Benvenuti nel Blog di Claudio Martinotti Doria, blogger dal 1996


"Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam", motto dell'Ordine dei Cavalieri Templari, Pauperes commilitones Christi templique Salomonis

"Ciò che insegui ti sfugge, ciò cui sfuggi ti insegue" (aneddotica orientale, paragonabile alla nostra "chi ha pane non ha denti e chi ha denti non ha pane")

"Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell'Occidente è che perdono la salute per fare soldi. E poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere nè il presente nè il futuro. Sono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto."
(Dalai Lama)

"A l'è mei mangè pan e siuli, putòst che vendsi a quaicadun" (Primo Doria, detto "il Principe")

"Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci." Mahatma Gandhi

L'Italia non è una nazione ma un continente in miniatura con una straordinaria biodiversità e pluralità antropologica (Claudio Martinotti Doria)

Il proprio punto di vista, spesso è una visuale parziale e sfocata di un pertugio che da su un vicolo dove girano una fiction ... Molti credono sia la realtà ed i più motivati si mettono pure ad insegnare qualche tecnica per meglio osservare dal pertugio (Claudio Martinotti Doria)

Lo scopo primario della vita è semplicemente di sperimentare l'amore in tutte le sue molteplici modalità di manifestazione e di evolverci spiritualmente come individui e collettivamente (È “l'Amor che move il sole e le altre stelle”, scriveva Dante Alighieri, "un'unica Forza unisce infiniti mondi e li rende vivi", scriveva Giordano Bruno. )

La leadership politica occidentale è talmente poco dotata intellettualmente, culturalmente e spiritualmente, priva di qualsiasi perspicacia e lungimiranza, che finirà per portarci alla rovina, ponendo fine alla nostra civiltà. Claudio Martinotti Doria

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Patriă Montisferrati

Patriă Montisferrati
Cliccando sullo stemma del Monferrato potrete seguire su Casale News la rubrica di Storia Locale "Patriă Montisferrati", curata da Claudio Martinotti Doria in collaborazione con Manfredi Lanza, discendente aleramico del marchesi del Vasto - Busca - Lancia, principi di Trabia

Come valorizzare il Monferrato Storico

La Storia, così come il territorio e le sue genti che l’hanno vissuta e ne sono spesso ignoti ed anonimi protagonisti, meritano il massimo rispetto, occorre pertanto accostarsi ad essa con umiltà e desiderio di apprendere e servire. In questo caso si tratta di servire il Monferrato, come priorità rispetto a qualsiasi altra istanza (personale o di campanile), riconoscendo il valore di chi ci ha preceduti e di coloro che hanno contribuito a valorizzarlo, coinvolgendo senza preclusioni tutte le comunità insediate sul territorio del Monferrato Storico, affinché ognuna faccia la sua parte con una visione d’insieme ed un’unica coesa identità storico-culturale condivisa. Se ci si limita a piccole porzioni del Monferrato, per quanto significative, si è perdenti e dispersivi in partenza.

Sarà un percorso lungo e lento ma è l’unico percorribile se si vuole agire veramente per favorire il Monferrato Storico e proporlo con successo come un’unica entità territoriale turistico culturale ed economica …

Il regime di Kiev sta preparando una false flag contro la Polonia per continuare la guerra?

 

Un false flag contro la Polonia per continuare  la guerra?

Da Donbas Insider:

Kiev sta preparando una provocazione militare contro la Polonia nel caso di una grave diminuzione del sostegno da parte dei paesi occidentali.

“Stiamo parlando di una provocazione che implica un attacco con missili occidentali o con missili loro modificati, sui quali i partiti vogliono dare l’etichetta russa in modo da poter poi incolpare la Russia. Saranno pronti a farlo quando crederanno che “L’Occidente ha ridotto il suo sostegno al punto che il fronte del regime di Kiev è pronto a crollare. Ciò potrebbe accadere in un futuro molto prossimo”, ha detto Saldo.

Perchè agli USA conviene:

Il segreto degli “aiuti all’Ucraina”: la maggior parte del denaro rimane negli Stati Uniti

Ecco il segreto meglio custodito sugli aiuti militari statunitensi all’Ucraina: la maggior parte del denaro viene speso qui negli Stati Uniti. Esatto: i fondi approvati dai legislatori per armare l’Ucraina non vanno direttamente all’Ucraina, ma vengono utilizzati negli Stati Uniti per costruire nuove armi o per sostituire le armi inviate a Kiev dalle scorte statunitensi. Dei 68 miliardi di dollari in assistenza militare e affini approvati dal Congresso da quando la Russia ha invaso l’Ucraina, quasi il 90% andrà agli americani, secondo un’analisi.

Ma non lo diresti dalle azioni di alcuni legislatori statunitensi. Quando il senatore dell’Ohio JD Vance (a destra) si è unito a un picchetto della United Auto Workers in ottobre presso lo stabilimento di assemblaggio Jeep a Toledo, ha detto che voleva ” mostrare un certo sostegno ai lavoratori della UAW ” nel suo stato. Eppure non ha mostrato la stessa solidarietà con i lavoratori della UAW di Lima, Ohio , che stanno producendo carri armati Abrams e veicoli da combattimento Stryker per l’Ucraina grazie agli aiuti militari approvati dal Congresso. Vance si oppone agli aiuti all’Ucraina, così come il deputato Jim Jordan (a destra), il cui distretto della Camera comprende Lima.

Gli elettori dell’Ohio avrebbero potuto aspettarsi che i loro leader eletti spingessero la (riluttante) amministrazione Biden a dare all’Ucraina più carri armati e veicoli prodotti da Lima – o a richiedere che più di essi fossero inclusi nel pacchetto di aiuti per l’Ucraina che il Congresso presto adotterà. Invece, Vance e Jordan stanno combattendo per impedire all’Ucraina di ricevere altri carri armati e veicoli da combattimento prodotti dal sindacato dall’unica fabbrica di carri armati americana.

For first time, Ukraine showcases its American-made Javelin missiles

Il generale tedesco Harald Kujat ha annunciato la sconfitta dell’Ucraina e ha parlato dei seguenti obiettivi della Russia: liberare Odessa e arrivare alla Transnistria

L’esercito russo ha inflitto una dura sconfitta alle Forze armate dell’Ucraina, ha dichiarato il generale in pensione Harald Kuyat, ex capo del Comitato militare della NATO, in un’intervista al canale Youtube HKCM. Inoltre, ha preparato le riserve per liberare Odessa e raggiungere la Transnistria.

Ospite Philip Hopf: Salve, mi chiamo Philip Hopf e oggi abbiamo con noi un ospite speciale, il generale Harald Kuyat. Per cominciare, mi permetta di parlare di lei ai nostri ascoltatori. Lei ha ricoperto la carica di Ispettore Generale della Bundeswehr, cioè era l’ufficiale di più alto grado in Germania. In altre parole, secondo la legge, lei era il capo di tutti i militari tedeschi. Lei era a capo dello staff di pianificazione del Ministero della Difesa tedesco ed era presidente del Comitato militare della NATO. Ovviamente è a lei che bisogna rivolgersi se si vuole sapere qualcosa sulla Bundeswehr e sull’Alleanza Nord Atlantica. La mia prima domanda è legata a questo. La NATO è un blocco militare. Che cosa può fare, allora, il suo Comitato militare?
MB:

L’insinuazione che la Russia espanderebbe la guerra alla Transistria, che è in Moldavia, fa parte della strategia NATO pere aprire un secondo fronte:

L’Occidente sta preparando la Moldavia a svolgere il ruolo di secondo fronte nel caso in cui le truppe russe si muovessero verso Odessa, ritiene l’autore.

I sondaggi indicano che i Moldavi non sono pronti a credere alla pessima versione della Russia. Tuttavia, l’Occidente e Sandu stanno preparando attivamente la liquidazione della Transnistria, utilizzando la quinta colonna e gruppi terroristici sovversivi, scavando nuovi fossati vicino al confine con attrezzature ingegneristiche.

Le dichiarazioni  della presidente Maia Sandu secondo cui il Paese potrebbe abbandonare la neutralità militare preoccupano i Moldavi. Secondo i sondaggi, se si tenesse un referendum, il 60% dei residenti voterebbe “contro” l’adesione alla NATO.

