente effettuato sul campo di battaglia dall’Ufficiale subalterno al suo Comandante, sul numero delle vittime. La seconda immagine si riferiva all’abitudine che hanno molti lettori dei giornali locali, soprattutto se anziani, appena comprato il giornale di andare a vedere le pagine che riportano gli annunci mortuari, per vedere chi e quanti sono morti prima di loro … In quell’occasione ho avuto il coraggio di dire quanto non avevo ancora comunicato esplicitamente, e lo feci con una certa ansia, perché non sapevo quali reazioni avrei potuto suscitare. Dissi cioè che ero convinto che gli ambientalisti morissero prematuramente rispetto a coloro che dell’ambiente gliene importa poco o niente e che quindi svolgere attività di volontariato ambientale operativo era come svolgere un lavoro ad alto rischio di vita ed usurante. Fu come se avessi compiuto un rituale per esorcizzare le paure e le ansie represse, ci fu una vera e propria esplosione di comunicazioni personali che sembravano covare da anni allo stato latente. Oltre ad una istantanea adesione e consenso a conferma delle mie affermazioni, ognuno degli interlocutori aggiunse qualcosa di suo, citando quanti morti tra i suoi amici aveva riscontrato, che era dovuto all’eccesso di stress che si accumula, al senso di responsabilità che ti tende come una corda, alle aspettative nei tuoi confronti che non vuoi deludere e che ti provocano ansia, ai troppi impegni che spesso si sovrappongono, alle repressioni e persecuzioni cui sei soggetto, al mobbing, all’incomprensione e derisione che subisci, al fatto che hai solo oneri e nessun onore, al depauperamento alle penalizzazioni ed alle querele che subisci, alla solitudine ed all’isolamento, ai conflitti ed alle tensioni e dissensi in seno alla famiglia, alla cronica mancanza di risorse che ti induce ad aguzzare l’ingegno fino ad esaurirlo, ecc.. in buona sostanza tutti concordavano che gli ambientalisti muoiono prematuramente, mediamente 15 – 20 prima della media indicata dalle statistiche, e non sono pochi.
Fenomeno probabilmente imputabile all’accumulo di “tossine psichiche” (dal mio punto di vista, avendo una formazione psicologica), paradossale per coloro che dedicano la loro vita a combattere contro le cause dell’inquinamento e quindi semmai contro il diffondersi di tossine chimiche … Somatizzando lo stress nel corso della loro vita, divenendo vulnerabili alle malattie, soprattutto agli esaurimenti nervosi ed ai collassi, cronicizzando una sequenza infinita di disturbi psicosomatici, fino a sfociare in malattie più gravi e degenerative, immolano più o meno consapevolmente la loro vita per uno scopo collettivo.
Successivamente l’episodio catartico si è ripetuto in altri contesti e con forti analogie, e sempre è emerso questo riscontro condiviso tra i colleghi … con qualche connotazione folcloristica secondo la località, ad esempio in Piemonte a volte ho sentito riferimenti al fatto che solo i “sanssossì” (si pronuncia “sansusì’, simile al francese sans-soucis, ma con connotazioni più negative, di irresponsabilità, incoscienza e menefreghismo più marcate. Peccato che l’insipienza politica rischia di provocare l’estinzione dell’affascinante lingua piemontese e dei dialetti derivati …) non saranno mai ambientalisti ed anche per questo sono destinati a vivere a lungo, intensificando ed espandendo il loro parassitismo sociale, nella nostra epoca premiato da innumerevoli immeritati successi mediatici, soprattutto televisivi (da anni ormai ho rinunciato a vedere la tv di stato e commerciale, perché i miei neuroni minacciano di scioperare e non posso permettermi una vertenza sindacale a livello sinaptico ...)
Ovviamente, riferendomi al rischio di morte prematura, mi riferisco agli ambientalisti “veri”, cioè a quelli che rischiano in prima persona e perseverano nonostante tutto, a coloro che lo fanno solo ed esclusivamente perché motivati intrinsecamente, che agiscono col cuore e credono fermamente nei valori che propugnano, nei confronti dei quali circa venticinque anni fa avevo condotto uno studio sperimentale di psicologia ambientale sulle loro motivazioni, anche per il profondo rispetto che suscitavano in me. Non mi riferisco certo a coloro che, più o meno opportunisticamente ed utilitaristicamente, hanno cavalcato l’ambientalismo per fare carriera personale e lo fanno tuttora. Non mi riferisco a quelli che intervengono ad ogni piè sospinto (dove lo trovano il tempo?) su ogni argomento e pronunciando banalità, perpetuando e travasando il “teatrino della politica” anche nell’ambientalismo, rendendolo soprattutto mediatico, effimero e poco credibile.
Pervenire a rendere pubbliche queste mie considerazioni non è stato un processo indolore, perché già viviamo in un’epoca in cui non è facile reperire nuovi volontari operativi (sapete che operiamo nella vigilanza ambientale e quindi siamo sulla “prima linea del fronte”) e le defilazioni sono numerose, e dichiarare pubblicamente che con questa scelta si rischia anche di ridurre notevolmente la durata, oltre alla qualità, della vita, non è certo incoraggiante per promuovere il reclutamento …
A questo punto non possiamo più fare finta di niente, non possiamo simulare di non essercene accorti che si vive molto meno a lungo rispetto alla media statistica. Prendiamone atto e con coraggio cerchiamo di essere coerenti fino alla fine, scegliendo anticipatamente una bara ecologica (biodegradabile e dai costi irrisori) e la cremazione, per accomiatarci con coerenza e fedeltà ai valori condivisi e divulgati nel corso della propria vita.
Personalmente comunque rimango sottilmente ottimista, in quanto non mi sento più molto “ambientalista”, non come prima, nei 28 anni precedenti nei quali credo di aver dato un contributo significativo ed innovativo all’ambientalismo italiano. Mi sento meno ambientalista, perché mi sento come lo spettatore che la domenica nello stadio si sente “tifoso” … ovviamente non può definirsi solo o isolato, e così è accaduto agli ambientalisti: ormai non sono più soli, ormai quasi tutti sono divenuti ambientalisti. Basta vedere i mass media, tutti quanti aprono in prima pagina con titoli che riguardano problematiche ambientali, quando fino a qualche anno fa gli ambientalisti e le loro argomentazioni erano relegati in un cantuccio o censurati … Ormai tutti parlano di questioni ambientali, i “tuttologi” e gli opportunisti hanno spazio a iosa, ed io che ho sempre evitato ogni forma di protagonismo e di visibilità personale, approfitto del fatto che non sono un volto noto e mi mimetizzo socialmente per apprendere da questi ambientalisti dell’ultima ora come fare per aver cura dell’ambiente e risolvere i problemi che ci assillano. Non si finisce mai di imparare e chiunque può insegnarci qualcosa …
Calorosi saluti
Claudio Martinotti

Le Accademie Rinascimentali Casalesi nell’epoca dei Gonzaga. Una proposta attuale

