Benvenuti nel Blog di Claudio Martinotti Doria, blogger dal 1996


"Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam", motto dell'Ordine dei Cavalieri Templari, Pauperes commilitones Christi templique Salomonis

"Ciò che insegui ti sfugge, ciò cui sfuggi ti insegue" (aneddotica orientale, paragonabile alla nostra "chi ha pane non ha denti e chi ha denti non ha pane")

"Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell'Occidente è che perdono la salute per fare soldi. E poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere nè il presente nè il futuro. Sono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto."
(Dalai Lama)

"A l'è mei mangè pan e siuli, putòst che vendsi a quaicadun" (Primo Doria, detto "il Principe")

"Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci." Mahatma Gandhi

L'Italia non è una nazione ma un continente in miniatura con una straordinaria biodiversità e pluralità antropologica (Claudio Martinotti Doria)

Il proprio punto di vista, spesso è una visuale parziale e sfocata di un pertugio che da su un vicolo dove girano una fiction ... Molti credono sia la realtà ed i più motivati si mettono pure ad insegnare qualche tecnica per meglio osservare dal pertugio (Claudio Martinotti Doria)

Lo scopo primario della vita è semplicemente di sperimentare l'amore in tutte le sue molteplici modalità di manifestazione e di evolverci spiritualmente come individui e collettivamente (È “l'Amor che move il sole e le altre stelle”, scriveva Dante Alighieri, "un'unica Forza unisce infiniti mondi e li rende vivi", scriveva Giordano Bruno. )

La leadership politica occidentale è talmente poco dotata intellettualmente, culturalmente e spiritualmente, priva di qualsiasi perspicacia e lungimiranza, che finirà per portarci alla rovina, ponendo fine alla nostra civiltà. Claudio Martinotti Doria

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Patriă Montisferrati

Patriă Montisferrati
Cliccando sullo stemma del Monferrato potrete seguire su Casale News la rubrica di Storia Locale "Patriă Montisferrati", curata da Claudio Martinotti Doria in collaborazione con Manfredi Lanza, discendente aleramico del marchesi del Vasto - Busca - Lancia, principi di Trabia

Come valorizzare il Monferrato Storico

La Storia, così come il territorio e le sue genti che l’hanno vissuta e ne sono spesso ignoti ed anonimi protagonisti, meritano il massimo rispetto, occorre pertanto accostarsi ad essa con umiltà e desiderio di apprendere e servire. In questo caso si tratta di servire il Monferrato, come priorità rispetto a qualsiasi altra istanza (personale o di campanile), riconoscendo il valore di chi ci ha preceduti e di coloro che hanno contribuito a valorizzarlo, coinvolgendo senza preclusioni tutte le comunità insediate sul territorio del Monferrato Storico, affinché ognuna faccia la sua parte con una visione d’insieme ed un’unica coesa identità storico-culturale condivisa. Se ci si limita a piccole porzioni del Monferrato, per quanto significative, si è perdenti e dispersivi in partenza.

Sarà un percorso lungo e lento ma è l’unico percorribile se si vuole agire veramente per favorire il Monferrato Storico e proporlo con successo come un’unica entità territoriale turistico culturale ed economica …

Non sappiamo ancora cosa abbia colpito la regione siberiana di Tunguska 111 anni fa

Se non siamo ancora neppure riusciti a scoprire le cause dell'evento che ha colpito la regione siberiana di Tunguska 111 anni fa, come pensiamo di scoprire con criteri scientifici le misteriose origini, capacità e carateristiche delle civiltà che hanno popolato il pianeta diverse migliaia di anni fa? In epoche talmente antiche che si riteneva vivessero solo tribù primitive di raccoglitori e cacciatori, ben prima che si presume siano sorte l'agricoltura e gli insediamenti stanziali, ed invece si è recentemente scoperto che erano in grado di edificare monumenti megalitici e templi e città con parecchie migliaia di abitanti, spostando pietre perfettamente levigate del peso di centinaia di tonnellate. Claudio

Fonte: Sputmik Italia https://it.sputniknews.com/opinioni/201906297816714-Mistero-di-Tunguska-meteorite-cometa-buco-nero-Tesla-alieni-antimateria


L'evento di Tunguska sulla mappa

30 giugno 1908 – cosa accadde quel giorno a Tunguska?

