Benvenuti nel Blog di Claudio Martinotti Doria, blogger dal 1996


"Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam", motto dell'Ordine dei Cavalieri Templari, Pauperes commilitones Christi templique Salomonis

"Ciò che insegui ti sfugge, ciò cui sfuggi ti insegue" (aneddotica orientale, paragonabile alla nostra "chi ha pane non ha denti e chi ha denti non ha pane")

"Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell'Occidente è che perdono la salute per fare soldi. E poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere nè il presente nè il futuro. Sono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto."
(Dalai Lama)

"A l'è mei mangè pan e siuli, putòst che vendsi a quaicadun" (Primo Doria, detto "il Principe")

"Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci." Mahatma Gandhi

L'Italia non è una nazione ma un continente in miniatura con una straordinaria biodiversità e pluralità antropologica (Claudio Martinotti Doria)

Il proprio punto di vista, spesso è una visuale parziale e sfocata di un pertugio che da su un vicolo dove girano una fiction ... Molti credono sia la realtà ed i più motivati si mettono pure ad insegnare qualche tecnica per meglio osservare dal pertugio (Claudio Martinotti Doria)

Lo scopo primario della vita è semplicemente di sperimentare l'amore in tutte le sue molteplici modalità di manifestazione e di evolverci spiritualmente come individui e collettivamente (È “l'Amor che move il sole e le altre stelle”, scriveva Dante Alighieri, "un'unica Forza unisce infiniti mondi e li rende vivi", scriveva Giordano Bruno. )

La leadership politica occidentale è talmente poco dotata intellettualmente, culturalmente e spiritualmente, priva di qualsiasi perspicacia e lungimiranza, che finirà per portarci alla rovina, ponendo fine alla nostra civiltà. Claudio Martinotti Doria

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Patriă Montisferrati

Patriă Montisferrati
Cliccando sullo stemma del Monferrato potrete seguire su Casale News la rubrica di Storia Locale "Patriă Montisferrati", curata da Claudio Martinotti Doria in collaborazione con Manfredi Lanza, discendente aleramico del marchesi del Vasto - Busca - Lancia, principi di Trabia

Come valorizzare il Monferrato Storico

La Storia, così come il territorio e le sue genti che l’hanno vissuta e ne sono spesso ignoti ed anonimi protagonisti, meritano il massimo rispetto, occorre pertanto accostarsi ad essa con umiltà e desiderio di apprendere e servire. In questo caso si tratta di servire il Monferrato, come priorità rispetto a qualsiasi altra istanza (personale o di campanile), riconoscendo il valore di chi ci ha preceduti e di coloro che hanno contribuito a valorizzarlo, coinvolgendo senza preclusioni tutte le comunità insediate sul territorio del Monferrato Storico, affinché ognuna faccia la sua parte con una visione d’insieme ed un’unica coesa identità storico-culturale condivisa. Se ci si limita a piccole porzioni del Monferrato, per quanto significative, si è perdenti e dispersivi in partenza.

Sarà un percorso lungo e lento ma è l’unico percorribile se si vuole agire veramente per favorire il Monferrato Storico e proporlo con successo come un’unica entità territoriale turistico culturale ed economica …

La Germania impone l'austerity e il rispetto di alcune regole agli altri paesi ma per sè fa eccezioni

Clamoroso: la Germania ha fatto default, ma non è successo niente

 

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-clamoroso_la_germania_ha_fatto_default_ma_non__successo_niente/11_29762/ 
  Da oltre vent’anni a questa parte, il dibattito politico è costretto a muoversi negli angusti spazi del pareggio di bilancio: qualsiasi opzione politica deve confrontarsi con il paradigma della scarsità delle risorse che, secondo i paladini dell’austerità, caratterizzerebbe il funzionamento di un’economia sana. Ci viene spiegato ogni giorno che quel paradigma non ce lo impone l’Europa, con i suoi vincoli al deficit e al debito pubblico, ma deriva dalla razionalità dei mercati: se ti indebiti troppo perdi la credibilità dei mercati e nessuno è più disposto a finanziare il tuo debito pubblico. È lo spettro del default, agitato in ogni discussione politica per tenere a bada le istanze di progresso sociale: non possiamo aumentare le pensioni, non possiamo costruire nuovi ospedali, non possiamo garantire la piena occupazione perché non ci sono i soldi, e se non tieni i conti in ordine ti ritrovi – questa la minaccia ricorrente – in bancarotta. L’incubo degli statisti di ogni colore politico sarebbe dunque quello di scatenare l’ira dei mercati, e cioè di ritrovarsi senza più nessuno disposto a prestare i soldi allo Stato. L’austerità, in questa narrazione, è la medicina amara ma necessaria: tagliare diritti, salari e stato sociale non piace a nessuno, ma dobbiamo farlo per evitare un baratro di nome default.

