Benvenuti nel Blog di Claudio Martinotti Doria, blogger dal 1996


"Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam", motto dell'Ordine dei Cavalieri Templari, Pauperes commilitones Christi templique Salomonis

"Ciò che insegui ti sfugge, ciò cui sfuggi ti insegue" (aneddotica orientale, paragonabile alla nostra "chi ha pane non ha denti e chi ha denti non ha pane")

"Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell'Occidente è che perdono la salute per fare soldi. E poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere nè il presente nè il futuro. Sono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto."
(Dalai Lama)

"A l'è mei mangè pan e siuli, putòst che vendsi a quaicadun" (Primo Doria, detto "il Principe")

"Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci." Mahatma Gandhi

L'Italia non è una nazione ma un continente in miniatura con una straordinaria biodiversità e pluralità antropologica (Claudio Martinotti Doria)

Il proprio punto di vista, spesso è una visuale parziale e sfocata di un pertugio che da su un vicolo dove girano una fiction ... Molti credono sia la realtà ed i più motivati si mettono pure ad insegnare qualche tecnica per meglio osservare dal pertugio (Claudio Martinotti Doria)

Lo scopo primario della vita è semplicemente di sperimentare l'amore in tutte le sue molteplici modalità di manifestazione e di evolverci spiritualmente come individui e collettivamente (È “l'Amor che move il sole e le altre stelle”, scriveva Dante Alighieri, "un'unica Forza unisce infiniti mondi e li rende vivi", scriveva Giordano Bruno. )

La leadership politica occidentale è talmente poco dotata intellettualmente, culturalmente e spiritualmente, priva di qualsiasi perspicacia e lungimiranza, che finirà per portarci alla rovina, ponendo fine alla nostra civiltà. Claudio Martinotti Doria

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Patriă Montisferrati

Patriă Montisferrati
Cliccando sullo stemma del Monferrato potrete seguire su Casale News la rubrica di Storia Locale "Patriă Montisferrati", curata da Claudio Martinotti Doria in collaborazione con Manfredi Lanza, discendente aleramico del marchesi del Vasto - Busca - Lancia, principi di Trabia

Come valorizzare il Monferrato Storico

La Storia, così come il territorio e le sue genti che l’hanno vissuta e ne sono spesso ignoti ed anonimi protagonisti, meritano il massimo rispetto, occorre pertanto accostarsi ad essa con umiltà e desiderio di apprendere e servire. In questo caso si tratta di servire il Monferrato, come priorità rispetto a qualsiasi altra istanza (personale o di campanile), riconoscendo il valore di chi ci ha preceduti e di coloro che hanno contribuito a valorizzarlo, coinvolgendo senza preclusioni tutte le comunità insediate sul territorio del Monferrato Storico, affinché ognuna faccia la sua parte con una visione d’insieme ed un’unica coesa identità storico-culturale condivisa. Se ci si limita a piccole porzioni del Monferrato, per quanto significative, si è perdenti e dispersivi in partenza.

Sarà un percorso lungo e lento ma è l’unico percorribile se si vuole agire veramente per favorire il Monferrato Storico e proporlo con successo come un’unica entità territoriale turistico culturale ed economica …

In Libia in molti rimpiangono il colonialismo italiano, almeno non si faceva la fame e c'era un minimo di sicurezza

Lettera scandalosa dalla Libia: ancora ci vogliono!

 

http://www.difesaonline.it/evidenza/lettere-al-direttore/lettera-scandalosa-dalla-libia-ancora-ci-vogliono 

29/09/17
In Libia si piange perché tutto va sempre peggio.

Dopo la guerra del 2011, cioè quell’ennesima operazione di esportazione della libertà che già 2 secoli fa l’America del Sud ben conosceva e che quel gran liberatore massone di nome Simon Bolivar in un momento di lucidità confermò essere soltanto l’esportazione della miseria da parte degli Stati Uniti, la Libia sta conoscendo uno dei suoi periodi più bui, anche se sui media arrivano solo testimonianze dei pochi ricchi che da un tavolino di un caffè del centro di Tripoli ripetono che invece tutto va bene... Va bene sicuramente per loro!
La Libia è gestita da politici corrotti e senza palle, burattini in mano a burattinai che hanno in mano il potere derivante dai soldi o dalle armi.
L’attenzione dei media è tutta concentrata sui migranti, che poverini soffrono, ma ai quali nessuno ha chiesto loro di intraprendere un viaggio verso l’Europa, nessuno li ha obbligati.
E poi, chi sono questi migranti?
Scappano tutti dalla guerra? Ne siamo sicuri? Oppure sono avventurieri che hanno ripulito le tasche delle loro famiglie in patria con la promessa di mandare soldi guadagnati facilmente prostituendosi o vendendo droga in Europa?

