Benvenuti nel Blog di Claudio Martinotti Doria, blogger dal 1996


"Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam", motto dell'Ordine dei Cavalieri Templari, Pauperes commilitones Christi templique Salomonis

"Ciò che insegui ti sfugge, ciò cui sfuggi ti insegue" (aneddotica orientale, paragonabile alla nostra "chi ha pane non ha denti e chi ha denti non ha pane")

"Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell'Occidente è che perdono la salute per fare soldi. E poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere nè il presente nè il futuro. Sono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto."
(Dalai Lama)

"A l'è mei mangè pan e siuli, putòst che vendsi a quaicadun" (Primo Doria, detto "il Principe")

"Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci." Mahatma Gandhi

L'Italia non è una nazione ma un continente in miniatura con una straordinaria biodiversità e pluralità antropologica (Claudio Martinotti Doria)

Il proprio punto di vista, spesso è una visuale parziale e sfocata di un pertugio che da su un vicolo dove girano una fiction ... Molti credono sia la realtà ed i più motivati si mettono pure ad insegnare qualche tecnica per meglio osservare dal pertugio (Claudio Martinotti Doria)

Lo scopo primario della vita è semplicemente di sperimentare l'amore in tutte le sue molteplici modalità di manifestazione e di evolverci spiritualmente come individui e collettivamente (È “l'Amor che move il sole e le altre stelle”, scriveva Dante Alighieri, "un'unica Forza unisce infiniti mondi e li rende vivi", scriveva Giordano Bruno. )

La leadership politica occidentale è talmente poco dotata intellettualmente, culturalmente e spiritualmente, priva di qualsiasi perspicacia e lungimiranza, che finirà per portarci alla rovina, ponendo fine alla nostra civiltà. Claudio Martinotti Doria

PER CONTATTI: claudio@gc-colibri.com

Se preferite comunicare telefonicamente potete inviare un sms al 3485243182 lasciando il proprio recapito telefonico (fisso o mobile) per essere richiamati. Non rispondo al cellulare ai numeri sconosciuti per evitare le proposte commerciali sempre più assillanti

Questo blog ha adottato Creative Commons

Licenza Creative Commons
Blog personale by Claudio Martinotti Doria is licensed under a Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at www.cavalieredimonferrato.it.
Permissions beyond the scope of this license may be available at www.cavalieredimonferrato.it.

COME SOSTENERE LA MIA PERSEVERANTE ATTIVITA' DI VOLONTARIATO. Se avete apprezzato l’impegno e l’originalità dei miei articoli ritenendo che la mia attività divulgativa meriti un sostegno, dedicate qualche minuto e qualche euro per sostenerla, tenendo presente che non ho entrate pubblicitarie e nessuno sponsor (condizione necessaria per mantenersi indipendenti) ed inoltre sono una vittima della riforma previdenziale della Fornero e la mia pensione è stata rinviata al 2024 e sarà minima. Potrete contribuire con una donazione tramite PayPal all’account claudio@gc-colibri.com oppure a questo link: https://www.paypal.com/cgi-bin/webscr?cmd=_donations&business=Z2M2PAF4N76V6&lc=IT&item_name=Claudio%20Martinotti%20Doria&currency_code=EUR&bn=PP%2dDonationsBF%3abtn_donateCC_LG%2egif%3aNonHosted

Se non siete registrati a Paypal potete effettuare un bonifico bancario all’IBAN IT42M0303222600010000002011 (Credem, filiale di Casale Monferrato)

You can make a donation using PayPal account claudio@gc-colibri.com or at this link: https://www.paypal.com/cgi-bin/webscr?cmd=_donations&business=Z2M2PAF4N76V6&lc=IT&item_name=Claudio%20Martinotti%20Doria&currency_code=EUR&bn=PP%2dDonationsBF%3abtn_donateCC_LG%2egif%3aNonHosted





Patriă Montisferrati

Patriă Montisferrati
Cliccando sullo stemma del Monferrato potrete seguire su Casale News la rubrica di Storia Locale "Patriă Montisferrati", curata da Claudio Martinotti Doria in collaborazione con Manfredi Lanza, discendente aleramico del marchesi del Vasto - Busca - Lancia, principi di Trabia

Come valorizzare il Monferrato Storico

La Storia, così come il territorio e le sue genti che l’hanno vissuta e ne sono spesso ignoti ed anonimi protagonisti, meritano il massimo rispetto, occorre pertanto accostarsi ad essa con umiltà e desiderio di apprendere e servire. In questo caso si tratta di servire il Monferrato, come priorità rispetto a qualsiasi altra istanza (personale o di campanile), riconoscendo il valore di chi ci ha preceduti e di coloro che hanno contribuito a valorizzarlo, coinvolgendo senza preclusioni tutte le comunità insediate sul territorio del Monferrato Storico, affinché ognuna faccia la sua parte con una visione d’insieme ed un’unica coesa identità storico-culturale condivisa. Se ci si limita a piccole porzioni del Monferrato, per quanto significative, si è perdenti e dispersivi in partenza.

Sarà un percorso lungo e lento ma è l’unico percorribile se si vuole agire veramente per favorire il Monferrato Storico e proporlo con successo come un’unica entità territoriale turistico culturale ed economica …

Lettera aperta ad ogni sindaco d’Italia sulla pericolosità sanitaria della tecnologia 5G

Lettera aperta ad ogni sindaco d’Italia sul 5G





Gentile Sindaco,
si ritiene di fondamentale importanza da parte Sua leggere con molta attenzione la seguente ORDINANZA (n.7 del 20 settembre 2019) firmata da un Suo collega del Comune di Camponogara in provincia di Venezia, sul divieto di installazione e diffusione di nuovi impianti di telefonia mobile con tecnologia 5G.
Non si tratta, come qualcuno pensa, di voler bloccare l’innovazione delle telecomunicazioni: nessuno vuole tornare al Medioevo, ma non si può nemmeno accettare ad occhi chiusi una tecnologia che, per interessi industriali, metta a repentaglio la salute pubblica, come in questo caso.
Stiamo parlando infatti di una tecnologia sconosciuta e soprattutto MAI testata sulla popolazione!
Conviene fare molta attenzione, anche perché «spetta al Sindaco la responsabilità penale, civile, amministrativa, di accertarsi nelle competenti sedi, per le conseguenze di ordine sanitario che dovessero manifestarsi a breve, medio e lungo termine nella popolazione residente nel territorio comunale».
Spetta inoltre sempre al Sindaco «nella Sua veste di ufficiale di Governo e massima autorità sanitaria locale in ossequio all’art. 32 della Costituzione ed al principio di precauzione sancito dal diritto comunitario (art. 3 ter del D. L.vo n. 152/2006), al fine di fronteggiare la minaccia di danni gravi ed irreversibili per i cittadini, di adottare le migliori tecnologie disponibili e di assumere ogni misura e cautela volta a ridurre significativamente e, ove possibile, eliminare l’inquinamento elettromagnetico».
Deve sapere che nel 2011 la IARC (International Agency for Research on Cancer) ha classificato i campi elettromagnetici delle radiofrequenze come «possibili cancerogeni per l’uomo», mentre a novembre 2018 il National Toxicology Program, e a marzo dello stesso anno l’Istituto Ramazzini di Bologna (Centro di ricerca sul cancro Cesare Maltoni), hanno entrambi confermato l’associazione tra esposizione alle radiofrequenze della telefonia mobile e la manifestazione di vari tipi di tumori (cervello, ghiandole surrenali, tumori rari delle cellule nervose del cuore, gliomi, ecc.).
Esporre quindi la popolazione del Suo Comune ad un rischio di patologie gravi e/o invalidanti (vedasi l’aumento delle persone elettrosensibili), data la Vostra posizione come responsabili della salute pubblica, è una faccenda assai critica!
Le ricordiamo infine che, se un giorno uno o più cittadini del suo Comune dovessero manifestare una qualche patologia legata all’emissione di onde elettromagnetiche, essi si potranno rifare penalmente, civilmente e anche amministrativamente direttamente sulla Sua persona!
Ringraziamo per la Sua attenzione e la invitiamo a informarsi adeguatamente per approfondire l’argomento, tramite le numerose associazioni che se ne occupano: Apple (Associazione per la prevenzione e la lotta all’elettrosmog - www.applelettrosmog.it) e Alleanza italiana Stop 5G (www.alleanzaitalianastop5g.it).