© Sputnik / Alessio Trovato 
Quella mattina di 111 anni fa nei pressi del fiume Tunguska Pietrosa, al centro della Siberia, una forza equivalente ad almeno mille bombe atomiche di Hiroshima si abbattè sulla taiga. La più grande esplosione naturale a memoria storica sulla Terra. Ma nessun cratere, niente resti di corpi celesti.
Oltre 2 mila km2 di foresta devastati, decine di milioni di alberi abbattuti (forse 80 milioni), un boato che venne avvertito a più di mille chilometri di distanza, vetri rotti per centinaia, una forza d’urto che sulla Transiberiana, 600 km più a sud, costrinse a fermare un intero convoglio ferroviario. Una potenza stimata tra i 10 e 50 megatoni. Ma niente, né le spedizioni russe, né quelle internazionali hanno mai trovato conferme di crateri, resti di corpi celesti, prove concrete di cosa sia stato. Persino le tracce di iridio non sono giudicate particolarmente significative dagli scienziati, cosa alquanto strana perchè appunto la presenza anomala di questo metallo pesante di solito testimonia impatti di meteore. Eppure cos’altro potrebbe essere stato se non appunto un meteorite?

Alberi abbattuti nella zona epicentro dell'evento di Tunguska
© AP Photo /
Alberi abbattuti nella zona epicentro dell'evento di Tunguska
 
La tesi più quotata finora è che si sia trattato di una cometa, cioè un meteorite composto prevalentemente da ghiaccio. Il corpo celeste esplodendo nell’atmosfera ad una distanza tra i 5 e 10 km dal suolo, per via dell’aria compattata e riscaldata davanti a sé dalla sua stessa massa e velocità (tra i 30 e 60 mt di diametro lanciati a 50mila km/h), si sarebbe completamente distrutto prima di toccare terra trasformando tutta la sua energia cinetica in calore e onda d’urto. Questo spiegherebbe tutto – quasi. Spiegherebbe perchè non vi siano crateri da impatto – dal momento che l’impatto non ci sarebbe appunto stato, spiegherebbe la mancanza di resti – essendo la cometa composta prevalentemente da ghiaccio, il perchè gli alberi più vicini all’epicentro fossero rimasti sì spogli e bruciati ma in piedi – l’energia su di loro sarebbe arrivata verticale mentre a quelli in periferia l’energia sarebbe arrivata con l’inclinazione giusta per abbatterli, spiegherebbe la scarsa presenza di iridio – abbondante nei meteoriti ma scarso nelle comete.
Rimangono però un paio di cose poco chiare e che in tutti questi anni hanno dato modo alle fantasie più audaci di sbizzarrirsi nelle più svariate ipotesi alternative – se fosse stato un corpo composto prevalentemente da ghiaccio, non avrebbe dovuto iniziare a surriscaldarsi, scomporsi e creare la ‘coda’ tipica delle comete non appena in contatto con la stratosfera, cioè già una cinquantina di chilometri prima di esplodere dove hanno calcolato gli scienziati? Questa coda non l’avrebbe dovuta vedere mezzo mondo? Come mai alcun testimone oculare ne parla e gli intervistati durante le spedizioni di Leonid Kulik degli anni ’30 riferiscono invece di una enorme vampata di calore e due differenti onde d’urto? Per altro nessuna cometa è mai veramente composta SOLO da ghiaccio, rocce e metalli ci sono sempre, se non veri e propri nuclei. Insomma la cometa è un’ipotesi assolutamente plausibile ma non del tutto scientificamente dimostrata. Questo non può che alimentare ancora oggi la curiosità su questo che tanto è vero, viene definito ufficialmente in occidente ‘l’evento’ di Tunguska e in Russia ‘il fenomeno’ di Tunguska ma non il ‘meteorite’ o la ‘cometa’ di Tunguska.