Nel disinteresse generale, pochi giorni (esattamente, il 10 luglio 2019) fa si è verificato un piccolo ma significativo fatto, una curiosa circostanza che dimostra plasticamente l’infondatezza di tutto questo terrorismo sul debito pubblico. Ironia della sorte, lo spettro del default – o, per dirla più semplicemente, del fallimento, della bancarotta – è apparso dove meno te lo aspetti: un’asta di titoli del debito pubblico della virtuosa Germania ha registrato una domanda di bund (così sono chiamati i titoli di Stato tedeschi) inferiore alla quantità offerta dal Governo. A fronte di 4 miliardi di euro di titoli di Stato tedeschi offerti al mercato, sono pervenute domande per 3,9 miliardi. Il risultato? Come avrete notato, non è successo assolutamente nulla. Capire perché un’asta scoperta non produce alcun default può aiutarci a sfatare alcuni miti sul debito pubblico e, soprattutto, a ricollocare tutti questi fenomeni economici nella dimensione politica che gli è propria, l’unica entro cui possono essere compresi. Ma andiamo con ordine.

Il debito pubblico si accumula ogni volta che lo Stato spende più di quanto raccoglie con le tasse. Il debito pubblico è, dunque, il risultato di una serie di disavanzi di bilancio e rappresenta, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, uno strumento essenziale per stimolare l’economia. Persino la virtuosa Germania, che da anni rispetta alla lettera il pareggio di bilancio, ha negli anni precedenti accumulato oltre 2.000 miliardi di euro di debito pubblico: anche se non contrae più alcun disavanzo di bilancio, Berlino deve rifinanziare ogni settimana una parte del debito in scadenza emettendo nuovi titoli, per un totale di centinaia di miliardi di euro ogni anno necessari semplicemente a rinnovare il debito pregresso. Lo Stato si indebita emettendo titoli che vengono sottoscritti prevalentemente da banche, fondi pensione, società finanziarie e assicurative e altri cosiddetti ‘investitori istituzionali’. Di norma la domanda di titoli di Stato eccede, anche sensibilmente, la quantità offerta in asta, principalmente perché quelle obbligazioni rappresentano i titoli più sicuri presenti sui mercati finanziari, una forma per conservare la ricchezza nel tempo senza intaccarne sensibilmente il valore e, nella maggioranza dei casi, guadagnandoci anche un rendimento. Tanto per fare un esempio, l’asta di BTP decennali del giugno scorso ha registrato una domanda di 3,6 miliardi contro i 2,75 offerti dal Governo italiano.

L’asta di bund decennali del 10 luglio scorso ha invece registrato una domanda inferiore all’offerta, una circostanza davvero curiosa per un titolo che è considerato il più sicuro d’Europa, con un rating AAA, il livello massimo possibile. La locomotiva d’Europa ha dunque dichiarato default? Pare proprio di no. Come spiegheremo nei paragrafi che seguono, la ragione risiede in un vero e proprio privilegio di cui la Germania si ‘avvale’ e che le permette di non scontrarsi con le temutissime ire dei mercati.