Casale Monferrato ha una tradizione pionieristica nella costituzione di Accademie culturali (letterarie), dal primo Rinascimento fino all’800 e può vantarsi di avere:
- istituito la prima Accademia della regione Subalpina:
- ben sei Accademie nel periodo della dominazione dei Gonzaga in Monferrato.
Per esigenze di spazio cercherò di sintetizzare l’esito della ricerca da me effettuata, riportando l’essenziale e limitandomi alle prime due ed ai principali personaggi che le ispirarono e fondarono, e ponendomi a disposizione per coloro che volessero approfondire l’argomento.
La prima fu l’Accademia degli “Argonauti”, seguita cronologicamente da quella degli “Illustrati”, del “Consiglio della Nazione del Monferrato”, dei “Pellegrini”, dei “Principianti” e dei “Deboli”. Le prime due furono fondate ed operarono prevalentemente nel ‘500, le altre quattro nel ‘600 fino ai primi del ‘700. Le prime due furono sicuramente degne di definirsi Accademie, le successive sono da ritenersi più che altro dei Sodalizi a scopo di studio (tra studenti che stanno qualificandosi) ed intrattenimento pubblico e didattico, tramite saggi scolastici, letture, dissertazioni, ecc.. Alcune furono alquanto effimere.
Nicolò Franco Beneventano (così definito in alcuni manoscritti da me visionati, in quanto originario di Benevento) con Giovanni Jacopo Bottazzo (citato anche da Stefano Guazzo nella Civil Conversazione) e pochi altri fondarono a Casale nel 1540 l’Accademia degli Argonauti, anticipando di 10 anni l’Accademia dei Pastori dell’Agogna di Novara e di 22 anni quella degli Immobili di Alessandria, e molte altre che seguirono nell’area Subalpina, e di ben un secolo e mezzo l’Accademia omonima fondata a Venezia da Vincenzo Coronelli.
L’Accademia trattava di argomenti geografici e marinari e lasciò poche tracce dell’attività svolta nei pochi anni di durata, finché nel 1546 il Nicolò abbandono Casale per motivi ignoti ma probabilmente imputabili a qualche insorta malevolenza, per recarsi a Mantova, Basilea ed altre città (fino alla sua tragica morte avvenuta a Roma) e la presidenza dell’Accademia passò al Bottazzo, dopo di ché l’attività rapidamente scemò mancando il principale animatore. Il Bottazzo confluì nel 1561 anche nell’Accademia degli Illustrati ed aderì anche all’Accademia degli Immobili di Alessandria, fondata nel 1562, attualmente identificata come continuità culturale nella Società di Storia Arte e Archeologia delle province di Asti ed Alessandria.
Affascinante l’usanza di attribuirsi dei soprannomi di identificazione una volta entrati a far parte dell’Accademia degli Illustrati (come in quella precedente degli Argonauti), ad es. il Bottazzo era il “ Pensoso”, il Guazzo era l’”Elevato”, il Novazzotti era l’”Opaco”, ecc., (similmente a come avviene attualmente per partecipare a gruppi di discussione in Internet) ed anche quella dell’”impresa”, una specie di motto o concetto esistenziale di identificazione personale di difficile interpretazione.
Il Nicolò era uno spregiudicato avventuriero di bella presenza e buona eloquenza, era stato collaboratore di Pietro Aretino (sarebbe meglio definirlo “complice” in quanto l’Aretino inventò una sorta di giornalismo “ricattatorio” nei confronti dei potenti dell’epoca, che gli consentì di arricchirsi) dal quale si separò in una modo ostile che sfociò in feroce inimicizia. Tra le poche iniziative degne di lode che deve aver compiuto nel corso della sua vita, fortunatamente per noi casalesi e monferrini, dobbiamo annoverare la fondazione dell’Accademia degli Argonauti, che ispirò poi tutte quelle a seguire. Finì impiccato nel marzo 1570 a Roma per ordine del Sant’Uffizio dell’Inquisizione per le sue irriverenti ed anche oscene satire contro il Papa (che all’epoca era Pio V, pontefice piuttosto severo ed ex Grande Inquisitore, la pena fu infatti decisamente sproporzionata rispetto alla colpa). Il suo è uno dei pochi processi dell’Inquisizione di cui si è conservata integralmente la documentazione degli atti processuali.
L’Accademia degli Illustrati fu fondata a Casale dal giovane Stefano Guazzo, su ispirazione e stimolo dell’ormai anziano Bottazzo, attorno al 1559-60 e perdurò con alterne vicende fino al 1612, per diffondere la cultura anche tra le classi meno abbienti (non aristocratiche), tramite frequenti incontri, conversazioni, conferenze, su argomenti etici, filosofici letterari, ecc., cui partecipavano anche numerose donne. Fu sicuramente la più attiva e rinomata Accademia casalese, il cui prestigio era tale che era molto ambito potervi accedere.
Nell’Accademia degli Illustrati confluirono nobili ed eminenti personaggi della cultura casalese tra i quali, i Magnocavalli, il Pugiella, il Guasco, il Cane, l’Apostolo, il Novazzotti (che aderì con il Guazzo a Pavia anche all’Accademia degli Affidati) ecc., soprattutto dopo il 1588, periodo nel quale si intensificò l’attività dell’Accademia, che contribuì alla vivacità culturale e mondana della città che all’epoca contava ben 15mila abitanti.
Due Accademie presenti nel Rinascimento nella Capitale del Marchesato di Monferrato, e poi dal 1575 elevato al rango di Ducato, fin dall’inizio del periodo di dominazione dei Gonzaga di Mantova (senza voler citare le Accademie successive, e soprattutto il periodo di continua belligeranza con le devastazioni e privazioni che provocarono nel territorio …) cui aderirono e parteciparono personaggi di spicco della cultura e della nobiltà dell’epoca, non solo casalese e monferrina, costituiscono un esempio raro e prezioso, significativo di una realtà sociale, tutt’altro che ignorante, isolata e classista, in notevole fermento e dotata di talenti, che alle frequenti guerre in corso opponeva l’amore per le arti e lo studio. Casale era infatti all’epoca ritenuta una delle città più colte e prospere di quell’area che adesso si definisce Nord Ovest. Costituiscono altresì un motivo valido ed ulteriore per approfondire degnamente lo studio del periodo di dominazione dei Gonzaga sul Monferrato.
Le Accademie, salvo poche eccezioni precedenti dovute a Jacopo Allegretti che nel ‘300 ne fondò una a Rimini ed un’altra a Forlì e quelle costituite nel ‘400 nelle grandi città e capitali, quali Napoli, Roma, Venezia e Firenze, costituiscono solitamente un fenomeno culturale che si diffuse in epoca successiva a quelle casalesi citate, sull’onda dell’orientamento filologico letterario del fiorire della lingua volgare, sfociato poi nella famosissima Accademia della Crusca fondata nel 1582. Sono un fenomeno manifestatosi prevalentemente nel ‘600, o anche oltre, ad esempio, la cito proprio per il legame storico culturale che abbiamo, l’Accademia Nazionale Virgiliana di Mantova fondata nel 1768, prestigiosa a livello internazionale ed ancora in attività con circa 170 autorevoli accademici.
Pertanto possiamo a buon diritto ritenere che Casale sia stata se non ampiamente precorritrice, quantomeno alla pari delle principali città e capitali dell’epoca, di ben maggiori dimensioni e ricchezza.
Considerando che attualmente la città di Casale, a livello di Società Civile, sta riscoprendo un certo fermento culturale e di riscatto sociale e di fierezza della propria identità storica (sempre più consapevole della Sua Storia straordinaria), ritengo sia opportuno a livello politico ed istituzionale sollecitare e favorire la ricostituzione di un’Accademia, facendovi confluire (nel senso di aderire mantenendo la propria identità ed autonomia) le associazioni che maggiormente possiedono affinità e cooptando i personaggi che dispongono dei requisiti per accedervi ed operarvi per il bene di tutta la comunità casalese e monferrina. Ricostituendola con tutti i crismi legali ed istituzionali, dotandola di una continuità storica e morale attualizzata con le Accademie sopra citate (soprattutto con quella degli Illustrati, di cui siamo maggiormente informati, ma disponiamo di studi anche sulle altre), con programmi e progetti credibili che vi saranno elaborati, in qualche anno di attività potrebbe acquisire prestigio e credibilità e divenire cuore pulsante della località e centro intellettuale di coordinamento e di partecipazione sociale, recuperando lo spirito delle Accademie rinascimentali sopracitate, che hanno reso la nostra città una Capitale intellettuale dell’epoca.
Claudio Martinotti