Lago Čeko - foto satellitare
 
Una decina di anni fa una spedizione scientifica italiana di ricercatori del Cnr e delle Università di Bologna e Trieste (Luca Gasperini, Francesca Alvisi, Gianni Biasini, Enrico Bonatti, Giuseppe Longo, Michele Pipan e Romano Serra) scommetteva di aver trovato la soluzione al mistero. Secondo questi, grazie alle loro spedizioni, iniziate già nel 1991, i cui risultati vennero pubblicati in varie riviste scientifiche, si sarebbe finalmente riusciti ad individuare il luogo di impatto. Un certo risalto venne dato anche dai media italiani – La Repubblica nel 2010 titolava: “Cnr, svelato il mistero di Tunguska - Trovato il cratere del meteorite”. In realtà il lago Čeko, quello che i nostri ricercatori affermano dover essere con ottime probabilità formato proprio dal cratere di impatto, se lo andiamo a vedere dalle foto originali o dal satellite, e non dalla ricostruzione del fondale fatta al computer e pubblicata sul giornale, non ha proprio niente di anomalo. Un normalissimo lago di 50 mt profondità massima, formato dal fiume Kimciu che ne è sia immissario che emissario. I sovietici già negli anni sessanta lo avevano escluso come possibile cratere perchè ritenuto di formazione naturale e ben antecedente al 1908. La ricerca italiana servì più che altro a ravvivare la curiosità degli stessi russi che nel 2016 demolivano definitivamente l’ipotesi con ulteriori studi che ne confermavano l’inesattezza. Anche il misterioso cerchio brullo in mezzo alla foresta che vedete pubblicato su internet quando ricercate sui motori di ricerca ‘Tunguska’ in realtà non è altro che una delle tante zone di tundra in cui non cresce nulla semplicemente perchè palude acquitrinosa.

Pensate che nel 1970 il giornale sovietico ‘Natura’ (Природа) pubblicava la lista di tutte le ipotesi più o meno scientifiche fatte fino ad allora sulle possibili cause del fenomeno. Ebbene, il totale era di 77 differenti ipotesi! Ancora più curioso pensare che dopo quella data altre ipotesi ancora si sono aggiunte e chissà quanto sarebbe lunga adesso la lista a volerle elencare tutte. Limitiamoci quindi alle più suggestive e accontentiamoci di questo piccolo elenco:
  • BUCO NERO - Nel 1973 i fisici Michael Ryan e Albert Jackson dell’Università del Texas ipotizzarono che l’evento fosse stato causato dal passaggio di un mini buco nero che avrebbe attraversato tutto il pianeta come una pallottola. Nonostante non si sia mai trovata traccia di perturbazioni sul lato del ‘foro di uscita’ dall’altra parte del mondo e nonostante che la teoria fosse basata praticamente sul nulla, Ryan e Jackson ci fecero parecchie pubblicazioni, conferenze e raccolsero buoni fondi per le loro ricerche. Dovete sapere che tante volte le pubblicazioni ‘scientifiche’ nascono proprio così – gli scienziati moderni in fondo assomigliano molto ai giornalisti, ogni tanto ne sparano una giusto per attirare un po’ l’attenzione e fare qualche lettura in più, null’altro.
  • IPOTESI UFOLOGICHE - Qui c’è dentro di tutto e di più. Ogni tanto ne usciva, e continua, ad uscirne una nuova. Navi stellari che esplodono, alieni che atterrano, che fanno esperimenti, che si sacrificano per noi facendosi scudo di un asteroide che ci avrebbe estinti etc...
  • BOMBA H - Ipotesi di una esplosione termonucleare generata forse dall’impatto di una cometa carica di deuterio. Solo che se esistessero comete di questo tipo gli astronomi dovrebbero ricominciare tutti da capo i loro studi sulle comete. D’altra parte un altro tipo di detonazione nucleare nel 1908 sarebbe stata ancora più improbabile ma, appunto questo, incuriosisce ancora di più gli amanti dell’esotico scientifico e, per paradosso, accredita l’ipotesi, magari di un esperimento nucleare già a quei tempi.
  • ANTIMATERIA – Esiste anche questa bizzarra ipotesi dell’incontro di un fascio di antimateria proveniente dallo spazio, magari generato da una esplosione stellare. Il contatto avrebbe generato annichilazione e produzione di energia pura (E=mc2). Secondo questa teoria si sarebbe potuto trattare anche addirittura di una intera piccola meteora fatta tutta di antimateria. L’annichilazione spiegherebbe il fatto che non si siano trovati resti né crateri da impatto ma l’idea è veramente bizzarra e pare tragga credito più che altro dal fatto che di antimateria ne sappiamo tutti ancora molto poco.
  • TESLA – Una ipotesi estremamente improbabile, ma forse proprio per questo molto amata e anche relativamente diffusa, è quella dell’esperimento di Tesla. Che c’entra Tesla? Tesla c’entra perchè, a parte essere considerato il genio incompreso per antonomasia, agli inizi del secolo scorso aveva fatto costruire la famosa Torre di Wardenclyffe a Long Island per il trasferimento di informazioni ed energia senza fili. Completata nel 1904 non fu mai operativa e venne abbattuta nel 1917. La versione ufficiale è che il progetto di Tesla fosse semplicemente non realizzabile, quella che circola su internet è che il magnate Morgan che lo aveva finanziato, abbandonò l’impresa e la fece fallire quando si accorse che Tesla voleva produrre energia per tutto il mondo a costo zero. La leggenda continua con Tesla che fa incredibili esperimenti e Tuguska, appunto, il risultato di uno di questi. Inutile contestare questa ipotesi agli adepti dello scienziato serbo – Tesla per molti è ben più di uno scienziato geniale e visionario, Tesla per costoro è una vera e propria religione.
  • ESPLOSIONE DI GAS METANO – L’intera Siberia è ricca di giacimenti di gas metano. Nel 1994 gli scienziati Vladimir Epifanov e Wolfang Kundt ipotizzarono che movimenti tettonici potessero aver liberato una grande quantità di gas dal sottosuolo che sarebbe andata a formare una nube poi esplosa al mattino di quel 30 giugno non appena il sole dell’estate siberiana fosse stato abbastanza in forze da surriscaldarla a sufficienza. Questa ipotesi però sarebbe in contrasto con le testimonianze di chi giurava di aver visto una palla di fuoco tagliare l’aria.
  • MONTATURA - Inverosimile per inverosimile, c’è anche chi ha ipotizzato che in realtà quel giorno non sia successo nulla di tanto straordinario sui cieli della Tunguska. Quei milioni di alberi abbattuti non sarebbero stati altro che opera di una tribù di evenki che semplicemente a partire dagli anni venti si mise ad abbattere gli alberi della zona per far spazio ai pascoli delle proprie renne. Poco probabile ma è un’ipotesi che trae origine dal fatto che le foto delle famose spedizioni di Leonid Kulik furono scattate a partire da ben vent’anni dopo l’evento e ancora gli alberi erano tutti o piegati o bruciati. Poco cresceva ancora in terra. Sembrano foto di un evento appena accaduto. Strano.
Parco Nazionale della Tunguska (sito web)
© Foto : Screenshot
Parco Nazionale della Tunguska (sito web)