La Germania, infatti, si riserva sempre la possibilità di trattenere una parte dei titoli in emissione – congelati presso la Bundesbank – e di riproporli successivamente sui mercati vendendoli direttamente in borsa, fuori dal meccanismo d’asta. Questa pratica operativa permette al debitore pubblico di sottrarsi alla tagliola dell’asta, alla quale possono partecipare solamente poche banche selezionate, e di rivolgersi direttamente ai mercati finanziari. Tale passaggio, dall’asta (detta ‘mercato primario’) alla borsa (detto ‘mercato secondario’) è carico di conseguenze, perché la Banca Centrale Europea ha il divieto di intervenire in asta mentre acquista ogni giorno titoli pubblici sui mercati secondari, sostenendone il corso. Aggirando la rigidità dell’asta, e riservando regolarmente una parte dell’emissione alla vendita diretta sui mercati, la Germania si sottrae ad eventuali capricci delle banche partecipanti alle aste, rendendo impossibile il ricatto del default. Nel caso dell’asta del 10 luglio, a fronte di 3,9 miliardi di euro di titoli richiesti dagli investitori, meno dei 4 miliardi inizialmente previsti per l’emissione, la Germania ha effettivamente emesso solamente 3,2 miliardi di euro di titoli, collocando dunque addirittura meno della pur bassa domanda.
Quegli 800 milioni di euro di titoli di Stato di differenza tra la quantità inizialmente prevista per l’emissione e la quantità concretamente collocata sono stati congelati presso la banca centrale tedesca, la Bundesbank, e verranno offerti nelle settimane successive in borsa, approfittando anche degli acquisti che la BCE quotidianamente realizza sui mercati finanziari. In questa maniera, la Germania impedisce alle banche che partecipano alle aste di ‘tirare’ sul prezzo: se gli investitori privati pretendono in asta un tasso di interesse diverso da quello desiderato dal Governo, i titoli vengono ritirati dall’asta e collocati successivamente attraverso le borse, dove operano molti più investitori e dove si rende possibile un sostegno finanziario da parte dell’autorità monetaria, sostegno che i Trattati europei vietano in asta.
Prima di trarre una morale da questi eventi, dobbiamo brevemente soffermarci sulla curiosa circostanza che ha visto i principali investitori privati boicottare un’asta di bund. Come spesso accade quando ci si muove nella giungla dei mercati finanziari, questo comportamento si spiega facilmente in base alla logica del profitto: quei titoli sono stati offerti – caso unico in Europa per un titolo decennale – ad un rendimento negativo dello 0,3% circa. Rendimento negativo significa che il creditore, colui che compra i titoli, paga un prezzo per prestare i suoi soldi al governo tedesco. Tassi negativi di queste dimensioni sono incompatibili con il grado di profittabilità degli affari richiesti dalle principali banche di investimento del mondo, cioè proprio quelle ammesse alle aste di titoli di Stato. Ci si potrebbe domandare, allora, come mai dei titoli del debito pubblico per i quali il creditore paga per prestare dei soldi allo Stato possano comunque essere richiesti, ossia domandati. La risposta risiede, fondamentalmente, nel fatto che le banche e gli intermediari finanziari domandano i titoli del debito pubblico in quanto tali titoli rappresentano, in primo luogo, una riserva di liquidità sicura e, in secondo luogo, una fonte alternativa di impiego della liquidità rispetto al deposito di quella stessa liquidità presso la Banca Centrale Europea che, su quel deposito, offre, in generale, tassi di interesse ancora minori a quelli percepibili sui titoli di stato.

Tuttavia, davanti alla richiesta del governo tedesco di sottoscrivere titoli a perdere, i partecipanti all’asta hanno voltato le spalle. Il debito pubblico, infatti, come abbiamo già annunciato, è sottoscritto regolarmente sui mercati perché considerato un titolo sicuro che, al contempo, offre un rendimento positivo – pur se inferiore al rendimento dei più rischiosi titoli azionari. Se viene meno completamente l’elemento della remunerazione, cosa avvenuta il 10 luglio in Germania, il debito pubblico cessa di essere un affare interessante per le banche private. Destino simile toccò un anno fa al debito pubblico giapponese, con i tassi di interesse stabilmente in territorio negativo per via del sostegno massiccio della banca centrale giapponese, che ha acquistato oltre il 40% del debito pubblico nazionale: se il debito pubblico viene rifinanziato con il supporto dell’autorità monetaria – cosa che avviene esplicitamente in Giappone e surrettiziamente in Germania – quel debito, unito all’operato dell’autorità monetaria, appare come un mero strumento di politica fiscale e di politica monetaria, utile a governare i tassi di interesse sui mercati finanziari ma inutile a macinare profitti. Detto in altri termini, nel momento in cui l’autorità monetaria opera in supporto allo Stato nel collocamento dei titoli del debito pubblico, quel debito (o meglio, l’emissione di quel debito supportata dall’autorità monetaria) assume la veste esclusiva di ‘leva’ necessaria sia a far funzionare la macchina-Stato (ossia a finanziare la spesa in disavanzo) sia, al contempo, a controllare i tassi di interesse che lo Stato dovrà pagare su quei titoli, evitando così di lasciarli in balìa delle richieste degli intermediari e delle banche d’affari.