Si guarda soltanto dalla parte dei migranti, trattati malissimo, dicono loro. Qui è risaputo quanto siano bugiardi gli africani: almeno loro hanno un tetto sulla testa, 3 pasti al giorni gratuiti e uno smartphone in mano che noi libici ci sogniamo.
Sono spesati dal nostro Governo... un Governo che non riesce a sfamare il suo popolo. Noi libici ci chiediamo come possa prendersi la briga di campare questi avventurieri che vogliono andare in Europa solo a fare una vita facile.
Si, perché è bene che si sappia, qui in Libia le famiglie fanno la fame ma le ONG internazionali si preoccupano soltanto dello stato di questi “poveri migranti”!!!
Perché i media non parlano dei prezzi dei beni di prima necessità che qui in Libia sono proibitivi!
Per farvi un esempio se uno prende uno stipendio statale di 600 dinari al mese, come fa a pagare 7 dinari un litro di latte?!!!
Il consorzio statale denominato Fondo Stabilità Prezzi, con il quale il Governo di Gheddafi acquistava farina, zucchero, olio, e altri alimentari e li rivendeva alle famiglie frazionando il costo (1 sacco da 50 kg di farina, costava 5 dinari!) non ha più portafoglio e quindi è oramai inattivo. Questo per la felicità di tutti quegli importatori che sono ormai milionari e acquistano al cambio bancario di 1 euro = 1,8 dinari libici e poi rivendono a prezzi alti con la scusa che al mercato nero 1 euro costa 8,5 dinari libici.
Le banche dicono che non hanno cash: per avere 200 o 300 dinari AL MESE la gente deve sorbirsi giornate di code, sotto il sole, tutti indistintamente: anziani e donne compresi.

Se non vuoi fare la coda e magari hai bisogno di più di 500 dinari al mese, per cambiare un assegno, se sei una bella ragazza ti prostituisci con il bancario che alla fine come un mago ti trova tutti i soldi che vuoi, oppure lo cambi al mercato nero pagando una commissione del 30 o 40%: con un assegno di 1000 dinari ti danno 600 dinari cash.
E chi ha in mano il mercato nero? I commercianti del mercato dell’oro e i milionari importatori collusi con i bancari di Tripoli e i mafiosi di Ben Garden/Tunisia. Infatti non si capisce perché in banca a Tripoli non ci sia cash mentre al mercato dell’oro della Mediana hanno valigie piene e i cambiatori di Ras Jedir e Ben Garden in Tunisia ti sbattono sul viso mazzette di dinari libici appena passi il confine!
Sul fronte lavoro le società private presenti in Libia sono soltanto quelle nazionali, visto che quelle straniere sono andate via da anni e stentano a ritornare. Il settore privato è molto ridotto ed è l’unico che garantisce stipendi dignitosi.
La sicurezza in Tripolitania è un optional, visto che è gestita dalle ex milizie che con il benestare dell’ONU hanno indossato la casacca della Polizia o delle Guardie nonostante i tanti scheletri nell’armadio e l’alto tasso di ignoranza. Dietro la facciata del Tribunale di Tripoli si tiene poi in ostaggio la gente che non paga le tangenti!
Si catturano persone che si pensa possano pagare e si portano davanti a procuratori e giudici, che ne confermano la prigionia in nome di cause fasulle, finché questi per disperazione non troveranno i soldi per pagare una tangente e quindi essere liberati. Se non paghi, stai anni in galera!