Insomma a 111 anni di distanza Tunguska è ancora avvolta da un alone di mistero. Buona opportunità per il Parco Nazionale della Tunguska che oggi sorge proprio sugli spazi dell’evento. Una preziosa occasione di turismo in una delle zone più sperdute e disabitate del pianeta. Qui vengono ogni anno curiosi da tutte le parti del mondo in escursione per farsi ognuno un’idea di quell’evento del 1908, ognuno con la speranza di inciampare per caso magari sul cratere da impatto o trovare i resti dell’astronave aliena esplosa. A proposito, il volo Mosca-Vanavara (città più vicina) non costa pochissimo (sui 200 euro a tratta) inoltre diretto non esiste e tocca fare scalo a Krasnoyarsk per attendere una coincidenza assurda. Poi c’è il trasferimento al parco. Due giorni solo di viaggio e partendo da Mosca. Eppure i veri appassionati dicono ne valga la pena.

La vicina e selvaggia Corsica ci riserva delle sorprese faunistiche: un nuovo gatto selvatico con caratteri volpini


Ecco il gatto volpe, arriva dalla Corsica e forse è una nuova specie



https://www.galileonet.it/wp-content/uploads/2019/06/gatto-volpe.jpg(Foto via Pixabay)

C’erano una volta il gatto e la volpe, i due famosi animali immaginari nel romanzo di Pinocchio di Carlo Collodi, ripresi più volte dalla letteratura e dal cinema. Oggi questi due personaggi di fantasia potrebbero in qualche modo esistere davvero. O meglio, nella vegetazione della foresta della Corsica del nord è appena stato scoperto un gatto selvatico che possiede tratti sia del gatto che della volpe. E che, per questo, potrebbe appartenere a una nuova specie, chiamata dagli specialisti gatto volpe – o meglio Ghjattu volpe in lingua corsa. A darne notizia è l’agenzia di stampa francese Afp, che pubblica sulla sua pagina le foto dell’animale, simile a un gatto tigrato con sfumature di colore rossastro. Qui l’immagine del nuovo esemplare.
A trovare la possibile nuova specie del gatto 20volpe sono due ranger della foresta di Asco, in Corsica, che lavorano all’Office Nationale Chasse Faune Sauvage (Oncfs). “In un territorio di oltre 25mila ettari abbiamo rintracciato circa 16 individui”, ha spiegato a Afp Pierre Benedetti, capo tecnico ambientale dell’Oncfs, “siamo sicuri che non sia un gatto domestico o un gatto selvatico europeo. Le sue caratteristiche e il suo dna sono differenti”.