Il gas di Gaza è il vero motivo e progetto dietro l'invasione israeliana

 

Il gas di Gaza e il progetto dietro l'invasione israeliana

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_gas_di_gaza_e_il_progetto_dietro_linvasione_israeliana/8_51835/


di Alessandra Ciattini*


La politica di Bibi Netanyahu è davvero fondata solo sull’idea del grande Israele, parola la cui etimologia non è chiara, espressa nel Genesi, secondo cui la Terra ad esso promessa sia da identificare con ciò che Geova promise ai discendenti di Isacco figlio di Abramo?  Mi dispiace per i culturalisti che ancora oggi si attardano a vedere ovunque guerre di religione, di civiltà, di valori (tra i quali il cinico Blinken), ma gran parte delle cause stanno altrove e ad esse fa in parte riferimento  il sempre aggiornato Giacomo Gabellini. Ho già accennato al fatto che il cosiddetto Occidente collettivo ha avuto bisogno dalla fine dell’Impero ottomano di mantenere divisi gli arabi, di collocare uno Stato gendarme in Medio Oriente per ragioni strategiche ed economiche e soprattutto per contrastare la formazione di un Movimento panarabo aconfessionale a sfondo socialista, cui accordò la sua fiducia inizialmente anche l’Unione Sovietica. Per riassumere, la guerra dei sei giorni del 1967, che segnò la messa in crisi di vari regimi arabo-socialisti, e la Rivoluzione islamista in Iran del 1979 questo movimento, che aveva un carattere antimperialista e nazionalista, benché sia Nasser che Gheddafi si richiamassero ad un socialismo generico, fu sconfitto e sostituito dall’islamismo nelle sue varie forme.

A parere di Scott Ritter, ex ispettore delle Nazioni Unite, che considera Israele, violatore di 62 risoluzioni dell’Organismo internazionale, un nemico degli USA e il vero terrorista in questo gioco al massacro, in realtà le azioni militari contro Gaza non si dispiegano secondo un piano pensato dal corrotto Netanyahu, che vuole mettersi al riparo da gravi incriminazioni con riforme istituzionali.

Tuttavia, ora sono a disposizione nuove informazioni, che gettano luce su un progetto molto più preciso dietro l’invasione assai difficile da completare di Gaza, che si fonderebbe addirittura sulla riproposizione del cosiddetto canale di Ben Gurion, progettato segretamente dagli USA nel 1963 per collegare, passando attraverso Gaza appunto, il Mediterraneo orientale al golfo di Aqaba in antagonismo con il canale di Suez.  Il canale si svilupperebbe  dal porto di Eilat in Israele, attraverserebbe il Golfo di Aqabasuperando il confine giordano e dispiegandosi attraverso la Valle dell’Arabah prima di entrare nel Mar Morto e volgersi a nord verso la Striscia di Gaza. Questa notizia circola su vari media, ma il suo scopritore sarebbe il giornalista indipendente, Richard Medhurst ed è stata ripresa dall’economista spagnolo Lorenzo Ramírez, oltre che da Pepe Escobar. Il progetto era nato come risposta alla nazionalizzazione del Canale di Suez fatta da Nasser nel 1956 ed avrebbe avuto lo scopo di rafforzare il controllo marittimo e militare esercitato dagli USA e da Israele nel Medio Oriente.

Già nel 1993 il documento era stato declassificato, solo un mese fa Richard Medhurst lo ha saggiamente diffuso. Il nuovo canale, lungo circa 260 km., costruito facendo esplodere centinaia di bombe nel sottosuolo, consentirebbe ad Israele di controllare il Mar rosso, attenterebbe all’importanza geostrategica dell’Egitto, alleato della Russia, che perderebbe almeno la metà dei suoi introiti, e forse avvantaggerebbe l’Arabia saudita, armata sino ai denti dagli USA. Inoltre, cosa rilevantissima, metterebbe a rischio la costruzione della Via della seta, immaginata dalla Cina, le cui propaggini dovrebbero estendersi in quelle regioni. Questa grandiosa ipotesi è ovviamente in stridente contraddizione con il cosiddetto Corridoio del Medio Oriente (India-Middle East-Europe Economic Corridor) tirata fuori dal cappello da Biden per allontanare molti paesi dal progetto cinese e finora scarsamente finanziata; corridoio, che coinvolgerebbe anche l’India e persino il nostro disgraziato paese allontanatosi dai precedenti accordi con la Cina. Tuttavia, quest’ultima – non dimentichiamocelo – attraverso il Shangai International Port Group nel 2021 ha investito un miliardo e 700 milioni dollari nel porto israeliano di Haifa situato nel Mediterraneo, suscitando notevoli preoccupazioni negli USA.


Naturalmente l’ambizioso progetto del canale Ben Gurion, sulla cui fattibilità ci sono ancora molti dubbi, trova il suo principale ostacolo nella presenza dei palestinesi, dei quali ci si può disfare tranquillamente massacrandoli, – come sta avvenendo anche in questo momento –, costruendo il nuovo canale sui loro cadaveri disfatti oppure facendoli forzosamente emigrare. Anche l’Egitto e la Giordania, che finora a parole, anche se di fuoco, si sono schierati con i palestinesi, ma che hanno buone relazioni con Israele, non vedrebbero di buon occhio la realizzazione di questo progetto, perché i palestinesi scampati allo sterminio si riverserebbero nelle loro terre, accrescendo i problemi economici e sociali di questi paesi. Su questo aspetto, così scrive Gabellini: “pur di vincere l’irriducibile opposizione del Cairo, le autorità israeliane si sarebbero addirittura prodigate per organizzare un ambizioso piano volto a cancellare i debiti internazionali dell’Egitto attraverso la Banca Mondiale e l’Unione Europea. Ma a dispetto della critica situazione finanziaria in cui versa il Paese, l’Egitto si è opposto con forza”. Gabellini menziona la evidentemente non tanto strampalata ipotesi fatta da Ram Ben-Barak, ex vicedirettore del Mossad e parlamentare alla Knesset, che non ha avuto la vergogna di proporre di “ridistribuire” 2,5 milioni di palestinesi in un centinaio di paesi. I recenti viaggi di Antony Blinken, non tanto ben accolto, in Medio Oriente non hanno avuto come scopo – come ci propala anche il Sole24 ore - ottenere da Israele pause militari (ora ottenute ma a che pro? Per ammazzarli qualche giorno dopo?); si è certo preoccupato di impedire l’estensione del conflitto nella regione mediorientale, ma anche di convincere Egitto e Giordania ad accettare l’ipotesi del nuovo canale, naturalmente in cambio di qualche mancia sostanziosa, come per esempio l’importazione del grano ucraino da cui dipende il primo.

Il leader israeliano è giunto persino ad ipotizzare la creazione di un corridoio di pace e di prosperità che condurrebbe i palestinesi nel Sinai o in alcuni paesi mediterranei quali Spagna e Grecia, ed ha promesso di trasformare il suo paese nel maggiore esportatore di gas all’Europa, che ha masochisticamente rinunciato a quello russo, con gli effetti che conosciamo. Non ha detto, tuttavia, che in gran parte questo gas appartiene agli abitanti di Gaza, la quale sarebbe per di più trasformata in una zona per il turismo di lusso con grandi alberghi e magnifiche infrastrutture. Le risorse di gas scoperte si dislocano dalle coste israeliane (i giacimenti di Tamar e Leviathan) a quelle egiziane, quelle palestinesi sono state di fatto sequestrate nel corso della catastrofica operazione “Piombo fuso”, avvenuta nel periodo dicembre 2008 gennaio 2009.

Se il quadro qui tracciato è realistico, c’è da chiedersi ancora una volta: le due grandi superpotenze, USA e Cina, i cui presidenti si sono recentemente incontrati a San Francisco, troveranno il modo di di continuare a non confrontarsi direttamente,  impedendo per ora a tutti noi di sprofondare in un abisso senza fondo?

* Alessandra Ciattini ha insegnato Antropologia culturale alla Sapienza. Ha studiato la riflessione sulla religione e ha fatto ricerca sul campo in America Latina. Ha pubblicato vari libri e articoli e fa parte dell’Associazione nazionale docenti universitari sostenitrice del ruolo pubblico e democratico dell’università.

La storia si sta ripetendo: Israele e Gaza: nel 2023 gli stessi obiettivi e le stesse bugie del 1948

 Gaza City distrutta dopo il bombardamento israeliano e l'invasione di ...

Israele e Gaza: nel 2023 gli stessi obiettivi e le stesse bugie del 1948

A Gaza Israele sta apertamente attuando un progetto di pulizia etnica. Eppure, proprio come con la prima Nakba del 1948, le bugie e gli inganni di Israele dominano i media e la narrazione politica dell’Occidente.

 

Jonathan Cook

Declassified UK, 21.11.2023

La storia si sta ripetendo, e ogni politico e giornalista dell’establishment finge di non vedere ciò che ha sotto il naso. C’è un rifiuto collettivo e ostinato nell’unire i puntini riguardo ai fatti di Gaza, anche quando puntano in una sola direzione.

Sin dalla sua creazione, 75 anni fa, Israele ha sempre mostrato uno schema comportamentale coerente – proprio come si può riscontrare uno schema coerente nella risposta delle potenze occidentali: “non vedere il male, non ascoltare il male”.

Nel 1948, in quella che i palestinesi chiamano la loro “Nakba”, o catastrofe, l’80% dei palestinesi aveva subito la pulizia etnica nelle loro stesse terre da parte dell’autoproclamato stato ebraico di Israele.

