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"Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam", motto dell'Ordine dei Cavalieri Templari, Pauperes commilitones Christi templique Salomonis

"Ciò che insegui ti sfugge, ciò cui sfuggi ti insegue" (aneddotica orientale, paragonabile alla nostra "chi ha pane non ha denti e chi ha denti non ha pane")

"Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell'Occidente è che perdono la salute per fare soldi. E poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere nè il presente nè il futuro. Sono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto."
(Dalai Lama)

"A l'è mei mangè pan e siuli, putòst che vendsi a quaicadun" (Primo Doria, detto "il Principe")

"Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci." Mahatma Gandhi

L'Italia non è una nazione ma un continente in miniatura con una straordinaria biodiversità e pluralità antropologica (Claudio Martinotti Doria)

Il proprio punto di vista, spesso è una visuale parziale e sfocata di un pertugio che da su un vicolo dove girano una fiction ... Molti credono sia la realtà ed i più motivati si mettono pure ad insegnare qualche tecnica per meglio osservare dal pertugio (Claudio Martinotti Doria)

Lo scopo primario della vita è semplicemente di sperimentare l'amore in tutte le sue molteplici modalità di manifestazione e di evolverci spiritualmente come individui e collettivamente (È “l'Amor che move il sole e le altre stelle”, scriveva Dante Alighieri, "un'unica Forza unisce infiniti mondi e li rende vivi", scriveva Giordano Bruno. )

La leadership politica occidentale è talmente poco dotata intellettualmente, culturalmente e spiritualmente, priva di qualsiasi perspicacia e lungimiranza, che finirà per portarci alla rovina, ponendo fine alla nostra civiltà. Claudio Martinotti Doria

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Patriă Montisferrati

Patriă Montisferrati
Cliccando sullo stemma del Monferrato potrete seguire su Casale News la rubrica di Storia Locale "Patriă Montisferrati", curata da Claudio Martinotti Doria in collaborazione con Manfredi Lanza, discendente aleramico del marchesi del Vasto - Busca - Lancia, principi di Trabia

Come valorizzare il Monferrato Storico

La Storia, così come il territorio e le sue genti che l’hanno vissuta e ne sono spesso ignoti ed anonimi protagonisti, meritano il massimo rispetto, occorre pertanto accostarsi ad essa con umiltà e desiderio di apprendere e servire. In questo caso si tratta di servire il Monferrato, come priorità rispetto a qualsiasi altra istanza (personale o di campanile), riconoscendo il valore di chi ci ha preceduti e di coloro che hanno contribuito a valorizzarlo, coinvolgendo senza preclusioni tutte le comunità insediate sul territorio del Monferrato Storico, affinché ognuna faccia la sua parte con una visione d’insieme ed un’unica coesa identità storico-culturale condivisa. Se ci si limita a piccole porzioni del Monferrato, per quanto significative, si è perdenti e dispersivi in partenza.

Sarà un percorso lungo e lento ma è l’unico percorribile se si vuole agire veramente per favorire il Monferrato Storico e proporlo con successo come un’unica entità territoriale turistico culturale ed economica …

La vicina e selvaggia Corsica ci riserva delle sorprese faunistiche: un nuovo gatto selvatico con caratteri volpini


Ecco il gatto volpe, arriva dalla Corsica e forse è una nuova specie



https://www.galileonet.it/wp-content/uploads/2019/06/gatto-volpe.jpg(Foto via Pixabay)

C’erano una volta il gatto e la volpe, i due famosi animali immaginari nel romanzo di Pinocchio di Carlo Collodi, ripresi più volte dalla letteratura e dal cinema. Oggi questi due personaggi di fantasia potrebbero in qualche modo esistere davvero. O meglio, nella vegetazione della foresta della Corsica del nord è appena stato scoperto un gatto selvatico che possiede tratti sia del gatto che della volpe. E che, per questo, potrebbe appartenere a una nuova specie, chiamata dagli specialisti gatto volpe – o meglio Ghjattu volpe in lingua corsa. A darne notizia è l’agenzia di stampa francese Afp, che pubblica sulla sua pagina le foto dell’animale, simile a un gatto tigrato con sfumature di colore rossastro. Qui l’immagine del nuovo esemplare.
A trovare la possibile nuova specie del gatto 20volpe sono due ranger della foresta di Asco, in Corsica, che lavorano all’Office Nationale Chasse Faune Sauvage (Oncfs). “In un territorio di oltre 25mila ettari abbiamo rintracciato circa 16 individui”, ha spiegato a Afp Pierre Benedetti, capo tecnico ambientale dell’Oncfs, “siamo sicuri che non sia un gatto domestico o un gatto selvatico europeo. Le sue caratteristiche e il suo dna sono differenti”.