Lunghi e leggendari

In effetti, nonostante le somiglianze con i gatti che conosciamo, questo esemplare ha delle peculiarità probabilmente inedite. La lunghezza del gatto volpe (inclusa la coda) misura 90 centimetri, ha orecchie molto larghe e denti affilati. “Sono le sue dimensioni e la coda – prosegue Benedetti – che gli hanno fatto guadagnare il nome di gatto volpe”.
Altre caratteristiche distintive sono i baffi corti, le strisce sulle zampe anteriori, cosce e zampe posteriori scure e una pancia color marrone ruggine. Insomma, sembrerebbe somigliare un po’ a un gatto e un po’ a una volpe. Ma in realtà il nome gatto volpe trae origine da antiche leggende di pastori. “Il gatto volpe è parte della nostra mitologia pastorale”, sottolinea Carlu-Antone Cecchini, agente dell’Oncfs, che racconta come i pastori tramandassero storie su questo gatto della foresta, ad esempio il fatto che si attaccavano alle mammelle di capre e pecore, come veri gatti da pastore.

Lo studio

Il lavoro dei ricercatori è cominciato nel 2008, quando è partito un programma di ricerca condotto da Benedetti. Lo studio vero e proprio dei gatti della foresta corsa è iniziato nel 2012. Nel 2016 i ricercatori sono riusciti a avvicinare un gatto volpe (che ancora non sapevano potessero appartenere a questa nuova specie) e a analizzare alcuni campioni lasciati dall’animale. I ricercatori hanno utilizzato un sistema di richiamo molto potente: un profumo attraente per il gatto insieme a un bastoncino di legno contro cui i felini si strusciano lasciando peli che possono essere analizzati per studiare il dna.
Gli esperti sono riusciti ad avvicinare e tenere 12 dei 16 gatti e raccogliere dei campioni genetici. Questi campioni mostrano la presenza di un dna diverso da alcune delle principali specie di gatto selvatico, un elemento che fa propendere verso l’individuazione di una nuova specie. “Osservando il suo dna, potremmo distinguerlo dal gatto selvatico europeo, il felis silvestris silvestris”, rimarca Benedetti. “È vicino al gatto selvatico africano, il felis silvestris lybica, ma la sua identità esatta deve ancora essere determinata”. Se il risultato fosse confermato, questo esemplare potrebbe appartenere a una nuova specie.
Inoltre, i gatti sono stati fotografati e il loro comportamento è stato analizzato anche attraverso un tag (un chip) elettronico che permette di sapere dove si trovano, come un gps. Tuttavia restano ancora alcuni misteri sulla vita del gatto volpe: per esempio mancano ancora conoscenze sulla sua dieta e sulla sua vita riproduttiva. L’ipotesi di Benedetti è che questi gatti siano stati portati da antichi allevatori, intorno al 6.500 a.C. “Se quest’ipotesi sarà verificata – aggiunge l’esperto – potrebbero venire dal Medio Oriente”.