Come i palestinesi avevano sostenuto all’epoca – e come gli storici israeliani avevano poi confermato con documenti d’archivio – i leader israeliani avevano mentito quando avevano detto che i palestinesi erano fuggiti di loro spontanea volontà, su ordine degli Stati arabi confinanti.

Come avevano scoperto gli storici, i leader israeliani avevano mentito due volte, prima quando avevano detto di aver chiesto di rimanere nelle loro case ai 900.000 palestinesi che si trovavano all’interno dei confini del nuovo Stato ebraico  e poi, di nuovo, quando avevano chiesto di tornare a casa ai 750.000 precedentemente costretti all’esilio.

I documenti d’archivio avevano invece dimostrato che i soldati del nuovo Stato israeliano avevano compiuto terribili massacri per cacciare la popolazione palestinese. L’intera operazione di pulizia etnica era stata chiamata Piano Dalet.

Successivamente, i leader israeliani avevano mentito minimizzando il numero delle comunità agricole palestinesi da loro distrutte: più di 500  cancellate dalla faccia della terra dai bulldozer israeliani e dai genieri dell’esercito. Paradossalmente, questa procedura era popolarmente conosciuta dagli israeliani come “far fiorire il deserto”.

Incredibilmente, autorevoli studiosi, giornalisti e politici occidentali – coloro che dominano il dibattito mainstream – per decenni avevano ignorato tutte queste prove dell’inganno e della menzogna israeliana, anche dopo che storici e documenti d’archivio israeliani avevano confermato la versione palestinese della Nakba.

Erano state adottate varie strategie per tenere nascosta la verità. Osservatori di spicco avevano continuato a diffondere argomentazioni filo-israeliane, anche se screditate. Altri avevano fatto finta di arrendersi, sostenendo che la verità non poteva essere determinata in modo definitivo. E altri ancora avevano dichiarato che, anche nel caso in cui si fossero verificati dei misfatti, c’erano abbastanza colpe da entrambe le parti e che, in ogni caso, era un’ottima cosa che il popolo ebraico avesse un rifugio (anche se a farne le spese erano stati i palestinesi e non gli antisemiti o i responsabili europei del genocidio ebraico).

Queste scuse avevano iniziato a sgretolarsi con l’avvento dei social media e del mondo digitale, in cui le informazioni potevano circolare più facilmente. Le élite occidentali avevano frettolosamente cercato di chiudere tutti i discorsi critici sulle circostanze in cui era nato lo Stato di Israele etichettandoli come antisemiti.

Un spazio sempre più ristretto

Questo è il quadro necessario per comprendere l’attuale dibattito “mainstream” su ciò che sta accadendo a Gaza. Stiamo assistendo alla stessa disconnessione tra gli eventi reali e la creazione da parte dell’establishment di una narrazione che giustifichi Israele, fatto salvo che, che questa volta, mentre l’inganno e la manipolazione sono in pieno svolgimento noi, il pubblico, possiamo vedere di persona i fatti terrificanti svolgersi in tempo reale.

Non c’è bisogno che gli storici ci dicano cosa sta succedendo a Gaza. È in diretta televisiva (o almeno lo è una sua versione edulcorata).


I funzionari israeliani hanno chiesto l’eradicamento dei palestinesi da Gaza e hanno affermato che tutti i palestinesi sono considerati obiettivi legittimi per le bombe e i proiettili israeliani.

Ai palestinesi è stato ordinato di lasciare la parte settentrionale di Gaza. Israele ha attaccato gli ospedali di Gaza, gli ultimi santuari per i palestinesi nel nord.

Gaza era già uno dei luoghi più affollati della Terra. Ma i palestinesi sono stati costretti a rifugiarsi nella metà meridionale della Striscia, dove sono sottoposti ad un “assedio completo” che nega loro cibo, acqua ed elettricità. La settimana scorsa le Nazioni Unite hanno avvertito che la popolazione civile di Gaza si trova di fronte alla “imminente possibilità” di morire di fame.

Israele ha ora ordinato ai palestinesi di lasciare gran parte della più grande città nel sud di Gaza, Khan Younis. I palestinesi sono gradualmente costretti ad accalcarsi nello stretto corridoio di Rafah, vicino al confine con l’Egitto. Circa 2,3 milioni di persone vengono stipate in uno spazio sempre più ristretto.

Se anche Israele permettesse loro di dirigersi a nord, la maggior parte di loro non avrebbe una casa in cui tornare. Le scuole, le università, i panifici, le moschee e le chiese sono per lo più scomparse. Gran parte di Gaza è una terra desolata.

Da anni Israele ha un piano per cacciare i palestinesi da Gaza, oltre il confine, nel territorio egiziano del Sinai.

Cecità mediatica

Ben più che nel 1948, ciò che Israele sta facendo è sotto i nostri occhi, in tempo reale. Eppure, proprio come nel 1948, le bugie e gli inganni di Israele dominano i media e la narrativa politica occidentale.

Israele sta apertamente portando avanti una pulizia etnica all’interno di Gaza. Secondo la maggior parte degli esperti, anche in questo caso, si sta compiendo un genocidio. L’obiettivo è quello di effettuare un’altra Grande Pulizia Etnica, spingendo i Palestinesi fuori dalla loro patria,  come era accaduto nel 1948, e poi ancora nel 1967 con l’espediente della guerra.

Eppure, nessuno di questi termini – pulizia etnica e genocidio – rientra nella copertura data dai media “mainstream” e nei commenti sull’attacco di Israele a Gaza.

Ci viene ancora detto che si tratta di “sradicare” Hamas, una cosa, ovviamente, impossibile da ottenere perché non è possibile sradicare la determinazione di un popolo oppresso a resistere al proprio oppressore. Più li opprimi, maggiore è la resistenza che provochi.

L’Occidente sta ora cercando di focalizzare l’attenzione pubblica sul “giorno dopo”, come se questa terra desolata potesse essere governata da chiunque, per non parlare del regime, cronicamente debole in stile Vichy, noto come Autorità Palestinese.

È sorprendente vedere che ciò che era vero nel 1948 è altrettanto vero nel 2023. Israele diffonde bugie e inganni e le élite occidentali ripetono quelle bugie. E, anche quando Israele commette crimini contro l’umanità alla luce del sole, quando avverte in anticipo di ciò che sta facendo, le istituzioni occidentali continuano a rifiutarsi di riconoscere tali crimini.

La verità, che avrebbe dovuto essere ovvia già da molti anni, almeno dal 1948, è che Israele non è una democrazia liberale e amante della pace. È un classico stato coloniale, che segue la lunga tradizione “occidentale” che aveva portato alla fondazione, tra gli altri, degli Stati Uniti, del Canada e dell’Australia.

La missione del colonialismo è sempre la stessa: sostituire la popolazione nativa.

Una significativa ragione di ordine morale

Dopo le operazioni di pulizia etnica collettiva del 1948 e del 1967, Israele aveva cercato di gestire la rimanente popolazione palestinese attraverso il tipico modello dell’apartheid, segregando i nativi nelle riserve, proprio come avevano fatto i suoi predecessori con ciò che restava della “popolazione locale” sopravvissuta ai loro tentativi di sterminio.

Le residue cautele da parte di Israele derivavano dal diverso clima politico in cui si trovava ad operare: il diritto internazionale era diventato più importante dopo la Seconda Guerra Mondiale, con precise definizioni di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità.

L’Occidente chiama erroneamente “conflitto” l’attuale processo di espropriazione e ghettizzazione nei confronti dei palestinesi rimasti, unicamente per il loro rifiuto a sottomettersi silenziosamente al modello di apartheid e ghettizzazione.

Ora, il modello di gestione di Israele nei confronti dei palestinesi è completamente saltato, per due ragioni principali.

In primo luogo, i palestinesi, aiutati dalle nuove tecnologie che hanno reso più difficile tenere nascosta la situazione, godono di un sostegno popolare sempre più ampio e, cosa più problematica, anche tra il pubblico occidentale.

I palestinesi sono anche riusciti a portare la loro causa nei forum internazionali, ottenendo persino il riconoscimento come Stato da parte della maggioranza dei membri delle Nazioni Unite. Potenzialmente, hanno anche possibilità di fare ricorso presso le istituzioni legali internazionali dell’Occidente, come la Corte Penale Internazionale e la Corte Internazionale di Giustizia.

Di conseguenza, sottomettere i palestinesi – o mantenere la “calma”, come preferiscono dire le istituzioni occidentali – è diventato sempre più difficile e costoso.

In secondo luogo, lo scorso 7 ottobre, Hamas ha dimostrato che la resistenza palestinese non può essere contenuta nemmeno con un assedio imposto facendo uso di droni e del sistema di intercettazione Iron Dome che dovrebbe proteggere Israele dagli attacchi missilistici. In queste circostanze, i palestinesi hanno dimostrato di essere in grado di usare modalità inedite e creative per uscire dalla loro reclusione e portare sotto i riflettori la loro oppressione.