ORDINANZA DEL SINDACO
Nr. 7 del 20/09/2019 Reg. Gen. 92 del 20-09-2019

Oggetto: ORDINANZA DI DIVIETO DI INSTALLAZIONE E DIFFUSIONE SUL TERRITORIO COMUNALE DI NUOVI IMPIANTI DI TELEFONIA MOBILE (ART. 37 BIS DEL D.Lgs 259/2003 e s.m.i.), CON TECNOLOGIA 5G.
PREMESSO CHE:
• il Consiglio dell’Unione Europea ha emanato in data 12 luglio 1999 la Raccomandazione n. 1999/519/CE relativa alla limitazione dell’esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici da 0 Hz a 300 GHz, affermando come sia imperativo proteggere i singoli cittadini dagli effetti negativi sulla salute che possono derivare dall’esposizione ai campi elettromagnetici, come si ritenga necessario istituire un quadro comunitario in relazione alla protezione della popolazione con aggiornamenti, valutazioni e analisi periodiche degli impatti sulla salute anche in funzione dell’evoluzione tecnologica, chiedendo agli Stati membri di considerare anche i rischi nel decidere strategie e promuovendo la più ampia diffusione dell’informazione alla popolazione su effetti e provvedimenti di prevenzione adottati;
• la protezione dalle esposizioni è regolamentata dalla Legge Quadro n. 36 del 22 febbraio 2001 che si pone l’obiettivo di tutelare la salute, promuovere sia la ricerca scientifica sugli effetti sulla salute sia l’innovazione tecnologica per minimizzare intensità ed effetti;
• con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri dell’8 luglio 2003 sono stati fissati limiti di esposizione e valori di attenzione, applicando l’insieme completo delle restrizioni stabilite nella Raccomandazione n. 1999/519/CE con una riduzione dei valori limite e di attenzione per tenere in conto, almeno a livello macroscopico, anche degli effetti a lungo termine non presi in considerazione nella raccomandazione;
• la Direttiva Europea 2013/35/UE del 26 giugno 2013, recepita in Italia con D.Lgs. n. 159 del 1° agosto 2016 con la modifica D.Lgs. n. 81 del 9 aprile 2008, sulle disposizioni minime di sicurezza e salute relative all’esposizione dei lavoratori ai rischi derivanti dagli agenti fisici (campi elettromagnetici) con lo scopo di assicurare salute e sicurezza individuale di ciascun lavoratore e definire una piattaforma minima di protezione per i lavoratori nell’Unione Europea;
• il Decreto 28 gennaio 2017 del Ministero dell’Ambiente, sui criteri minimi ambientali da rispettarsi per gli edifici della pubblica amministrazione, richiede che si prediliga sempre la connessione via cavo o mediante Powerline rispetto al WiFi;
PRESO ATTO CHE:
• il cosiddetto Principio di Precauzione è stato adottato dall’Unione Europea nel 2005 riportando che “Quando le attività umane possono portare a un danno moralmente inaccettabile, che è scientificamente plausibile ma incerto, si dovranno intraprendere azioni per evitare o diminuire tale danno”;
• la Legge 36/2001 chiede al Ministero della Sanità di promuovere un programma pluriennale di ricerca epidemiologica e di cancerogenesi sperimentale e di concerto con Ministero dell’Ambiente e MIUR lo svolgimento di campagne di informazione e di educazione ambientale, alle Regioni di concorrere all’approfondimento delle conoscenze scientifiche e indica che è competenza dei comuni adottare un regolamento per assicurare il corretto insediamento urbanistico e territoriale degli impianti allo scopo di minimizzare l’esposizione ai campi elettromagnetici;
• la sentenza del TAR Lazio n. 500 del 15 gennaio 2019 ha imposto l’obbligo di procedere a campagne di informazione ed educazione ambientale previste dall’articolo 10 comma 1 della Legge 36/2001, condannando i Ministeri Ambiente, Salute e Istruzione ad ottemperare;
• secondo l’OMS circa il 3% della popolazione è affetta da problemi di elettrosensibilità (per l’Istituto di medicina sociale e preventiva dell’Università di Berna gli elettrosensibili arrivano al 5% degli elvetici mentre in Svezia studi indicano tale valore nel 10%);
• a ottobre 2013 la Regione Basilicata considera elettrosensibilità come malattia rara e la inserisce nell’elenco delle esenzioni per i costi delle prestazioni sanitarie;
TENUTO CONTO CHE:
• la Legge 36/2001 prevede all’articolo 8 comma 5 il finanziamento delle attività di controllo e monitoraggio, finanziamento integrato mediante la destinazione delle somme derivanti dalle sanzioni previste dall’articolo 15;
• la Raccomandazione Europea n. 1999/519/CE per le frequenze 5G nel range 3.6-3.8 GHz e 26.5-27.5 GHz prevederebbe che il periodo di misura dovrebbe essere compreso rispettivamente nell’intervallo 16.7-17.7 minuti e 2.0-2.2 minuti;
• nel DPCM 8 luglio 2003 si definisce un limite più stringente di intensità di campo elettrico rispetto alla Raccomandazione Europea n. 1999/519/CE e pari a 6 V/m in un periodo pari a 6 minuti e divieto di superamento del valore di 20 V/m mentre con l’articolo 14 comma 8 del Decreto Legge n. 179/2012 è stato definito che i valori devono essere mediati nell’arco delle 24 ore e non più nei 6 minuti previsti in origine, passando da una verifica per misura diretta a una verifica attraverso stima previsionale fatta da ARPA e basata sui dati forniti dagli operatori;
VISTO il documento pubblicato nel 2019 dal Comitato scientifico sui rischi sanitari ambientali ed emergenti (SCHEER) della Commissione Europea, affermando come il “5G lascia aperta la possibilità di conseguenze biologiche” ha evidenziato un chiaro segnale agli Stati membri, soprattutto all’Italia, sui pericoli socio-sanitari derivabili dall’attivazione ubiquitaria del 5G (che rileva gravissime criticità, in parte sconosciute sui problemi di salute e sicurezza dati) confermando l’urgente necessità di un intervento normativo nei riguardi della diffusione di tale nuova tecnologia 5G;
PRESO ATTO che:
• è stato dimostrato in quattro studi (Rea 1991 Havas 2006, 2010, McCarty et al. 2011) che è possibile identificare persone con ipersensibilità elettromagnetica e dimostrare che possono essere testati usando risposte obiettive, misurabili, dimostrando che questi soggetti sono realmente ipersensibili se confrontati con i normali controlli;
Ordinanza N° 7 del 20-09-2019 Pag. 3
• che altri studi dimostrano che ci sono veri e propri cambiamenti fisiologici nei soggetti con Elettrosensibilità e che due studi (De Luca, Raskovic, Pacifico, Thai, Korkina 2011 e Irigaray, Caccamo, Belpomme 2018) hanno dimostrato che le persone elettrosensibili hanno alti livelli di stress ossidativo e una prevalenza di alcuni polimorfismi genetici, che potrebbero suggerire una predisposizione genetica;
• il Parlamento Europeo nella Risoluzione del 2009 e I° Assemblea del Consiglio d’Europa con la Risoluzione n° 1815 del 2011 hanno richiamato gli stati membri a riconoscere l’Elettrosensibilità come una disabilità, al fine di dare pari opportunità alle persone che ne sono colpite;
RISCONTRATI:
gli “effetti nocivi sulla salute umana”, il 15 Gennaio 2019 il TAR del Lazio ha quindi condannato i Ministeri di Salute, Ambiente e Pubblica Istruzione a promuovere un’adeguata campagna informativa “avente ad oggetto l’individuazione delle corrette modalità d’uso degli apparecchi di telefonia mobile”, mentre una serie di sentenze emesse nell’ultimo decennio dalla magistratura internazionale e italiana attestano il danno da elettrosmog, l’elettrosensibilità e il nesso causale  telefonino-cancro, anche oltre ogni ragionevole dubbio (Cassazione 2012), tanto che note compagnie internazionali di assicurazione come Swiss Re e Llyoid’s non ne coprono più il danno;
PRESO ATTO inoltre che i gestori di telefonia mobile stanno provvedendo alla richiesta di rilascio di autorizzazione per l’installazione di un nuovi impianti di telefonia mobile (art. 87 bis del D.Lgs 259/2003 e smi), con tecnologia 5G;
CONSIDERATO CHE:
• il 5G è una tecnologia potenzialmente pericolosa perché si basa su microonde a frequenze più elevate delle precedenti versioni, anche dette onde millimetriche, il che ha due implicazioni ovvie: maggiore energia trasferita ai mezzi in cui le radiofrequenze vengono assorbite (in particolare i tessuti umani) e minore penetrazione nelle strutture solide, per cui vi è la necessità di più ripetitori (a parità di potenza) per garantire il servizio indoor (negli USA hanno stimato un impianto ogni 12 edifici);
• gli studi sugli effetti biologici di questo tipo di radiazione elettromagnetica sono appena agli inizi e indicazioni preliminari (le sperimentano in Russia per le terapie del dolore) paiono mostrare effetti sulle terminazioni nervose periferiche (stanchezza, sonnolenza e parestesia).
VALUTATO CHE:
proprio per il carattere di novità, sperimentazioni del genere dovrebbero valutare l’impatto e prendere in considerazione il rischio attribuibile a tale intervento prima che lo stesso sia realizzato, potendo fare ancora valutazioni ex-ante sul se e come realizzarlo;
VALUTATO INOLTRE:
il progetto stesso, che contestualmente all’attivazione, dovrebbe prevedere uno stretto monitoraggio sanitario su un campione di popolazione residente e non per individuare l’insorgenza di possibili effetti collaterali indesiderati; per la valutazione ex-ante viene utilizzata la Valutazione di Impatto sulla Salute (VIS) che rappresenta una combinazione di procedure, metodi e strumenti con i quali si possono stimare gli effetti potenziali complessivi, diretti o indiretti, di una politica, di un piano, di un programma o di un progetto sulla salute di una popolazione.
CONSIDERATO che:
malgrado la sperimentazione del 5G sia già stata avviata, non esistono studi che, preliminarmente alla fase di sperimentazione, dovrebbero doverosamente fornire una valutazione del rischio sanitario e per l’ecosistema derivabile da una massiccia, multipla e cumulativa installazione di milioni di nuove antenne che, inevitabilmente, andranno a sommarsi a quelle esistenti;
CONFERMATO che:
• spetta al Sindaco la responsabilità penale, civile, amministrativa, di accertarsi nelle competenti sedi, per le conseguenze di ordine sanitario, che dovessero manifestarsi a breve, medio e lungo termine nella popolazione residente nel territorio comunale;
• spetta al Sindaco, nella Sua veste di ufficiale di Governo e massima autorità sanitaria locale in ossequio all’art. 32 della Costituzione ed al principio di precauzione sancito dal diritto comunitario e dall’art. 3 ter del D. L.vo n. 152/2006, al fine di fronteggiare la minaccia di danni gravi ed irreversibile per i cittadini, di adottare le migliori tecnologie disponibili e di assumere ogni misura e cautela volte a ridurre significativamente e, ove possibile, eliminare l’inquinamento elettromagnetico e le emissioni prodotte ed i rischi per la salute della popolazione;
PRESO ATTO che:
• nel 2011 la IARC (International Agency for Research on Cancer) ha classificato i campi elettromagnetici delle radiofrequenze come possibili cancerogeni per l’uomo e che i1 l° novembre 2018 il National Toxicology Program ha diffuso il rapporto finale di uno studio su cavie animali dal quale è emersa una «chiara evidenza che i ratti maschi esposti ad alti livelli di radiazioni da radiofrequenza, come 2G e 3G, sviluppino rari tumori delle cellule nervose del cuore». Il rapporto aggiunge anche che esistono anche «alcune evidenze di tumori al cervello e alle ghiandole surrenali». Precisando che trattasi ancora a situazioni connesse a 2G e 3G, mentre ora il progetto delle compagnie è quello di introdurre in modo ubiquitario, capillare e permanente il 5G;
• nel marzo 2018, inoltre, sono stati diffusi i primi risultati dello studio condotto in Italia dall’Istituto Ramazzini di Bologna (Centro di ricerca sul cancro Cesare Maltoni), che ha considerato esposizioni alle radiofrequenze della telefonia mobile mille volte inferiori a quelle utilizzate nello studio sui telefoni cellulari del National Toxicologic Program, riscontrando gli stessi tipi di tumore. Infatti, sono emersi aumenti statisticamente significativi nell’incidenza degli schwannomi maligni, tumori rari delle cellule nervose del cuore, nei ratti maschi del gruppo esposto all’intensità di campo più alta, 50 V/m. Inoltre, gli studiosi hanno individuato un aumento dell’incidenza di altre lesioni, già riscontrate nello studio dell’NTP: iperplasia delle cellule di Schwann e gliomi maligni (tumori del cervello) alla dose più elevata;
VISTA la Delibera del Consiglio Comunale di Camponogara n° 43 del 30 luglio 2019, “Mozione.
Installazione di nuovi impianti di telefonia mobile (art. 87 bis D.Lgs 259/2003 e smi) con tecnologia 5G”, approvata all’unanimità;
VALUTATO quanto sopra,
ORDINA
Il divieto a chiunque dell’installazione e della diffusione sul territorio Comunale di impianti con tecnologie 5G:

– in attesa della nuova classificazione della cancerogenesi annunciata dall’International Agency for Research on Cancer, applicando il principio precauzionale sancito dall’Unione Europea, prendendo in riferimento i dati scientifici più aggiornati, indipendenti da legami con l’industria e già disponibili sugli effetti delle radiofrequenze, estremamente pericolose per la salute dell’uomo;
– in attesa della metodologia per le valutazioni preventive definite da ISPRA/ARPA.
AVVISA
Gli obblighi, i divieti e le limitazioni saranno resi di pubblica conoscenza mediante pubblicazione della presente all’albo pretorio on line.
In relazione al disposto dell’art. 3, comma 4, della Legge 241/’90, si indica che avverso il presente
provvedimento è possibile presentare ricorso:
 Entro 60 giorni dalla data della pubblicazione, del presente provvedimento, è ammesso ricorso giurisdizionale al T.A.R. competente nella fattispecie al tribunale amministrativo Regionale del Veneto;
 Entro 120 giorni dalla data della pubblicazione, del presente provvedimento, è ammesso ricorso straordinario al Presidente della Repubblica.
DISPONE
L’invio della presente ordinanza a:
* Presidente della Repubblica
* Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni
* Presidente del Consiglio dei Ministri
* Ministro della Salute
* Ministro dello Sviluppo Economico
* Ministro delle infrastrutture e dei trasporti
* Ministero dell’Ambiente
* Regione del Veneto
* ULSS n° 3 “Serenissima”
IL SINDACO FUSATO ANTONIO
FUSATO ANTONIO

Pericoli bellici corsi in un recente passato e trascurati dai mass media ...

 
Storie ignote ai mass media e alla popolazione, rivelano la protervia e stupidità di molti alti funzionari europei (di nomina generalmente politica e clientelare) e la dignità e ragionevolezza di alcuni quadri intermedi che hanno saputo contrapporsi, rischiando in prima persona, rifiutandosi di eseguire ordini demenziali, che avrebbero potuto causare gravissime ripercussioni. Sono situazioni piuttosto frequenti e ignote perché vengono taciute per evitare scandali e brutte figure istituzionali, ma che rivelano come siamo vulnerabili nel lasciarci governare da inetti e incompetenti. Con l’aggravante che gli imbecilli paraculati non sono mai penalizzati e continuano a fare carriera con lauti stipendi e fringe benefits. Claudio

