Benvenuti nel Blog di Claudio Martinotti Doria, blogger dal 1996


"Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam", motto dell'Ordine dei Cavalieri Templari, Pauperes commilitones Christi templique Salomonis

"Ciò che insegui ti sfugge, ciò cui sfuggi ti insegue" (aneddotica orientale, paragonabile alla nostra "chi ha pane non ha denti e chi ha denti non ha pane")

"Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell'Occidente è che perdono la salute per fare soldi. E poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere nè il presente nè il futuro. Sono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto."
(Dalai Lama)

"A l'è mei mangè pan e siuli, putòst che vendsi a quaicadun" (Primo Doria, detto "il Principe")

"Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci." Mahatma Gandhi

L'Italia non è una nazione ma un continente in miniatura con una straordinaria biodiversità e pluralità antropologica (Claudio Martinotti Doria)

Il proprio punto di vista, spesso è una visuale parziale e sfocata di un pertugio che da su un vicolo dove girano una fiction ... Molti credono sia la realtà ed i più motivati si mettono pure ad insegnare qualche tecnica per meglio osservare dal pertugio (Claudio Martinotti Doria)

Lo scopo primario della vita è semplicemente di sperimentare l'amore in tutte le sue molteplici modalità di manifestazione e di evolverci spiritualmente come individui e collettivamente (È “l'Amor che move il sole e le altre stelle”, scriveva Dante Alighieri, "un'unica Forza unisce infiniti mondi e li rende vivi", scriveva Giordano Bruno. )

La leadership politica occidentale è talmente poco dotata intellettualmente, culturalmente e spiritualmente, priva di qualsiasi perspicacia e lungimiranza, che finirà per portarci alla rovina, ponendo fine alla nostra civiltà. Claudio Martinotti Doria

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Patriă Montisferrati

Patriă Montisferrati
Cliccando sullo stemma del Monferrato potrete seguire su Casale News la rubrica di Storia Locale "Patriă Montisferrati", curata da Claudio Martinotti Doria in collaborazione con Manfredi Lanza, discendente aleramico del marchesi del Vasto - Busca - Lancia, principi di Trabia

Come valorizzare il Monferrato Storico

La Storia, così come il territorio e le sue genti che l’hanno vissuta e ne sono spesso ignoti ed anonimi protagonisti, meritano il massimo rispetto, occorre pertanto accostarsi ad essa con umiltà e desiderio di apprendere e servire. In questo caso si tratta di servire il Monferrato, come priorità rispetto a qualsiasi altra istanza (personale o di campanile), riconoscendo il valore di chi ci ha preceduti e di coloro che hanno contribuito a valorizzarlo, coinvolgendo senza preclusioni tutte le comunità insediate sul territorio del Monferrato Storico, affinché ognuna faccia la sua parte con una visione d’insieme ed un’unica coesa identità storico-culturale condivisa. Se ci si limita a piccole porzioni del Monferrato, per quanto significative, si è perdenti e dispersivi in partenza.

Sarà un percorso lungo e lento ma è l’unico percorribile se si vuole agire veramente per favorire il Monferrato Storico e proporlo con successo come un’unica entità territoriale turistico culturale ed economica …

La Svizzera rimane il solo paese cui fare riferimento per attuare una democrazia credibile

