Benvenuti nel Blog di Claudio Martinotti Doria, blogger dal 1996


"Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam", motto dell'Ordine dei Cavalieri Templari, Pauperes commilitones Christi templique Salomonis

"Ciò che insegui ti sfugge, ciò cui sfuggi ti insegue" (aneddotica orientale, paragonabile alla nostra "chi ha pane non ha denti e chi ha denti non ha pane")

"Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell'Occidente è che perdono la salute per fare soldi. E poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere nè il presente nè il futuro. Sono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto."
(Dalai Lama)

"A l'è mei mangè pan e siuli, putòst che vendsi a quaicadun" (Primo Doria, detto "il Principe")

"Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci." Mahatma Gandhi

L'Italia non è una nazione ma un continente in miniatura con una straordinaria biodiversità e pluralità antropologica (Claudio Martinotti Doria)

Il proprio punto di vista, spesso è una visuale parziale e sfocata di un pertugio che da su un vicolo dove girano una fiction ... Molti credono sia la realtà ed i più motivati si mettono pure ad insegnare qualche tecnica per meglio osservare dal pertugio (Claudio Martinotti Doria)

Lo scopo primario della vita è semplicemente di sperimentare l'amore in tutte le sue molteplici modalità di manifestazione e di evolverci spiritualmente come individui e collettivamente (È “l'Amor che move il sole e le altre stelle”, scriveva Dante Alighieri, "un'unica Forza unisce infiniti mondi e li rende vivi", scriveva Giordano Bruno. )

La leadership politica occidentale è talmente poco dotata intellettualmente, culturalmente e spiritualmente, priva di qualsiasi perspicacia e lungimiranza, che finirà per portarci alla rovina, ponendo fine alla nostra civiltà. Claudio Martinotti Doria

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Patriă Montisferrati

Patriă Montisferrati
Cliccando sullo stemma del Monferrato potrete seguire su Casale News la rubrica di Storia Locale "Patriă Montisferrati", curata da Claudio Martinotti Doria in collaborazione con Manfredi Lanza, discendente aleramico del marchesi del Vasto - Busca - Lancia, principi di Trabia

Come valorizzare il Monferrato Storico

La Storia, così come il territorio e le sue genti che l’hanno vissuta e ne sono spesso ignoti ed anonimi protagonisti, meritano il massimo rispetto, occorre pertanto accostarsi ad essa con umiltà e desiderio di apprendere e servire. In questo caso si tratta di servire il Monferrato, come priorità rispetto a qualsiasi altra istanza (personale o di campanile), riconoscendo il valore di chi ci ha preceduti e di coloro che hanno contribuito a valorizzarlo, coinvolgendo senza preclusioni tutte le comunità insediate sul territorio del Monferrato Storico, affinché ognuna faccia la sua parte con una visione d’insieme ed un’unica coesa identità storico-culturale condivisa. Se ci si limita a piccole porzioni del Monferrato, per quanto significative, si è perdenti e dispersivi in partenza.

Sarà un percorso lungo e lento ma è l’unico percorribile se si vuole agire veramente per favorire il Monferrato Storico e proporlo con successo come un’unica entità territoriale turistico culturale ed economica …

I Francesi a differenza degli italiani, sanno ancora scendere in strada con forza e coraggio a rivendicare i loro diritti

Che in Francia non le cose non andassero bene, soprattutto nell'era Macron, ne abbiamo già diffusamente scritto, ma ora la situazione si è fatta particolarmente esplosiva, in tutto l'"Impero", compresi Territori d'Oltremare. Non è certo con la repressione che Macron potrà far tacere quest'ondata di protesta popolare. Mi rammenta la determinazione con la quale milioni di persone erano scese in strada a protestare contro la riforma previdenziale, che in Francia prevedeva l'innalzamento di soli due anni dell'età pensionabile, riuscendo a stopparla, mentre da noi in Italia l'accoppiata Monti-Fornero, con un semplice piagnisteo mediatico di pochi minuti, sono riusciti a far passare una riforma che innalzava di ben sei anni l'età pensionabile, senza che neppure un cane (meno che mai un sindacalista) sia sceso in strada a protestare. Forse gli italiani dovrebbero porsi qualche domanda in proposito. Claudio


Gilet gialli e lotta di classe in Francia

 


di Giacomo Marchetti - Contropiano
  Questa è una settimana decisiva per comprendere il futuro del movimento sociale che si sta sviluppando sia nella Francia metropolitana, che nell’estrema periferia di un importante Territorio d’Oltre Mare come l’isola de la Reunion, nell’emisfero meridionale dell’Oceano Indiano.