Home

Il capitano-cantautore ed il generale che evitarono la terza guerra mondiale

(di Andrea Gaspardo)
02/10/19
Potrebbe sembrare una barzelletta della serie: “ci sono due inglesi, un americano, uno spagnolo, tre russi, ecc...” ma gli eventi che accaddero il 12 giugno 1999 all'aeroporto “Slatina” di Pristina avrebbero potuto prendere una piega decisamente peggiore se non fosse stato per la granitica determinazione di un capitano e di un generale di non obbedire a un ordine che avrebbe potuto dare il via ad una spirale di azioni e reazioni che avrebbero potuto diventare, nel peggiore dei casi, assai difficilmente controllabili.
L'11 giugno 1999, dopo un anno e mezzo di combattimenti sul terreno ed ottanta giorni di bombardamenti da parte della NATO, la “Guerra del Kosovo” giunse finalmente alla fine, con gli accordi di pace di Kumanovo. In base a tali accordi, le forze armate e di polizia jugoslave avrebbero dovuto cedere il controllo del territorio della provincia del Kosovo ad una forza multinazionale (KFOR) che ne avrebbe dovuto gestire la sicurezza in loco nel periodo del “dopoguerra”. Esisteva però un nodo gordiano che non era stato ancora sciolto; l'entità e la modalità di partecipazione della Russia alla missione internazionale.
Gli eventi della “Guerra del Kosovo” avevano costituito per la Russia e la sua leadership politica una sorta di “spartiacque”. Se fino ad allora il presidente Boris Nikolayevich Eltsin, debole e malato, era riuscito a contenere in qualche modo le spinte nazionaliste che avevano nell'allora primo ministro Evgeny Maksimovich Primakov il loro campione principale, l'attacco vergognosamente punitivo dell'Alleanza Atlantica nei confronti della Repubblica Federale di Jugoslavia ed il trattamento demonizzatore che era stato riservato ai serbi erano suonati come drammatici campanelli d'allarme alle orecchie dei russi: senza un rinnovata politica muscolare, la NATO non si sarebbe mai fermata fino ad investire la Russia stessa. Ecco perché, nel corso del complicato processo negoziale che portò ai tanto sospirati accordi di Kumanovo, la Russia si presentò come garante della Jugoslavia pretendendo di avere una propria “area di occupazione” ed un proprio “comando autonomo”. Tali pretese differivano notevolmente da quanto era capitato precedentemente in Bosnia, dove le truppe russe ivi presenti erano completamente subordinate alla catena di comando della IFOR/SFOR.
I diplomatici occidentali si opposero vigorosamente alle pretese russe, additando come scusa il fatto che un settore d'occupazione russa completamente autonomo avrebbe contribuito ad una de facto spartizione del Kosovo la cui unità si voleva invece conservare. In realtà, la verità più prosaica è che, dopo la fine della “Guerra Fredda”, i diplomatici ed i governi occidentali, in primis quel Francisco Javier Solana de Madariaga che proprio in quel periodo dell'Alleanza Atlantica ne era il segretario generale, erano diventati per certi versi prigionieri della propria “ὕβϱις” (hýbris, termine greco antico vagamente traducibile con “tracotanza/superbia”) e, pensando di aver veramente vinto la “battaglia finale della Storia”, ritenevano di potersi sempre permettere il lusso di rispondere picche ai desiderata di Mosca senza nemmeno degnarsi di prendere in considerazione gli interessi nazionali russi anche quando, come in questo caso, per una varietà di ragioni strategiche e di prestigio internazionale, Mosca non era assolutamente disposta a tirarsi indietro.
L'incapacità dei leader occidentali, sia civili che militari, di decifrare le reali intenzioni del Cremlino emersero in tutta la loro pienezza quando, nella notte tra l'11 e il 12 di giugno, sotto la piena copertura delle telecamere della CNN e della BBC, un'unità delle VDV (le forze paracadutiste russe) precedentemente facente parte del contingente russo della IFOR/SFOR, varcò il confine tra la Bosnia e la Serbia dirigendosi rapidamente verso il Kosovo tra il giubilo della popolazione serba testimone dell'evento.
La fulminea azione russa colse i vertici dell'Alleanza Atlantica completamente alla sprovvista ed incapaci di organizzare una tempestiva contromossa. In realtà a qual tempo vi erano già all'interno del Kosovo alcune unità militari della NATO; si trattava degli elementi delle forze speciali che erano stati infiltrati nel corso del conflitto per appoggiare la guerriglia albanese e per aiutare nell'identificazione dei bersagli degli attacchi aerei della NATO. In particolare gli uomini delle forze speciali norvegesi (Forsvarets Spesialkommando, FSK) e di quelle britanniche (Special Air Service, SAS) erano già attestati nei dintorni di Pristina ma non avevano certo le forze sufficienti per sperare di prendere il controllo dell'intera città, dovendo limitarsi a svolgere la funzione di “occhi ed orecchie” delle forze NATO che, proprio in quel momento, stavano entrando in Kosovo a partire dalla Macedonia e dall'Albania.
L'obiettivo strategico che assorbiva l'attenzione del quartier generale della NATO era l'aeroporto “Slatina” di Pristina, largamente risparmiato dai cacciabombardieri della NATO proprio per fungere da punto d'arrivo dei rinforzi della KFOR nell'immediato dopoguerra. Il comandante in capo delle forze NATO, generale Wesley Kanne Clark, diede ordine agli “Allied Rapid Reaction Corps” (ARRC) ed al loro comandante, il generale inglese Mike Jackson, di procedere speditamente all'occupazione dell'aeroporto.
Nato nel 1944 nello Yorkshire in una famiglia di antiche tradizioni militari, Sir Michael “Mike” David Jackson poteva vantare una carriera di soldato di professione iniziata nel 1963 che includeva, tra le altre, il comando del 1o battaglione, del reggimento paracadutisti di Sua Maestà Britannica e della 39a brigata di Fanteria in tre diversi tour operativi nell'Irlanda del Nord, il comando della “Berlin Infantry Brigade” (brigata di fanteria di Berlino), unità britannica ad hoc destinata alla difesa di Berlino Ovest in caso di attacco sovietico nel corso della “Guerra Fredda”, ed il comando della 3a divisione meccanizzata, unità dell'esercito britannico ampiamente coinvolta in missioni di “peacekeeping” nel corso delle guerre di disintegrazione della ex-Jugoslavia.

Ora, all'età di 55 anni e con 36 anni di carriera alle spalle, Mike Jackson si preparava per quello che, a posteriori, avrebbe definito “il momento decisivo della mia vita”, alla testa di una multiforme compagine militare composta da battaglioni di provenienza britannica, francese, tedesca ed italiana.
Nell'avanzata verso Pristina ed il suo aeroporto, l'avanguardia degli “Allied Rapid Reaction Corps” (ARRC) era costituita dallo squadrone “Blues and Royals”, “The Life Guards”, parte del “Household Cavalry Regiment” il cui “1st Troop” era all'epoca sotto il comando del venticinquenne capitano James Hillier Blount.
Come il generale Jackson, anche il capitano Blount veniva da una famiglia di antiche tradizioni militari, risalenti addirittura all'epoca del re Canuto il Grande (Knútr inn ríki), sovrano di Danimarca, Inghilterra, Norvegia e Scania tra il 1016 ed il 1035. Tuttavia, la tempistica operativa non era decisamente dalla loro parte, e quando i soldati britannici arrivarono, la mattina del 12 giugno, in vista dell'aeroporto, trovarono che esso era già stato occupato dai paracadutisti russi che si erano trincerati attorno alle piste. Il comandante in capo della forza d'assalto russa era il colonnello-generale Viktor Mikhailovich Zavarzin, veterano delle campagne in Afghanistan e Tagikistan degli anni '80 e '90, comandante delle forze congiunte della Russia e del Turkmenistan in Asia Centrale ed alto rappresentante della Russia presso la NATO.
Per questa missione il generale Zavarzin poteva avvalersi della collaborazione del colonnello Nikolay Ivanovich Ignatov come responsabile dei paracadutisti, e del colonnello Yunus-Bek Bamatgireyevich Yevkurov (Yevkurnakan Bamatgiri Yunusbek, in lingua ingusceta) responsabile delle Spetsnaz GRU annesse alla missione.
Quando il capitano Blount ed i suoi uomini si avvicinarono all'aeroporto si resero immediatamente conto che i russi non erano disposti a sloggiare e che la risoluzione dell'intera vicenda si riduceva ad una chiara scelta binaria: o le truppe NATO erano disposte ad un'azione di forza per cacciare i paracadutisti russi dall'aeroporto, oppure era necessario intavolare una trattativa.