La Svizzera verso il referendum per una rivoluzione monetaria

L’economia della Svizzera marcia a pieno regime e di recente ha registrato un nuovo, importante successo: X28 AG, una società di Thalwil, nei pressi di Zurigo, specializzata nell’analisi del mercato del lavoro elvetico, ha infatti pubblicato un report in cui è stato rilevato un tasso di disoccupazione letteralmente ai minimi storici, pari al 2,7% della popolazione lavorativa attiva.
La Svizzera, di fatto, è entrata nel cosiddetto regime di “piena occupazione“, avendo a disposizione un livello di impieghi disponibili nel mercato privato e nel settore pubblico (178mila) largamente eccedente il numero ufficiale di disoccupati (137mila), con la popolazione di senza lavoro più ristretta dal 2012 ad oggi largamente alimentata solo dalle residue asimmetrie tra le professionalità cercate dalle imprese e le caratteristiche dei non occupati.
“Va tutto bene, in primo luogo, per l’industria svizzera d’esportazione, non più penalizzata dal franco forte”, ha scritto Franco Zantonelli su Repubblica. La valuta elvetica, infatti, si è progressivamente indebolita, prima nei confronti dell’euro e, poi, pure nei confronti del dollaro. Che la situazione sia rosea, per l’economia svizzera , lo dimostrano le previsioni di una crescita vigorosa del PIL che, quest’anno, dovrebbe toccare il 2,8%”. Tali risultati sono stati annunciati dal Ministro dell’Economia Johann Schneider-Ammann, che ha rivendicato il lavoro svolto in un’intervista alla Neue Zürcher Zeitung in cui ha annunciato la sua intenzione di non partecipare alle prossime elezioni legislative, previste per l’autunno del 2019, nelle fila del suo Partito Liberalradicale (Fdp).

Il mercato professionale di base traina la piena occupazione in Svizzera

Stando a quanto riporta l’analisi, l’impennata occupazionale in Svizzera sarebbe stata guidata dalla crescente domanda del settore industriale per figure professionali quali elettricisti,idraulici, carpentieri e operai specializzati. Questi sono formati in un sistema scolastico superiore di matrice duale, che limita agli istituti professionali in cui la complementarietà tra lavoro didattico e esperienza formativa è fondamentale l’alternanza dello studente tra scuola e azienda e crea una sorta di “camera di compensazione” tra istruzione e mondo del lavoro.

La Svizzera verso il referendum sulla sovranità monetaria

Non sono solo le questioni inerenti l’occupazione a tenere banco nel dibattito politico-economico elvetico: il 10 giugno prossimo, infatti, la Svizzera sarà la prima nazione al mondo a votare in un referendum sulla concessione esclusiva alla Banca centrale del Paese della facoltà di creare moneta elettronica o scritturale.
Secondo l’articolo 99 della Costituzione del 1848, in Svizzera solo la Banca centrale può coniare monete e stampare banconote. Tuttavia, la stragrande maggioranza del circolante (90%) è in realtà emesso sotto forma di depositi virtuali dalle grandi banche commerciali della Confederazione, che secondo i promotori del referendum, la cui principale associazione della Svizzera italiana è l’Iniziativa Moneta Intera, si garantirebbero in questo modo un “sussidio” occulto.
L’obiettivo dei promotori è, di fatto, il superamento del paradigma della “riserva frazionaria” e l’inserimento nello statuto della Banca Nazionale Svizzera (Bns) del mandato legale esclusivo per la creazione di moneta scritturale, che in questo modo sarebbe al 100% garantita dallo Stato, evitando i problemi strutturali legati alla tenuta degli istituti e alla sostenibilità dei debiti bancari manifestatisi dal 2008 in avanti.
Il Presidente della Bns Thomas Jordan si è dichiarato contrario alla tesi dei promotori del referendum, temendo per l’inizio di una fase di incertezza nell’economia svizzera. In ogni caso, è interessante segnalare come l’appuntamento segni una svolta fondamentale: con il voto del 10 giugno per la prima volta il tema della sovranità monetaria dell’autorità pubblica uscirà dal dibattito mediatico e accademico per ricevere la certificazione di un voto popolare.
In una Svizzera sempre più sicura sotto il profilo occupazionale, il tema monetario è ancora materia molto sentita: superata la crisi nell’economia reale, i promotori del referendum ritengono che un suo successo sarebbe l’inizio di una nuova fase in cui lo Stato provvederebbe ad evitare nuove, devastanti crisi nel settore finanziario.

Il borgo montano piemontese di Locana offre contributi alle famiglie che siano disposte a risiedervi.