Da qui, dunque, il paradosso: mentre tutti discutono del rischio default dei paesi della periferia europea, quel rischio si manifesta proprio nel cuore dell’Europa – laddove viene esercitato il governo dei mercati finanziari e, dunque, laddove il debito pubblico – leva fondamentale della politica monetaria – perde qualsiasi profittabilità.

Cosa ci insegna questa storia del mancato default tedesco? Dovrebbe insegnarci che il meccanismo di rifinanziamento del debito pubblico è un processo innanzitutto politico: laddove il potere politico lo consente, esistono infiniti metodi per sottrarsi al ricatto dei mercati, metodi che dipendono in ultima istanza dal governo della politica monetaria, e dunque dal comportamento della banca centrale. Non esiste alcuna disciplina dei mercati che non sia il risultato di un particolare contesto politico: se l’Italia subisce il ricatto del default, lo subisce perché non ha il sostegno della banca centrale e non ha il beneplacito delle istituzioni europee, che dal nostro Paese pretendono una ferrea disciplina mentre consentono alla Germania la pratica operativa del congelamento dei titoli in emissione, una scappatoia dalle strette dei mercati finanziari.

Quello del default non è altro che uno spauracchio, un mito utile a disciplinare i governi europei per imporre le politiche di austerità. Gli Stati dispongono di una Tesoreria, un cuscinetto di liquidità che consente di far fronte alle spese previste e impreviste, e nessun governo dipende dalla buona riuscita di una singola asta del debito pubblico. Come dimostra il caso tedesco, il mancato collocamento dei titoli di Stato emessi in asta non porta ad alcun default, perché esistono molteplici metodi di rifinanziamento del debito pubblico in scadenza nel medio periodo – fuori dall’urgenza dell’asta. Modi che dipendono, in ultima istanza, dallo spazio politico che un governo si conquista in base ai rapporti di forza: la Germania ha il sostegno della banca centrale e delle istituzioni europee, e per questa ragione non ha nulla da temere. Il conflitto politico e sociale deve puntare alla conquista di quello spazio politico, deve contendere alle attuali classi dirigenti la gestione di quel potere che consente di governare ordinatamente un’economia e metterla al servizio della piena occupazione e del progresso sociale.

Stanno costituendo una LEGIONE STRANIERA NEONAZISTA per fomentare la guerra contro la Russia aggredendo il Donbass


Il reggimento operazioni speciali "Azov", conosciuto a livello mediatico come battaglione "Azov" e spesso definito “paramilitare”, è in realtà un reparto militare ucraino, con compiti militari e di polizia, inquadrato nella Guardia nazionale dell'Ucraina. E’ accusato di aver commesso crimini di guerra e contro l’umanità, per aver ucciso deliberatamente dei civili disarmati e inermi, bombardando villaggi privi d’installazioni militari negli anni successivi al colpo di stato in Ucraina del 2014, soprattutto nel Donbass. E’ l’equivalente di alcuni reparti paramilitari che hanno combattuto in Bosnia negli anni ’90 nelle guerre balcaniche compiendo azioni di “pulizia etnica”. E’ composto di circa un migliaio di uomini di diversa provenienza (non solo ucraini) ma con la stessa ideologia neonazista. Il fatto che il governo ucraino lo abbia riconosciuto e inserito formalmente nei ranghi dell’Esercito lo rende responsabile e complice delle azioni commesse: i cosiddetti “compiti sporchi”, fomentando disordini e violenza, seminando terrore e provocando reazioni che alzino la tensione bellica. Forte coi deboli e debole coi forti, sono i classici reparti composti da utili idioti che pensano che la guerra sia un gioco, al servizio di élite che li strumentalizzano a loro esclusivo vantaggio. Un governo che lo riconosca e lo utilizza come ha fatto l’Ucraina non è degno di essere neppure considerato, mentre invece l’UE e la NATO lo hanno sostenuto e finanziato vergognosamente. Claudio

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La legione straniera che rischia di incendiare il Donbass


26 luglio 2019

Era il 1999 e, mentre volgeva al termine l’ultimo capitolo delle guerre iugoslave, la politologa Mary Kaldor acquistava notorietà internazionale attraverso il libro “New and Old Wars”, in Italia edito come “Le nuove guerre. La violenza organizzata nell’età globale”. Secondo la Kaldor, i Balcani occidentali erano stati il terreno di sperimentazione di una forma di guerra post-clausewitziana, destinata a plasmare gli affari bellici nel nuovo secolo, e sostanzialmente basata sui seguenti elementi: scontro fra Stati ed entità non-statali, forte enfasi da parte dei belligeranti sulla questione dell’identità, coinvolgimento di gruppi criminali, mercenari, ultrà ed estremisti per creare milizie paramilitari di supporto agli eserciti regolari, e finanziamento del conflitto attraverso traffici illeciti e reti di donazione transnazionali alimentate da magnati, privati, cittadini ordinari interessati alla causa.
La lunga strada verso la legione straniera nera