Mentre sul terreno gli ufficiali ed i loro subalterni si consultavano alacremente per decidere sul da farsi, nelle alte sfere qualcuno aveva già preso la sua decisione. Non appena le telecamere della CNN e della BBC avevano mostrato al mondo intero i movimenti della truppe russe dalla Bosnia attraverso la Serbia, il generale Wesley Clark aveva avuto una lunga conversazione telefonica con Javier Solana avente come oggetto proprio gli ultimi sviluppi.
A tutt'oggi non è ancora chiaro che cosa i due si siano detti, anche perché Solana ha sempre dimostrato un'innata abilità a schivare qualsiasi tipo di responsabilità per quanto avvenne successivamente. Fatto sta che, bypassando l'intera linea di comando, Clark contattò Blount e gli elementi di punta delle “Life Guards” posizionate di fronte all'aeroporto di Pristina e gli ordinò di "sopraffare i russi e prendere il controllo dell'aeroporto".
L'ordine ricevuto gettò il capitano Blount in una situazione scomoda. Disobbedire avrebbe significato la traduzione immediata alla corte marziale, ma seguire ciecamente le direttive ricevute avrebbe condotto ad uno scontro diretto con i paracadutisti trincerati con conseguenti perdite da entrambe le parti e la possibilità che tale “incidente” portasse a qualcosa di ben più serio!
A distanza di anni, e in numerose interviste, l'ormai ex-capitano ha più volte reiterato che, anche sotto minaccia di corte marziale, non avrebbe mai portato a compimento tale ordine. Fortunatamente per Blount e per i suoi uomini, la responsabilità delle azioni successive venne rapidamente presa dal generale Jackson il quale, dal suo quartier generale di Skopje, in Macedonia, e disattendendo completamente gli ordini, si trasferì in elicottero direttamente a Pristina e, dopo aver ricevuto rapporti dettagliati sulla situazione sia da Blount che dagli uomini delle forze speciali norvegesi e britanniche (che continuavano a monitorare gli spostamenti delle forze jugoslave), chiese ed ottenne di parlamentare con gli ufficiali russi.
Il primo incontro avvenne all'interno dell'aeroporto, con Jackson da un lato e Zavarzin, Yevkurov e Ignatov dall'altro. Nessun accordo fu raggiunto in quell'occasione, però almeno i militari delle due parti si erano parlati e l'unica “vittima” era stata un fisco di whisky che i quattro ufficiali si erano spartiti.
Non così bene andò invece l'incontro che Jackson ebbe, la mattina del 13 giugno, una volta tornato al suo comando a Skopje, con il generale Clark. Egli era ancora fermamente determinato a sloggiare i russi dalla loro posizione ignorando le obiezioni di Jackson che tale evenienza avrebbe potuto avere conseguenze incalcolabili. Alla lunga, la discussione degenerò in una vera e propria lite che culminò con la frase topica con la quale Jackson liquidò Clark una volta per tutte: “Io non inizierò la Terza Guerra Mondiale per te!”.
Clark se ne andò furibondo ma il tempo delle sue bravate da “macho” stava rapidamente giungendo al termine. Dopo una serie di trattative durate diversi giorni, i russi acconsentirono finalmente a sgombrare l'aeroporto ed il capitano Blount e i suoi uomini poterono occuparlo senza incidenti. Il generale Clark se ne tornò al comando NATO in Belgio con la coda tra le gambe, mentre la sua nemesi Jackson potè assumere indisturbato il ruolo di comandante della KFOR nonostante il parere negativo di praticamente tutto l'establishment politico e militare americano, profondamente scosso dall'essere stato così sonoramente umiliato da un “fottuto inglese”.
Le forze jugoslave continuarono la loro ritirata dal Kosovo ed il contingente russo, seppure non ottenne una propria area di occupazione, poté comunque schierare le proprie forze in tutta la regione e disporre di una propria catena di comando autonoma. Il compromesso era infine riuscito a partorire una soluzione ragionevole!
Vent'anni sono passati dagli eventi dell'aeroporto di Pristina del 1999 e quanto avvenne in quelle frenetiche giornate è stato in gran parte dimenticato dalla maggior parte del pubblico, tuttavia è bene ricordare a noi stessi che, senza la capacità di giudizio e la moderazione esercitata da un pugno di uomini dotati di raziocinio, gli eventi avrebbero potuto prendere una piega ben diversa.
È interessante poi analizzare come, gli eventi del giugno 1999 abbiano inciso in maniera così diversa e profonda nelle vite e carriere successive di tutti i protagonisti coinvolti. Il 1 ottobre 2002, dopo sei anni passati sotto le armi, il capitano James Hillier Blount si congedò dall'esercito britannico ed intraprese la carriera musicale con il nome d'arte di “James Blunt” diventando presto una star internazionale grazie a canzoni quali “You're beautiful” e “Goodbye My Lover” e vendendo sino ad oggi oltre 20 milioni di copie.
Sebbene moltissimi lo conoscano come cantante ed autore di testi di canzoni, sono pochi coloro che ricordano il suo coinvolgimento negli eventi di Pristina del 1999.
Dopo quei fatidici giorni nei quali dimostrò tutta la sua statura di comandante e leader nel senso più completo della parola, il generale Sir Michael “Mike” David Jackson continuò a comandare la KFOR fino agli inizi dell'anno 2000, quando tornò nel Regno Unito per assumere il comando delle forze di terra del British Army ed iniziare un lungo processo di ristrutturazione di questa componente critica dello strumento militare britannico e venendo infine promosso, il 1 febbraio 2003, all'incarico di capo di stato maggiore delle forze armate di Sua Maestà Britannica; ruolo che ha ricoperto fino al 2006 prima di andare in pensione, dopo 43 anni di carriera, e dedicarsi alla scrittura ed alle conferenze, senza mai rinunciare alla sua schiettezza e spirito mordace.
Da parte russa, il colonnello-generale Viktor Mikhailovich Zavarzin continuò a servire presso la delegazione russa alla NATO e in vari incarichi presso l'alto comando delle forze armate russe fino al 2003 quando, dopo 37 anni di onorato servizio, si ritirò per dedicarsi alla politica, venendo eletto alla Duma presso il blocco del partito “Russia Unita”, ruolo che ricopre anche oggi.
Il colonnello Nikolay Ivanovich Ignatov invece, non ha mai smesso di servire presso le VDV, le forze paracadutiste della Russia, venendo promosso al grado di tenente generale e venendo assegnato prima al comando della “7a divisione da Assalto Aereo della Guardia” e poi a comandante delle intere VDV. Oggi, a 63 anni d'età e 45 di servizio, Ignatov continua a rimanere attivo nella catena di comando delle forze armate della Federazione Russa.
Interessante fu poi la parabola del colonnello Yunus-Bek Bamatgireyevich Yevkurov, il responsabile delle operazioni delle Spetsnaz GRU. Yevkurov continuò a servire in diversi ruoli sia tra le fila delle Spetsnaz che tra quelle delle VDV incluso durante la sanguinosa “Seconda Guerra in Cecenia”, guadagnandosi numerose medaglie ed onorificenze, tra cui quella di “Eroe della Federazione Russa” per aver salvato 12 prigionieri russi dalle mani dei guerriglieri ceceni nonostante fosse stato ferito in azione. Nel 2008, dopo 23 anni di servizio, Yevkurov venne posto a riposo e nominato dall'allora presidente Dmitry Anatolyevich Medvedev al ruolo di presidente della Repubblica di Inguscezia, una delle repubbliche autonome del Caucaso russo. In tale carica, ricoperta per i successivi 11 anni, fino al giugno 2019, Yevkurov ha gestito non solo la ricostruzione economica della sua terra d'origine ma anche le operazioni di contro-insurrezione dirette a sradicare l'insorgenza islamista dal Caucaso russo. Sotto la pressione delle manifestazioni popolari causate dalla firma di un controverso accordo di modifica dei confini tra la Repubblica di Inguscezia e la Repubblica di Cecenia, Yevkurov ha presentato le sue dimissioni ma è stato prontamente reintegrato nelle forze armate russe con l'incarico di vice-ministro della Difesa.
Dalla parte dell'Alleanza Atlantica invece, Francisco Javier Solana de Madariaga è riuscito con un'abilità fuori dal comune ad evitare qualsiasi ricaduta negativa sia rispetto alla dubbia prestazione fornita dalle forze della NATO nel corso della “Guerra del Kosovo” sia alla figuraccia causata dagli eventi dell'aeroporto di Pristina. Subito dopo la fine del suo mandato come segretario generale della NATO egli è riuscito a cumulare in sé le cariche di: segretario generale dell'Unione Europea Occidentale, segretario generale del Consiglio dell'Unione Europea ed alto rappresentante della politica estera e di sicurezza comune dell'Unione Europea, posizioni che ha mantenuto per 10 anni, fino al 2009. È ferma opinione dell'autore del presente articolo che l'appartenenza di Solana alla celeberrima “Commissione Trilaterale” lo abbiano aiutato non poco ad evitare macchie alla sua “limpida carriera”.
Lo stesso non si può dire che sia avvenuto per il generale Wesley Kanne Clark. Già pesantemente sotto il fuoco degli alti papaveri del Pentagono per aver fallito nella valutazione delle intenzioni di Milosevic e per la sua disordinata gestione della “Guerra del Kosovo”, oltre che per la sua tendenza a riferire direttamente al presidente Bill Clinton ed alla segretario di stato Medeleine Albright bypassando completamente la normale catena gerarchica, lo smacco subito a Pristina e la pubblica umiliazione causata dal suo fallimento di imporsi al generale britannico Jackson causarono a Clark una rapida eclissi dalla sua posizione di comandante in capo delle forze della NATO.
Ritiratosi a vita privata, Clark decise di dedicarsi prima al mondo del business con risultati pessimi (guadagnò solamente 3,1 milioni di dollari nei primi tre anni, contro i 40 che sia era prefissato) e poi alla carriera politica nelle fila del Partito Democratico dove però non brillò certo per acume (la sua campagna presidenziale del 2008 venne letteralmente eclissata dalla stella di Obama e lui per ripicca finì pure per dare appoggio a quella Hillary Clinton che proprio da Obama venne battuta).
Alla luce di questa ed altre cose, si può comodamente affermare che la “figuraccia di Pristina” contribuì a segnare la fine della carriera di un uomo sostanzialmente mediocre che, desideroso di fare il “macho” per un giorno, nel giugno del 1999, ha rischiato di far vivere a noi tutti un'estate “torrida”, non fosse stato per la provvidenziale presenza di un capitano-cantautore e di un generale britannici dotati di encomiabile e britannicissimo “self-control”.