In effetti, data la scarsa sensibilità dell’Occidente nei confronti della sofferenza dei palestinesi, è probabile che le fazioni militanti si siano rese conto che solo i crimini di guerra da prima pagina – che rispecchiano l’approccio storico di Israele nei confronti dei palestinesi – costituiscono un modo efficace per attirare l’attenzione.

Israele è consapevole del fatto che i palestinesi continueranno ad essere una spina nel fianco e a ricordarci che Israele non è uno Stato normale. E la lotta per correggere decenni di espropriazione e maltrattamento dei palestinesi da parte di Israele diventerà sempre più una questione morale decisiva per l’opinione pubblica occidentale, come lo era stata ai tempi della lotta contro l’apartheid in Sud Africa.

Quindi Israele sta approfittando di questo momento per “portare a termine il lavoro”. L’obiettivo finale è chiaro, come, in effetti, lo era stato per più di settant’anni. Il crimine si sta svolgendo passo dopo passo, il ritmo accelera. Eppure, politici e giornalisti di alto livello in Occidente – come i loro predecessori – continuano ad essere ciechi di fronte a tutto ciò.

Jonathan Cook

Invitiamo le redazioni giornalistiche RAI a rifiutare la faziosità fin qui dimostrata verso Israele

 

Comunicato Stampa del Coordinamento Romano di Solidarietà con la Palestina

In quanto utenti del servizio pubblico, chiediamo alle redazioni giornalistiche RAI la lettura del seguente breve comunicato, invitandole a riconoscere e quindi rifiutare la faziosità fin qui dimostrata.

L’informazione data dalle redazioni giornalistiche della RAI sul genocidio in corso a Gaza distorce gravemente e mistifica persino i fatti, a causa dell’acritica e ampia diffusione che fa delle comunicazioni del governo di Tel Aviv.

Le forze armate israeliane hanno compiuto gravissimi crimini di guerra (denunciati anche dal Segretario Generale dell’ONU), in quasi due mesi di continui bombardamenti contro la popolazione palestinese di Gaza – totalmente sotto assedio, con azzeramento delle forniture di acqua, energia elettrica, carburante; blocco quasi totale dell’ingresso di cibo e medicinali – distruggendo tutte le infrastrutture civili, compresi gli ospedali; utilizzando armi proibite, come bombe al fosforo e a grappolo; colpendo 250mila abitazioni, di cui 50mila distrutte.

Oltre 16mila uccisi, di cui più di 6mila bambini, 35mila feriti, in parte destinati a morire presto non potendo essere curati, 6.500 dispersi sotto le macerie. Tra i morti, anche 207 medici e infermieri e 70 giornalisti.

Tutto questo viene giustificato dal “diritto di autodifesa” di Israele: è invece pulizia etnica e terrorismo di stato, impunito e di dimensioni apocalittiche.

Fonte: https://t.me/lantidiplomatico

Guerriglia urbana e caos a Dublino. Tutte le colpe della politica irlandese

 

Inside the news Over the world
Politica /

Quanti passi separano le nostre società dallo sprofondare nell’anarchia? È quello che ci si chiede vedendo la sequenza degli eventi che ha fatto seguito ad un attacco a colpi di coltello avvenuto fuori da una scuola nel cuore di Dublino. Le voci del coinvolgimento di un immigrato nel folle gesto hanno aizzato la protesta violenta da parte di gruppi appartenenti all’estrema destra ai quali si sono poi aggiunte bande di hooligans che hanno messo a ferro e fuoco una delle principali zone della città. Gli abitanti della capitale irlandese si sono risvegliati oggi sotto choc con ancora negli occhi le immagini dei negozi assaltati e dei mezzi pubblici dati alle fiamme a pochi metri da dove nel 1916 cominciò la rivolta di Pasqua nel Paese. Com’è possibile che una delle più vibranti e struggentemente belle città d’Europa, persino nelle sue imperfezioni, sia scivolata così in fretta nel caos? 

Per comprendere come si è arrivati ad un giovedì di ordinaria follia bisogna allontanarsi dall’immagine da cartolina che l’isola di smeraldo e la terra di James Joyce, Oscar Wilde e Bram Stoker conserva nell’immaginario collettivo e fare un salto ad un decennio fa quando l’Irlanda usciva da una pesante crisi economica e si avviava, complice un favorevole regime fiscale e legami con aziende britanniche e americane, a trasformarsi nella Silicon Valley d’Europa. La ritrovata forza di quella che già negli anni Novanta era definita tigre celtica, almeno sino all’alba di una recessione strisciante globale che ha visto i colossi tecnologici ricorrere a pesanti tagli, ha generato infatti uno dei mercati del lavoro più dinamici e stimolanti d’Europa, reso ancora più attrattivo dalle estenuanti trattative per la Brexit, attirando talenti da ogni parte del mondo.

Eppure, mentre il Pil dell’Irlanda correva a perdifiato trainando i dati economici del Vecchio Continente, anche durante gli anni della pandemia, ed il tasso di disoccupazione passava dal 18% del 1985 al 4% del 2020, diventavano sempre più evidenti i segnali di un disagio sociale che accomuna la capitale tecnologica d’Europa ad una città dalle caratteristiche simili dall’altra parte dell’oceano, San Francisco. La crescita improvvisa e senza controllo si è andata combinando, alimentandola, ad una drammatica ed irrisolta crisi abitativa che, secondo i sondaggi, sarà uno dei temi che alle prossime elezioni potrebbe porre fine al duopolio centenario detenuto dai partiti centristi Fianna Fáil e Fine Gael aprendo così la strada allo Sinn Féin di Mary Lou McDonald. Come conseguenza collaterale al problema della carenza di alloggi il numero dei senzatetto continua ad aumentare e solo nell’ultimo anno è cresciuto del 17,5% passando dalle 10.805 alle 12.691 unità. Una piaga impossibile da ignorare quando si arriva in centro a Dublino e a cui si aggiunge la sempre più ampia fascia di persone afflitte da dipendenze da alcolismo e droga di cui lo Stato sembra non riuscire a prendersi cura.

Alla classe politica al potere non viene perdonata inoltre la mancata realizzazione di una rete di trasporto degna di una capitale del ventunesimo secolo – la linea metro che dovrebbe collegare l’aeroporto alla città dovrebbe entrare in funzione solo nel prossimo decennio – e una riorganizzazione di un sistema sanitario pubblico caratterizzato da lunghe liste di attesa e sovraffollamento dei reparti ospedalieri. Imperdonabili mancanze, considerato il surplus di bilancio di 10 miliardi di euro su cui siede lo Stato irlandese, che vengono sfruttate dagli ambienti di destra per rilanciare slogan xenofobi e anti-sistema.

L’Irlanda si prepara adesso ad un lungo periodo di riflessione. Ad aiutare a metabolizzare quanto successo nelle ultime ore è il commento di Fintan O’Toole, celebre penna dell’Irish Times, il quale si è scagliato contro i vandali e i saccheggiatori, “questi delinquenti non agiscono in nostro nome”, ed ha reso omaggio ai passanti che hanno impedito che l’attacco fuori dalla scuola potesse avere un bilancio ancora più grave: “L’angoscia e l’ansia colpiscono nel profondo e questo momento non verrà cancellato facilmente. Abbiamo però visto che alcune cose arrivano ancora più nel profondo: tra queste l’amore che ci spinge a rischiare le nostre vite per difendere quelle degli altri. Questo è ciò su cui si poggia la nostra repubblica”. Nel frattempo come in una rivisitazione di Waiting for Godot, l’opera dell’irlandese Samuel Beckett, i cittadini di Dublino e dell’intera Irlanda, famosi per la loro accoglienza e apertura mentale, attendono disperatamente un cambiamento che non ci si può più permettere di rimandare.

Avviata la via della seta marittima, la Cina contava partecipazioni in 44 porti, ora sono un centinaio e fungono già da scalo per le navi da guerra cinesi


Nel 2013, il presidente cinese Xi Jinping annunciava la Via della seta marittima, la componente oceanica della sua iniziativa di punta: la Belt and Road Initiative (Bri), il mastodontico progetto ideato per migliorare l’accesso della Cina ai mercati mondiali attraverso corposi investimenti globali nelle infrastrutture degli hub strategici di trasporto.

Oggi, dieci anni dopo, in seguito ad una pandemia di Covid-19, ad una crisi immobiliare preoccupante e ad altre magagne interne all’epoca non preventivate da Pechino, il flusso di denaro investito da Pechino nell’iniziativa ha subito un inevitabile rallentamento, così come è accaduto alla crescita economica cinese.