A 20 anni esatti di distanza dalla pubblicazione di quel libro, si può affermare che la previsione della Kaldor era accurata e la prova di ciò è quanto sta accadendo nel Donbass. Nell’Ucraina orientale ufficialmente non si combatte più, anche se le violazioni del cessate il fuoco, gli sconfinamenti, e le operazioni belliche su piccola scala sono all’ordine del giorno. La Russia è parzialmente riuscita nel suo obiettivo: frenare l’inglobamento del paese nell’orbita euroamericana attraverso la creazione di un conflitto a bassa intensità alternante fasi di riavvio e congelamento a seconda dell’interesse contingente.
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Si tratta di una strategia già sperimentata con successo in altri paesi storicamente sotto influenza russa divenuti oggetto delle mire occidentali nel post-guerra fredda. Lo è stato in particolare in Moldavia e Georgia, al cui interno si trovano delle realtà virtualmente indipendenti, largamente supportate da Mosca, che sono rispettivamente la Transnistria, l’Abcasia e l’Ossezia del Sud.

Ma ci sono forze seriamente intenzionate a riaprire la questione del Donbass e chiuderla in favore di Kiev, veri e propri protagonisti delle nuove guerre. Il battaglione Azov – nato come formazione militare composta da volontari provenienti da ogni parte del mondo ed in seguito inquadrato nella Guardia Nazionale – e Settore Destro -l’espressione politica dell’avversione verso Mosca dilagante negli ambienti paramilitari – non hanno mai nascosto l’importanza dei legami transnazionali, promuovendo attivamente l’arruolamento di volontari (e mercenari). E ora starebbero lavorando alla creazione di una sorta di “legione straniera nera“.

Si discuterà di questo progetto a Zagabria a settembre, durante la conferenza annuale del Gruppo di Supporto Intermarium. E la scelta del luogo non è casuale. Sin dallo scoppio della guerra nell’Ucraina orientale, la Croazia si è confermata come uno dei principali bacini di reclutamento di volontari filoucraini – almeno 30 avrebbero combattuto per il battaglione Azov nei primi due anni del conflitto. Sono proprio i reduci delle guerre iugoslave accomunati da un passato antiserbo e dalla fede in un cattolicesimo belligerante e velatamente anti-ortodosso che hanno alimentato le partenze di giovani volontari e stabilito reti di cooperazione tanto impegnate nella difesa dei confini quanto nella lotta per comuni denominatori, come ad esempio il suprematismo bianco e l’odio antirusso.

Ora, questi sentimenti potranno essere meglio sfruttati nel campo di battaglia. Potrebbero essere potenzialmente decine di migliaia i simpatizzanti dell’estrema destra, europea ma non solo, interessati a passare all’azione ma che non dispongono dei mezzi necessari e non hanno “strutture” a cui rivolgersi. L’obiettivo degli organizzatori è proprio quello di realizzare una piattaforma comunicativa a livello transeuropeo che sappia andare incontro alle esigenze di ogni possibile recluta.

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Le condizioni per il successo ci sono tutte: dal 2014 ad oggi nel battaglione Azov hanno combattuto migliaia di persone provenienti da numerosi paesi, fra cui Brasile, Francia, Gran Bretagna, Grecia, Irlanda, Italia, Norvegia, Spagna, Stati Uniti, Svezia. Alcuni partono di propria iniziativa, ma la maggior parte viene avvicinata in rete da reclutatori. Per capacità e modo di attrarre combattenti stranieri, semplicemente motivati dal desiderio di uccidere nel nome dell’ideologia, si potrebbe sostenere che Avoz è l’omologo europeo del Daesh.
L’estrema destra europea in subbuglio

Era nell’aria da tempo l’idea di dar vita ad una legione straniera di estremisti di destra accomunati dall’odio verso la Russia, poiché ritenuta una minaccia alla civiltà europea maggiore dell’islam radicale e del nichilismo antioccidentale liberale. Intermarium sarà l’occasione perfetta per discutere di come affrontare il Donbass, ed anche il dopo-Donbass, perché l’obiettivo finale è la rigenerazione dell’intero Vecchio Continente.