Sabato scorso, non solo a Parigi, i Gilets Jaunes sono scesi nuovamente in piazza, così come coloro che hanno manifestato contro la violenza sulle donne che hanno sfilato nella capitale e in un cinquantina di altre città.

A Montpellier i Gilets Jaune si sono aperti in due ali per far passare chi si era mobilitato contro la violenza di genere, lasciando dunque sfilare il corteo tra gli applausi delle “giacche gialle”.

La “marea gialla” e quella “viola” in altri contesti non sono arrivate a vedersi così da vicino, ma raramente sono entrate in contrapposizione.

Sono continuati i blocchi, che hanno preso di mira depositi petroliferi e centri commerciali, e si sono svolte numerose manifestazioni di fronte alla prefettura, o nei centri cittadini. Alcune contraddistinte da tensioni con la polizia che ha fatto uso di gas lacrimogeni, altre molto più tranquille. Bordeaux, Lione, Tolosa, la Bretagna hanno conosciuto significative mobilitazioni; mentre a la Reunion, dove nella maggior parte dei comuni (14 su 24) vige il coprifuoco notturno e 17 blocchi paralizzano di fatto l’isola, si sono visti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine a Port.

Il parlamentare della France Insoumise eletto nell’isola della Reunion questo lunedì ha brandito all’Assemblea Nazionale, durante il dibattito sul budget del prossimo anno un gilet giallo: “io denuncio il comportamento coloniale dello stato francese“. Cioè la repressione, per cui è stato mobilitato l’esercito, con cui sono state trattate le legittime rivendicazioni degli abitanti. Il deputato della LFI, agitando il gilet giallo, l’ha definito “bandiera di resistenza”.

Annick Girardin, ministro dei Territori d’Oltre Mare, ha promesso che si recherà nell’Isola questo mercoledì per incontrare i Gilets Jaune locali.

Il bilancio più pesante delle violenze poliziesche è quello relativo alla capitale dell’Esagono, dove le forze dell’ordine hanno usato l’arma più pericolosa in loro possesso – la granata “stordente” e “dispersiva” – ferendo gravemente un manifestante.



In tutto, le forze dell’ordine, di fronte a manifestanti di ogni età, alcuni dei quali alla prima manifestazione, hanno utilizzato 100.000 litri d’acqua sparata dagli idranti ad alta pressione, lanciato 5.000 lacrimogeni (uno al minuto circa, in media) e “manganellato” in libertà, facendo 24 feriti. Sono state interrogate 98 persone e tra queste 27 hanno visto prolungato il loro fermo.

L’establishment economico inizia ad essere molto preoccupato perché il traffico di merci e semi-lavorati avviene in Francia per la maggior parte su gomma e non su rotaia, e le attuali modalità produttive e distributive legate al just in time soffrono non poco i blocchi: “gli industriali come noi sono stati più colpiti dai blocchi dei Gilets Jaune che dagli scioperi dei ferrovieri della SNCF”.

Il governo ha creato un unità di crisi che monitora il disagio economico delle imprese, che riguarda particolarmente i grandi centri commerciali che hanno conosciuto un forte calo dei guadagni: circa un terzo in meno nel Week End del 17 e del 18 novembre. La CGT, su un ampia piattaforma rivendicativa per l’aumento complessivo del potere d’acquisto contro il carovita, ha chiamato già dalla settimana scorsa ad una mobilitazione nazionale il 1 dicembre, mentre una parte degli studenti medi già in fermento manifesterà la “collera studentesca” questo 30 novembre.

Sabato scorso, del resto, i Gilets Gialli avevano fatto circolare l’appello ad un “Terzo Atto” della protesta per questo sabato, sempre a Parigi, e sempre ai Campi Elisi.



Il Comitato Adama, punto di riferimento per chi si batte contro le violenze poliziesche e il razzismo, ha chiamato i “quartieri popolari” ad unirsi alla protesta, sulla base di una oggettiva convergenza delle rivendicazioni: l’essere costretti all’uso dell’automobile per gli spostamenti senza alternativa, una estrema vulnerabilità sociale (nei quartieri popolari la disoccupazione è del 40%), e la violenza poliziesca vissuta quotidianamente in periferia che anche i GJ stanno conoscendo.