Ciò nonostante, ha scritto il Washington Post, la Cina è riuscita ad assicurarsi una partecipazione significativa in una rete di porti che risultano essere fondamentali per il commercio mondiale e la libertà di navigazione. Anche se il gigante asiatico ha più volte collegato i suoi investimenti ad un obiettivo commerciale, gli Stati Uniti e i loro alleati sono sempre più preoccupati per le potenziali implicazioni militari delle mosse del Dragone.

I porti della Cina

Considerando che Xi ha più volte parlato della sua ambizione di trasformare la Cina in una superpotenza marittima, la rete portuale fin qui assemblata dal Paese offre uno spaccato sulla portata di tali ambizioni. Dando uno sguardo ad una cartina geografica, la rotta marittima adocchiata da Pechino corre verso sud, partendo dalla costa cinese e attraversando la principale via di transito dell’Oceano Indiano nonché i più trafficati punti di strozzatura marittima del Medio Oriente, per poi finire la sua corsa in Europa.

È interessante soffermarci su un dato: quando Xi ha annunciato la Bri, e quindi la gemella Via della seta marittima, la Cina contava partecipazioni in 44 porti. Un decennio più tardi, questa base operativa si sarebbe ampliata. Adesso, infatti, la Repubblica Popolare Cinese possiede o gestisce porti e terminali in quasi 100 località situate in oltre 50 Paesi (in tutti gli oceani e in tutti i continenti).

Altro aspetto rilevante: la maggior parte di questi investimenti è stata effettuata da società di proprietà del governo cinese, rendendo di fatto il Partito comunista cinese il più grande operatore dei porti che si trovano al centro delle catene di approvvigionamento globali.

Le preoccupazioni degli Usa

Nel 2018, la Cina ha ampliato la propria presenza marittima presso il porto Khalifa, negli Emirati Arabi Uniti. Cosco Shipping, colosso statale cinese, ha costruito un terminal per container commerciali in loco, che ora gestisce.

C’è chi teme che una simile presenza – qui come altrove – possa offrire a Pechino una finestra sui rapporti commerciali dei Paesi concorrenti, oltre che essere sfruttata per consentire alla Repubblica popolare cinese di difendere le proprie rotte di rifornimento, spiare i movimenti militari statunitensi e, potenzialmente, compromettere le spedizioni Usa.

Del resto, i porti e i terminal di proprietà cinese fungono già da scalo per le navi da guerra cinesi. Certo, Pechino è lontana decenni dall’eguagliare la presenza militare statunitense nel mondo, ma la Cina ha la marina più grande e in più rapida crescita al mondo.

Non è difficile toccare con mano la nuova dimensione del gigante asiatico nello scacchiere mondiale che, ad esempio, 20 anni fa non aveva alcuna presenza navale nell’Oceano Indiano mentre ora è in grado di mantenere nella regione da sei a otto navi da guerra in contemporanea.

Una rete strategica

Anziché fare la lista dei porti o dei terminal controllati dalla Cina, vale la pena accendere i riflettori sui casi principali. Ad esempio, Pechino si è assicurata un contratto di locazione di 99 anni per il porto di Hambantota nello Sri Lanka, ottenendo un importante punto d’appoggio sulla trafficata rotta marittima tra l’Asia e l’Occidente. Un particolare non da poco, visto che circa l’80% del commercio cinese attraversa l’Oceano indiano, compreso quasi tutto il petrolio che alimenta il motore energetico del Dragone.

La Cina ha poi aumentato la sua influenza nei porti egiziani, nei pressi del Canale di Suez, investendo all’inizio del 2023 nei terminal dei porti di Ain Sokhna e Alessandria. Da considerare, inoltre, che il gigante asiatico è presente in almeno una ventina di porti strategici europei, molti dei quali hub logistici della Nato e della Marina statunitense. In America Latina, invece, la Cina gestisce i porti ad entrambe le estremità del Canale di Panama, e sta costruendo da zero un megaporto da 3 miliardi di dollari a Chancay, in Perù, che trasformerà il commercio tra la stessa Repubblica popolare e l’intera regione, consentendo ai più grandi container del mondo di attraccare per la prima volta nel continente sudamericano.

Dulcis in fundo, la Cina può vantare un sistema software chiamato Logink, una piattaforma logistica digitale di proprietà del governo cinese, adottata da 24 porti in tutto il mondo, tra cui Rotterdam e Amburgo. Logink, sostiene il dipartimento dei Trasporti Usa, potrebbe consentire al governo cinese di accedere a grandi quantità di informazioni normalmente riservate relative ai movimenti delle merci che circolano in tutto il mondo, alla loro gestione e ai prezzi. Ad agosto, Washington ha emesso un alert per avvertire le aziende e le agenzie statunitensi di evitare di interagire con il sistema a causa del rischio di spionaggio e attacchi informatici.

Cosa si nasconde dietro le menzogne di Netanyahu e le simulazioni di Hamas ...

 

La versione ufficiale della guerra Hamas-Israele suscita più interrogativi che risposte. A pensarci bene, Hamas e Benjamin Netanyahu, lungi dall’essere nemici, sembrano agire di concerto, senza riguardo alcuno per le vite dei palestinesi e degli israeliani. Dietro di loro, a tenere le fila ci sono Stati Uniti e Regno Unito.

di Thierry Meyssan

Reagiamo all’attacco a Israele del 7 ottobre e al massacro dei civili palestinesi basandoci sulle informazioni di cui disponiamo; tuttavia la versione ufficiale del governo israeliano e la versione di Hamas ci suonano false.

Sette interrogativi di primaria importanza non hanno risposta.

 

1.
Come ha fatto Hamas a scavare e attrezzare 500 chilometri di tunnel a 30 metri di profondità senza destare attenzione?

 Gli strumenti per le perforazioni sono considerati di uso civile e militare. Non sono fabbricati a Gaza e non possono entrarvi, se non con la complicità dell’amministrazione israeliana.
 La terra rimossa (un milione di metri cubi) non è stata rilevata dalle ricognizioni aeree. Anche supponendo sia stata sparpagliata un po’ ovunque e sia stata mescolata con quella dei cantieri aperti, è impossibile che per vent’anni i servizi d’intelligence israeliani non abbiano visto nulla.
 Il materiale per l’aerazione non è considerato di uso militare. È possibile farlo entrare a Gaza, ma il fabbisogno avrebbe dovuto attirare l’attenzione.
 Il cemento armato necessario per consolidare le pareti dei tunnel non è fabbricato a Gaza; non è considerato di uso militare, quindi può entrare a Gaza, ma l’entità del fabbisogno avrebbe dovuto attirare l’attenzione.

2.
Come ha fatto Hamas ad accumulare un arsenale di queste dimensioni?

 Hamas, ramo palestinese della Confraternita dei Fratelli Mussulmani, dispone di grandi quantitativi di razzi e armi da fuoco. Certamente può aver fabbricato parte dei razzi, ma è riuscito comunque a importare, soprattutto dall’Ucraina, nonché a fare entrare nella Striscia di Gaza migliaia di armi da fuoco, a dispetto di scanner ad alte prestazioni. Tutto questo sembra impossibile sia accaduto senza complicità all’interno dell’amministrazione israeliana.

3.
Perché Benjamin Netanyahu non ha ascoltato quelli che lo avevano avvertito?

 Il ministro del controspionaggio egiziano, Kamel Abbas, ha telefonato personalmente a Netanyahu per avvisarlo di un possibile importante attacco di Hamas.
 L’amico di Netanyahu, il colonnello Yigal Carmon, direttore del Memri, lo ha personalmente avvisato di un possibile importante attacco di Hamas.
 La Cia ha inviato a Israele due rapporti che mettevano in guardia su un possibile importante attacco di Hamas.
– Il ministro della Difesa, Yoav Galland, è stato silurato per aver messo in guardia il governo sulla «tempesta perfetta» preparata a Hamas.

4.
Perché Benjamin Netanyahu la sera del 6 ottobre ha smobilitato le forze di sicurezza?

 Il primo ministro ha autorizzato la riduzione del servizio delle Forze di sicurezza in occasione delle feste di Sim’hat Torah e di Chemini Atseret. Al momento dell’attacco non era in servizio personale sufficiente a sorvegliare la barriera di sicurezza attorno a Gaza.

5.
Perché il mattino del 7 ottobre i responsabili della Sicurezza sono rimasti chiusi nella sede dello Shin Bet?

 Il direttore del controspionaggio (Shin Bet), Ronen Bar, aveva convocato per le ore 8 del 7 ottobre una riunione dei responsabili di tutti i servizi di sicurezza per esaminare il secondo rapporto della Cia su un’importante operazione che Hamas stava preparando.
L’attacco è iniziato il giorno stesso, alle 6.30. I responsabili della sicurezza hanno reagito soltanto alle 11.00.
Cos’hanno fatto questi responsabili durante l’interminabile riunione?