I Templari in Monferrato, la prima abbozzata alleanza che costituirà quello che diverrà il Piemonte, la ricostruzione del Duomo di Casale S. Evasio

Il fenomeno socioculturale ma soprattutto mediatico che ruota attorno ai “Templari” ha ormai assunto dimensioni e complessità tali da divenire persino difficile da delimitare a approcciare seriamente: dal neotemplarismo mistico religioso e truffaldino cialtronesco, alla cinematografia, ai romanzi, ecc., ed è talmente degenerato che ha indotto molti storici seri e qualificati, non solo a prendere le distanze da questo fenomeno di costume e di business, ma addirittura li ha indotti a crisi di rigetto, li ha resi prevenuti e li ha allontanati dallo studio della materia stessa, cioè dei Templari, nonostante abbiano influito come nessun altra organizzazione nella Storia del Medioevo e dell’umanità in generale. Motivo per cui abbiamo costituito un Gruppo di Studi e ricerche specificamente mirato al Monferrato, rammentando che per Monferrato noi intendiamo quello storico e quindi non ci limitiamo alle solite riduttive espressioni geografiche di Casalese, Astigiano, Acquese, ecc., ma comprende anche il Canavese, Chivassese, Vercellese, Savonese, Albese, Lomellina …

E' risaputo che il Marchese Bonifacio II di Monferrato detto il Gigante (governò lo Stato di Monferrato dal 1225 al 1253) nutriva un odio viscerale verso Alessandria (che era stata fondata da pochi decenni in funzione antimperiale).

Il 19 aprile 1227 strinse un alleanza con Asti contro gli alessandrini, anche se tale alleanza, rinnovata ancora nell'agosto dell'anno successivo, non approderà a nulla di concreto in termini bellici e politico militari. Fino alla fine del suo marchesato egli continuò a combattere accanitamente contro i vicini, in particolare Alessandria ed i suoi alleati lombardi. In sostegno di Alessandria si attivarono infatti a più riprese gli eserciti della Lega Lombarda e di Milano in particolare.

Bonifacio cercò alleanze anche coi Marchesi di Saluzzo ed i Conti di Savoia, ma non fu sufficiente per contrastare le forze ostile scese in campo contro di lui. Nel 1231 dopo un assedio durato oltre 4 mesi subì anche la perdita di Chivasso che all'epoca era capitale dello stato.

La Storia ufficiale spesso trascura alcuni particolari ritenuti probabilmente poco significativi (o addirittura insignificanti), inerenti aspetti apparentemente secondari, di storia locale. Ma per me sono tutt'altro che trascurabili. Vediamone alcuni.

L'alleanza di Bonifacio con gli astigiani sapete dove si svolse? Dal Codex Astensis (detto anche "Malabayla", una raccolta trecentesca di cronache e documenti medioevali riguardanti Asti) che riporta fedelmente un documento del 21 maggio 1227 di ratifica del trattato di alleanza sottoscritto circa un mese prima (cui ho fatto cenno), si desume che l'atto fu sottoscritto nell'aia coperta della Mansione Templare di Santa Maria del Tempio di Asti. Asti all'epoca era il più potente ed importante comune della regione, centro di attività di numerosi banchieri e commercianti, sede della più importante Precettoria Templare dell'area regionale, alcuni anni prima (1203) si era addirittura svolto un Capitolo Generale dell'Ordine, e con questi requisiti si sarebbero limitati ad ospitare occasionalmente e superficialmente un simile accordo? Come farebbe in epoca attuale un qualsiasi agriturismo? O è logico dedurre che vi abbiano avuto voce in capitolo? Che possano avere indotto e favorito un simile esito storico?

Casale che pochi anni dopo divenne possedimento di Bonifacio, era a Sua volta sede di una Precettoria Templare, denominata di Santa Maria del Tempio (ubicata nel duecento in via Templi) con diverse proprietà sparse ed edifici, anche di culto, soprattutto nell'attuale frazione che porta ancora il nome della Precettoria, in direzione di Frassineto, che all'epoca era un'area densamente popolata e con intensi movimenti di merci e persone e scambi commerciali e vi erano frequentemente controversie per il pagamento dei dazi e gabelle ai quali i Templari cercavano di mediare. Nella sede urbana possedevano probabilmente diversi edifici in una certa "via Templi", che dovrebbe corrispondere all'attuale Vicolo dei Templari (via Aliora, a poca distanza da Duomo), nel quale sono ancora riscontrabili degli edifici con caratteristica architettonica e funzionale tipica di una Precettoria Templare. Vi sono dubbi interpretativi tra gli studiosi se il principale insediamento Templare fosse collocato in città o nell'attuale frazione portante ancor oggi la stessa denominazione medievale attribuibile ai Templari (un fatto che costituisce una rarità nel panorama italiano).

La presenza Templare in Casale (Casale S. Evasio, all'epoca) e dintorni doveva essere piuttosto importante ed "ingerente" sulle attività comunitarie, considerando che molto probabilmente furono loro a far ricostruire il Duomo di Sant'Evasio dopo l'assedio, il saccheggio e la distruzione del borgo avvenuto nel 1215 ad opera della potentissima alleanza dei conti di Savoia e di Biandrate, coi vercellesi, alessandrini e milanesi (mancavano solo gli astigiani ...).

Ad Alessandria i Templari erano probabilmente presenti con la sola mansione di Santa Margherita "de Sterpono" (luogo di sterpaglia), fin da prima della Fondazione della città, che divenne poi Santa Margherita della contrada "Bergoglio", che disponeva di un paio di possedimenti esterni alla città, in quella che attualmente è la frazione di San Michele. Si tratta di un paio di cascine poste a poca distanza tra loro, che all'epoca erano dedite all'accoglienza dei pellegrini, ad ospitare i Templari, ed all'attività agricola gestita dai "fratelli di mestiere". Niente di paragonabile come importanza alle Precettorie di Casale e di Asti (quest'ultima ritenuta una delle più importanti d'Italia).

Ogni singolo lettore, spero affascinato da questi particolari, potrà riflettere autonomamente sui potenziali sviluppi di simili informazioni, tenendo conto che i Templari erano abili a tessere trame senza comparire in prima persona (arte della diplomazia e della politica) tranne nella fase finale della loro storia ufficiale, conclusasi come sappiamo anche per la mediocrità ed eccessiva intransigenza del Suo ultimo Gran Maestro Jacques de Molay ... All'epoca dei fatti citati l'Ordine del Tempio era la più potente organizzazione monastico militare e politico commerciale del Medioevo (quella che attualmente si definirebbe una "multinazionale" potentissima, con un bilancio complessivo superiore a quello di decine di Stati messi insieme) e forse la più potente di tutti i tempi, aveva un patrimonio immobiliare e di beni mobili superiore a quella di numerosi regni europei, con decine di migliaia di possedimenti ed insediamenti in ogni parte del Mediterraneo e d'Europa, tra i quali interi porti, innumerevoli castelli e fortezze e monasteri ... e secondo Voi è ipotizzabile che si siano limitati ad ospitare ad Asti presso un loro insediamento un evento di tale importanza, senza averlo predisposto strategicamente? È possibile che si siano limitati a comportarsi come avrebbe fatto un qualsiasi moderno agriturismo, offrendo solo ospitalità per la firma dello storico accordo? Io credo di no.