Che la parte più cosciente e organizzata delle banlieues scenda in piazza sarebbe un ottimo segnale.

Intanto si sono auto-nominati 8 “portavoce” – portavoce, e non “rappresentanti”, come loro stessi sottolineano – indicati da una trentina di organizzatori locali in stretto collegamento tra di loro, pubblicando la prima rivendicazione ufficiale con il fine di aprire un confronto con l’Eliseo.

Sono state scartate le persone con un profilo pubblico politico più marcato, e depennati alcuni “autoproclamati leader” locali vicini all’estrema destra. I due “portavoce” piu in vista sono Eric Dronet, autore dell’appello su FB per la prima giornata di mobilitazione del 17 novembre, e Priscilla Ludosky, una figura di spicco del movimento. Nera, per chi si concentra sulle sfumature di colore della pelle per qualificare una protesta.

Oltre ad una serie di richieste referendarie che mirano alla riforma istituzionale in senso progressista della Quinta Repubblica (un assemblea cittadina che sostituisca il Senato), le altre rivendicazioni – divise in sette aree tematiche – sono tra le altre: abolizione del glifosato (unpesticida tossico della Bayer-Monsanto largamente usato in agricoltura), l’innalzamento del salario minimo intercategoriale, la parità salariale tra uomo e donna, l’aumento delle pensioni…

Non proprio un piattaforma d’”estrema destra”, verrebbe da dire…



Un capitolo a parte sono le mobilitazioni per un alloggio degno a Marsiglia, che stanno estendendosi oltre il perimetro del quartiere di Noailles, colpito dal crollo di due edifici e dalla morte di 8 persone, tra cui una nostra connazionale; e la lotta contro la gentrificazione che aveva avuto nella Plaine il suo epicentro, a causa della militarizzazione imposta per far svolgere i lavori per la distruzione del parco pubblico centrale, sede di uno dei mercati piu popolari della città, ma ci torneremo con una inchiesta ad hoc le prossime settimane. Così come sulla Marea Bianca degli infermieri, che stanno lottando contro la distruzione della Sanità Pubblicaa tutto vantaggio dei pescecani privati della White Economy.

Un’ultima osservazione. La frattura che si sta consumando in Francia tra una buona parte della popolazione – tre quarti di questa, secondo recenti sondaggi – è un fatto politico che ci costringe ad interrogarci su cosa sia all’oggi un movimento sociale nella UE. Così come avrebbe dovuto farci riflettere la mobilitazione per l’OXI in Grecia contro i diktat della Troika, o l'”autunno catalano”; e come delle forze politico-sociali possano interagire ed essere concepite come referenti, in grado di dare risposte e proposte “dentro” ma “oltre” un movimento di tale portata.

Riportiamo il commento tranciante del leader di France Insoumise, in seguito alla sconfitta alle elezioni parziali nell’Essonne – il collegio di Emmanuel Valls, dimessosi dall’Assemblea Nazionale ed ora aspirante sindaco di Barcellona (!) – che hanno avuto un picco di astensione al ballottaggio (oltre l’80 per cento) e la sconfitta della candidata della FI che al primo turno aveva sfiorato il 18 per cento dei consensi.

Il documento si intitola: “non possiamo vincere senza il popolo”, appunto. Riferendosi alla “sinistra”, conclude lo scritto affermando: “un mondo è morto ed è inutile e pericoloso il voler fare come se non lo fosse”.

Sì perché il rassemblament della “sinistra”, comunque parziale, anche in Francia non produce niente, a differenza del movimento reale. Per parafrasare una “anonima” insoumise che partecipa ai Gilets Jaune: “ciò che possiamo guadagnare in Parlamento ce lo dobbiamo conquistare prima in strada”.