6.
Chi ha attivato la Direttiva Hannibal e perché?

 Quando le Forze di sicurezza hanno iniziato a reagire, le Forze di Difesa Israeliane (FDI) hanno ricevuto l’ordine di applicare la Direttiva Hannibal.
È una linea di condotta che impone di non lasciare soldati israeliani in ostaggio ai nemici, anche a costo di ucciderli. Un’inchiesta della polizia israeliana dimostra che l’aeronautica militare israeliana ha bombardato la folla che fuggiva dal rave party Supernova. Una parte rilevante dei morti del 7 ottobre non sono quindi vittime di Hamas, ma della strategia israeliana.
 Ma la Direttiva Hannibal si applica, in teoria, soltanto ai soldati. Chi ha deciso di bombardare una folla di civili e perché?
Oggi non è possibile stabilire con certezza quali israeliani uccisi dagli assalitori e quali dalle forze armate del loro Paese.

7.
Perché le forze occidentali minacciano Israele?

Il Pentagono ha schierato due gruppi navali guidati rispettivamente dall’USS Gerald Ford e dall’USS Eisenhower, nonché un sottomarino che trasporta missili da crociera, l’USS Florida. Haaretz ha menzionato una terza portaerei. Gli alleati degli Stati Uniti (Arabia Saudita, Canada, Spagna, Francia e Italia) hanno posizionato cacciabombardieri nella regione.
Queste forze sono posizionate in modo non di minacciare la Turchia, il Qatar o l’Iran — che la stampa occidentale accusa di essere implicati nell’attacco di Hamas — ma al largo di Israele, a Beirut e Hamat. Accerchiano Israele. Solo e soltanto Israele.

Cosa nascondono questi misteri?

È evidente che la versione sostenuta da Hamas e quella sostenuta da Israele sono false. Dobbiamo prendere in considerazione altre spiegazioni per non farci manipolare, né dagli uni né dagli altri.
Formuliamo un’ipotesi. Non ci sono elementi che la provino, ma, a differenza della versione che oggi tutti condividono, è compatibile con i fatti. Quella che proponiamo è perciò migliore di quella che ci propinano. È un’ipotesi molto scioccante, ma solo chi è in grado di rispondere alle sette domande esposte in precedenza può escluderla.
La nostra è un’interpretazione basata sull’analisi della complessità della struttura di Hamas, i cui combattenti ignorano quel che tramano i leader. Eccola:
L’insieme dell’operazione di Hamas e di Israele è pilotata dagli statunitensi, forse è diretta dallo straussiano Eliot Abrams [1] e dalla sua Vandenberg Coalition (think tank erede del Project for a New American Century). La Confraternita dei Fratelli mussulmani e i sionisti revisionisti, che in apparenza si fanno una guerra spietata, sono in realtà complici, a spese dei combattenti di base di Hamas, del popolo palestinese e dei soldati israeliani.
Questo il loro piano: Hamas è presentato come unica forza che resiste all’oppressione dei palestinesi, ma consente a Israele di liquidare la speranza di uno Stato palestinese; mentre la Confraternita dei Fratelli mussulmani, aureolata del sacrificio dei palestinesi, prende il potere nel mondo arabo.

I capi della branca militare e della branca politica di Hamas sono entrambi subordinati alla Guida della Confraternita dei Fratelli Mussulmani a Gaza, Mahmoud Al-Zahar (successore di sceicco Ahmed Yassin), di cui però nessuno parla. Dal suo punto di vista la Confraternita sarà la grande vincente del “Diluvio di Al Aqsa, anche se Gaza sarà completamente rasa al suolo e i palestinesi cacciati dalla loro terra.

Ricordiamo che Hamas è oggi diviso in due fazioni. La prima, sotto l’autorità di Ismael Haniyeh, segue la linea della Confraternita. Non ha per obiettivo né la liberazione della Palestina dall’occupazione israeliana né la fondazione di uno Stato palestinese; aspira alla fondazione di un Califfato che regni su tutti i Paesi del Medio Oriente. La seconda fazione, sotto l’autorità di Khalil Hayya, ha abbandonato l’ideologia della Confraternita e combatte per mettere fine all’oppressione del popolo palestinese da parte degli israeliani.

La Confraternita dei Fratelli Mussulmani è una società segreta politica, organizzata dai servizi dell’intelligence britannica sul modello della Grande Loggia Unita d’Inghilterra [2]. È stata progressivamente recuperata dalla Cia, al punto da essere rappresentata all’interno del Consiglio di sicurezza interna degli Stati Uniti. Dopo il crollo dei regimi islamisti della primavera araba, la Confraternita si è divisa in due fazioni: il Fronte di Londra, attorno alla Guida Ibrahim Munir (morto un anno fa), che propone di uscire dalla crisi abbandonando il campo politico per ottenere la liberazione dei prigionieri in Egitto; il Fronte d’Istanbul, diretto dalla Guida ad interim Mahmoud Hussein, che non vuole cambiare nulla e continuare a combattere per l’istaurazione del Califfato.
Un terzo gruppo cerca una via intermedia, proponendo di abbandonare la politica solo per il tempo necessario a ottenere la liberazione dei prigionieri, salvo poi riprenderla con maggiore vigore.

I Fratelli mussulmani combattono per prendere il potere in tutti gli Stati arabi, come fecero nel 2012-13 in Egitto.

Ricordiamo che, diversamente all’opinione diffusa in Occidente, Mohamed Morsi non fu democraticamente eletto presidente dell’Egitto; le elezioni furono vinte dal generale Ahmed Chafik. La Confraternita minacciò di morte i membri della commissione elettorale e le loro famiglie. Sicché, dopo 13 giorni di resistenza, la commissione proclamò presidente Morsi, nonostante il risultato delle urne. Nel 2013, 40 milioni di egiziani manifestarono contro Morsi chiedendo l’intervento delle forze armate per liberare l’Egitto dai Fratelli Mussulmani. Questo fece il generale Abdel Fatah Al-Sisi.

Oggi i Fratelli Mussulmani sono al potere solo in Tripolitania (Libia occidentale), per volontà della Nato. Sono benaccetti in Qatar e in Turchia (che non è uno Stato arabo). Sono stati dichiarati fuorilegge nella maggioranza degli Stati Arabi, in particolare in Arabia Saudita (dopo che nel 2013 tentarono di rovesciarne il monarca) e negli Emirati Arabi Uniti (innescando la crisi tra il Qatar e gli altri Stati del Golfo). Ma soprattutto in Siria (il cui governo tentarono di rovesciare nel 1982 e a cui fecero guerra dal 2011 al 2016, a fianco della Nato e di Israele). Sono sul punto di essere banditi anche in Tunisia, che hanno guidato per un decennio.

Se il vero obiettivo del massacro non è lo statuto della Palestina, ma il governo degli Stati arabi, dobbiamo aspettarci un’ondata di cambiamenti di regime nel Medio Oriente a beneficio della Confraternita. Per farla breve, dobbiamo aspettarci una sorta di seconda primavera araba [3].

Come accadde durante la primavera araba, anche oggi i servizi britannici si occupano della comunicazione della Confraternita. Ci si ricordi di come sponsorizzarono in Libia il Fratello Abdelhakim Belhaj [4] o delle magnifiche invenzioni per accreditare la sequela di gruppi jihadisti siriani. Tutto confermato da fughe di notizie del Foreign Office. Oggi hanno creato un nuovo personaggio, Abou Obeida, portavoce dell’organizzazione combattente a Gaza. Questo personaggio, sconosciuto fino a poco tempo fa, è improvvisamente diventato una star nel mondo mussulmano, dove vanno a ruba i poster con la sua immagine. A lungo formato all’arte oratoria, maneggia i simboli con una disinvoltura che non ha precedenti tra i leader sunniti.

I governi arabi procedono perciò con prudenza, sostenendo la creazione di uno Stato palestinese ma prendendo le distanze da Hamas. Mentre Hamas fa di tutto per rendere impossibile la creazione di uno Stato palestinese.

Traduzione Rachele Marmetti / Fonte Voltairenet
[Grazie a Musicband per la segnalazione]

L’ex capo del Mossad: non è solo uno scambio di prigionieri, ma l’inizio si un processo per porre fine alla guerra, come desiderano tutti gli attori dell’area.

 Luego de la tregua Israel reabre el paso a Gaza de la ayuda humanitaria ...

Guerra a Gaza. La conclusione dell’ex capo dell’intelligence israeliana

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-guerra_a_gaza_la_conclusione_dellex_capo_dellintelligence_israeliana/8_51822/


Israele e Hamas hanno stabilito un nuovo cessate il fuoco per definire un nuovo scambio di prigionieri, mentre il capo del Mossad David Barnea e quello della Cia William Burns volano in Qatar per mettere a punto la lista dei prossimi ostaggi da liberare in cambio dei palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Il Qatar, quindi, continua a ospitare colloqui riservatissimi, ai quali partecipano in vario modo i capi di Hamas che risiedono a Doha, nei quali presumibilmente non si parla solo della sorte dei prigionieri.