I Templari non corrispondevano affatto al ritratto, piuttosto riduttivo, fornito dall'iconografia e storiografia ufficiale (poi assunta mediaticamente) di guerrieri coraggiosi ma rozzi e/o banchieri più o meno avidi, dediti alle gozzoviglie, intemperanze e violenze di vario genere. Soprattutto a livello di leadership svolgevano attività complesse e diversificate, in particolare quella che oggi definiremmo "mediazione culturale", erano soliti assimilare le culture dei popoli, gruppi e sette, coi quali interagivano, più che non i conflitti amavano diffondere la pace e favorire gli scambi, i commerci, gli investimenti, le sinergie. Lo dimostrarono in molte occasioni, rifiutandosi ad esempio di combattere contro gli Albigesi.

Quindi se nella nostra regione, che all'epoca di Bonifacio II (dinastia degli Aleramici) era ancora ben lungi dall'essere identificata col Piemonte, si pervenne ad un'alleanza come questa, tra i Savoia, i Saluzzo, il potente comune di Asti ed il Marchesato di Monferrato, in un'ottica antialessandrina e contro i suoi alleati, la Lega e Milano, significa che forse stava prendendo forma quello che poi diverrà il Piemonte, non so fino a che punto fossero consapevoli, ma questo è un dato di fatto, l'unione geografica degli alleati dell'epoca, corrisponde ai quattro quinti del territorio regionale, che solo i Savoia diversi secoli dopo riuscirono ad unificare. Una simile costruzione potrebbe essere frutto anche solo di coincidenze, anche se io non credo alla casualità ed alle coincidenze, e soprattutto non poteva essere partorita strategicamente da Bonifacio II, che era un voltagabbana patologico, essendo impossibile per qualsiasi storico tenere a mente quante volte ha cambiato alleanze più o meno repentinamente (voltafaccia spudorato). Probabilmente risvegliandosi ogni mattina, Bonifacio doveva rivolgersi ai suoi consiglieri perché gli rammentassero con quali regnanti era alleato in quel periodo, per evitare confusioni ed equivoci. Quindi una simile alleanza strategica, perdurata oltre i limiti di tempo medio delle alleanze stipulate da Bonifacio (che infatti fu rinnovata l'anno successivo, come ho citato), doveva avere un'altra regia ... I Templari in Monferrato devono aver influito ben più di quanto risulti finora storicamente, e costituisce un ambito di ricerca ancora quasi inesplorato, con forti valenze attrattive e potenzialità turistico culturali per la località.

Concludo con qualcosa che di storico non ha nulla ma in compenso possiede molto fascino.

Come avvenne per l'ultimo Gran Maestro dell'Ordine dei Templari, Jacques de Molay, che prima di morire sul rogo nel 1314 predisse (alcuni la interpretarono come una maledizione ...) la morte in breve tempo di tutti i nemici e persecutori del Tempio, cosa che puntualmente avvenne, così possiamo immaginarci che il Marchese Bonifacio II, consapevole di non essere riuscito a conquistare l'agognata Alessandria, abbia trasmesso ai casalesi questo arduo compito storico ... Probabilmente quest'odio viscerale verso Alessandria venne trasmesso ai casalesi come una sorta di maledizione, dal suo spirito che si stava spegnendo, in quanto Casale gli fu assegnata dall'Imperatore del Sacro Romano Impero Corrado IV proprio pochi giorni prima della sua morte. Bonifacio II mori il 12 maggio del 1253 a Moncalvo e venne poi sepolto nell'Abbazia di Lucedio ... Del resto i "casalaschi" (erano così denominati) avevano già accumulato validi motivi che giustificavano tale ostilità, e la "maledizione del Marchese" poteva semmai solo accentuarla e consolidarla nel tempo.
Claudio Martinotti

La vera identità di un territorio si manifesta soprattutto tramite la Società Civile

Mi scuso come sempre per l’apparente riduttività del testo, che non è certo dovuta a superficialità, ma all’inevitabile esigenza di coniugare la scarsità del tempo disponibile per scrivere col poco tempo che avete Voi di leggere … per cui cerco di pervenire rapidamente ad enucleare i concetti di base.

Come molti cultori ed appassionati si Storia mi sono sempre interessato agli aneddoti e proverbi popolari, sintesi di conoscenza e perle di saggezza. Tra quelli che mi hanno maggiormente impressionato ed ho potuto riscontrare quanto sia veritiero e realistico c’è il famoso: “chi ha pane non ha denti e chi ha denti non ha pane”. A conferma di come le culture spesso siano simili o quantomeno giungano alla stessa saggezza, nonostante le apparenti enormi distanze spazio temporali che le separano, nella cultura orientale esiste il suo equivalente che dice: “ciò cui sfuggi ti insegue e ciò che insegui ti sfugge”… Se solo meditassimo frequentemente su queste perle di saggezza, eviteremmo di commettere una molteplicità di errori nelle nostre scelte quotidiane e nel modo di proporci ed interagire, soprattutto nell’effettuare scelte importanti che avranno gravi ripercussioni ambientali e sociali.

Come ho subito specificato nel titolo, la vera identità di un territorio si manifesta prevalentemente tramite la Società Civile del luogo, si forma cioè una specie di identità collettiva, o meglio “comunitaria”, che può essere colta solo da una profonda conoscenza e frequentazione e dallo studio della Storia, e che fisicamente lascia delle tracce peculiari, generazione dopo generazione sul territorio stesso, sia a livello materiale che immateriale (simbolismi e cultura …). Il problema è che queste tracce sono spesso confuse in quanto si sono sovrapposte (soprattutto negli ultimi decenni) ingerenze esterne pesanti che hanno poco a che fare con la Società Civile, ma derivano dalla gestione del potere materiale, politico ed economico ma soprattutto finanziario, che è scollato dalla Società Civile, anzi spesso non la considera proprio, come non esistesse, applicando quindi una politica di tipo impositivo e vessatorio, nel migliore e più evoluti dei casi addolcita da marketing di tipo sociale, mistificazione, disinformazione, e qualche effimero “contentino”.

In sintesi chi gestiva il potere interveniva in un territorio facendo tutto quello che rientrava nei suoi piani di investimento, raccontando alla Società Civile che era necessario per il progresso, senza minimamente preoccuparsi della Storia della Comunità locale e del luogo (genius loci). Ho usato il passato perché negli ultimi anni la Società Civile ha reagito in maniera sempre più organizzata, coordinata ed eclatante, rendendo sempre più difficile per i poteri forti fare i comodi loro, ed ecco che allora subentra il marketing ed intervengono gli esperti di comunicazione per cercare di mistificare meglio e mediare (aumentando inevitabilmente i costi previsti per conseguire l’obiettivo, che comunque saranno recuperati sempre a carico della collettività).