Notizia del:

I ribelli colpiscono con i missili al cloro i civili di Aleppo, ma stavolta nessun pennivendolo e politicante s’indigna





Centro studi Giuseppe Federici - Per una nuova insorgenza
Comunicato n. 89/18 del 28 novembre 2018, San Giacomo della Marca 

Siria: quando le armi chimiche non indignano i pennivendoli

I ribelli colpiscono con i missili al cloro i civili di Aleppo, ma stavolta nessuno s’indigna, 

di Gian Micalessin

 

Stavolta nessuno indagherà, nessuno condannerà e nessuno, tantomeno, bombarderà. A differenza di quelli messi a segno a Ghouta nel 2013, a Khan Shaykun nel 2017 o a Douma nell'aprile 2018 l'attacco chimico lanciato sabato notte nella zona di al-Khalidiya, un quartiere sul versante occidentale di Aleppo, non indigna, né scandalizza nessuno. Anche perché stavolta a venir colpita non è una zona controllata dai ribelli, ma una città completamente pacificata dove la popolazione civile è stata restituita da quasi due anni all'autorità del governo di Damasco. A spazzar via l'atmosfera di precaria tranquillità che si respira ad Aleppo è bastata una salva di missili partiti dalle zone della provincia di Idlib, l'ultima roccaforte jihadista nella parte nord occidentale del paese.

I missili non sono una grande novità. I civili di Aleppo ci hanno fatto il callo. Sanno che di tanto in tanto i ribelli, nonostante le trattative per arrivare ad una loro evacuazione pacifica da quei territori, non resistono alla tentazione di punire una città colpevole di aver resistito per anni all' assedio jihadista.

Nessuno però si aspettava un attacco chimico in piena regola. Un attacco messo a segno colpendo Aleppo con delle testate al cloro. Quell'attacco, stando a fonti d'informazioni siriane, ha causato l'intossicazione di almeno 41 persone mentre i contaminati sarebbero oltre un centinaio. Secondo la testimonianza di un medico dell'ospedale di Aleppo trasmessa dalla televisione di stato almeno due persone restano in conduzioni critiche mentre quasi tutto gli altri soffrono di difficoltà respiratorie e ridotte capacità visive. L'attacco viene segnalato anche da Rami Abdurrahman, il titolare di quel discusso "Osservatorio Siriano per i Diritti Umani" basato in Gran Bretagna considerato, sin dal 2011, il portavoce delle fazioni ribelli.

Stavolta neppure l'assai poco imparziale "Osservatorio Siriano" se la sente di negare l'attacco ad una città dove da due anni non c'è più la guerra. Una città dove, invece di combattere, si cerca di ricostruire. Proprio per questo l'utilizzo delle testate al cloro è sicuramente più proditorio e più vigliacco. Eppure nessuno sembra volersi sbilanciare. Certo stavolta è un po' difficile ripetere le litanie del passato quando ogni responsabilità veniva fatta cadere sul governo di Bashar Assad e sui suoi alleati russi. Stavolta anche il più scatenato sostenitore della causa ribelle ha qualche difficoltà nell'accusare il "dittatore" di aver colpito con le armi chimiche quei cittadini di Aleppo che non solo si sono opposti per anni all'assedio dei ribelli, ma stanno salutando il ritorno di migliaia di profughi rientrati nelle zone controllate dal governo. Ed ancor più difficile è ribaltare la verità sostenendo, come fecero alla vigilia dei bombardamenti dello scorso aprile Emmanuel Macron e Theresa May, di aver in mano le prove certe della colpevolezza del regime. 

Stavolta l'unica cosa sicura e certa è che nessuno verrà né accusato, né punito. Perché se s'incominciasse ad indagare anche le certezze del passato incomincerebbero a traballare. E l'intero castello di carte costruito sugli attacchi chimici attribuiti al governo siriano e ai suoi alleati rischierebbe di crollare. 






Grecia, ma quale fine della crisi: è record suicidi, sanità al collasso

Alcuni degli ultimi miei interventi sulla tragica situazione della Grecia, nei quali insistevo sull'inattendibilità delle dichiarazioni istituzionali che la davano per salva perché adeguatasi ai diktat della Troika internazionale, avevano addirittura ricevuto delle critiche dai lettori mainstream dipendenti, perché da loro ritenute non aggiornate e allarmistiche. Come no! Infatti da pochi giorni è stato reso pubblico un report della Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa che praticamente riferisce le stesse cose, che io avevo appreso dai blog greci e di italiani che erano stati in Grecia, cioé da gente del posto e sul posto che hanno vissuto tale situazione sulla propria pelle, ma non è ritenuta attendibile perché non ha il bollino CEE.
Il rapporto analitico citato è contemporaneo come stesura alle dichiarazioni del Commissario Ue Pierre Moscovici, quella brava persona che inveisce contro l'Italia alla quale vorrebbe imporre le stesse condizioni vessatorie e deleterie applicate alla Grecia, che affermava appunto che la Grecia era risanata, era tornato un paese normale. Per lui normale significa distrutto a livello sociale, nella sanità, nell'istruzione, nella previdenza, nell'assistenza, ecc., con aumenti esponenziali di suicidi, depressioni, infezioni letali per incuria e degrado, alto tasso di disoccupazione, denatalità, malati di tumore abbandonati a se stessi, ecc.. Un quadro di assoluta normalità per Moscovici e Junker, che vorrebbero imporre le loro condizioni anche in Italia. Di questa Europa possiamo fare a meno, meglio soli che male accompagnati. Claudio Martinotti Doria