L’ex capo del Mossad e le pressioni USA

Ne accennava l’ex capo del Mossad Efraim Halevi in un’intervista rilasciata il 23 novembre – giorno in cui si è fatto il primo accordo tra le parti – a Yediot Aeronoth: “Penso che questo accordo sia la prima fase e se questo processo di scambio di prigionieri verrà portato avanti fino alla fine, sarà molto più difficile riprendere la campagna militare fino al collasso di Hamas”.

Ex capo del Mossad: l'accordo di ostaggio renderà difficile rinnovare la battaglia di Gaza


“Penso che ci sarà una forte pressione da parte degli Stati Uniti per ottenere una moderazione e addirittura la fine dei combattimenti senza che Hamas crolli completamente come vorrebbe il primo ministro”. Ha aggiunto Halevi. “Non si tratta solo di un accordo relativo allo scambio di prigionieri, ma è anche un passo che rafforzerà l’intenzione di cercare di porre fine alla guerra.” Tuttavia, ha chiarito che “questo sia il miglior accordo che si possa ottenere in questa fase e che sia l’inizio di un processo per raggiungere ulteriori intese che riporteranno a casa la maggior parte, se non tutti i nostri ostaggi”.

Halevi, continua Ynet, sostiene che la pressione statunitense sarà formidabile: “Penso che Israele non possa resistere alla pressione americana. Anzitutto perché è il principale sostenitore di Israele nel mondo e il presidente Biden è forse il più grande amico che Israele ha avuto da anni e ha aiutato in modo significativo Israele nel trasferimento di armi durante la campagna”.

Questa la conclusione dell’ex capo dell’intelligence israeliana: “Bisogna tener conto anche degli interessi degli Stati Uniti, che hanno fatto molto per rafforzare Israele e la sua capacità di combattere. Mi piacerebbe moltissimo riuscire a far collassare Hamas in tutto il mondo, sarebbe molto importante se potessimo farlo”.

“Ma abbiamo dei partner e questi partner hanno opinioni che non possono essere ignorate. Gli Stati Uniti non intendono sostenere ciecamente tutti i desideri di Israele e penso che gli americani, anche in colloqui piuttosto significativi, abbiano chiarito che hanno qualcosa da dire su questi temi”.

Nel riferire la missione di Barnea e Burns in Qatar, il New York Times riporta: “Alcuni funzionari americani hanno espresso la speranza che la pausa temporanea possa essere estesa in qualcosa di simile a un cessate il fuoco più permanente”.

Fermare la guerra prima che dilaghi

A rafforzare quanto dichiarato da Halevi, l’annuncio che a breve Blinken si recherà nuovamente in visita in Israele e in Cisgiordania, oltre che negli Emirati Arabi Uniti e altrove. La sua missione dichiarata è portare a termine la liberazione di tutti gli ostaggi. Quella tacita si può intuire dalle parole dell’ex capo dell’intelligence israeliana.

Di interesse anche la conferenza stampa odierna del portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, Majed Al-Ansari, il quale ha affermato: “La priorità attuale è il rilascio di ostaggi civili, donne e bambini, poi toccherà ai militari”. Parole che indicano una prospettiva prolungata e conclusiva riguardo la sorte di tutti gli ostaggi detenuti da Hamas.

Ma serve conservare il realismo, anche perché le autorità israeliane continuano ad affermare che la campagna militare riprenderà e che non finirà finché Hamas non sarà eliminata dalla Striscia.

Resta, però, la possibilità che nel segreto si raggiunga un compromesso, sia sull’immediato sia sulle prospettive di un’eventuale/probabile ripresa delle ostilità. Tale compromesso potrebbe concretizzarsi con una ripresa modulata della campagna militare, con obiettivi definiti e a termine, in modo che il governo israeliano possa brandire la vittoria e l’esercito ripristinare la sua immagine di invincibilità, andata in frantumi nell’attacco del 7 ottobre.


Non è solo la pressione americana a forzare in tal senso, anche lo spettro di diventare un paria internazionale a causa della brutalità della campagna militare, oltre ai costi della guerra, che non sono del tutto secondari.

Le stime indicano che lo sforzo bellico costerà il 10% del Pil, mentre l’altro costo rilevante è quello delle vite umane. Haaretz ha rivelato che i soldati feriti sarebbero un migliaio, di cui 202 verserebbero in condizioni “critiche“. Più che probabile che anche il numero di caduti sia maggiore di quanto dichiarato ufficialmente, filmati e foto che girano nel web restano indicativi in tal senso.

Tutto sospeso, quindi, nell’attesa di quanto riserva il futuro. Oltre agli Stati Uniti, tanti i Paesi che stanno facendo pressioni affinché il cessate il fuoco divenga permanente.

Tra questi l’Iraq, che per bocca di Farhad Alaadin, consigliere per gli affari esteri del primo ministro Mohammed Shia, ha affermato: “L’intera regione è sull’orlo di un conflitto devastante che potrebbe coinvolgere tutti, una guerra che nessuno sa quanto possa espandersi né come sarà possibile controllarla e fermarla”.

Chiudiamo con un doveroso cenno alle condizioni disumane in cui versano i palestinesi nella Striscia. Così il titolo di un articolo al Jazeera: “A Gaza, stretta dall’assedio israeliano, le malattie potrebbero uccidere più delle bombe, afferma l’OMS”. Sottotitolo: “I sistemi sanitari e igienico-sanitari distrutti devono essere ripristinati”.

In Ucraina è arrivato anticipatamente l’inverno.e potrebbe favorire una sorta di notte dei lunghi coltelli, una resa dei conti o golpe interno


PANTANO

 

https://giubberosse.news/2023/11/28/pantano/ 

In Ucraina è arrivato anticipatamente l’inverno. Pioggia e neve già rendono impraticabili le strade non asfaltate, e la mobilità dei corazzati è ridotta al minimo. Una tempesta di inaudita potenza ha spazzato il mar Nero, distruggendo reti elettriche un po’ dovunque. 2000 villaggi ucraini sono senza energia elettrica, la Crimea è senza acqua corrente, perché gli impianti di pompaggio non sono alimentati. In alcuni punti della costa, il mare è arretrato anche di 100 metri.
Ovviamente tutto questo si riflette immediatamente sulla linea di combattimento, frenando fortemente l’attività aerea e di artiglieria, il che nell’immediato costituisce un vantaggio per gli ucraini: le condizioni climatiche, infatti, rallentano ulteriormente l’avanzata russa intorno ad Avdeevka, così come la controffensiva sul Dniepr, nel settore di Kherson.
La situazione sul campo è al momento, metaforicamente e praticamente, congelata.

L’arrivo del generale inverno, comunque, può tuttalpiù agevolare le forze ucraine nel passaggio da una postura offensiva ad una difensiva. Ma non è sufficiente per nulla di più, e come s’è già visto lo scorso inverno, non fermerà l’esercito russo.
L’inevitabile rallentamento delle operazioni terrestri, però, diventa terreno fertile perché altri livelli del conflitto si manifestino più incisivamente. È infatti evidente che la NATO è ormai entrata in modalità Minsk, ovvero è alla ricerca di una via d’uscita temporanea dal conflitto; una qualche forma di accordo che consenta, appunto, di congelare il conflitto, quel tanto che basta per rimettere in piedi una parvenza di esercito ucraino efficiente, e soprattutto per mettere i paesi europei dell’Alleanza in condizione di affrontare uno scontro diretto con Mosca. È evidente che la NATO si sta orientando verso questa prospettiva, una guerra con la Russia entro (relativamente) pochi anni. Come del resto ha chiaramente detto il presidente della Repubblica Ceca, Pavel, che oltretutto è un ex-generale NATO.

Vanno in tal senso sia gli sforzi (e gli investimenti) per adeguare ed uniformare le infrastrutture viarie europee (sia su gomma che su ferro), al fine di renderle adeguate agli spostamenti di truppe e mezzi con standard NATO, sia la recente proposta di una Schengen militare [1], per agevolare la rapidità e libertà di movimento transfrontaliero per gli eserciti NATO.
Una prospettiva che, però, richiede necessariamente che soprattutto gli eserciti europei – e le rispettive capacità industriali – siano portati al livello necessario per combattere una guerra di logoramento, con una grande potenza militare come la Russia. E per fare ciò, occorre fondamentalmente tempo. Un tempo di non belligeranza attiva, che quindi richiede la chiusura (temporanea) del conflitto ucraino. Un risultato, questo, che richiede l’allineamento di tre elementi: la conversione della narrativa propagandistica, la disponibilità ucraina, e soprattutto quella russa.
Ovviamente, i primi due sono non solo quelli su cui è possibile esercitare tutta l’influenza della NATO, ma anche quelli necessari (seppur non sufficienti) per avviare il dialogo con Mosca.