Soprattutto i poteri forti hanno dovuto coinvolgere maggiormente i governi nazionali e locali nei loro giochi di società, coniugando sempre più il business con la politica, attribuendo loro dei ruoli di apparente valorizzazione, in modo da motivarli verso l’obiettivo comune, sempre ovviamente nell’interesse collettivo ... Del resto non si possono biasimare coloro che si sono finora prestati in buona fede a questi giochi (escludendo quindi i casi di corruzione, e non sono pochi), perché manca loro la consapevolezza e la lungimiranza, che può derivare solo dalla cultura. Se una persona che è al potere non conosce la Storia, come può avere rispetto vero e profondo per il luogo dove vive o dove intende intervenire? Penserà veramente che solo trasformandolo in una serie infinita di capannoni potrà garantirne un futuro prospero. Ecco perché sorgono così tanti Osservatori per il Paesaggio, perché non ci deve opporre solo al grosso e pericoloso insediamento come potrebbe essere l’inceneritore di rifiuti, ma non si deve neppure subire una massiccia trasformazione del territorio, come è avvenuto per tante aree italiane, dove a pascoli e boschi si sono sostituiti migliaia di capannoni industriali e commerciali ai lati dell’unica strada di accesso, che pertanto non si può neppure allargare e quindi si intasa facilmente esasperando gli automobilisti per i lunghi tempi di percorrenza ed elevando gravemente l’inquinamento atmosferico ed acustico.

La perdita di identità di un luogo e di conseguenza della sua comunità per le ingerenze sopra descritte si tramuta sempre in una grave e spesso irreversibile perdita nella qualità della vita, cui le varie forme di compensazione consumistica cui si ricorre, fino alla compulsione ossessiva, non potranno porre rimedio ma solo parzialmente lenire, per cui si perverrà a malesseri psicologici, psicosomatici e sociali sempre più gravi, che porteranno la comunità alla disgregazione, disperdendo i suoi valori, le sue risorse e le sue potenziali, annullandone le prospettive.

Un altro pericolo in corso è quello della sottrazione dei valori immateriali, cioè quelli simbolici, che in quanto tali non devono e non sono assolutamente da sottovalutare. Anzi. Come per un’azienda di successo ed ormai consolidata il suo marchio ha un valore particolare, commerciale ma anche monetario, ed a volte diventa oggetto di compravendita e per cifre astronomiche, così per un territorio il suo nome o meglio il suo MARCHIO, se conosciuto per motivi legati alla Storia, alla Leggenda, ed alle peculiarità del suo paesaggio, per gli ecosistemi presenti, per il suo fascino, ecc., acquisisce un valore enorme e quindi diventa motivo di appetibilità per il business che ne può derivare. Ed allora, come si può comprare un marchio aziendale, si potrebbe cercare di comprare un marchio territoriale, solo che siccome non lo si può comprare all’asta, come un’opera d’arte, allora si cercherà di sottrarlo in maniera più insidiosa, strategica, subdola, abusandone. Come avviene per i nostri prodotti tipici che all’estero sono imitati, contraffatti e venduti come fossero originali, così potrebbe avvenire per un marchio territoriale.

Ed ecco che ci riallacciamo alla fase iniziale di questo breve scritto, al riscontro dei proverbi popolari nella realtà di tutti i giorni. Chi ha i soldi (e molti) non possiede il territorio giusto (con un marchio conosciuto) e quindi cerca di acquisire il diritto di sfruttarlo, pur non appartenendovi. Avrebbe un senso se almeno vi si trasferisse con la famiglia e tutte le sue attività finanziarie e produttive, ma questo richiederebbe una scelta di fondo che non si è disposti a compiere, in quanto l’intento è speculativo e non socioculturale. Al contrario chi possiede il territorio nel senso Storico e Culturale del termine, non ha risorse sufficienti per valorizzarlo (e mi riferisco nello specifico alla Società Civile insediata).

“Chi ha pane non ha denti e chi ha denti non ha pane”. Questi due elementi costitutivi potrebbero anche incontrarsi ed intendersi (in termini contrattuali potrebbero cioè divenire “contraenti”), se la nostra civiltà fosse fondata sulla Cultura del Rispetto, ed in tal caso non occorrerebbe né il marketing e neppure gli esperti di comunicazione. Occorrerebbe solo la trasparenza propositiva. Quando invece si ricorre all’opacità, quando si rendono note le cose solo quando sono fatte o poco prima, quando vengono imposte dall’alto, ecc., allora si è fatta una scelta diversa che non ha nulla a che vedere con il rispetto ed il riconoscimento della Società Civile come interlocutore primario ed essenziale, e quindi diventa inevitabilmente una contrapposizione che prima o poi si delineerà in tutta la sua dimensione, e vedremo se coi soldi si potrà comprare il consenso della Società Civile …

Ah, dimenticavo. Di solito che ricorre a queste forme di appropriazione indebita di un marchio territoriale si riferisce spesso all’esigenza di “pensare in termini di territorio”, accusandovi di campanilismo se non condividete questo precetto. In realtà il Vostro sarebbe semmai “LOCALISMO” e non campanilismo, ma questi non sono limiti culturali della Società Civile, ma semmai di chi compie la speculazione. Ma il punto sostanziale e paradossale è che ad invitare a pensare in termini territoriali è proprio colui o coloro che il territorio non lo posseggono, in quanto estranei ad esso culturalmente e storicamente, ed invitano a tale “profondità di pensiero” proprio coloro che già vi sono insediati, che al territorio appartengono e ne hanno fatto la storia. Ce né abbastanza per una commedia del grande Eduardo …

Calorosi saluti
Claudio Martinotti

Ambiente, storia ed identità di una comunità e di un territorio. La Storia acquisirà un ruolo sempre più importante nella politica sociale