Quello che i signori milionari da un caffè del centro di Tripoli non dicono ai media internazionali è che per le strade ci sono donne e bambini a chiedere l’elemosina, si piazzano davanti alle macellerie a chiedere un osso per poter fare la minestra ai propri bambini, i parenti si rapiscono tra di loro per chiedere riscatti appena vedono che uno di loro ha qualche migliaio di dinari in più, padri di famiglia disperati e disposti a tutto pur di portare a casa qualcosa da mangiare per i propri figli.
Non si dice inoltre che per ogni prodotto venduto nei negozi ci sono 2 prezzi: quello che si paga con l’assegno e quello che si paga con il cash. Il primo è quasi il doppio del secondo.
E non si dice che in questo inferno, il popolo libico, tutto, sia quello che è sempre stato fedele ideologicamente a Gheddafi che quello vittima del lavaggio del cervello mediatico occidentale, TUTTO IL POPOLO LIBICO rimpiange oggi il periodo gheddafiano: tutti avevano da mangiare, nessuno chiedeva l’elemosina e nelle strade regnavano sicurezza e pulizia.
Ma visto che Gheddafi ormai è morto e sepolto, riusciamo ad andare oltre nel tempo. Rimpiangiamo il periodo degli italiani, quando la Libia era pulita, in ordine, i bambini andavano a scuola, vere scuole, la gente lavorava e mangiava e iniziava a conoscere anche la pensione.
I media non dicono che se in Libia si facesse un referendum (a voce, visto che l’analfabetismo è tornato alto) e si facesse scegliere tra: un nuovo capo, un parlamento o un commissariamento italiano (e non “europeo” si badi bene, perché ci sentiamo fratelli di voi italiani e non di quegli sbruffoni dei francesi, né di quelli che si sentono i padroni del mondo come i tedeschi, tanto meno dei doppiogiochisti inglesi o dei famigerati guerrafondai americani) vincerebbe sicuramente il commissariamento italiano!
In 6 anni di libertà ne abbiamo sperimentata soltanto una: quella di morire di fame o per “libera” arma da fuoco.
Per carità, non che i politici italiani siano il massimo, ma sono sicuro che se in Libia si conoscessero meglio i vostri politici, sarebbero accettati ugualmente perché non potranno mai essere peggiori dei nostri.
Dalla Libia si alza un urlo che nessuno vuole raccogliere: italiani, tornate in Libia o saranno guai per l’intera Europa! O forse qualcuno vuole davvero questo?
M.H.
  
Caro lettore d'oltremare, ho deciso di pubblicare la sua lettera perché è l'ennesima testimonianza di un sentimento comune a molti suoi compatrioti: la nostalgia dell'Italia. Una stima che ogni volta che ricevo una missiva dalla Libia mi lascia spiazzato, incredulo. Questo perché il “ricordo” dell'Italia agognata temo sia troppo antico e/o vietato nel mio democratico Paese.
Non ci siamo comportati da fratelli nei vostri confronti. Ho conosciuto generali (molti) che hanno sottolineato come sia un errore considerare IL TRADIMENTO quello avvenuto l'8 settembre del '43: la vera vergogna nazionale è stata per loro assistere impotenti all'attacco ingiustificato (se non nelle balle inventate da molti media) ad un Paese che avremmo dovuto/potuto proteggere. Questo per poi – peggio – assistere complici alla devastazione militare, istituzionale e sociale della Libia. Il tutto “prestando” la nostra faccia ad altri su un palcoscenico in cui tutti continuavano e continuano a lavorare dietro le quinte.
Non che 100 anni addietro fossimo poi migliori, siamo sempre stati “italiani”. Però almeno eravamo liberi di essere tali, nel bene e nel male. In fondo, ancor oggi (Afghanistan, Iraq, Libano) come allora (Somalia, Libia) investiamo ingenti risorse senza la benché minima sicurezza di avere un ritorno.
Ricordo sempre - con un inevitabile sorriso - quando un contingente militare italiano in Cina, prima del secondo conflitto mondiale, era visto con diffidenza soprattutto dagli alleati giapponesi: “Perché tale presenza senza interessi?!!!” - si chiedevano.
Siamo italiani, un popolo generoso e di cuore. Lontani eredi di gente - se parliamo di 2.000 anni fa - anche cazzuta. Non è che avete un ricordo di noi troppo remoto?
Andrea Cucco
(foto: web / U.S. Navy / Twitter)

Il lapsus freudiano della Boschi rivela semplicemente la primaria attività dei politicanti italici





Caccia al contante

Il sottosegretario Boschi ha semplicemente confessato con candore quale sia lo sport prediletto dal governo: dare la caccia ai soldi


Molto si è già detto sull'infelice uscita di Maria Elena Boschi della scorsa settimana, quando il sottosegretario alla presidenza del consiglio ha espresso l'auspicio che si possa «Aggredire il contante nelle case degli italiani».