Quanto sotto riportato è una dimostrazione di come gli enti locali, se fossero dotati di maggiori risorse e soprattutto autonomia, potrebbero amministrare con più saggezza e lungimiranza rispetto ai politicanti nazionali che finora, al di là del chiacchiericcio e cazzeggio pre-elettorale, non sono mai seriamente intervenuti con adeguate misure di sostegno alle famiglie e alle piccole medie imprese (soprattutto con agevolazioni fiscali), che sono la spina dorsale del nostro paese. Un paese, l'Italia, che se solo riuscisse al liberarsi dal parassitismo politico clientelare che lo avviluppa in una morsa letale, recuperando un minimo di sovranità e autonomia decisionale, potrebbe tornare a prosperare come in passato e costituirebbe un modello di riferimento per tutta l'umanità.
Claudio Martinotti Doria

Fonte: https://www.greenme.it/
 
Il paese rischia di diventare fantasma a causa dello spopolamento, così il Comune rilancia: 3mila euro all’anno, per un massimo di tre, a chi decide di trasferirsi a Locana, in Valle Orco (Piemonte).
Il paese montano è a rischio spopolamento e l’amministrazione comunale guidata da Giovanni Bruno Mattiet ha deciso di emanare un provvedimento per cercare di evitare che il borgo diventi completamente disabitato.Verrà dato un contributo annuale di tremila euro a famiglia, per un massimo di tre anni, per chi è disposto a spostarsi dunque a Locana, piccolo centro del Canavese, nel territorio del Parco Nazionale del Gran Paradiso. 
Ma quali sono i requisiti per ottenere un bonus? La condizione essenziale è che all’interno del nucleo famigliare ci sia almeno un bambino in età scolare proprio perché a rischio c’è anche la chiusura della scuola comunale. 
"L'istituzione di un contributo economico per i nuclei familiari con figli minori che trasferiscono la residenza in Locana mira ad agevolare il rientro dei molti locanesi che hanno abbandonato la montagna e a favorire l'arrivo di nuovi nuclei familiari", spiega in una nota l'amministrazione comunale.
Si legge nel bando di 'Tutti a scuola a Locana':
Sono ammessi al beneficio, secondo l’ordine di presentazione delle domande e nei limiti delle disponibilità finanziarie annualmente stanziate in bilancio pari ad euro 30.000,00 per ogni annualità del triennio 2018-2020, i nuclei familiari che alla data di presentazione della domanda risultino in possesso di tutti e tre i seguenti requisiti: 
  • nuclei familiari con almeno un figlio/a minore non ancora iscritti o trasferiti presso le scuole d’infanzia, primaria, secondaria di primo grado con sede in Locana;
  • nuclei familiari titolari di certificazione ISEE in corso di validità al momento della presentazione della domanda, relativa ai redditi dichiarati dal nucleo familiare nell’anno 2017 pari o superiore ad euro 7.000 per le famiglie con un figlio a carico, pari o superiore a 6.000 per le famiglie con due o più figli a carico;
  •  nuclei familiari i cui componenti siano residenti in Italia da almeno cinque anni.
In appena un anno Locana è passata da 1708 abitanti a 1450, a questo sia aggiunge il calo delle nascite.“
Questo determina una riduzione della popolazione scolastica: così corriamo il rischio di perdere il patrimonio socioculturale costituito dalla presenza delle scuole, con conseguente ulteriore spopolamento”, spiega l’amministrazione.