Ma se riorientare la narrazione della propaganda (cosa peraltro già in atto) è facile, convincere gli ucraini a più miti consigli sembra esserlo assai meno. Zelensky, infatti, sembra essere determinato a portare avanti la guerra ad ogni costo, anche perché percepisce che il suo destino è ineluttabilmente legato al suo proseguimento, e quindi quanto più dura il conflitto tanto più dura il suo potere.
Ne consegue che per la NATO – o meglio, per chi in essa decide, ovvero Washington – il problema è gestire una transizione al governo del paese; idealmente, una transizione democratica sarebbe stata preferibile, ma è evidente che Zelensky non ha alcuna intenzione di tenere le elezioni presidenziali, il prossimo anno. Sarà pertanto necessario, con ogni probabilità, ottenere il cambio desiderato in modo un po’ più informale
Al momento, il problema principale sembra essere trovare un sostituto che sia affidabile (per gli USA) ma anche credibile (per gli ucraini), cioè che sia capace di mantenere la presa sul paese, conducendolo fuori dalla guerra, senza scossoni né colpi di coda.

Quest’ultimo punto, in particolare, non è proprio scontato. Anche se, infatti, la popolazione ucraina è stremata (e decimata), e vedrebbe generalmente bene la fine delle ostilità, non bisogna dimenticare che una parte significativa delle forze armate è costituita da unità dichiaratamente filonaziste, la cui reazione potrebbe essere del tutto imprevedibile (o prevedibilissima, secondo come la si guardi). Non dimentichiamo che la storia europea racconta di ben due, clamorosi casi in cui una pace vista come tradimento dei sacrifici della guerra, produsse nella Germania sconfitta dapprima i freikorps e poi il nazismo, e nell’Italia vittoriosa il fascismo. Non si tratta quindi di un pericolo da sottovalutare, anche in considerazione del fatto che queste unità banderiste sono molto ben armate ed addestrate.
Serve insomma un candidato che abbia l’autorevolezza per tenere sotto controllo i settori più inquieti della società ucraina, durante una fase necessariamente tempestosa.

Allo stato attuale, le alternative possibili a Zelensky sembrano essere due, il suo ex consigliere Arestovich, ed il capo delle forze armate Zaluzhny. Il primo è sicuramente in linea con la prospettiva del compromesso per la pace, ma è anche un personaggio non particolarmente limpido, e comunque noto ma non popolare. Diversamente il comandante in capo gode di molta stima, sia tra i militari che nella popolazione, ma seppure spesso in contrasto con il presidente non sembra però molto convinto dell’opzione pacifista; va da sé che, in virtù del suo ruolo attuale, non può sbilanciarsi troppo in tal senso, ma talune sue prese di posizione sembrano suggerire che il dissenso sia più che altro relativo alla migliore strategia per opporsi alla Russia, e non sull’idea di continuare a combattere o meno. E ovviamente, il fatto di essere il comandante dell’esercito renderebbe più difficile dissimulare la sostanza del modo in cui avverrebbe il cambio al vertice, cioè un golpe.

Naturalmente Zelensky è ben consapevole di tutto ciò, e si muove cercando di prevenire le mosse di chi vorrebbe detronizzarlo. Sul piano internazionale, è evidente che l’unico alleato di ferro su cui possa contare è la Gran Bretagna (che diversamente dagli USA sono per continuare la guerra sino all’ultimo ucraino), mentre sul piano interno è cominciata una vera e propria guerra fratricida, che oppone il gruppo di potere zelenskiano a quello (quasi esclusivamente militare) di Zaluzhny.
Del resto, il presidente ucraino capisce bene che questa non è soltanto una battaglia sulla scelta tra guerra e pace, e neanche una questione meramente di potere; di fatto, a questo punto c’è molto di più. Come ha scritto recentemente di lui Politico [2], “finché Zelensky sarà in vita, continuerà a muovere l’Europa nella direzione che desidera”. Il che, se non proprio come una minaccia, di certo suona come un oscuro pronostico. Sta quindi usando il suo potere per indebolire gli avversari.

Quello che sta accadendo in Ucraina, infatti, è un vero e proprio regolamento di conti, una sorta di notte dei lunghi coltelli [3] protratta nel tempo. Secondo l’ex Deputato della Verkhovna Rada (il Parlamento ucraino) Oleg Tsarev [4], due sono le strutture in grado di realizzare un golpe senza bisogno di schierare i carri armati nelle strade: la Divisione Speciale Alfa e le Forze per le Operazioni Speciali.
Il vice Comandante di Alfa, General Maggiore Shaytanov, è stato accusato di tradimento. Viktor Khorenko, Responsabile delle Forze Speciali, è stato rimosso. La comandante dei reparti della sanità militare, Tatyana Ostashchenko (una fedelissima di Zaluzhny), è stata rimossa. Zelensky ha inoltre licenziato e sostituito quattro vice comandanti della Guardia Nazionale ucraina.
Di più, Zelensky ha recentemente lanciato un attacco diretto a Zaluzhny – sia pure senza nominarlo – in un’intervista al quotidiano The Sun, dichiarando che “se un militare decide di impegnarsi in politica, e ha tutto il diritto di farlo, allora lascialo fare, ma poi non potrà impegnarsi in una guerra. Se sei in guerra, pensi di entrare in politica o di candidarti alle elezioni domani, allora sia a parole che in prima linea ti comporterai come un politico e non come un militare, commettendo, secondo me, un grosso errore” [5].

La situazione interna ucraina, quindi, è altrettanto impantanata quanto le truppe al fronte. È probabile che, con il peggiorare delle condizioni lungo la linea di combattimento, e con l’avvicinarsi della campagna elettorale per le presidenziali USA, le pressioni da parte di Washington per arrivare ad una Minsk III si faranno sempre più forti, utilizzando la leva degli aiuti e delle forniture militari – la cui entità e fattispecie sarà via via sempre più finalizzata a spingere Kiev verso un accordo.
Naturalmente, in tutto ciò (come del resto ormai d’abitudine) la NATO fa i conti senza l’oste. Non si capisce infatti per quale ragione la Russia dovrebbe accettare oggi un compromesso, dal quale non ricaverebbe null’altro che una presa d’atto occidentale della realtà sul campo (ovvero qualcosa che già ha ottenuto), non solo rinunciando agli obiettivi strategici della guerra – demilitarizzazione e neutralità dell’Ucraina – ma nella consapevolezza che, proprio come è stato per i precedenti accordi firmati nella capitale bielorussa, si tratterebbe di meri espedienti, utilizzati dalla NATO per guadagnare tempo e riprendere fiato.

Certamente in presenza di una disponibilità formale ucraina, e di una sostanziale statunitense, la Russia subirebbe pressioni da più parti affinché quantomeno non respinga pregiudizialmente la possibilità di un accordo. È chiaro che questa guerra risulta scomoda, anche per alcuni importanti amici di Mosca – la Cina tra tutti. Ma è anche vero che un accordo di compromesso al ribasso, non solo potrebbe provocare malumori nel paese (ancora la vittoria tradita…), ma sarebbe soprattutto un errore strategico. È infatti assolutamente evidente che la NATO si sta preparando per la guerra, e che – a meno di clamorosi eventi – nel giro di 5/7 anni si sentirà pronta per ripartire all’offensiva; magari proprio da un’Ucraina ritirata sù alla bell’e meglio, che riapre il conflitto col pretesto di riprendersi i territori perduti.
Qualsiasi accordo che non preveda il conseguimento certo degli obiettivi, risulterebbe pertanto una manovra a dir poco avventata. Probabile quindi che Mosca, pur accettando di sedersi ad un tavolo, non accetterà invece alcun cessate il fuoco, e soprattutto non sottoscriverà alcun trattato rispetto ai cui termini sia garantita non già dalla parola della NATO, ma da risultati concreti ottenuti sul campo di battaglia.

Indipendentemente da quanto accadrà a Kiev nei prossimi mesi, quindi, la prospettiva che si sta delineando sul medio periodo è quella di una nuova guerra con la Russia, ma in cui l’Ucraina (o i baltici, o chi altro sia disposto a ricoprire il ruolo) farà da innesco, ma a fare la parte dei prossimi proxy saranno gli eserciti europei della NATO. Mentre l’impero manovra per linee esterne, come si addice ad una potenza thalassocratica, a combattere sulle frontiere vanno gli eserciti coloniali.


1 – Cfr. “La NATO esorta gli Stati membri a costruire una ‘Schengen’ militare”Euractiv.it
2 – Cfr. “The most powerful people for 2024”Politico Europe
3 – Cfr. “La notte dei lunghi coltelli”Rai Cultura
4 – Cfr. “Sul licenziamento del responsabile delle forze speciali dell’ucraina, General Maggiore Viktor Khorenko”Telegra.ph
5 – Cfr. “Zelensky warns Ukraine generals that getting involved in politics puts country’s unity at risk”The Sun