Lunghi e leggendari

In effetti, nonostante le somiglianze con i gatti che conosciamo, questo esemplare ha delle peculiarità probabilmente inedite. La lunghezza del gatto volpe (inclusa la coda) misura 90 centimetri, ha orecchie molto larghe e denti affilati. “Sono le sue dimensioni e la coda – prosegue Benedetti – che gli hanno fatto guadagnare il nome di gatto volpe”.
Altre caratteristiche distintive sono i baffi corti, le strisce sulle zampe anteriori, cosce e zampe posteriori scure e una pancia color marrone ruggine. Insomma, sembrerebbe somigliare un po’ a un gatto e un po’ a una volpe. Ma in realtà il nome gatto volpe trae origine da antiche leggende di pastori. “Il gatto volpe è parte della nostra mitologia pastorale”, sottolinea Carlu-Antone Cecchini, agente dell’Oncfs, che racconta come i pastori tramandassero storie su questo gatto della foresta, ad esempio il fatto che si attaccavano alle mammelle di capre e pecore, come veri gatti da pastore.

Lo studio

Il lavoro dei ricercatori è cominciato nel 2008, quando è partito un programma di ricerca condotto da Benedetti. Lo studio vero e proprio dei gatti della foresta corsa è iniziato nel 2012. Nel 2016 i ricercatori sono riusciti a avvicinare un gatto volpe (che ancora non sapevano potessero appartenere a questa nuova specie) e a analizzare alcuni campioni lasciati dall’animale. I ricercatori hanno utilizzato un sistema di richiamo molto potente: un profumo attraente per il gatto insieme a un bastoncino di legno contro cui i felini si strusciano lasciando peli che possono essere analizzati per studiare il dna.
Gli esperti sono riusciti ad avvicinare e tenere 12 dei 16 gatti e raccogliere dei campioni genetici. Questi campioni mostrano la presenza di un dna diverso da alcune delle principali specie di gatto selvatico, un elemento che fa propendere verso l’individuazione di una nuova specie. “Osservando il suo dna, potremmo distinguerlo dal gatto selvatico europeo, il felis silvestris silvestris”, rimarca Benedetti. “È vicino al gatto selvatico africano, il felis silvestris lybica, ma la sua identità esatta deve ancora essere determinata”. Se il risultato fosse confermato, questo esemplare potrebbe appartenere a una nuova specie.
Inoltre, i gatti sono stati fotografati e il loro comportamento è stato analizzato anche attraverso un tag (un chip) elettronico che permette di sapere dove si trovano, come un gps. Tuttavia restano ancora alcuni misteri sulla vita del gatto volpe: per esempio mancano ancora conoscenze sulla sua dieta e sulla sua vita riproduttiva. L’ipotesi di Benedetti è che questi gatti siano stati portati da antichi allevatori, intorno al 6.500 a.C. “Se quest’ipotesi sarà verificata – aggiunge l’esperto – potrebbero venire dal Medio Oriente”.

Via: Wired.it

Poche idee, confuse e bellicose, nel deep state, al Pentagono e nel governo USA


Scenari di guerra nucleare si stanno predisponendo per volontà della leadership americana e anglosassone in genere, una leadership che si rivela sempre più psicopatica, confusa, disinformata, ignorante, irresponsabile, ecc.. Disinformata soprattutto sui progressi tecnologico militari ottenuti dalle controparti, sia dalla Russia che dalla Cina, che essendo partite in ritardo rispetto agli USA ed avendo utilizzato le migliori menti disponibili nel loro paese, hanno potuto in pochi anni superare abbondantemente l’inferiorità militare che li caratterizzava solo 10 anni fa rispetto alle Forze Armate USA, e in questo momento dispongono di armi molto più efficaci e sofisticate di quelle del Pentagono. Per cui, nella deprecabile ipotesi che dovessero effettuare quella stupida strategia da loro denominata first strike, convinti che colpendo per primi i centri di controllo e comando e le comunicazioni possano paralizzare il nemico (magari ricorrendo alla nuova bomba nucleare di penetrazione anti-bunker sotterranei B 61-12, CHE SARANNO STANZIATE NELLE BASI di Aviano e Ghedi in Italia), si accorgerebbero che il nemico non solo è in grado di intercettare le loro bombe e missili ben prima che possano colpire (ad esempio con il sistema antiaereo russo S-500), ma potrebbe contro-attaccare con i nuovi missili ipersonici (che viaggiano oltre i 10mila km/h e sono impossibili da intercettare) e colpire l’intera flotta americana, le loro basi militari all’Estero e le loro basi strategiche nascoste nelle montagne e sottoterra a grande profondità. Ma forse i loro onerosi think tank e agenzie di intelligence non li hanno informati adeguatamente. Claudio