Intermarium è una piattaforma civica fondata a Kiev nel 2016 ufficialmente per proporre alternative all’attuale progetto europeo, ma è rapidamente divenuta la voce degli estremisti di destra dell’Europa ex comunista, provenienti soprattutto dai paesi Visegrad e dai Baltici. Il nome riecheggia la dottrina di sicurezza nazionale della Polonia interguerra elaborata da Józef Piłsudski, il padre della nazione rinata.

Alla conferenza di Zagabria parteciperanno delegazioni da Danimarca, Estonia, Lettonia, Lituania, Norvegia, Polonia, Svezia, ed altri paesi, che non saranno solo espressioni di nostalgici della guerra fredda, ma anche e soprattutto di forze politiche nazionalmente rilevanti, come ad esempio l’alleanza Sovranisti croati, che ha ottenuto l’8,5% alle recenti europee trasformandosi nel terzo partito più votato del paese.
Una soluzione balcanica per un problema balcanico

La Russia è a conoscenza delle mosse del battaglione Azov e del fatto che la maggior parte dei volontari di stanza nel Donbass provengano dai Balcani occidentali. I rapporti tra Mosca e Zagabria si sono raffreddati ad un anno dallo scoppio della guerra nell’Ucraina orientale proprio a causa di questo motivo: il governo russo aveva chiesto alla Croazia di contrastare le partenze dal paese di combattenti, per non incendiare ulteriormente il clima conflittuale, ma secondo l’allora ministro degli interni Ranko Ostojic ciò non era possibile, dato che le azioni dei cittadini in questione non infrangevano le leggi nazionali e, comunque, erano dirette a difendere il legittimo governo ucraino.

Anche la Russia si è adoperata per rispolverare una vecchia e storica alleanza, quella con la Serbia, reclutando con successo centinaia di combattenti che oggi difendono l’auto-proclamata indipendenza delle repubbliche di Donetsk e Lugansk. Ma non è solo da Belgrado che è stata tesa la mano, sono state segnalate anche cospicue presenze da Bulgaria, Bielorussia, Bosnia, Georgia, Macedonia del Nord. Così come ha fatto l’Ucraina, anche la Russia ha rivolto lo sguardo sui Balcani, forte di un’eredità storica molto più duratura e significativa, dall’impegno nella cacciata dell’impero ottomano al supporto delle lotte di liberazione nazionale, fino al più recente ruolo in chiave filoserba durante le guerre iugoslave.

Nell’Ucraina orientale si stanno quindi riproponendo vecchi schemi, come lo storico scontro tra cattolici (a guida croata) e ortodossi (a guida russo-serba) dei Balcani, e se ne creano di nuovi, come la frammentazione della galassia neofascista e neonazista euroamericana in una fazione pro-occidentale e una pro-russa.

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Il rischio degli eserciti paralleli

Mentre il battaglione Azov utilizza le sue capacità di pressione per spingere i partner occidentali a formare una legione straniera paneuropea, nel Donbass si sta assistendo al consolidamento di unità paramilitari quasi completamente composte da europei, in cui russi e ucraini svolgono ruoli di guida e interpretariato, come la Brigata Internazionale Pyatnashka o l’Unité Continentale, che sono teoricamente equiparabili a delle legioni straniere.

Il rischio, molto concreto, è che, con lo stemperarsi del conflitto, queste due realtà possano essere utilizzate in altri teatri bellici o per creare disordini nelle aree più sensibili e vulnerabili al pericolo dell’instabilità, come i Balcani. Entrambe le fazioni si auto-alimentano dell’energia dell’identitarismo, del senso di fratellanza religioso, del nazionalismo etnico, tre forze che negli ultimi anni si sono riaffacciate con dirompenza nel Vecchio Continente, cogliendo di sorpresa chi credeva fosse segnata la destinazione verso la fine della storia evocata da Francis Fukuyama, a base di omologazione annullante, secolarizzazione, cosmopolitismo e apatia anazionale.

L’indicazione che il progetto del battaglione Azov piace anche nelle stanze dei bottoni è stata lanciata proprio dal neoeletto presidente Volodymyr Zelensky, che il mese scorso ha firmato una legge per facilitare la concessione della cittadinanza ai combattenti stranieri. Tale legge, non potrà che concorrere alla legittimazione dei progetti fascisti paneuropei di Azov e Settore Destro, spingendo la Russia a reagire simmetricamente.