Via: Wired.it

Poche idee, confuse e bellicose, nel deep state, al Pentagono e nel governo USA


Scenari di guerra nucleare si stanno predisponendo per volontà della leadership americana e anglosassone in genere, una leadership che si rivela sempre più psicopatica, confusa, disinformata, ignorante, irresponsabile, ecc.. Disinformata soprattutto sui progressi tecnologico militari ottenuti dalle controparti, sia dalla Russia che dalla Cina, che essendo partite in ritardo rispetto agli USA ed avendo utilizzato le migliori menti disponibili nel loro paese, hanno potuto in pochi anni superare abbondantemente l’inferiorità militare che li caratterizzava solo 10 anni fa rispetto alle Forze Armate USA, e in questo momento dispongono di armi molto più efficaci e sofisticate di quelle del Pentagono. Per cui, nella deprecabile ipotesi che dovessero effettuare quella stupida strategia da loro denominata first strike, convinti che colpendo per primi i centri di controllo e comando e le comunicazioni possano paralizzare il nemico (magari ricorrendo alla nuova bomba nucleare di penetrazione anti-bunker sotterranei B 61-12, CHE SARANNO STANZIATE NELLE BASI di Aviano e Ghedi in Italia), si accorgerebbero che il nemico non solo è in grado di intercettare le loro bombe e missili ben prima che possano colpire (ad esempio con il sistema antiaereo russo S-500), ma potrebbe contro-attaccare con i nuovi missili ipersonici (che viaggiano oltre i 10mila km/h e sono impossibili da intercettare) e colpire l’intera flotta americana, le loro basi militari all’Estero e le loro basi strategiche nascoste nelle montagne e sottoterra a grande profondità. Ma forse i loro onerosi think tank e agenzie di intelligence non li hanno informati adeguatamente. Claudio

Il Pentagono cambia la sua dottrina nucleare e si prepara alla guerra



Negli ultimi giorni un pdf di circa 60 pagine rilasciato del Pentagono ha gettato un po’ di scompiglio tra gli esperti di proliferazione nucleare e studiosi di armamenti atomici. Uno scompiglio dettato da vari fattori: dai contenuti, dagli autori citati, dal fatto che si tratta del primo documento del genere da 14 anni a questa parte, ma anche dal fatto che quel fascicolo è quasi subito scomparso dai siti del dipartimento della Difesa. La strana storia dietro questo rapporto si inserisce all’interno del ritorno alle armi atomiche che ha caratterizzato le scelte strategiche delle grandi potenze negli ultimi anni. Ma dice anche molto dei complessi giochi di potere che si stanno consumando nel dipartimento più importante degli Stati Uniti. Ma andiamo con ordine.

Un manuale di istruzioni per la strategia nucleare

L’11 giugno lo Us joint chiefs of staff, il comando di stato maggiore congiunto delle forze armate americane, ha pubblicato un dossier dal titolo Nuclear operations. Stando alla prefazione si tratta di un documento che fornisce i principi fondamentali e le linee guida per pianificare, eseguire e valutare le operazioni nucleari. Già lo scorso anno l’amministrazione Trump aveva licenziato la nuova nuclear posture review in cui si evidenziavano le nuove esigenze del nucleare americano, i rischi dettati dalle altre potenze e le esigenze da soddisfare, in particolare con la produzione di testate a basso potenziale. Ma se quel documento rappresentata una carta d’intenti, quasi un manuale teorico, quello licenziato dal joint chiefs of staff simboleggia l’ipotetico libretto di istruzioni.
A far balzare sulla sedia gli esperti sono stati alcuni riferimenti ben precisi, dei punti che mostrano come nei prossimi anni la dottrina nucleare americana possa pericolosamente scivolare da una logica di deterrenza a una di attacco. Il passaggio forse più controverso si trova nel terzo capitolo. Il Pentagono pare essere convinto che usando armi nucleari si possano creare le condizioni per ottenere risultati decisivi ristabilendo una stabilità strategica
Questo passaggio è fondamentale per comprendere il cambio di paradigma. Al Pentagono ci sono ufficiali convinti che non solo sia possibile combattere una guerra nucleare, ma che soprattutto si tratti di un tipo di conflitto “vincibile”. “In modo specifico”, si legge ancora nel dossier,
l’uso di un’arma nucleare poterà cambiare la portata di una battaglia e creare le condizioni che influenzano come i comandanti possano prevalere in un conflitto
Qualche pagina più in basso gli autori chiamano in causa Sun Tzu e la sua Arte della guerra, in particolare nel passaggio in cui viene spiegato come una vera dottrina della guerra non preveda che il nemico non possa attaccare, ma che si debba fare affidamento sulle proprie difese e sulla propria capacità di rendersi invincibili. Qui si aggiunge, ancora una volta, che tra i vari aspetti della strategia nucleare c’è da considerare la capacità non solo di deterrenza ma anche quella di colpire, valutare e “tornare alla stabilità”, riferendosi ancora una volta alla possibilità di uscire vincitori da un conflitto di tale portata.