Il Pentagono cambia la sua dottrina nucleare e si prepara alla guerra



Negli ultimi giorni un pdf di circa 60 pagine rilasciato del Pentagono ha gettato un po’ di scompiglio tra gli esperti di proliferazione nucleare e studiosi di armamenti atomici. Uno scompiglio dettato da vari fattori: dai contenuti, dagli autori citati, dal fatto che si tratta del primo documento del genere da 14 anni a questa parte, ma anche dal fatto che quel fascicolo è quasi subito scomparso dai siti del dipartimento della Difesa. La strana storia dietro questo rapporto si inserisce all’interno del ritorno alle armi atomiche che ha caratterizzato le scelte strategiche delle grandi potenze negli ultimi anni. Ma dice anche molto dei complessi giochi di potere che si stanno consumando nel dipartimento più importante degli Stati Uniti. Ma andiamo con ordine.

Un manuale di istruzioni per la strategia nucleare

L’11 giugno lo Us joint chiefs of staff, il comando di stato maggiore congiunto delle forze armate americane, ha pubblicato un dossier dal titolo Nuclear operations. Stando alla prefazione si tratta di un documento che fornisce i principi fondamentali e le linee guida per pianificare, eseguire e valutare le operazioni nucleari. Già lo scorso anno l’amministrazione Trump aveva licenziato la nuova nuclear posture review in cui si evidenziavano le nuove esigenze del nucleare americano, i rischi dettati dalle altre potenze e le esigenze da soddisfare, in particolare con la produzione di testate a basso potenziale. Ma se quel documento rappresentata una carta d’intenti, quasi un manuale teorico, quello licenziato dal joint chiefs of staff simboleggia l’ipotetico libretto di istruzioni.
A far balzare sulla sedia gli esperti sono stati alcuni riferimenti ben precisi, dei punti che mostrano come nei prossimi anni la dottrina nucleare americana possa pericolosamente scivolare da una logica di deterrenza a una di attacco. Il passaggio forse più controverso si trova nel terzo capitolo. Il Pentagono pare essere convinto che usando armi nucleari si possano creare le condizioni per ottenere risultati decisivi ristabilendo una stabilità strategica
Questo passaggio è fondamentale per comprendere il cambio di paradigma. Al Pentagono ci sono ufficiali convinti che non solo sia possibile combattere una guerra nucleare, ma che soprattutto si tratti di un tipo di conflitto “vincibile”. “In modo specifico”, si legge ancora nel dossier,
l’uso di un’arma nucleare poterà cambiare la portata di una battaglia e creare le condizioni che influenzano come i comandanti possano prevalere in un conflitto
Qualche pagina più in basso gli autori chiamano in causa Sun Tzu e la sua Arte della guerra, in particolare nel passaggio in cui viene spiegato come una vera dottrina della guerra non preveda che il nemico non possa attaccare, ma che si debba fare affidamento sulle proprie difese e sulla propria capacità di rendersi invincibili. Qui si aggiunge, ancora una volta, che tra i vari aspetti della strategia nucleare c’è da considerare la capacità non solo di deterrenza ma anche quella di colpire, valutare e “tornare alla stabilità”, riferendosi ancora una volta alla possibilità di uscire vincitori da un conflitto di tale portata.