Il nuovo ordine mondiale creato dalla guerra del 5G


Il nuovo ordine mondiale creato dalla guerra del 5G

La tecnologia cinese per le reti di quinta generazione non è sicura, sostengono gli Usa. Rinunciare a Zte e Huawei costa troppo, dicono gli operatori. E in questo scontro la soluzione migliore potrebbe essere quella appena varata dal governo italiano
02 ottobre 2019,19:06
 
La guerra del 5G lascerà un mondo di macerie, ma da quelle macerie potrebbe nascere un nuovo ordine tecnologico globale. All’indomani degli incontri che Mike Pompeo ha avuto a Roma e della visita del presidente del Consiglio Giuseppe Conte al laboratorio di ricerca di Ericsson a Genova, non sfugge agli analisti, agli operatori e ai produttori che sullo sfondo del braccio di ferro tra Huawei e gli Usa si stanno delineando strategie e scelte politico-commerciali che impatteranno in maniera determinante sullo sviluppo di tre grandi aree:  Stati Uniti, Europa e Asia.
Il segretario di Stato americano ha ribadito la preoccupazione di Washington per l’utilizzo di tecnologia cinese (Huawei e Zte su tutti) in infrastrutture strategiche per la sicurezza in un Paese alleato della Nato e Conte ha illustrato le peculiarità del decreto legge per la creazione di un perimetro della sicurezza cibernetica. Ed è questo strumento che – al di là delle uscite estemporanee – è considerato da tutti “l’approccio più razionale”, come sottolineano le fonti che Agi ha ascoltato per analizzare lo scenario.

Quanto stanno investendo gli Stati Uniti nel 5G?

“E’ vero che gli ostacoli posti dagli Usa nei confronti dei cinesi possono essere letti come una forma di guerra industriale ed economica” dice Jean Pierre Darnis, consigliere scientifico dell’Istituto affari internazionali, responsabile del programma Tech-Rel e autore del volume ‘Geopolitica del digitale’ che sarà presentato a novembre, “ma a questa lettura ne va aggiunta una politica e di sicurezza perché i dubbi sulla gestione dei flussi di informazioni non sono stati fugati in modo netto e mantenere la sovranità di queste informazioni offre garanzie di sicurezza, anche in termini di tutela della democrazia”.
5g costi guerra usa huawei sicurezza
FABRICE COFFRINI / AFP
Un'antenna per il 5G
 
Darnis rileva che se negli Stati Uniti sul tema della sicurezza c'è un approccio bipartisan (è recente la proposta di legge al Congresso per un piano di investimenti da un miliardo di dollari per far piazza pulita di tutte le infrastrutture di telecomunicazioni di Huawei nelle aree rurali), anche l’Europa ha cominciato a parlare con una voce sola. Lo ha fatto poco più di un anno fa sul fronte della privacy con il Gdpr e lo sta facendo da tempo sul fronte tecnologico con il varo del sistema satellitare Galileo che rappresenta una valida alternativa al monopolio del Gps statunitense “ed è il primo caso in cui gli Stati Uniti hanno riconosciuto la Commissione europea come la controparte che li ha costretti a sedere al tavolo del negoziato”.
“E’ difficile gestire questa partita sapendo che aziende cinesi hanno investito e creato posti di lavoro in Europa” dice Darnis, “ma io un pensiero radicale lo farei anche perché uno sviluppo tecnologico così accelerato come quello di questi anni ha creato problemi di democrazia. Rinunciando alla tecnologia cinese, l’Ue potrebbe varare importanti piani di investimenti per sviluppare quella già a disposizione di aziende europee come Ericsson e Nokia e stimolare l’attività in ricerca e sviluppo dei singoli Paresi così da creare un ecosistema indipendente e andare verso una forma di spartizione tecnologica in tre sfere: americana, europea e cinese”.
Una ipotesi respinta dagli operatori come un mero esercizio teorico. “In un mondo globale pensare di andare verso realtà autarchiche anche solo in chiave europea è una follia” dice una fonte di un operatore di telefonia mobile che ha chiesto di restare anonima, “una follia che non tiene conto dei monumentali costi che le aziende devono sostenere. Bisogna fornire gli strumenti per affrontare i rischi che vengono non solo dalla Cina, ma da ogni parte. Dovrei fidarmi dell’americana Cisco più che della cinese Huawei o della stessa Ericsson solo perché è europea?”.
Ma sono ovviamente i costi a preoccupare maggiormente gli operatori. Uno studio recente di EY stima che, tra le spese per le licenze e l’installazione delle reti 5G e di quelle in fibra (una parte delle quali è funzionale al potenziamento dei collegamenti terrestri delle reti mobili), gli operatori dovranno dedicare al 5G entro il 2025 risorse per circa 25 miliardi di euro solo in Italia. Si tratta di una cifra molto significativa considerando che nel frattempo non potranno smettere di estendere, modernizzare e mantenere le reti esistenti, fisse e mobili.
A fronte di questo sforzo, si prevedono ritorni molto significativi per il sistema-Paese, pari a circa lo 0,3% del PIL all’anno in media per 15 anni a partire dal 2020.
Ciò significa un impatto positivo tra 5 e 6 miliari di euro l’anno, tenendo conto sia dei maggiori investimenti generati dalle piattaforme, sia dei risparmi conseguenti all’utilizzo. L’impatto positivo previsto è di circa 80 miliardi di incremento del PIL nell’arco di 15 anni. Questo scenario va però letto alla luce dei possibili effetti della restrizione ai fornitori di tecnologie 5G cinesi che, secondo gli operatori, si tradurrebbe in un ritardo compreso tra un anno e un anno e mezzo e una spesa di 4-5 miliardi.
Secondo i produttori cinesi il motivo per cui Trump ha scatenato questa guerra è l’aver realizzato che se l’Europa andrà avanti si troverà, insieme con l’Asia, in una situazione di vantaggio competitivo rispetto agli Usa. “Quello che è successo” dice una fonte anonima “è che gli americani si sono guardati intorno e hanno scoperto che non ci sono aziende americane che lavorano sul 5G e per questo hanno cominciato a premere sugli alleati, agitando lo spettro della sicurezza”.
“Le società cinesi”, fa sapere Zte, “si sono già dimostrate affidabili, hanno portato enormi investimenti e creato occupazione. Bloccarle sarebbe uno choc per il mercato del lavoro e per l’economia italiana. Non sarebbe una decisione saggia affrontare il costo complessivo dello stop alla seconda economia più importante del pianeta”.
Un monito nel quale gli operatori riconoscono le conseguenze innanzitutto economiche di passare a una sorta di ‘monopolio europeo’. “Già ora, per ovvie ragioni, la tecnologia di fornitori europei costa tre volte più di quella cinese” dice un operatore, “se fossero gli unici ammessi sul mercato, potrebbero arrivare a farsi pagare dieci volte tanto”.
I produttori cinesi sostengono che la loro tecnologia è di 12-18 mesi più avanti di quella europea e che i prezzi accessibili sono una conseguenza di una concorrenza equa, ma secondo Dernis i dubbi sulla sicurezza non sono del tutto fugati. “Se si vanno a vedere le posizioni britanniche e francesi su questo dossier” dice, “c’è una cautela molto forte perché non si possono affatto escludere ingerenze nelle capacità di controllo dei dati e dei flussi di informazioni che possono avere rilevanza commerciale o di sicurezza, anche nazionale”.
Un punto su cui gli operatori non concordano: quello della sicurezza è solo uno schermo dietro cui nascondere una guerra commerciale, sostengono. “Perché il 5G e non il 4G?” chiede retoricamente una fonte, “se vuoi bloccare una città o una istituzione finanziaria lo puoi fare già ora. Se la Cina volesse sferrare un attacco cibernetico devastante contro gli Stati non avrebbe bisogno di aspettare il 5G. Già ora gli operatori gestiscono e respingono ogni mese migliaia di attacchi alle reti”.
Ma da un punto di vista meramente tecnico, sarebbe possibile chiudere la porta al 5G cinese e quanto costerebbe? Su questo operatori e produttori sono unanimi: non è una strada percorribile. Di fatto le antenne 5G userebbero le infrastrutture già esistenti di 4G e 3G e installare, ad esempio, una antenna 5G di Ericsson su un sito 4G di Huawei non è possibile. Bisognerebbe smantellare tutto e sostituirlo con tecnologia di un unico produttore con costi che, secondo Zte, sarebbero troppo grandi da sostenere per un Paese come l’Italia, dove la rete di quarta generazione non è ancora completa e dove gli operatori hanno già sostenuto spese importanti per le gare di assegnazione. Basti pensare che in Italia esistono tra le 15 e le 20 mila stazioni Huawei e che sostituirle tutte comporterebbe una spesa enorme e circa tre anni di tempo.
Un dato contestato in uno studio commissionato da Ericsson a Strand Consult, secondo cui gli operatori devono comunque aggiornare le proprie reti se desiderano il 5G, indipendentemente dal fatto che utilizzino Huawei, Zte o un produttore occidentale. Vale a dire che c'è un costo sommerso per gli aggiornamenti di rete che deve essere sottratto dal costo totale dell'uso di Huawei. La maggior parte delle reti europee ha già 3-5 anni e deve essere sostituita, stiamo parlando del 70–80 per cento dell'attrezzatura esistente, indipendentemente dalla decisione politica o dalla scelta del fornitore.
Negli ultimi 3 anni gli operatori di telefonia mobile hanno acquistato apparecchiature per reti di accesso radio (RAN) per 8,75 miliardi  di dollari (circa 2,9 miliardi all'anno). Il 40% di questa apparecchiatura è stata acquistata da Huawei e Zte. Una stima prudente suggerisce che la sostituzione delle apparecchiature Huawei e ZTE acquistate dal 2016 (che probabilmente possono essere aggiornate al 5G) costerà 3,5 miliardi di dollari, un importo paragonabile a quello di 14 mesi di acquisti totali di infrastrutture radio in Europa, un numero esiguo, secondo il rapporto Strand, sia per l'Europa che per il mondo.