Evoluzione demografica di Locana

Locana conta oggi meno di 1700 abitanti (locanesi), ma alla fine del XIX secolo superava abbondantemente le 6000 unità.
Abitanti censiti[4]




Territorio

Risalendo la Valle Orco per la ex S.S.460, a 62 Km da Torino, si incontra Locana, situata al centro di una bella conca verdeggiante racchiusa tra abbondanti pascoli, boschi centenari e le quasi cento frazioni che si estendono sui due versanti dei pendii. È uno dei comuni più estesi d'Italia, infatti, con i suoi 13.274 ettari risulta avere il territorio più vasto tra i comuni della Comunità Montana Valli Orco e Soana. Si estende su due versanti montani, di cui uno confina a Nord con la Valle d'Aosta e con Ronco, l'altro confinante a Sud con la Val Grande di Lanzo, a Ovest con Noasca, ad Est con Ribordone ed infine a Sud-Est con Sparone. Si sviluppa su altitudini che variano dai 539 metri a fondovalle sino ai 3692 metri della Torre del Gran San Pietro. La fascia settentrionale del territorio a monte dell'Orco, tra le località di Perebecche e Prà, comprendenti i valloni di Valsoera e di Piantonetto, fa parte del Parco Nazionale del Gran Paradiso, quindi zona protetta da leggi naturalistiche.

Il 19 maggio è il primo anniversario della morte di Stanislav Petrov, un eroe sconosciuto e penalizzato in vita che almeno da morto andrebbe apprezzato.


 
di Claudio Martinotti Doria

Stanislaw-jewgrafowitsch-petrow-2016.jpg  
Stanislav Evgrafovič Petrov fotografato nella sua modesta abitazione pochi mesi prima della sua morte
Tra le numerose ricorrenze che i mass media non mancano di segnalarci, spesso frivole e insignificanti, temo che nessuno rammenterà che domani 19 maggio ricade il primo anniversario della morte di Stanislav Petrov, che nel mondo occidentale è un perfetto sconosciuto, e fino a qualche tempo fa lo era anche nel suo paese d’origine, la Russia.
Il comportamento di questo personaggio è divenuto un aneddoto che viene spesso citato da coloro che si occupano di rischi nucleari: un episodio realmente avvenuto ai tempi della guerra fredda, di cui fu protagonista il tenente colonnello dell'esercito dell'URSS Stanislav Evgrafovič Petrov (eroe suo malgrado, rimasto sconosciuto per lunghissimo tempo, deceduto nel 2017), il quale la notte del 26 settembre 1983, ha in pratica salvato il mondo dall'apocalisse nucleare.
Quel giorno il tenente colonnello era in servizio in un bunker poco fuori Mosca con il compito di monitorare i siti missilistici USA tramite il sistema satellitare di sorveglianza russo OKO (che in russo antico significa “occhio”) e riferire immediatamente ai suoi superiori di eventuali attacchi nucleari degli USA. Durante la notte scattò l'allarme per ben cinque volte consecutive, pochi minuti uno dall'altro, perché il sistema di allerta aveva rilevato ogni volta il lancio di un singolo missile balistico intercontinentale con presunta traiettoria sul territorio sovietico. Un missile balistico ha una traiettoria suborbitale o parzialmente orbitale prestabilita che non può variare, potendo colpire un singolo bersaglio, ed erano quelli comunemente in dotazione all'epoca dell'incidente narrato, mentre un missile da crociera di quelli moderni, dotato di sistema di guida GPS può variare la traiettoria come fosse un aeroplano e colpire un bersaglio con una precisione prossima al metro.
Il tenente colonnello Petrov, conoscendo bene il sistema russo OKO, quanto fosse poco affidabile, ritenne altamente improbabile un attacco americano con così pochi missili e prese la coraggiosa decisione di non avvisare i suoi superiori (come prevedeva il regolamento), finché non si fosse dimostrato trattarsi di un falso allarme, cioè di un problema tecnico (fu una scelta coraggiosa che andava ben al di là delle sue prerogative e competenze gerarchiche e se ne assunse la piena responsabilità). Infatti venne successivamente accertato che si trattò di un errore dovuto alle poco affidabili apparecchiature tecnologiche sovietiche installate sui satelliti, dotati di primitivi sensori all'infrarosso, che avevano scambiato alcuni potenti riflessi di luce solare sulle nubi ad alta quota come un lancio di missili.
Il governo russo, invece di conferirgli l'onorificenza di Eroe dell'Unione Sovietica e promuoverlo al grado di colonnello, gli impose il segreto di stato e i suoi superiori lo cazziarono di brutto stroncandogli la carriera e disponendone il pensionamento anticipato. Se non l'hanno mandato di fronte alla Corte Marziale, probabilmente è stato solo per evitare lo scandalo, il rischio che si diffondesse la notizia del gravissimo errore di valutazione dei loro inaffidabili sistemi di allerta.
E non pensiate che se l'episodio fosse avvenuto in Occidente le cose sarebbero andate diversamente.
Petrov non ebbe praticamente nessun riconoscimento e la sua vicenda finì nell'oblio fino ai primi anni 2000 quando alcune istituzioni culturali estere vennero a conoscenza dell'episodio e gli conferirono dei riconoscimenti di modesta rilevanza, e dopo diversi anni, in prossimità della sua morte, alcune trasmissioni televisive si occuparono di lui, in maniera come al solito superficiale, approssimativa e banale. Morì in miseria e solitudine in un piccolo villaggio nei pressi di Mosca.
Episodio paradossale, estremamente simbolico e significativo dal punto di vista civile, culturale, antropologico, sociologico, ecc., dello stato dell'arte in cui versava e versa tuttora l'umanità, che privilegia ed eleva agli altari della cronaca figure indegne e meschine e mette in ombra personaggi che andrebbero quantomeno rispettati se non apprezzati.