Il sistema missilistico S-500

Una nuclear warfare per contesti regionali

A conferma che quanto scritto non sia solo un approccio teorico arrivano i paragrafi successivi in cui si elencano i fattori pratici da considerare in caso di attacco nucleare: l’eventuale intensità degli ordigni, la scelta dell’altezza alla quale far detonare la bomba, la considerazione del successivo fall-out dovuto all’esplosione, al tipo di arma scelto, se bomba a caduta, missile intercontinentale o testata lanciata da un sommergibile. Tutte istruzioni dettagliate per i “decision-maker”. Ma il rapporto va ben oltre. Analizza una serie di aspetti, come la sicurezza delle truppe o i sistemi di comando e controllo, in scenari post-atomici, cioè evidenzia cosa considerare per operare dopo il lancio di una testata.
Riconnettendosi alla nuclear posture review, gli autori mostrano di condividere il principio secondo il quale, pur nella sua complessità, l’arma nucleare sia quasi uguale a tutte le altre. Negli anni della Guerra Fredda il possibile conflitto termonucleare era visto come qualcosa su larga scala, con testate che partivano dai due blocchi. Ma nel dossier si scrive chiaramente che la nuclear warfare potrebbe avere una scala diversa, parlando addirittura di uso regionale.
A far sobbalzare gli esperti di non proliferazione delle armi è stata anche una delle citazioni che aprivano i capitoli, in particolare quella di Herman Kahn. Kahn è uno di quei personaggi singolari che si aggirano per i centri studi americani. Noto per essere un esperto di strategie militari e futurologo, ha lavorato per molti anni come analista per la Rand Corporation ed è un teorico della “guerra nucleare che si può vincere”. Tra gli anni ’70 e ’80 scrisse: “La mia ipotesi è che le armi nucleari possono essere usate qualche volta nei prossimi cento anni, ma è probabile che il loro uso sia molto piccolo e limitato che diffuso e non vincolato”. Per capire quanto la situazione sia inquietante dati pensare che Kahn ispirò il personaggio del dottor Stranamore dell’omonimo film di Stanley Kubrick.

Il giallo della pubblicazione

Il documento è stato reperibile solo per poco tempo, salvo poi scomparire senza particolari spiegazioni, il portavoce del joint chiefs of staff si è limintato a dire al Guardian che il documento è stato ritirato perché riservato e perché la consultazione è per esclusivo uso interno. Il fatto che questi leak compaiano e poi vengano rimossi mostrano una certa confusione all’interno del Pentagono. Il dipartimento si trova ancora senza una guida certa. Donald Trump ha ritirato la nomina di Patrick Shanahan, che aveva sostituito Jim Mattis e proposto il nome di Mark Esper, ma al momento non è ancora chiaro se e quando possa esserci l’eventuale conferma del Senato. Il tutto mentre le tensioni con l’Iran continuano ad aumentare e l’intero scenario nucleare globale mostra un certo fermento.

L’evoluzione dello scenario nucleare

Questa nuova dottrina atomica arriva nello stesso periodo in cui gli Usa di Donald Trump lavorano per riformulare il loro ruolo di potenza atomica. Lo scorso anno la Casa Bianca si è ritirata da due accordi nucleari, quello con l’Iran e soprattutto l’Inf firmato con la Russia nel 1987. Più di qualche falco nell’amministrazione, John Bolton in testa, vorrebbe anche smantellare il New Start, l’intesa Usa-Russia firmata nel 2010 in vigore fino al 2021 che pone dei limiti al numero delle testate che è possibile schierare. È anche vero però che nonostante l’intesa voluta dall’amministrazione Obama, sia Washington che Mosca hanno lavorato, e stanno tutt’ora lavorando, per portare avanti un vasto piano di riammodernamento degli arsenali, dalle testate ai sistemi di controllo e comando. Senza contare i rischi derivanti dai nuovi attori globali, in particolare la Cina.



La Groenlandia sta tornando ad essere come nell'Alto Medioevo quando si insediarono i primi Vichinghi

Continuando di questo passo, a causa dei mutamenti climatici in corso, fra pochi decenni la Groenlandia tornerà a essere simile a quella scoperta dalle prime spedizioni esplorative vichinghe sul finire dell’Alto Medioevo, durante il cosiddetto “periodo caldo medievale” (PCM), che fu un periodo caratterizzato da un clima relativamente caldo in tutto il Nord Atlantico, durato dal IX al XIV secolo. Dopo di ché subentrò la "piccola età glaciale" il cui netto raffreddamento perdurò per secoli fino alla metà dell’800. All’epoca dei Vichinghi la Groenlandia era definita una terra verde, infatti i Vichinghi insediarono parecchie colonie agricole che sopravvissero per alcuni secoli fino a ché il freddo eccessivo non li costrinse ad abbandonare i luoghi.