Ambiente, storia ed identità di una comunità e di un territorio. La Storia acquisirà un ruolo sempre più importante nella politica sociale
Un ambientalista che io stimo molto, qualche tempo fa scrisse un testo memorabile, nel quale cercava di capire i motivi della notevole differenza di comportamento di alcune comunità locali rispetto ad altre quando sono minacciate da opere ed insediamenti ad alto impatto ambientale, prendendo a riferimento il “popolo” della Val Susa, che stupendo tutto il mondo ha opposto una caparbia resistenza alla TAV mantenendo un’unità di intenti ed una perseveranza ammirevoli. La sola attribuzione della Sindrome Nimby (acronimo che tradotto dall'inglese significa: "non nel mio giardino") non è sufficiente a spiegare un simile fenomeno sociale e politico che ha fatto scuola, divenendo capostipite di altri movimenti simili, coordinandosi tra loro.
Pur non avendo probabilmente studiato Psicologia Ambientale, l’ambientalista intuì un motivo di fondo che è causa di tali differenze: l’alterazione eccessiva del territorio distorce l’identificazione ed interazione con esso da parte della comunità insediata, a partire dalle persone più sensibili e vulnerabili, mettendo in moto processi di disaffezione e distacco (meccanismi di difesa psicologica).
Se in pochi decenni un territorio viene devastato, completamente alterato nella sua bellezza esteriore fino ad allora percepita ed interiorizzata, costruendo come è avvenuto in molte parti d’Italia una sequela interminabile di capannoni, opere pubbliche, ipermercati, insediamenti ludici, infrastrutture viabili, ecc., quella che viene comunemente definita “cementificazione” del territorio, che nel nostro Paese è tra le più elevate al mondo come indice di sviluppo, allora la popolazione locale perde la sua identità territoriale e comunitaria, non si riconosce ed identifica più con l’ambiente che l’ha accolta alla nascita e nel quale ha trascorso in particolare l’infanzia, ed il resto della vita, alimentando un perverso e degenerativo circuito psicologico di smarrimento, solitudine, frammentazione, squilibrio, alienazione, disperazione, ecc., che spesso trova effimera compensazione nel consumismo compulsivo e nel disimpegno sociale, nell’isolamento tra le mura domestiche o nella fuga verso le seconde case e luoghi di vacanza esotici. E non voglio soffermarmi sulle conseguenze sanitarie, perché il discorso diverrebbe troppo complesso e si dilungherebbe troppo … I valsusini questa identità territoriale, nonostante tutto l’hanno saputa almeno parzialmente conservare, e soprattutto hanno conservato il senso della misura, non rinunciando a contestare il limite della saturazione, quando viene raggiunto.
Nel corso della mia esperienza ho avuto modo di interloquire con tutte le parti in causa di simili “conflitti” (compresi i politici) e riuscendo a ragionare con loro, in decine di occasioni ho potuto riscontrare la verità di quanto sopra asserito, loro stessi dopo averci pensato a lungo, mi hanno confermato che la “diagnosi” era indovinata: c’era disimpegno sociale verso l’ambiente perché il territorio non aveva più le valenze naturali del passato, era reso irriconoscibile dalle troppe “ferite” inferte dall’antropizzazione eccessiva …
A volte si può cogliere un particolare fenomeno, ad ulteriore conferma di questa “teoria”, soprattutto nel Sud d’Italia ci sono territori intensamente antropizzati (cementificati) in zone che in precedenza erano di notevole bellezza naturale, ebbene, in essi si riscontra uno stato di degrado assoluto all’esterno delle case, rifiuti ovunque, mancanza di manutenzione, senso di abbandono ed incuria, ecc., poi quando si ha occasione di entrare nelle case private si rimane stupiti dalla loro bellezza, curate in tutti i dettagli, accoglienti, ricche di testimonianze di vita vissuta e di tracce della storia locale, ecc.. Emblematico di un rifugiarsi nel proprio guscio protettivo come ultima risorsa rispetto ad un ambiente ormai dato per perso, estraniante, nel quale non ci si identifica più e col quale non si vuole più interagire in alcun modo …
Nel Monferrato abbiamo la fortuna di disporre di un territorio generalmente ancora piuttosto integro, seppur vi siano in corso processi di alterazione, che hanno ampiamente giustificato la creazione dell’Osservatorio del Paesaggio per il Monferrato e l'Astigiano ed altri analoghi, che costituiscono un segnale positivo in quanto rivelano che il processo di disaffezione sociale verso il proprio territorio, da noi è ancora marginale, e si può recuperare l’identificazione della comunità con il proprio territorio.
Occorre a mio avviso promuovere una maggiore conoscenza anche della nostra storia (il Monferrato è stato uno Nazione per oltre sette secoli), che potrebbe fornire un ulteriore motivo di identità e fierezza, creando una sinergia tra la storia, l’ambiente ed il turismo, tra coloro che si occupano di storia, coloro che si occupano di ambiente, coloro che si occupano di turismo di nicchia e di qualità, in modo qualificato.
Una maggiore conoscenza delle proprie radici storiche produce anche una maggiore attenzione ed identificazione con il proprio territorio, acuendo la sensibilità ed il rispetto verso si esso, interpretandolo anche nelle sue valenze culturali … Ed anche in questo siamo fortunati in quanto disponiamo di più che qualificati storici ed ambientalisti “monferrini”, alcuni anche di prestigio nazionale ed internazionale, si tratta solo di trovare il modo di farli lavorare insieme su progetti comuni.
I motivi ed i presupposti di una simile proposta credo siano stati esplicitati nelle premesse. Ed è il motivo che ha condotto a collaborare intensamente il Gruppo Gevam Onlus (Guardie Ecozoofile Volontarie Associazione del Mediterraneo, Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale http://www.gevam.it), in particolare tramite il suo settore formativo costituito dal Centro di Formazione Ambientale “Monferrato” (http://www.cfa-monferrato.it) con il Circolo Culturale "Marchesi del Monferrato", fino a sottoscrivere un protocollo di collaborazione e partnership.
Ovviamente a questa sinergia dovrebbero partecipare anche i politici, che dovrebbero compiere un salto di qualità, smettendo di decidere sempre e solo dall’alto delle loro posizioni, senza un profonda conoscenza delle esigenze della popolazione e del territorio, consultandosi sempre solo a livello ristretto tra oligarchi, portaborse e lobbisti, accontentando clientele e nepotismo … una vecchia concezione partitocratica della politica che dovrebbe cessare, per lasciar posto alla Democrazia Partecipata, cioè coinvolgendo maggiormente e la Società Civile nei processi decisionali. Nello specifico argomento trattato, dovrebbero consultarsi con storici ed ambientalisti qualificati, prima di continuare ad aggredire e deturpare un territorio ed una comunità locale.