I grillini mantengono la mediocrità nelle scelte dei collaboratori e politici per evitare di perdere il controllo del loro partito

Non aggiungo nulla a quanto scritto da Maurizio Blondet perché corrisponde in toto al mio stesso pensiero. La mediocrità e l'ignoranza dominano la politica e i media italiani da decenni, soprattutto a livello economico, finanziario e monetario, che sono gli strumenti con i quali le élite globaliste dominano le masse, con lo scopo di defraudare e depauperare la popolazione attiva riducendola in un'occulta schiavitù alimentata precipuamente dalla mediaticamente indotta ignoranza economica, finanziaria e monetaria. Il debito pubblico serve come alibi e assillo giustificativo delle vessazioni fiscali e sociali, della perdita di sovranità, della redistribuzione iniqua di ricchezza, delle politiche di austerità, dei tagli al welfare, ecc.. Claudio Martinotti Doria

NO A SAPELLI. OVVERO, LA DE-SELEZIONE ITALIOTA DELLE ELITES.

“E’ la prima volta nella storia – ha detto Paolo Mieli stasera  – che un governo non è supportato da nessun giornale. Vogliono – aggiungo io – un paese povero e incolto, facile da governare. Un villaggio musulmano,  totalmente dipendente dai massoni e dai banchieri”: così Danilo Quinto, l’ex radicale convertito, nel suo blog.
Anche il resto è da citare:
Sono felice di aver votato LEGA e dico che a Matteo Salvini si deve dire solo grazie. E’ l’unico leader politico che in questo momento ha l’Italia. Dice parole chiare, libere, oneste, di verità. Parole nobili, che non si sentivano da anni. Mi sento di dire che Salvini coltiva sempre di più la “nobiltà della politica” ed io sento di essergli grato, da cittadino di questo Paese, per lo sforzo che sta compiendo, perché “nobiltà della politica” significa svolgere un servizio per il bene comune, mettendo da parte gli interessi e  le ambizioni personali. Salvini non cambia e non rinuncia alle proprie idee (sulla Russia, su Putin, sulla Siria, sull’Europa) e questo è già moltissimo in un Paese abituato ai voltagabbana. Non solo. Salvini vuole realizzare le sue idee, per rispetto dei suoi elettori e di tutti i cittadini.
Sono d’accordo con Salvini, con il punto cruciale del suo intervento: la ridefinizione della posizione dell’Italia nei confronti dell’Europa. I punti del programma annunciato non si possono realizzare obbedendo ai diktat europei e rinunciando alla nostra sovranità, come vorrebbero continuare a fare i poteri forti e la gran parte dei mass media – i casi di “Repubblica” e de “Il Giornale” sono esemplari – che in questi giorni stanno attaccando in modo formidabile Salvini e la sua volontà di dare un Governo serio al Paese, temendo i sondaggi che vedono crescere in maniera intollerabile per molti i consensi per la LEGA.