La Groenlandia è divisa in appena 4 entità amministrative comunali di dimensioni gigantesche più il parco nazionale della Groenlandia nordorientale che è il più grande del mondo con quasi un milione di kmq. La popolazione residente è di poco inferiore ai 60mila abitanti, quasi tutta insediata nella costa sud occidentale (dal clima più mite) oltre a qualche centinaio di migliaia di turisti che annualmente la visitano. Claudio

 

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Perché la foto delle slitte sull'acqua in Groenlandia è un segnale allarmante

È vero che la stagione dello scioglimento dello strato di ghiaccio va da giugno ad agosto, in particolare a luglio. Ma quest’anno, per via di temperature superiori anche di 40 gradi rispetto alla norma, al 13 giugno il 40% della Groenlandia aveva già perso ingenti quantità di ghiaccio

19 giugno 2019

foto cani slitta groenlandia 

STEFFEN OLSEN / CENTRE FOR OCEAN AND ICE AT THE DANISH METEOROLIGICAL INSTITUTE / AFP 
Uno photo choc di una spedizione di cani con slitte che corrono a tutta velocità sull’acqua invece del ghiaccio: per chi avesse dubbi sulle conseguenze del riscaldamento globale, lo scatto che sta facendo il giro del mondo è la prova tangibile dello scioglimento accelerato dello strato di neve in atto nel nord-est della Groenlandia.
La fotografia è stata scattata il 13 giugno da gruppi di ricercatori impegnati in una missione di recupero di attrezzature mentre con i cani da slitta hanno attraversato fiordi parzialmente fusi. Un’immagine davvero insolita che ritrae due traini di husky con le zampe immerse nell'acqua blu cristallina, in quello che appare un immenso lago sovrastato da un cielo terso e circondato da monti marrone scuro con sopra sole poche tracce bianche di neve.
La missione dell’Istituto meteorologico danese è andata a vuoto: il materiale meteorologico e oceanografico collocato mesi fa sul mare di ghiaccio nel nord-est della Groenlandia – il secondo più esteso al mondo – non è stato rinvenuto a causa del suo scioglimento precoce e veloce. La grande isola della Groenlandia è un territorio danese autonomo situato tra l’oceano Atlantico del Nord e l’oceano Artico.

I ghiacci si sciolgono in questo periodo, ma le temperature di giugno sono un'eccezione 

“Le comunità per lo più indigene residenti in Groenlandia dipendono dal mare di ghiaccio per spostarsi, pescare e cacciare. Sono loro le prime colpite dal suo scioglimento, con conseguenze che non si limiteranno a questa regione o al Nord America” avverte Steffen Olsen, scienziato dell’Istituto meteorologico danese, autore della foto virale. Una catastrofe climatica che avrà ripercussioni dirette anche sulla fauna e la flora locale, in alcuni casi ipotecandone la sopravvivenza stessa.  
Abitualmente la stagione dello scioglimento dello strato di ghiaccio va da giugno ad agosto, in particolare a luglio, mese più caldo dell’anno. Ma quest’anno, per via di temperature superiori anche di 40 gradi rispetto alla norma, al 13 giugno il 40% della Groenlandia aveva già perso ingenti quantità di ghiaccio, stimate in più di 2 miliardi di tonnellate. Per gli scienziati il 2019 si preannuncia quindi come un anno da record, alla pari con le stagioni 2012, 2010 e 2007.
Lo scioglimento accelerato ed esteso del mare di ghiaccio della Groenlandia provocherà, inoltre, un innalzamento del livello del mare, minacciando direttamente la sopravvivenza di comunità costiere, con milioni di persone che rischiano di perdere la propria casa.
"Da due decenni la Groenlandia ha contribuito sempre di più all’aumento globale del livello del mare. Lo scioglimento dello strato di ghiaccio superficiale ne rappresenta una parte significativa che poi va a finire negli oceani” ha confermato Thomas Mote, ricercatore dell’Università della Georgia che da anni studia il clima della Groenlandia. E la perdita di ghiaccio avrà anche un effetto amplificato sulle temperature globali, come risultato dell’aumento di quelle di mari e oceani.

Come la Cina sta trasformando il Bangladesh in una piccola potenza economica





Come la Cina sta trasformando il Bangladesh in una piccola potenza economica




La guerra dei dazi sino-americana ha stravolto il sistema di alleanze tra Stati che eravamo abituati a conoscere e modificato il flusso economico globale. Le tariffe di Trump hanno un obiettivo ben preciso: bloccare l’ascesa della Cina per consentire agli Stati Uniti di restare la prima potenza al mondo. Ma la mossa di Washington porta con sé anche effetti indiretti, molti dei quali non considerati a sufficienza dall’amministrazione statunitense.
La nuova tendenza economica