Grecia, ma quale fine della crisi: è record suicidi, sanità al collasso

di Cristiana Gagliarducci - 21/11/2018

Grecia, ma quale fine della crisi: è record suicidi, sanità al collasso
Fonte: Money
Anni e anni di austerità in Grecia hanno trascinato nel baratro la sanità di Atene, e non solo.
Sull’allarmante situazione un recente report del Consiglio d’Europa che ha alzato il velo sulle condizioni economiche e sociali in cui versa ancora parte della popolazione nonostante la fine della troika.
Povertà dilagante, scarso accesso all’assistenza sanitaria di base e all’educazione, riforme strutturali imposte e poco gradite. Queste sono soltanto alcune delle considerazioni emerse dall’analisi condotta da Dunja Mijatović, Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa (un’analisi condotta a giugno scorso ma i cui risultati sono stati resi noti soltanto qualche giorno fa).
Per Mijatović non ci sono dubbi: l’austerità in Grecia si è tradotta in una violazione dei diritti umani. Considerazioni, queste, già emerse lo scorso anno in un preoccupante servizio mandato in onda da Le Iene che aveva messo in luce il drastico aumento dei suicidi e il progressivo peggioramento delle condizioni di vita dei cittadini.

La situazione in Grecia oggi

“Alla fine dei tre programmi di salvataggio la Grecia è di nuovo un Paese normale dell’Eurozona”,ha affermato a luglio scorso il Commissario Ue Pierre Moscovici, lodando le riforme attuate da Atene nel corso degli anni.
Alle sue parole, cariche di ottimismo, hanno fatto però da contrasto quelle più recenti della Mijatović:“È davvero difficile dire che oggi va tutto bene. Le persone stanno ancora soffrendo”.
30 pagine di report che hanno analizzato l’impatto dell’austerity sulla Grecia, tutte indirizzate verso un’unica conclusione: le misure imposte nel corso degli anni hanno violato il diritto alla salute delle persone sancito nella Carta sociale europea, ed hanno eroso altresì la qualità dell’istruzione.
I servizi sanitari relativi a maternità e neonati sono stati tagliati del 73% dal 2009 al 2012, mentre quelli a favore della salute mentale sono stati dimezzati tra il 2011 e il 2012. Ovviamente a scendere sono stati anche gli stipendi di un settore sanitario ormai al collasso.
I suicidi sono aumentati del 40% tra il 2010 e il 2015, mentre circa 3.000 pazienti sono già morti per infezioni nosocomiali derivanti dalle cattive condizioni sanitarie degli ospedali; per non parlare poi dei picchi registrati nei tassi di HIV e di tubercolosi tra i consumatori di droghe.

Il tutto è stato corredato da un sempre più scarso accesso all’assistenza sanitaria, un dato peggiorato nel corso degli anni che ha reso la Grecia uno degli ultimi Paesi europei sul fronte della coperture assicurative.
“I proclami politici dicono che va tutto bene. Eppure sono certa che sappiano quanto ancora deve essere fatto”, ha continuato la Mijatović.

I nodi istruzione e disoccupazione
Se il sistema sanitario della Grecia è stato messo in ginocchio dall’austerity, anche il settore dell’istruzione non ha certo festeggiato le misure introdotte con la troika. I fondi sono crollati dai 5.645 milioni di euro del 2005 ai 4.518 milioni di euro del 2017.

“I tagli al bilancio hanno gravemente colpito il personale docente che è stato significativamente ridotto, così come la retribuzione degli insegnanti che hanno però visto aumentare il loro orario di lavoro”.

Nonostante sia sceso al 19%, il tasso di disoccupazione generale rimane il più elevato d’Europa, seguito soltanto da quello spagnolo e ancora da quello italiano. Quello giovanile, invece, è ancora al 37,9%.