http://daniloquinto.tumblr.com/post/173899968578/onore-a-matteo-salvini-di-danilo-quinto-14
Non c’è molto da aggiungere. Quando nella mattinata di ieri ha cominciato a circolare la voce che il premier scelto da Di Maio e Salvini era  Giulio Sapelli,  m’è sembrato impossibile: troppo perfetta la scelta. Sapelli è un economista cattedratico di fama internazionale, un critico acuto  e competente  dell’Unione Europea, dell’euro come aborto e della Merkel  come hitlerina, ospite fisso al Valdai Forum  (il tink tank putiniano);  desideroso per di più di combattere – perché per un  professore universitario di 61 anni diventare primo ministro di un governo così attaccato non è certo un riposo –  per un  senso del dovere che non si può definire che amor di patria.
Troppo bello. Nei minuti seguenti infatti è arrivato veto,  si capisce non da Di Maio, ma da Grillo e Casaleggio.  Certo, non si può chiedere troppo al 5 Stelle. L’ignoranza vuole la sua parte, così come la mancanza di coraggio e lucidità. Ma ancor più che l’ignoranza, constato qui la fatale pulsione che fa dell’Italia un paese arretrato, avviato a diventare “un villaggio musulmano”. Cerco di spiegarmi.  Ho rivalutato Salvini, quando ho visto che è capace di scegliere e chiamare  a lavorare insieme “persone migliori di sé”  come Bagnai e la Buongiorno,  per un progetto politico che ha chiaro in mente, e richiede i migliori. E’ una eccezione rarissima, nel mondo politico.
Nei miei 76 anni  di vita, l’ho visto accadere ormai troppe volte: appena nasce, per merito di qualche capo-popolo, un movimento nuovo, che apre a speranze di rinascita, a questo movimento si avvicinano, e si offrono per collaborare,  personalità capaci, competenti, dotate di qualità e coltura specifica, tecnica o generale; ma, passato il primo entusiasmo ed abbraccio, esse vengono allontanate dall’apparato partitico.  Ho visto mettersi a servizio di Umberto Bossi , Gianfranco Miglio, il maggior politologo di allora. Rapidamente, Bossi se n’è liberato:  ha sempre preferito i consigli del suo autista,  lui è uno “del popolo lumbard”, quello sì che capiva la “pancia del Nord”. Non sto a ricordare –  anche perché molti erano miei amici – i tanti “migliori”,  hanno visto in Forza Italia una speranza, e  si sono offerti per riempire i posti di responsabilità per cui avevano le qualità, a battersi per quella che credevano fosse la battaglia di Berlusconi, in Parlamento, nei ministeri, alla Rai.  Berlusconi, avete visto  tutti, ha fatto parlamentari e  persino ministre sue escort,  ha selezionato  non un personale politico, ma un corpo di ballo di cosce lunghe e nani leccaculo comici, come si trattasse di mettere insieme una troupe di avanspettacolo. Che infatti era proprio il suo scopo: mettere a carico dei contribuenti le sue pompinare, insediandole in cariche pubbliche stipendiate. E’finito con la nipote di Mubarak.
Nel Movimento 5 Stelle è successo lo stesso. Hanno prima assunto  Claudio Messora, il miglior video-blogger disponibile, intelligente militante, a capo della loro comunicazione – per poi buttarlo via rapidamente, ed è finita a querele; e sarebbe un ottimo presidente dellas RAI nel nuovo governo. Allontanato Paolo Becchi. Anatemizzato e maledetto Pizzarotti, il sindaco di Parma,  perché è più bravo di loro, infatti i cittadini l’hanno rieletto –  infischiandosene del  M5S.
Ovviamente si capisce perché i capipopolo procedono a queste epurazioni, si liberano di persone ottime, migliori di sé, disposte ad operare con loro per il progetto politico: perché temono di  perdere  il controllo  sul loro potere.  Temono le persone più intelligenti, più competenti, più creative, perché sono libere, fuori dal conformismo di partito – non capiscono che è proprio questa la loro utilità (se non  fossero libere non avrebbero creatività e fantasia); e i politici hanno una paura barbina di ciò che può sorprenderli, che non controllano.
E questo, attenzione, succede  negli apparati ministeriali, dove il dirigente sceglie e fa avanzare  le mezze tacche, perché non gli fanno ombra, e soprattutto non fanno risaltare  la sua propria incompetenza e inadempienza.  Nelle Università – dove i baroni  si accordano fra loro per far vincere i concorsi ai loro più mediocri leccaculo, temendo l’indipendenza e la concorrenza dei portaborse veramente migliori, quelli che farebbero avanzare la scienza. Naturalmente è per questo che, generazione dopo generazione di mediocri, non  solo la scienza non avanza, ma gli studenti abbandonano a frotte le università italiane, comprendendo benissimo che esse non insegnano quasi nulla di utile.
https://www.huffingtonpost.it/2018/01/22/gli-universitari-italiani-sono-i-piu-insoddisfatti-al-mondo_a_23339782/