Essere vegano oggi non è una scelta etica ma dovuta a insufficiente informazioni sulle reali ripercussioni



Perché non c’è nulla di etico nella vita di un vegano

DI Matteo Lenardon    18 Settembre 2017 



Siamo quasi nel 2020. Secondo tutti i film prodotti quando l’umanità pensava di poter curare gli omosessuali con gli schiaffi viviamo in un futuro da fantascienza. Certo, non abbiamo macchine volanti, non viviamo in un’era post-razziale o nelle colonie su Marte, però abbiamo l’etica. E una bussola morale formata dalle gif di Beyoncé che ci spiegano come navigarla. Etica, infatti, è la parola del futuro. E quindi del nostro presente. Il lavoro è etico. La musica è etica. Lo sono le tasse. Anche le banche, ormai, sono etiche. “Etica” è diventata la parola con cui definire noi stessi e chi ci circonda. Dividiamo le persone in buone o cattive a seconda di quanto rispecchiano la nostra idea di “etica”. Ma cosa si intende esattamente con “etica”? Tutti i più grandi pensatori della storia hanno scritto e dibattuto sul suo significato. Da Aristotele a Socrate, fino a Confucio. Da Tommaso D’Aquino a Kant, fino a Giulia Innocenzi. Nessuno, prima di lei, aveva però mai trovato una definizione precisa e sintetica di “etica”.

Etica, sostiene la collaboratrice di Santoro nel suo libro “Tritacarne”, significa non uccidere gli animali. Sarebbe intellettualmente disonesto, però, attribuire quest’idea esclusivamente alla giornalista de Il Fatto Quotidiano; una riflessione così complessa richiede un’estensione computazionale non ascrivibile singolarmente a Giulia Innocenzi. Per arrivare a questa epifania intellettuale sono stati necessari milioni di vegani nel mondo. I vegani sono infatti ossessionati dalla parola “etica”. È quella a cui ricorrono quando viene chiesto loro che cosa li abbia spinti a cambiare dieta. È come definiscono loro stessi. Persone con etica. Hanno pure creato il “Parma Etica Festival”, una rassegna in cui si celebrano culture, tradizioni e usanze alimentari allogene con il nobile scopo d’aiutare le persone a dimenticare di vivere a Parma. Tre giorni di talk, workshop e seminari sull’etica vegan e vegetariana. E sulla “psicogenealogia transgenerazionale”, una branca della psicologia che unisce le esperienze traumatiche dei tuoi avi del Rinascimento con le difficoltà di ricezione di Lifegate. Ospite speciale del festival? Giulia Innocenzi. Altro esempio di questa ossessione si può trovare nel ricettario-bibbia della comunità vegana italiana dal titolo “La cucina etica”. Scopo dei suoi tre autori è quello di proporre ricette “etiche, salutiste, ecologiche, spirituali, legate allo sviluppo sostenibile”. Uno dei primi capitoli è dedicato alla quinoa. La quinoa è considerata uno degli alimenti più nutrienti in natura ed è utilizzata di frequente nelle diete vegane per l’alta concentrazione di proteine che contiene; viene coltivata nei due Paesi più poveri del Sud America – Perù e Bolivia – e da quando è stata scoperta nelle “diete etiche” ha completamente stravolto l’esistenza degli abitanti di entrambi i Paesi. Dal 2006 al 2011 il prezzo della quinoa è triplicato, fino a raggiungere i 3mila euro la tonnellata, ma alcune varietà più pregiate – rossa real e nera – possono superare i 4mila e gli 8mila euro.

Cibo vegano etico the vision

Cibo vegano etico the vision Per questo motivo in Bolivia, un Paese in cui il 45% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno, gli agricoltori hanno cambiato la loro dieta, immutata per oltre 5mila anni. La quinoa, ormai troppo preziosa per essere consumata localmente, viene quasi interamente venduta o scambiata per Coca-Cola, dolciumi industriali e altri prodotti della dieta occidentale. La situazione è così grave da aver creato un inedito banditismo locale, che lotta a colpi di rapimenti e di candelotti di dinamite per la conquista di terreni coltivabili a quinoa. La diversità biologica delle coltivazioni è stata inoltre quasi completamente distrutta per essere convertita in una monocoltura di questa pianta. Per gli agricoltori non avrebbe senso fare diversamente. In Perù, dove il 22% della popolazione vive in povertà, la situazione non è migliore. Un chilo di quinoa costa dieci soles, circa 2,70 euro: più del pollo e quattro volte il riso. Secondo le statistiche governative il consumo è crollato a livello nazionale per questo motivo. Una notizia preoccupante, visto che proprio per le eccezionali proprietà nutritive la quinoa risultava fondamentale per sostenere la popolazione nelle zone più povere del Paese, colpite da un livello di malnutrizione infantile fra i più alti in Sud America. Secondo l’UNICEF il 19.5% dei bambini peruviani soffre oggi di malnutrizione cronica. Il paradosso è evidente: mentre nei Paesi d’origine è diventato più conveniente mangiare l’hamburger di una multinazionale, i ricchi europei e americani possono consumare l’etico, salutista e sostenibile burger vegano di quinoa.


Magari con una maionese di anacardi, altro alimento necessario per mantenersi etici e che nei piatti vegani risulta fondamentale per simulare ricette realizzabili tradizionalmente solo attraverso il latte animale, come la besciamella, i “formaggi” da spalmare, il ripieno della cheesecake, i gelati e le mousse. Ma da dove arrivano gli anacardi che finiscono nei dolci cruelty free? Per il 40% dal Vietnam, Paese che ha deciso di adottare per la loro raccolta una filiera produttiva che ricorda le dittature più tiranniche della storia, tipo la Corea del Nord di Kim Jong Un, la Romania di Ceaușescu o la Apple di Steve Jobs. Secondo un dettagliato reportage di Human Rights Watch, gli anacardi vietnamiti provengono infatti quasi totalmente dal lavoro forzato nei centri di recupero per tossicodipendenti condannati. Moltissimi detenuti arrivano in questi centri senza essere stati difesi da un avvocato e senza un regolare processo e sono costretti a lavorare otto ore al giorno, sei giorni alla settimana, a un ritmo di estrazione di un anacardo ogni sei secondi. Chi non rispetta questi standard subisce svariate punizioni corporali: viene picchiato con bastoni chiodati, rinchiuso in celle d’isolamento, costretto al digiuno e privato dell’acqua. In molti casi torturato con l’elettroshock. Per questo motivo Human Rights Watch li ha definiti “anacardi insanguinati”, come i diamanti africani.