Una realtà già evidente: il servizio de Le Iene

Più di un anno fa anche il programma televisivo Le Iene ha cercato di mettere a nudo le vere condizioni della Grecia che, nonostante la fine della troika, non sono sembrate tanto diverse da quelle evidenziate di recente dal Consiglio d’Europa.

In quell’occasione la Iena Marco Maisano aveva visitato una delle tante «farmacie sociali» del territorio, fornitrice di medicinali gratuiti ai cittadini date le carenze statali.
Non semplici medicinali da banco: in Grecia negli anni sono venuti meno anche gli antitumorali, e questo persino negli ospedali pubblici dove le società farmaceutiche hanno spesso interrotto le forniture. Il motivo? L’elevato rischio di non vedersi pagare che ha spinto le multinazionali a scappare dal mercato greco.
Secondo il titolare di una farmacia sociale intervistato durante il servizio, nel 2016 il 60% dei bambini non è stato vaccinato e dagli ospedali sono venuti a mancare 4.000 medici e 18.000 componenti del personale.
Suicidi in aumento: niente medicine ai malati terminali
I dati dello scorso anno, meno aggiornati rispetto a quelli del Consiglio d’Europa, hanno parlato di circa 40.000 suicidi dal 2008 in poi.
Tempo fa il ministero ha approvato una legge per cui i dottori sono stati obbligati (nei confronti dei malati gravi come di cancro) a scrivere l’aspettativa di vita del paziente sulla ricetta dei medicinali. L’obiettivo? Quello di risparmiare sui farmaci evitando di “spendere troppo” per pazienti a cui rimangono solo pochi mesi.
Più morti che nascite dallo scoppio della crisi in Grecia
Secondo i dati pubblicati lo scorso anno dalla banca centrale greca, la mortalità infantile nel Paese è salita dal 2,65% del 2008 al 4% nel 2014. Aumentati anche i malati di AIDS ed epatite C, oltre che il già citato tasso di suicidi (+35,7%}.
Malasanità, carenze assistenziali, suicidi, decessi per motivazioni «futili» come le scarse condizioni igieniche negli ospedali: alla luce di quanto detto, quella attuale sembra tutto tranne che la fotografia di una Grecia tornata alla normalità.

Le antiche origini storiche del reddito di cittadinanza, che in troppi ritengono una conquista moderna


Purtroppo la storia la conoscono in pochi, ancor meno quella antica. Altrimenti la maggioranza della popolazione non riterrebbe conquiste moderne quelle che al contrario esistevano già millenni fa, in particolare durante la civiltà romana, sia in forma di repubblica che successivamente di impero. Il reddito di cittadinanza, sotto altre forme, esisteva già all'epoca romana e si protrasse per secoli con alcune varianti. Esisteva la miseria, certo, ma nessuno moriva di fame come oggi. E la civiltà romana nell'epoca del suo massimo splendore ed espansione territoriale sotto l'imperatore Traiano raggiunse circa 6 milioni di kmq e una popolazione di circa 60 milioni di abitanti. Superiore all'impero romano c'era solo quello cinese ma con un'impostazione completamente diversa, nel quale si dava meno valore alla vita umana e il distacco tra l'élite dominante e il popolo era abissale. Disponiamo di questi dati attendibili perché i romani erano ottimi burocrati e amministratori ed erano frequenti i censimenti a scopo fiscale e di controllo politico e demografico, e annotavano tutto nei loro registri e ogni provincia romana inviava periodicamente accurati rapporti a Roma. Ovviamente il reddito di cittadinanza dell'epoca era solo una delle tante conquiste sociali e istituzionali al servizio della cittadinanza, come quelli che potremmo definire gli antesignani corpi dei vigili del fuoco o di polizia urbana, i bagni pubblici (c'era molta più igiene allora che nel corso dell'intero Medioevo), i centri sociali, i luoghi di culto per ogni religione (tutte tollerate), oltre alle avveniristiche e ancora in parte presenti dopo 2000 anni opere dell'ingegno romano, come i ponti, gli acquedotti, le strade, i porti, le fognature, i circhi (gli attuali stadi e ippodromi), i teatri, ecc., mentre le nostre opere in cemento armato dopo 50 anni crollano miseramente. Pensare che la nostra civiltà attuale sia all'apice solo grazie a una fittizia ed effimera tecnologia è un'ingenuità che deriva dall'ignoranza della storia, e non sarebbe male divenirne maggiormente consapevoli, leggendo di più e sproloquiando meno. Claudio



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Reddito di cittadinanza: un progresso antico!

di Giuseppe Barbera - 16/11/2018   https://www.ariannaeditrice.it

Reddito di cittadinanza: un progresso antico!