La vera identità di un territorio, a mio avviso, si manifesta prevalentemente tramite la Società Civile del luogo, si forma cioè una specie di identità collettiva, o meglio “comunitaria”, che può essere colta solo da una sua profonda conoscenza e frequentazione e dallo studio della Storia, e che fisicamente lascia delle tracce peculiari, generazione dopo generazione sul territorio stesso, sia a livello materiale che immateriale (simbolismi e cultura …).
Il problema è che queste tracce sono spesso confuse in quanto si sono sovrapposte (soprattutto negli ultimi decenni) ingerenze esterne pesanti che hanno poco a che fare con la Società Civile, ma derivano dalla gestione del potere materiale, politico ed economico ma soprattutto finanziario, che è scollato dalla Società Civile, anzi spesso non la considera proprio, come non esistesse, applicando quindi una politica di tipo impositivo e vessatorio, nel migliore e più evoluti dei casi addolcita da marketing di tipo sociale, mistificazione, disinformazione, e qualche effimero “contentino compensativo”.
In sintesi chi gestiva il potere interveniva in un territorio facendo tutto quello che rientrava nei suoi piani di investimento, raccontando alla Società Civile che era necessario per non frenare l’inarrestabile avanzata del progresso, senza minimamente preoccuparsi della Storia della Comunità locale e del luogo (Genius Loci). Ho usato il passato perché negli ultimi anni la Società Civile ha reagito in maniera sempre più organizzata, coordinata ed eclatante, rendendo sempre più difficile per i poteri forti fare i comodi loro, ed ecco che allora subentra il marketing ed intervengono gli esperti di comunicazione per cercare di mistificare meglio e mediare (aumentando inevitabilmente i costi previsti per conseguire l’obiettivo, che comunque saranno recuperati sempre a carico della collettività).
Soprattutto i poteri forti hanno dovuto coinvolgere maggiormente i governi nazionali e locali nei loro piani di investimento, coniugando sempre più il business con la politica, attribuendo loro dei ruoli di apparente valorizzazione, in modo da motivarli verso l’obiettivo comune, sempre ovviamente nell’interesse collettivo ... Del resto non si possono biasimare coloro che si sono finora prestati in buona fede a questi giochi (escludendo quindi i casi di corruzione, e non sono pochi), perché manca loro la consapevolezza e la lungimiranza, che può derivare solo dalla cultura. Se una persona che è al potere non conosce la Storia, come può avere rispetto vero e profondo per il luogo dove vive o dove intende intervenire? Penserà veramente che solo trasformandolo in una serie infinita di capannoni potrà garantirne un futuro prospero. Ecco perché sorgono così tanti Osservatori per il Paesaggio, perché non ci si deve opporre solo al grosso e pericoloso insediamento come potrebbe essere l’inceneritore di rifiuti o la megadiscarica, ma non si deve neppure subire una massiccia trasformazione del territorio, come è avvenuto per tante aree italiane, dove a pascoli, boschi ed aree umide (zone di esondazione fluviale), si sono sostituiti migliaia di capannoni industriali e commerciali ai lati dell’unica strada di accesso, che pertanto non si può neppure allargare e quindi si intasa facilmente esasperando gli automobilisti per i lunghi tempi di percorrenza ed elevando gravemente l’inquinamento atmosferico ed acustico.
La perdita di identità di un luogo e di conseguenza della sua comunità per le ingerenze sopra descritte, si tramuta sempre in una grave e spesso irreversibile perdita nella qualità della vita, cui le varie forme di compensazione consumistica cui si ricorre, fino alla compulsione ossessiva, non potranno porre rimedio ma solo parzialmente lenire i sintomi di disagio, per cui si perverrà inevitabilmente a malesseri psicologici, psicosomatici e sociali sempre più gravi, che porteranno la comunità alla disgregazione, disperdendo i suoi valori, le sue risorse e le sue potenzialità, annullandone le prospettive.
Un altro pericolo in corso è quello della sottrazione dei valori immateriali, cioè quelli simbolici, che in quanto tali non sono assolutamente da sottovalutare. Anzi. Come per un’azienda di successo ed ormai consolidata il suo marchio ha un valore particolare, commerciale ma anche monetario, ed a volte diventa oggetto di compravendita e per cifre astronomiche, così per un territorio il suo nome o meglio il suo MARCHIO, se conosciuto per motivi legati alla Storia, alla Leggenda, ed alle peculiarità del suo paesaggio, per gli ecosistemi presenti, per il suo fascino, ecc., acquisisce un valore enorme e quindi diventa motivo di appetibilità per il business che ne può derivare. Ed allora, come si può comprare un marchio aziendale, si potrebbe cercare di comprare un marchio territoriale, solo che siccome non lo si può comprare all’asta, come un’opera d’arte, allora si cercherà di sottrarlo in maniera più insidiosa, strategica, subdola, abusandone. Come avviene per i nostri prodotti tipici che all’estero sono imitati, contraffatti e venduti come fossero originali, così potrebbe avvenire per un marchio territoriale.
Se la nostra civiltà fosse fondata sulla Cultura del Rispetto, non occorrerebbe né il marketing sociale e neppure gli esperti di comunicazione per cercare di utilizzare un marchio territoriale. Occorrerebbe solo la trasparenza propositiva. Quando invece si ricorre all’opacità, quando si rendono note le cose solo quando sono fatte o poco prima, quando vengono imposte dall’alto, ecc., allora si è fatta una scelta diversa che non ha nulla a che vedere con il rispetto ed il riconoscimento della Società Civile come interlocutore primario ed essenziale, e quindi diventa inevitabilmente una contrapposizione che prima o poi si delineerà in tutta la sua dimensione, ed allora vedremo se coi soldi si potrà comprare il consenso della Società Civile …
Di solito chi ricorre a queste forme di appropriazione indebita di un marchio territoriale si riferisce spesso all’esigenza di “pensare in termini di territorio”, accusando gli “indigeni” di campanilismo se non condividono questo precetto. In realtà si tratta semmai di “LOCALISMO” e non campanilismo, ma questi non sono limiti culturali della Società Civile, ma semmai di chi compie la speculazione. Ma il punto sostanziale e paradossale è che ad invitare a pensare in termini territoriali è proprio colui o coloro che il territorio non lo posseggono e non lo conoscono, in quanto estranei ad esso culturalmente e storicamente, ed invitano a tale “profondità di pensiero” proprio coloro che già vi sono insediati, che al territorio appartengono e ne hanno fatto la storia. Ed ecco che allora assumono pieno diritto ad intervenire coloro che autorevolmente e su “delega” della Società Civile conoscono la Storia ed il territorio: gli storici e gli ambientalisti qualificati.
Calorosi saluti
Claudio Martinotti