Sarebbe facile liquidare la questione come una battuta infelice, e inconsapevole, di un esponente politico sempre al centro dell'attenzione e pertanto sotto stress.
Invece a suo modo si tratta un'espressione emblematica di tre atteggiamenti caratteristici del potere politico.

Se lo fanno dei privati cittadini, preannunciare un'aggressione configura il reato di minaccia aggravata. Aggredire il contante, in particolare, evoca il furto: un altro reato. Ma chi detiene il potere politico può invece usare a pieno titolo la forza, e agire e parlare come alle persone non è consentito.

La frase è poi il frutto maturo di un pensiero diffuso, nelle nostre èlite (di governo e non), per le quali in fondo in fondo è assennato ipotizzare che ogni italiano abbia qualcosa da nascondere al fisco. Esiste uni sospetto di colpa che aleggia su tutti. Parimenti diffusa è l'idea che di lì vengano i guai del bilancio dello Stato: tutti risolvibili, se solo "tutti pagassero" le imposte.

Tra obblighi di Pos, fatture elettroniche, limiti al contante e rientro dei capitali siamo abituati a pensare alla moneta di carta come veicolo di evasione e riciclaggio, anziché per quello che semplicemente è: un mezzo di pagamento.

Il sottosegretario Boschi in realtà ha semplicemente confessato con candore a suo modo ammirevole quale sia lo sport prediletto da donne e uomini di governo: dare la caccia ai soldi.

Le prime anticipazioni sulla prossima legge di bilancio sembrano confermare in effetti che non sì è trattato solo di una battuta. La possibilità di sanatoria sul contante, di cui si è letto la scorsa settimana sui quotidiani, potrà forse, contando sulla paura, dare un contributo per far quadrare i conti di un bilancio difficile, stretto tra le clausole di salvaguardia e l'ipotesi di una graduale conclusione delle politiche monetarie non convenzionali. Il prezzo però è il venire meno del principio di legalità. Vittima, anch'esso, di una continua aggressione.

I veri motivi del successo economico della Germania, minacciati dalle recenti elezioni



I PIEDI D’ARGILLA DEI SUCCESSI TEDESCHI

26 settembre 2017   
  

Anzitutto: “Il piano europeo di Macron è nato morto”.  La creatura sintetizzata nei laboratori Rotschild-Attali aveva bisogno di una Merkel forte, a cui fare da spalla.  Ora, CDU-CSU e SPD, che rappresentavano l’80 per cento del Bundestag, adesso sono al 50%. In più, i liberali del FDP, che la cancelliera dovrà forse ammettere in coalizione  (detta Jamaika per i colori dei partiti  che ne faranno parte), sono ancora più eurofobi dei tanto spaventosi (per i media)  “neonazisti”  di AfD.   Il loro capo, l’aitante  Christian Lindner, ha subito bocciato la messa in comune dei debiti e i trasferimenti negli stati dell’euro, che sono la grande  promessa che Macron sperava di strappare a Mutti, farebbero della UE”Una Unione Sovietica”. Lindner vuole cacciare la Grecia dall’euro, vuole  che si accetti l’annessione della Crimea da parte di Mosca, vuole un Brexit che non “punisca” la Gran Bretagna  per il Brexit, come minaccia l’eurocrazia.
Guillaume Duval
Ma soprattutto: che senso ha adesso il programma di austerità,  flessibilità del lavoro  e dei salari e gli altri sacrifici sociali  che Macron vuole imporre ai francesi per  fare dell’economia francese una copia di quella tedesca, tanto efficiente? I famosi compiti a casa, eseguiti i quali sperava di indurre Merkel a mettere in comune i debiti europei (auguri…)?
Oltretutto, c’è chi crede che non  è stato il modello salariale “Schroeder – Hartz”, coi minijob a 450 euro mensili  e senza  previdenza, la spietata  riduzione dei sussidi di disoccupazione per spingere i disoccupati a  tornare qualunque lavoro insomma   il taglio del costo del lavoro a cui questi provvedimenti hanno condotto, i vero motivo  dei successi economici tedeschi.
I motivi sono altri e transitori, secondo l’economista Guillaume Duval, redattore capo del mensile  Alternatives Economiques,  che conosce bene l’industria tedesca perché ci ha lavorato all’interno per anni.  E ci ha scritto  un libro  dal titolo significativo :   Made in Germany : Le modèle allemand au-delà des mythes.
Per Duval, la Germania ha avuto successo “nonostante” le riforme Hartz, per motivi che nulla hanno a che fare con il costo inferiore del lavoro. Un esempio:

Il vantaggio di produrre impianti

“La Germania ha una specializzazione  antica, che  non c’entra nulla con Hartz: produce macchinari.  Impianti, macchine utensili, robot industriali, macchine per produrre altre macchine. Negli anni recenti  in cui India, Cina  e Brasile si sono rapidamente industrializzati, sono stati macchinari tedeschi ad essere piazzati nelle fabbriche che sorgevano come funghi in quei paesi.  SI vede da certe percentuali: la Germania ha il 18% dei lavori totali in Europa, ma ha il 37 per cento dei posti di lavoro nelle fabbriche di macchinari. In Francia, ad esempio,  è il contrario: rappresenta il 12% dei  lavori in Europa ma solo il 6% nel settore impianti e macchinari. E’ una specializzazione essenziale per capire come mai l’economia germanica è ripartita nei primi anni 2000, quando è esplosa l’industrializzazione dei grandi paesi extra-europei, a cominciare dalla Cina.
“Altro vantaggio simile: la Germania ha una antica specializzazione nelle auto di alta gamma. Così, quando la quota arricchita del quasi miliardo e mezzo di cinesi comincia a  comprare  auto di lusso e di prestigio,   si volge alle Mercedes e alle Audi, alla BMW e alle Porsche, mica alla Citroen e alla Fiat 500. E ciò, attenzione, nulla  ha a che vedere col costo del lavoro. Anzi, il costo del lavoro nell’industria tedesca delle auto resta  del 20% superiore a quello francese. Non è certo perché  le loro auto costano meno, che i cinesi ricchi le comprano. Anzi.

Ha colonizzato l’Est dei bassi salari

“Terzo vantaggio: la Germania ha tratto molto profitto dalla caduta del Muro di Berlino. I tedeschi si lamentano, che gli è costato moltissimo unificare la Germania Est all’Ovest. Sarà anche  vero, ma la cosa ha avuto il suo tornaconto. Per esempio, molti sbocchi per l’economia tedesca sono  stati creati all’Est negli anni ‘90: per questo non hanno avuto in quegli anni grandi  eccedenti esteri – ciò che li traumatizza, perché i tedeschi amano molto avere eccedenti esteri. Non hanno ancora capito che è meglio investire all’interno invece che avere eccedenti esteri da prestare …alla Grecia, che poi non è in grado di rimborsare. In quegli anni, la Germania ha costruito fabbriche nuove con le sovvenzioni  europee per l’Est; tedeschi dell’Ovest hanno trovato lavoro all’Est come dirigenti nel pubblico e nel privato
Lindner accanto a Merkel. Con condizioni.
“Soprattutto, hanno messo le mani sulle economie dell’Europa centrale e orientale uscite dal sovietismo.  Le loro imprese hanno investito in Europa orientale tre volte più delle imprese francesi. Hanno anche de localizzato molto, ma tenendo in patria il know how.  Quando c’era il Muro, i paesi a basso costo subfornitori della  Germania erano Italia, Francia, Spagna …. dopo la caduta del muro,sono la Polonia e la Repubblica  ceca.  Il costo del lavoro in Polonia è quattro volte inferiore a quello francese:  per la Germania un vantaggio competitivo decisivo servirsi delle componenti  Made in Poland anziché Made in Italy o France,  che ha permesso   al paese di abbassare i suoi prezzi sul mercato mondiale.
“E di più: gli ha permesso di ammortizzare il rincaro dell’euro sul dollaro degli anni 2000; l’euro che valeva 0,9  dollari nel  1999,  ed è poi salito a 1,6, ha ucciso l’industria italiana e francese; è stato allora che i tedeschi han  cominciato a servirsi delle componenti polacche o ceche, a minor prezzo.
“Nel 2009, nel corso della crisi mondiale e della grande recessione,in Francia sono stati licenziati in 300  mila per una recessione del 3%. In Germania, nonostante una recessione che mordeva  ancora di più, non hanno licenziato nessuno: hanno usato la flessibilità interna, il negoziato interno sindacale, la disoccupazione parziale finanziata dallo Stato – ma non  hanno utilizzato le riforme Schroeder- Hartz. Tali riforme che appunto dovevano  rendere il mercato del lavoro tedesco simile a quello anglo-americano, rendendo più facili i licenziamenti, non sono state realmente applicate.
“In secondo luogo la Germania ha goduto  dei bassissimi tassi d’interesse durante la crisi, molto più bassi che per gli altri paesi europei. Se la Germania avesse dovuto finanziarsi allo stesso tasso che i mercati le chiedevano prima della crisi mondiale, nel 2008, avrebbe speso – tra il 2009 e il 2016 –  250 miliardi in più.
“Ovviamente le imprese tedesche hanno approfittato della sottovalutazione dell’euro, per loro sottovalutato rispetto al marco. Poi, quando l’euro è calato di nuovo rispetto  al dollaro – da 1,8 nel 2008 è oggi circa a 1,1 –  grazie alle politiche della BCE, ha di nuovo approfittato: ha potuto compensare con esportazioni fuori d’Europa le esportazioni che aveva perduto dentro l’Europa, causa crisi dell’euro”.