Fonte: Ereticamente

Il polverone che sta alzando l’idea del reddito di cittadinanza è enorme. I poteri forti, secolari e millennari, si scagliano contro questo atto del governo giallo-verde come se fosse un’azione terribile e deplorevole.  La paura di fondo, manifestata pubblicamente, è che ciò accresca l’oziosità, l’evasione fiscale e le truffe contro il tesoro dello stato. Nella realtà dei fatti il reddito di cittadinanza non è un’idea nuova, ma appartiene ad un mondo antico: quello Romano! Cosa altrettanto curiosa è che non si tratta di un concetto maturatosi nel tempo, ma emerso in contemporanea alla fondazione di Roma. Plutarco, nella vita di Romolo, ci segnala che dopo la vittoria contro i Veientini, il primo Re di Roma non volle tenere schiavi, ma restituì i prigionieri di guerra agli avversari ed entrò in conflitto con i Patrizi fondatori perché evitò l’eccesso di crescita delle loro ricchezze rifiutando di distribuire loro nuove terre (oltre, appunto, a non fornirgli manodopera gratuita in forma di schiavi), bensì volle che ad ogni cittadino romano (i quali erano tutti impegnati a partecipare alle attività belliche) venissero equamente distribuite le terre conquistate. In ciò vi è un ideale sociale molto alto che vuole emancipare l’uomo dal dipendere dai ricchi dell’epoca.
A parere di alcuni storici Romolo (1) sarebbe stato eliminato fisicamente da una congiura di individui aspiranti all’accumulazione di ricchezze, e poiché egli era profondamente amato dal popolo, al punto tale che lo riteneva figlio di un Dio, venne sparsa la voce che fu visto ascendere in cielo: da ciò si sviluppò un’apoteosi di Romolo, assunto al rango di divinità col nome di Quirino, che evitò di ricercare il corpo del Re ed eventuali responsabili di un suo possibile omicidio. Nonostante ciò la politica romulea era oramai stata avviata nella città da lui fondata. Questo ideale sociale supererà i confini romani per divenire, due secoli e mezzo dopo, una ideologia comune al mondo italico: la causa di ciò sta nello sviluppo parallelo, nella pitagorica Magna Grecia, dell’intento della cancellazione della povertà tramite la distribuzione di terre (percepite come bene reale appartenente alla natura umana a differenza del denaro che invece la difetta) con la conquista di Sibari nel 510 a.e.v. da parte dei Crotoniati, guidati da Pitagora, il quale propose di distribuire le ampie campagne della città sconfitta alle classi sociali più povere. Anche qui si accese l’opposizione di una parte avida dell’aristocrazia, la quale organizzò una rivolta sanguinolenta nella figura di Cilone, che si concluse con la cacciata dei pitagorici e di un nulla di fatto per i meno abbienti. La cosa ebbe conseguenze pesanti per tutto il sud Italia perché Kroton era la polis di riferimento per le poleis Magnogreche. A riprese i Pitagorici riconquistarono il controllo della città, ma qui gli scontri sociali erano talmente intesi, tra le diverse fazioni, che si dovette fare di Taranto la novella polis a guida della “Lega Italiota”.
Osservando il fenomeno di nascita della prima Italia, risalta la presenza di un filo conduttore che ideologicamente vuole i cittadini liberi da ogni forma di servitù tramite un reddito pro capite che provenga dalla terra concessagli dallo stato. Il fenomeno è oltretutto meritocratico e spinge l’uomo allo sviluppo del concetto comunitario perché arriva alla conquista della sua “indipendenza economica” tramite la disponibilità d’impegno data alla comunità, vuoi servendo nell’esercito od in altre strutture statali. A questa linea ideologica si oppongono gruppi di latifondisti che ambiscono al controllo dello stato e delle ricchezze da esso reperibili.  Quando Roma arriva allo scontro con Taranto, nel 280a.e.v., ci si rende conto di come la Magna Grecia sia animata dalle medesime aspirazioni civili e sociali dei Romani, motivo per il quale questi ultimi elaborarono una leggenda che voleva Re Numa discepolo di Pitagora (cosa impossibile perché i due sono vissuti a circa due secoli di distanza), un motivo di propaganda che risultò credibile a causa delle medesime ideologie attive tra italioti e romani (2). La politica della libertà attraverso il possesso o reddito terriero si vide contrapposta all’ottica delle società fondate sul commercio, come quella punica, dove la ricchezza fondamentale non era la terra bensì il denaro. Gli scontri con la plutocrazia cartaginese si conclusero con la distruzione di Cartagine del 146 a.e.v.
Dopo tale evento le tensioni sociali italiche si accentuarono: i Gracchi proposero, per l’ennesima volta, la distribuzione di terre ai meno abbienti: con la crescita del dominio romano aumentavano i cittadini e le necessità ad essi connesse. I nobili intenti di questa famiglia romana trovarono la contrapposizione dei soliti “poteri forti” che, questa volta, li eliminarono spietatamente in pubblico. Dei terreni di Cartagine non si fece più nulla, ed una enorme ricchezza pubblica restava lì, bloccata ed improduttiva. Nel giro di mezzo secolo i contrasti sociali giunsero ad una terribile guerra dove le città italiane si allearono contro i poteri forti di Roma per vedersi riconosciuta la cittadinanza e poter prendere parte alle votazioni inerenti la gestione delle nuove terre: fu la guerra sociale. Silla ufficialmente vinse, ma dovette concedere la cittadinanza romana ai “socii” (alleati) italici, i quali, con ciò, furono i veri vincitori. L’identità italiana raggiunse finalmente la realizzazione del suo ideale sociale sotto Cesare: questi nel 59 a.e.v. concretizzò la riforma agraria, facendo ottenere ad ogni cittadino la quantità di terreno necessario all’indipendenza della propria famiglia.