Il sistema missilistico S-500

Una nuclear warfare per contesti regionali

A conferma che quanto scritto non sia solo un approccio teorico arrivano i paragrafi successivi in cui si elencano i fattori pratici da considerare in caso di attacco nucleare: l’eventuale intensità degli ordigni, la scelta dell’altezza alla quale far detonare la bomba, la considerazione del successivo fall-out dovuto all’esplosione, al tipo di arma scelto, se bomba a caduta, missile intercontinentale o testata lanciata da un sommergibile. Tutte istruzioni dettagliate per i “decision-maker”. Ma il rapporto va ben oltre. Analizza una serie di aspetti, come la sicurezza delle truppe o i sistemi di comando e controllo, in scenari post-atomici, cioè evidenzia cosa considerare per operare dopo il lancio di una testata.
Riconnettendosi alla nuclear posture review, gli autori mostrano di condividere il principio secondo il quale, pur nella sua complessità, l’arma nucleare sia quasi uguale a tutte le altre. Negli anni della Guerra Fredda il possibile conflitto termonucleare era visto come qualcosa su larga scala, con testate che partivano dai due blocchi. Ma nel dossier si scrive chiaramente che la nuclear warfare potrebbe avere una scala diversa, parlando addirittura di uso regionale.
A far sobbalzare gli esperti di non proliferazione delle armi è stata anche una delle citazioni che aprivano i capitoli, in particolare quella di Herman Kahn. Kahn è uno di quei personaggi singolari che si aggirano per i centri studi americani. Noto per essere un esperto di strategie militari e futurologo, ha lavorato per molti anni come analista per la Rand Corporation ed è un teorico della “guerra nucleare che si può vincere”. Tra gli anni ’70 e ’80 scrisse: “La mia ipotesi è che le armi nucleari possono essere usate qualche volta nei prossimi cento anni, ma è probabile che il loro uso sia molto piccolo e limitato che diffuso e non vincolato”. Per capire quanto la situazione sia inquietante dati pensare che Kahn ispirò il personaggio del dottor Stranamore dell’omonimo film di Stanley Kubrick.

Il giallo della pubblicazione

Il documento è stato reperibile solo per poco tempo, salvo poi scomparire senza particolari spiegazioni, il portavoce del joint chiefs of staff si è limintato a dire al Guardian che il documento è stato ritirato perché riservato e perché la consultazione è per esclusivo uso interno. Il fatto che questi leak compaiano e poi vengano rimossi mostrano una certa confusione all’interno del Pentagono. Il dipartimento si trova ancora senza una guida certa. Donald Trump ha ritirato la nomina di Patrick Shanahan, che aveva sostituito Jim Mattis e proposto il nome di Mark Esper, ma al momento non è ancora chiaro se e quando possa esserci l’eventuale conferma del Senato. Il tutto mentre le tensioni con l’Iran continuano ad aumentare e l’intero scenario nucleare globale mostra un certo fermento.

L’evoluzione dello scenario nucleare

Questa nuova dottrina atomica arriva nello stesso periodo in cui gli Usa di Donald Trump lavorano per riformulare il loro ruolo di potenza atomica. Lo scorso anno la Casa Bianca si è ritirata da due accordi nucleari, quello con l’Iran e soprattutto l’Inf firmato con la Russia nel 1987. Più di qualche falco nell’amministrazione, John Bolton in testa, vorrebbe anche smantellare il New Start, l’intesa Usa-Russia firmata nel 2010 in vigore fino al 2021 che pone dei limiti al numero delle testate che è possibile schierare. È anche vero però che nonostante l’intesa voluta dall’amministrazione Obama, sia Washington che Mosca hanno lavorato, e stanno tutt’ora lavorando, per portare avanti un vasto piano di riammodernamento degli arsenali, dalle testate ai sistemi di controllo e comando. Senza contare i rischi derivanti dai nuovi attori globali, in particolare la Cina.



La Groenlandia sta tornando ad essere come nell'Alto Medioevo quando si insediarono i primi Vichinghi

Continuando di questo passo, a causa dei mutamenti climatici in corso, fra pochi decenni la Groenlandia tornerà a essere simile a quella scoperta dalle prime spedizioni esplorative vichinghe sul finire dell’Alto Medioevo, durante il cosiddetto “periodo caldo medievale” (PCM), che fu un periodo caratterizzato da un clima relativamente caldo in tutto il Nord Atlantico, durato dal IX al XIV secolo. Dopo di ché subentrò la "piccola età glaciale" il cui netto raffreddamento perdurò per secoli fino alla metà dell’800. All’epoca dei Vichinghi la Groenlandia era definita una terra verde, infatti i Vichinghi insediarono parecchie colonie agricole che sopravvissero per alcuni secoli fino a ché il freddo eccessivo non li costrinse ad abbandonare i luoghi.