Il bene (temporaneo) di non aver figli

Ma non basta, aggiunge Duval: la Germania ha ricavato un vantaggio – ancorché temporaneo – dal  suo calo demografico. Assurdo?
“La  Francia è lieta di avere una natalità di 2 figli per donna, mentre le tedesche sono a 1,5, poco fa anzi a 1,3. Certo, è bello avere molti giovani: ma sarà vero in futuro. Nel presente, quando una famiglia ha due   ragazzi, deve pagare smartphone, abiti firmati, scuole, eccetera: ci sono  molte spese private, che le famiglie senza figli risparmiano.  Lo stesso vale per la spesa pubblica: la Germania, benché paghi i suoi insegnanti meglio di quelli francesi o italiani, per l’istruzione spende lo 0,7 %  del Pil meno che la Francia, perché ha meno studenti. Ha anche meno disoccupazione giovanile, in parte, per lo stesso semplice fatto..

“Collegato con la demografia,c’è la questione immobiliare.   Per gli scorsi 4-5  anni, i prezzi degli immobili e degli affitti non  sono aumentati, grazie alla scarsa pressione demografica; cominciano ad aumentare adesso, il che terrorizza i tedeschi. Per contro, la Francia ha conosciuto una vera bolla dell’immobiliare: a Parigi il metro quadro costa il doppio che a Monaco. Ora, quando non si hanno bambini da mantenere e  far crescere, e i costi degli immobili sono stabili, è più facile sopportare un’austerità salariale prolungata”.
Ma allora cosa sono servite le riforme del cancelliere   di allora, il socialdemocratico Gerhard Schroeder, e il suo ministro Hartz? “Essenzialmente ad aumentare l’ineguaglianza e un forte aumento della povertà. Oggi, sono 7,8 milioni d tedeschi ad essere occupati con un minijob da 450 euro mensili.  E siccome con quella cifra non si pagano contributi sociali, non hanno nemmeno una  copertura sociale: 5,4 milioni non avranno pensione. I pensionati in povertà sono il 18%, molto più  che in Francia. E siccome sono soprattutto donne ad essere impiegate coi mini job, lavoretti a tempo parziale, è accentuata l’ineguaglianza uomo-donna”.
Quindi è sbagliato voler copiare le riforme Schroeder Hartz  credendo che siano il segreto dei successi tedeschi: applicate ad altri i paesi, ridurrebbero alla stagnazione anche la stessa Germania. Oggi infatti italiani, francesi, spagnoli, comprano prodotti tedeschi, magari a debito; se praticassero l’austerità predicata da Berlino, la recessione verrebbe  aggravata.
Piuttosto, conclude Duval,  si copino altri metodo dalla Germania. Per esempio, l’apprendistato. “Francesi e italiani faticano  per ottenere un diploma iniziale, come biglietto d’entrata nel mondo del lavoro. In Germania, il 40 per cento dei  tedeschi entrano  nel mondo del lavoro, o ci rientrano, con l’apprendistato. S’intende che l’apprendistato tedesco è seriamente sorvegliato, lì gli apprendisti non vengono messi  spazzare o mandati a comprare il caffè; d’altra parte,   chi entra come apprendista può salire in carriera nella stessa impresa, non come da noi dove chi entra come apprendista è condannato a restare nel basso sociale per tutta la vita…”.