L’esempio più eclatante riguarda una nuova tendenza economica che potrebbe accompagnarci da qui ai prossimi decenni. Se gli anni ’80 e ’90 erano associati al Made in China, i famosi prodotti costruiti a poco prezzo nella Repubblica Popolare ed esportati in Occidente, i prossimi vedranno salire alla ribalta una “nuova” Cina: il Bangladesh. La Trade War ha mescolato le carte in tavola, inserendo da una parte i Paesi che hanno risentito delle frizioni fra Pechino e Washington, dall’altro quelli che invece ne stanno uscendo rafforzati se non vincitori.
Un vincitore della guerra dei dazi

Il Bangladesh appartiene alla seconda categoria. Come ha analizzato il South China Morning Post, sempre più aziende cinesi hanno scelto di chiudere in patria per aprire negozi a Dacca e dintorni; una mossa che, secondo le stime, consentirebbe al Bangladesh di aumentare la propria crescita economica di circa l’8% nel corso del 2019. Il contesto bangladese, inoltre, è più accogliente di quello filippino e indonesiano, dove la comunità cinese viene osteggiata dalla reazione contrariata degli autoctoni. Il basso costo del lavoro locale e l’alta offerta di lavoratori rendono il Bangladesh una meta appetibile per le tante imprese del Dragone strozzate dai dazi americani. D’altronde basta muoversi di poco meno di 2.000 chilometri per ritrovarsi in una regione dove le armi di Trump, i dazi, non hanno effetto.
La trasformazione di Dacca

Se alla fine degli anni ’90 era raro trovare avventori cinesi decisi a investire in Bangladesh, oggi questo Paese è ricco di fabbriche così enormi da assomigliare a villaggi dotati di ogni comfort, dai centri medici agli asili per i bambini dei dipendenti fino ai negozi in cui acquistare cibo. I continui investimenti, in parte provenienti dalla Cina e in parte dall’Occidente, hanno trasformato il Bangladesh in una piccola potenza produttiva dotata di quasi 4 milioni di lavorati impegnati nella produzione di abbigliamento destinato a multinazionali (H&M) o accessori per marchi di lusso (Michael Kors).
Dal Made in China al Made in Bangladesh

In Cina i salari sono in continuo aumento, quindi il trasferimento di simili stabilimenti in Bangladesh sarà una costante che ci accompagnerà nel futuro immediato. Addirittura la famosa dicitura Made in China potrebbe presto essere sostituita dal Made in Bangladesh. Certo, alcuni analisti sottolineano come Dacca possa diventare una delle prossime vittime della trappola del debito cinese, ovvero diventare economicamente così sottomessa a Pechino da dover anteporre gli interessi nazionali cinesi ai propri. L’eventualità è comunque remota visto che il Bangladesh mantiene relazioni economiche con chiunque, non solo con la Cina. Di conseguenza il governo bangladese al momento appare in grado di rimborsare i prestiti cinesi.
Salari bassi, convenienza garantita

Per capire quanta convenienza possa ricavare la Cina dal trasferimento delle proprie aziende in Bangladesh è interessante leggere la variazione dei salari degli operai. Una fabbrica che in Cina paga i propri operai 2.000 yuan al mese (più o meno 290 dollari), a Dacca spende nel salario di un operaio locale non più di 170 yuan (cioè 25 dollari). Intanto l’economia del Bangladesh raccoglie i proventi, considerando che il settore dell’abbigliamento è un industria che vale 30 miliardi di dollari e rappresenta l’80% delle esportazioni di questo Paese.
Una pioggia di investimenti cinesi

I rapporti tra Cina e Bangladesh sono solidi. Nel 2016 Xi Jinping visitò il Paese e firmò 27 accordi commerciali per investimenti e prestiti pari a 24 miliardi di dollari. L’anno successivo Pechino ha investito in loco oltre 500 milioni di dollari, mentre nel 2016/2017 c’è stato addirittura un incremento di una settantina di milioni. Numeri importanti per un Paese che è il secondo esportatore di abbigliamento dietro la Cina e che quest’anno dovrebbe spedire in tutto il mondo 39 miliardi di dollari di vestiti. L’obiettivo di Dacca è arrivare a 50 pieni nel 2021.
I vantaggi di Pechino

La migrazione delle imprese dalla Cina ad altri Paesi asiatici comporta un danno per Pechino? Secondo alcuni analisti non nel lungo periodo. Se nel breve il Dragone risentirà dei mancati guadagni, con il passare del tempo i vantaggi potrebbero essere superiori, perché senza le fabbriche manifatturiere la Cina potrebbe dedicarsi a sviluppare aziende sempre più all’avanguardia.