La filiera però non termina in Vietnam: il 60% degli anacardi viene processato nel Sud dell’India, nelle zone più povere del Paese. Il guscio, spesso e resistente, viene spaccato a mano da donne che lavorano sedute nella stessa posizione per dieci ore al giorno. Ma non è la fatica il vero problema. Gli anacardi sono protetti da due gusci interni che rilasciano un olio caustico formato da acidi anacardici, cardolo e metilcardolo: queste sostanze bruciano in modo profondo e permanente la pelle delle lavoratrici che non possono permettersi dei guanti di protezione. Per la loro mansione vengono infatti pagate appena 2,20 euro al giorno. In India gli anacardi sono considerati un lusso da consumare solo durante le feste più importanti. Così, alla fine dei turni, le operaie vengono anche perquisite, come le donne in reggiseno e slip che tagliavano la cocaina per Pablo Escobar. Ma è facile dimenticare tutto questo quando ogni nervo nella tua lingua vibra dopo aver assaporato questa cheesecake vegana crudista con fragole, mandorle e anacardi. Riesce a farti pensare nello stesso momento “non riesco a credere che la dolce cremosità non sia data da Philadelphia” e “fanculo le donne nel terzo mondo”. È utile parlare anche della base di questo dolce, capace di innalzare lo spirito di chiunque da “crudo” a “etico”: è fatta di mandorle, l’ennesimo alimento esploso in popolarità – con un prezzo triplicato in 5 anni –, grazie al suo apporto naturale di calcio, essenziale nella dieta vegana. Da questi frutti si ricava un latte utilizzato per realizzare mozzarella, ricotta e molti altri tipi di formaggi e creme. La richiesta è aumentata a tal punto da costringerci a importarle quasi totalmente dall’estero, nonostante le nostre millenarie tradizioni legate al loro consumo. Principalmente dalla California, responsabile dell’82% della produzione mondiale. Un quasi-monopolio in crescita costante, che ha messo lo stato americano in ginocchio per il prosciugamento delle riserve idriche. Per produrre una singola mandorla sono necessari infatti oltre 4 litri d’acqua – e la California ne produce ogni anno più di 950mila tonnellate. Le ripercussioni della siccità sulla fauna sono devastanti: sono morti oltre 4mila cervi in un anno; alci, linci, volpi, coyote e orsi sono talmente assetati da spingersi con sempre maggiore frequenza nelle zone abitate dall’uomo. Diverse tribù di Nativi Americani stanno cercando di salvare il salmone Chinook, un pesce fondamentale per la loro storia e cultura: peccato che l’acqua che potrebbe evitarne l’estinzione venga deviata per centinaia di km per essere usata nei frutteti di mandorle.


Ma a contribuire all’aridità dei terreni non sono solo le mandorle. L’altro grande responsabile è forse l’alimento più rappresentativo della moderna narrativa del cibo, passato da nutrimento a status symbol politico per food stylist: l’avocado. Per produrre mezzo kg di avocado vengono mediamente impiegati 270 litri d’acqua. Il risultato sono i quattro anni consecutivi in cui la California registra la peggior siccità della storia. Brindiamo con questo avocado alle mandorle offerto da “La cucina etica”!

Certo, c’è chi se la passa peggio. Il vicino Messico in meno di 10 anni ha decuplicato gli export di avocado – conosciuto ormai da quelle parti come “oro verde”– diventandone il primo produttore al mondo. L’offerta, però, non riesce a soddisfare la domanda. I prezzi in continua salita stanno portando a una deforestazione che tocca i 700 ettari all’anno; in dieci anni, per lasciare spazio ai frutteti di avocado, è svanita un’area di foresta grande quattro volte la Lombardia. Come per la California, questa perdita sta trasformando radicalmente la vita di flora e fauna. Milioni di farfalle monarca scelgono per la riproduzione e lo svernamento proprio le aree in deforestazione del Michoacan, la capitale mondiale dell’avocado: senza vegetazione il loro destino è l’estinzione. L’enorme quantità di pesticidi e fertilizzanti necessari per la coltivazione degli avocado stanno inoltre avvelenando le riserve acquifere da cui si abbeverano animali e popolazione locale. Il controllo di questo enorme business è in mano al cartello dei “Cavalieri Templari”, l’organizzazione criminale responsabile della distribuzione di crystal meth negli Stati Uniti, che ha scoperto un inedito pollice verde da quando i ricavi della vendita di avocado sono passati dai 90milioni di dollari del 2000 agli 1.3 miliardi del 2012.

Le tattiche sono le stesse usate da tutti i mafiosi del mondo. Chi non paga il pizzo si trova i frutteti bruciati. Chi prosegue nel non assecondare i taglieggiatori va incontro alla morte o a quella dei propri cari. Molteplici i casi di stupro. Un giornalista di Vocativ racconta la storia del rapimento di due figli di un agricoltore. Per il riscatto da 1.5 milioni di dollari ha venduto tutto ciò che possedeva. I figli non li ha mai più rivisti.

Per questo motivo si parla di “avocado insanguinati”. Come i diamanti. Come gli anacardi. Ma persino gli avocado non sono nulla in confronto al più grande distruttore di foreste del mondo: la soia. Per questo legume ogni anno viene raso al suolo il 3% della foresta pluviale Argentina, situata nella provincia di Cordoba. Otto milioni di ettari – un’area grande quanto il Portogallo. In Brasile, dal 1978 a oggi, sono sparite invece Italia e Germania.

foresta3

Ma a chi importa, no? Del resto la foresta pluviale serve solo a produrre il 28% dell’ossigeno che respiriamo e a stabilizzare il surriscaldamento globale attraverso l’assorbimento di anidride carbonica. Certo, uccidere miliardi di persone facendo innalzare il livello degli oceani a causa dello scioglimento dei ghiacciai è un equo sacrificio rispetto alla vita di una quaglia del Molise, peccato che la foresta contenga anche il 40% delle specie animali viventi.

Questo però non intacca lo status della soia come alimento principe della dieta vegana – il sito de “La cucina etica” contiene 952 ricette basate su questo ingrediente. Secondo una ricerca dell’università di Oxford, il 73% dei vegani consumerebbe ogni giorno almeno 11 grammi di proteine provenienti dalla soia, ricca inoltre di fibre e minerali che altrimenti verrebbero a mancare nell’organismo di una persona che non mangia carne. Ora so cosa staranno pensando i vegani. “La maggior parte della soia viene coltivata come mangime animale, non per l’uomo!”. È vero, il 70% della produzione mondiale di questo legume è destinata agli allevamenti di bestiame, ma la nota lobby dell’industria della carne, conosciuta anche come WWF, ha commissionato nel 2009 una ricerca alla Cranfield University che riflette proprio su questo dettaglio. Lo scopo dello studio è immaginare scenari che potrebbero ridurre del 70% l’emissione di gas serra. I ricercatori giungono a questa conclusione: “sostituire latte e carne con analoghi alimenti raffinati come il tofu potrebbe aumentare la quantità di terreno arato necessario per soddisfare il fabbisogno alimentare”.

Infine, se la propaganda “etica” funzionasse veramente e smettessimo tutti di consumare prodotti animali, la deforestazione e il surriscaldamento terreste aumenterebbero. Questo perché una vasta quantità di alimenti consumati dai vegani richiede una lunga filiera di lavorazione, dalla coltivazione a migliaia di km ai numerosi processi necessari per trasformare la soia nell’unico alimento più insapore del pollo: il tofu. Provate a cercare un ristorante vegano interamente a km.0 nella vostra città. Non esiste. Il massimo che potete trovare è un ristorante possibilmente a km.0. La verità, come ipotizza la ricerca del WWF, è che una cucina vegana equilibrata non è sostenibile per l’ambiente. Certo, esiste chi si ciba solo di frutti autoctoni, ma i rischi cui si va incontro sono una carenza di calcio, una pericolosa mancanza di acidi grassi essenziali e una predisposizione ad ascoltare Enya. Perché, quindi, la giunta Appendino, dopo essersi insediata, ha parlato di “promozione della dieta vegana sul territorio comunale come atto fondamentale per salvaguardare l’ambiente, la salute e gli animali”? Perché l’unica critica rivolta ai vegani è quella di essere vegani. Basti pensare che negli ultimi anni hanno avuto come principale antagonista intellettuale Giuseppe Cruciani, il conduttore di uno Zoo di 105 per uomini che scrivono “Liceo Classico” nella bio di Tinder. Ma non c’è nulla di sbagliato nell’essere vegani, è una scelta personale, come tante altre. Il problema nasce quando si passa da una scelta di vita a una presunta scelta etica, motivata dal voler salvare l’ambiente o gli animali. Questo significa mettersi in una posizione di superiorità morale che semplicemente non trova corrispondenza nei fatti. È solo un voler apparire ecologisti. Il movimento vegano usa la parola “specista” per apostrofare chi secondo gli adepti non mette vita animale e umana sul medesimo piano di importanza. Quale parola dovremmo usare per identificare chi sceglie di dare priorità alla propria coscienza piuttosto che alla vita, alla salute e alla serenità di altri esseri umani? Soprattutto quando parliamo di persone che vivono nei Paesi in via di sviluppo, mentre la coscienza risiede in un corpo con un taglio asimmetrico che vive tra Berlino, Milano o Londra. Nessuno lo può sapere. L’unica cosa che possiamo fare, la prossima volta che ci troveremo a mangiare in una hamburgheria artigianale con un amico vegano, è aiutare chi ci sta di fronte a scegliere. Fra il burger di quinoa con guacamole e mayo di mandorle e l’unica scelta etica possibile: il digiuno.