La Groenlandia è divisa in appena 4 entità amministrative comunali di dimensioni gigantesche più il parco nazionale della Groenlandia nordorientale che è il più grande del mondo con quasi un milione di kmq. La popolazione residente è di poco inferiore ai 60mila abitanti, quasi tutta insediata nella costa sud occidentale (dal clima più mite) oltre a qualche centinaio di migliaia di turisti che annualmente la visitano. Claudio

 

Risultati immagini per groenlandia cartina

 

Perché la foto delle slitte sull'acqua in Groenlandia è un segnale allarmante

È vero che la stagione dello scioglimento dello strato di ghiaccio va da giugno ad agosto, in particolare a luglio. Ma quest’anno, per via di temperature superiori anche di 40 gradi rispetto alla norma, al 13 giugno il 40% della Groenlandia aveva già perso ingenti quantità di ghiaccio

19 giugno 2019

foto cani slitta groenlandia 

STEFFEN OLSEN / CENTRE FOR OCEAN AND ICE AT THE DANISH METEOROLIGICAL INSTITUTE / AFP 
Uno photo choc di una spedizione di cani con slitte che corrono a tutta velocità sull’acqua invece del ghiaccio: per chi avesse dubbi sulle conseguenze del riscaldamento globale, lo scatto che sta facendo il giro del mondo è la prova tangibile dello scioglimento accelerato dello strato di neve in atto nel nord-est della Groenlandia.
La fotografia è stata scattata il 13 giugno da gruppi di ricercatori impegnati in una missione di recupero di attrezzature mentre con i cani da slitta hanno attraversato fiordi parzialmente fusi. Un’immagine davvero insolita che ritrae due traini di husky con le zampe immerse nell'acqua blu cristallina, in quello che appare un immenso lago sovrastato da un cielo terso e circondato da monti marrone scuro con sopra sole poche tracce bianche di neve.
La missione dell’Istituto meteorologico danese è andata a vuoto: il materiale meteorologico e oceanografico collocato mesi fa sul mare di ghiaccio nel nord-est della Groenlandia – il secondo più esteso al mondo – non è stato rinvenuto a causa del suo scioglimento precoce e veloce. La grande isola della Groenlandia è un territorio danese autonomo situato tra l’oceano Atlantico del Nord e l’oceano Artico.

I ghiacci si sciolgono in questo periodo, ma le temperature di giugno sono un'eccezione 

“Le comunità per lo più indigene residenti in Groenlandia dipendono dal mare di ghiaccio per spostarsi, pescare e cacciare. Sono loro le prime colpite dal suo scioglimento, con conseguenze che non si limiteranno a questa regione o al Nord America” avverte Steffen Olsen, scienziato dell’Istituto meteorologico danese, autore della foto virale. Una catastrofe climatica che avrà ripercussioni dirette anche sulla fauna e la flora locale, in alcuni casi ipotecandone la sopravvivenza stessa.  
Abitualmente la stagione dello scioglimento dello strato di ghiaccio va da giugno ad agosto, in particolare a luglio, mese più caldo dell’anno. Ma quest’anno, per via di temperature superiori anche di 40 gradi rispetto alla norma, al 13 giugno il 40% della Groenlandia aveva già perso ingenti quantità di ghiaccio, stimate in più di 2 miliardi di tonnellate. Per gli scienziati il 2019 si preannuncia quindi come un anno da record, alla pari con le stagioni 2012, 2010 e 2007.
Lo scioglimento accelerato ed esteso del mare di ghiaccio della Groenlandia provocherà, inoltre, un innalzamento del livello del mare, minacciando direttamente la sopravvivenza di comunità costiere, con milioni di persone che rischiano di perdere la propria casa.
"Da due decenni la Groenlandia ha contribuito sempre di più all’aumento globale del livello del mare. Lo scioglimento dello strato di ghiaccio superficiale ne rappresenta una parte significativa che poi va a finire negli oceani” ha confermato Thomas Mote, ricercatore dell’Università della Georgia che da anni studia il clima della Groenlandia. E la perdita di ghiaccio avrà anche un effetto amplificato sulle temperature globali, come risultato dell’aumento di quelle di mari e oceani.