Col tempo Roma si trasformò in un impero sempre più strutturato nella realtà statale, da ciò ne conseguirono la crescita di città sempre più grandi con forte intensità demografica: si sviluppò allora una nuova forma di reddito, dapprima consistente nella distribuzione di alimenti (farina, olio, vino) alle classi meno abbienti, fino alla distribuzione di somme di denaro da Augusto in poi: si tratta del congiarium pro capite, ovvero una somma di denaro minima considerata utile ad avere uno stile di vita dignitoso, che veniva distribuita alle classi meno abbienti per cancellare la povertà. La Res Publica dei romani fu la più longeva, nella storia dell’umanità, perché si fondava su un ideale sociale che voleva la cancellazione della povertà. Persino la schiavitù a Roma ebbe diritti che altrove non esistevano: lo schiavo romano riceveva un reddito che poteva essere fittizio (un credito segnato) o reale (in monete), grazie al quale poteva comprarsi la libertà una volta raggiunta la cifra dovuta. Certo Roma ha avuto molti elementi contrastanti, ma dall’antica italicità si possono trarre valori molti sani ed in alcuni casi risolutivi per problematiche attuali che i nostri antenati già affrontarono.
Nella società odierna non sono più i valori ad essere il centro della società, ma il denaro, ciò ha fatto sì che una riforma di diritto, come quella attuata dal governo di Lega e Cinque Stelle, è mal vista, quasi si subisse un furto, mentre a Roma il denaro non era concepito come obiettivo di vita ma come strumento per una vita dignitosa. Le nostre nazioni divengono moderne nel momento in cui si rifanno alla politica romana: lo stesso concetto di repubblica nasce nell’antica Roma e viene ripreso dall’illuminismo in poi. Il corpo dei diritti civici nasce a Roma e da Roma lo riprendiamo. Recuperare il concetto di “reddito sociale”, concepire lo stato come struttura agente super partes per la risoluzione delle differenze sociali, ciò è profondamente moderno, poiché la modernità trae origine dalla romanità: la repubblica francese, ricca di aquile e altri simboli romani, ricca di titoli ed istituzioni riprese dalla Roma antica ne è la dimostrazione concreta e reale. Questo processo di ripresa e sviluppo non è ancora terminato perché molte, delle istituzioni positive romane, sono da riprendere e svilupparsi, ed il nostro governo attuale sta affrontando una riforma moderna che appartiene alla storia del nostro paese, dove per secoli città e fazioni hanno lottato per poter vedere il loro ideale realizzarsi a discapito dei prepotenti e degli avidi.