ORGOGLIO MONFERRINO. Come conciliare gli studi storici con la tutela dell’ambiente e la valorizzazione del territorio

Personalmente è da almeno una ventina di anni che mi occupo in modo continuativo di promuovere il nostro territorio, che per meglio esser preciso definirei “Monferrato”, non riferendomi solo al casalese. Dapprima esclusivamente dal punto di vista delle mie più specifiche competenze di ambientalista operativo, quindi cercando di tutelare e valorizzare l’ambiente, poi ho cercato di farlo anche in altri ambiti, durante il mio peregrinare per l’Italia per “esportare” il know how acquisito nel volontariato, e ad esempio collaborando all’avviamento del GAL Basso Monferrato.
In tutte queste occasioni di impegno individuale, ho cercato sempre di seguire un filo conduttore strategico: cercare ciò che unisce, far confluire tutte le risorse disponibili, coordinare tutte le iniziative e le forze, evitare dispersioni e frammentazioni, ecc. … Più aumentava la mia esperienza e più mi era chiaro quale doveva essere l’obiettivo primario di un simile sforzo individuale, con la speranza che diventasse sempre più condiviso da altri: ricercare le proprie radici storiche e culturali, individuare un’identità collettiva autentica cui la comunità possa aderire sentendosi parte attiva, partecipando con senso di appartenenza, creare cioè un’identità “nazionale”.
A questo punto posso già anticipare le eventuali critiche: ma noi abbiamo già un’identità nazionale! Lo credete davvero? In realtà il nostro piccolo Paese (geograficamente) è un Continente in miniatura, per le incredibili differenziazioni etniche, culturali, antropologiche, storiche, ecc. che qualsiasi studioso ed appassionato di una qualunque di queste discipline scientifiche può riscontrare (siamo non casualmente il Paese con il maggiore patrimonio culturale al mondo). Non a caso sono stati migliaia gli studiosi stranieri che da ogni parte del mondo sono venuti in Italia a condurre i loro studi, ad esempio di glottologia, tanto per citare una disciplina che rende bene l’idea di cosa intendo, in quanto nel nostro microcontinente si parlano centinaia di lingue diverse (dialetti locali e minoranze linguistiche).
Quindi tornando al tema conduttore, la nazione cui mi riferisco, che lo è stata per circa sette secoli e mezzo, è il MONFERRATO (con gli Aleramici, i Paleologici, i Gonzaga). Sapendo quanto sia vano proporre qualcosa quando i tempi non sono maturi (avendolo appreso soprattutto dal mio impegno ambientalista … “nemo profeta in patria”), ho atteso pazientemente di cogliere qualche segnale in tal senso per poter dare il mio modesto contributo in questa direzione.
Le condizioni fino a qualche anno fa non erano certo favorevoli, il pregiudizio e la disinformazione erano dominanti e costituivano una barriera invalicabile. Proporre ad esempio, durante il mio periodo di collaborazione col GAL, la ricerca di alleanze con gli astigiani era stato accolto con molta ostilità (da entrambe le parti, ad essere sincero). I pregiudizi, i campanilismi, le rivalità, ecc., erano troppo forti. Però proseguire in quel modo di agire così limitativo, abbiamo visto tutti, quali conseguenze penalizzanti ha portato alla nostra località, in particolare a causa della rivalità con Alessandria (che sarà pure suffragata da secoli di storia, ma ormai è anacronistica ed andrebbe superata con un atto di consapevolezza liberatoria reciproca ...).
Quindi riassumendo sinteticamente: ogni tentativo di proporre alleanze vere e solide (consapevoli) con altre comunità contigue, per valorizzare l’Identità che abbiamo in comune (l’appartenenza al Monferrato come Nazione storica), era stato sempre vano, interpretato con sospetto e quindi rigettato. Ed inoltre c’era una ulteriore difficoltà, la conoscenza della Storia del Monferrato era assai scarsa, riduttiva e pregiudiziale, sia per penuria delle fonti disponibili (e non mi riferisco solo ai testi redatti dagli storici, ma all’accessibilità e divulgazione pubblica), ma soprattutto per la disinformazione (cui ho già fatto cenno prima).
I meglio informati, soprattutto tra i personaggi pubblici, al massimo sapevano che i possedimenti del Marchesato di Monferrato erano stati estesi fino in Liguria (in prov. di Savona), ed erano prevalentemente convinti che il Monferrato fosse essenzialmente casalese, con Casale come Capitale e qualche estensione territoriale nell’astigiano, ma erano molto lontani dall’averne una conoscenza accurata. Ed ancora adesso, se si rendesse pubblica la lista delle località che sono appartenute (anche per lunghi periodi) al Monferrato, si rimarrebbe stupiti, per l’impressionante estensione territoriale che ebbe nel periodo di massima espansione (centinaia di località, tra cui numerose città, in quelle che sono attualmente dodici province e tre regioni). Erano conoscenze perlopiù riservate agli “addetti ai lavori”, cioè agli storici, e neppure tutti quanti. Recentemente però le condizioni sono cambiate.
Negli ultimi anni sono aumentati gli studi storici condotti sul Monferrato (tesi di laurea ma anche studi monografici e specialistici), gli storici hanno aumentato i contatti, gli scambi e le collaborazioni tra di loro (forse anche per merito della tecnologia disponibile …), ed alcuni hanno intrapreso delle brillanti iniziative di promozione del Monferrato proponendole alle autorità politiche locali e soprattutto alla popolazione, con una serie di incontri divulgativi e di convegni di studi specifici.
Mi riferisco in particolare alla straordinaria attività svolta dal “Circolo Culturale Marchesi del Monferrato” e dal Prof. Roberto Maestri che lo presiede, che raccoglie decine di qualificati studiosi ed anche personaggi prestigiosi a vario titolo interessati (ad esempio componenti di qualche ramo famigliare delle ex dinastie regnanti nel Marchesato), che in un lasso di tempo brevissimo e cogliendo l’occasione dei 700 anni dall’arrivo dei Paleologi in Monferrato ha svolto un prezioso lavoro di tessitura culturale e sociale, proprio nella direzione che io da anni auspicavo: unire le comunità locali in un’identità storica comune, superando sterili campanilismi ed anacronistiche rivalità, portando conoscenza dove dominava l’ignoranza (nel senso proprio di coloro che ignorano …). Vi consiglio in proposito di visitare il sito web del Circolo www.marchesimonferrato.com ricchissimo di documentazione, progressivamente inserita, sicuramente il più esaustivo che esista in rete sulla Storia del Monferrato.
Io che sono impegnato nel volontariato ambientale da quasi un trentennio, ho un motivo particolare per essere fiero e grato a coloro che collaborano a queste iniziative, in quanto svolgono anche loro una qualificata attività di volontariato, in quanto non sono remunerati a nessun titolo, non avendo neppure un rimborso spese quando partecipano in qualità di relatori agli incontri pubblici organizzati.
Un altro motivo che desta in me consenso ed ammirazione è il riscontrare che la maggioranza di questi studiosi che fanno “volontariato” per diffondere la conoscenza storica del Monferrato, non provengono neppure dalle aree che comunemente si riconoscono appartenute al Monferrato, come ad esempio il casalese (essendo stata Casale, con Chivasso, una delle due principali capitali del Marchesato).
Rilevare che le istanze motivazionali verso questo obiettivo di interesse comune siano emerse in persone apparentemente distanti e “meno motivate”, e riscontare che alle iniziative di divulgazione organizzate finora partecipa solitamente un folto pubblico, mi ha indotto a ritenere che vi sia in corso un fenomeno di valorizzazione che trascende la nostra capacità logica di interpretare la realtà e prevederne gli esiti.
Ascoltare persone non casalesi affermare in occasioni pubbliche, che occorre promuovere l’Orgoglio Monferrino, che occorre sentirsi fieri di essere monferrini … mi ha positivamente sorpreso e fatto sperare che finalmente i tempi stiano cambiando, consentendoci di uscire dall’isolamento che si è protratto per troppo tempo.
Queste iniziative hanno creato i presupposti per favorire processi sinergici che sfoceranno in progetti estesi e condivisi che promuoveranno il Monferrato a livello europeo, ma occorre che tutti coloro che vi concorreranno a vario titolo, abbiano in mente una condizione “sine qua non”, che devono quindi ritenere prioritaria ed inviolabile, il “rispetto per la storia”, che non può e non deve essere falsata e strumentalizzata, non la si deve “prostituire” per pervenire ad obiettivi di dubbia qualità e dignità, che purtroppo sono tanto diffusi in questa nostra effimera società dell’immagine, del consumismo sfrenato, e dello sviluppo oltranzista.
Noi che abbiamo la fortuna di avere alle spalle secoli di storia vera di cui andare fieri, non dobbiamo corromperla per finalità che non la rispettino. Pertanto qualsiasi iniziativa si voglia intraprendere a livello politico e sociale, per promuovere il nostro Monferrato, ci si deve rivolgere agli storici, che apportino il loro contributo di serietà e conoscenza per evitare passi falsi rischiando di renderci ridicoli, in un’epoca in cui centinaia di località si reinventano la storia producendo delle specie di fiction o reality per attirare turisti. Noi non ne abbiamo bisogno, ed è la storia stessa che lo dimostra.
La nostra credibilità deriva dalla storia stessa, occorre però porre le condizioni affinché gli studi sul Monferrato possano proseguire con carattere di continuità, meglio quindi se pianificati a lungo termine e strutturati con criteri lungimiranti, ricorrendo a indispensabili finanziamenti mirati e graduali, in quanto oltre all’impegno professionale degli specialisti occorre considerare che i documenti da consultare sono sparsi in una miriade di Archivi di Stato e privati, diocesani, notarili, comunali, ecc., in vari capoluoghi italiani oltre che in diverse località francesi e spagnole (ad es. Madrid e Simancas, per citare i più noti). Consentire agli studiosi la consultazione di così tanti documenti dispersi in mezza Europa (per vicissitudini storiche che sono ben note), oltre alla complessità operativa e logistica di un tale lavoro (ad es. molti archivi non sono aperti al pubblico o lo sono ad orari ridottissimi), occorre preventivare che vi sono dei costi non indifferenti da sostenere …
Prendiamo esempio dalla città di Saluzzo, che ha finanziato vari studi storici sul suo Marchesato, che hanno contribuito recentemente a rivalutarne l’importanza storica (e non solo) a livello addirittura internazionale.
Inoltre, e con questo concludo, io vedrei bene una qualificata alleanza tra la storia e l’ambientalismo, intendendo quello di approccio scientifico, di valorizzazione e tutela del territorio, per i motivi che ho già avuto modo di spiegare in altri miei interventi e che riprenderò ed elaborerò volentieri nei prossimi, se mi sarà consentito.
Cordiali saluti
Claudio Martinotti *