E’ la selezione delle elites al contrario, quella italiana.  Chi ha un minimo di potere, dovunque, emargina le elites (i migliori di sé) e promuove la mediocrità.  Il risultato, impressionante,  l’abbiamo visto negli immani talk-show  con cui i giornalisti  (de-selezionati nel modo sopra descritto) si sono  lanciati come un sol uomo a dimostrare  come le   proposte del  futuro governo giallo-verde fossero irrealizzabili e da dilettanti allo sbaraglio – intervistando  di continuo e soltanto elementi del PD (gli sconfitti), che  davano  prova continua del loro dilettantismo ed ignoranza. Loro e i giornalisti.
Non so se vi siete resi conto: Gianni Riotta, in una trasmissione, Agorà, si è stupito quando gli hanno detto che nell’articolo 1 della Costituzione è scritto: “La sovranità appartiene al popolo”,  a questa rivelazione, Riotta ha esclamato: Se uno studente dice questo all’esame, lo bocciano!  Solo con sforzo riescono a convincerlo che nella Costituzione è scritto proprio così.
https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/gianni-riotta-non-conosce-costituzione-rinaldi-lezione-85253/
E Riotta è un principe del giornalismo italiota: corrispondente dagli Usa per il Corriere della Sera  per una  vita, è stato direttore de Il Sole 24 Ore confindustriale, oggi lavora per La Stampa:  solo piani alti.  E’ l’incarnazione stessa del processo di de-selezione delle elites. E’ salito  così in alto  perché è un ignorante  a tal punto. Ovviamente è per l’ Europa  della Merkel, per l’euro e per le cessioni di sovranità.
In un altro talk show,  c’è il sociologo De Masi, molto di sinistra,  che ha sempre votato PD, vicinissimo al 5 Stelle  (teorizza una sua idea: lavorare gratis per lavorare tutti) e col dente avvelenato perché s’è messo “con la destra”. Ma asfalta un tale Marattin,  definito “consigliere economico” del PD, che difende le “riforme” di Renzi.
Marattin racconta: prima del Jobs Act, le donne  quando venivano assunte   firmavano una lettera di dimissioni in bianco nel caso fossero incinte. Il Jobs Act  l’ha abolito.
De Masi: “Guardi che era illegale anche prima”.
Marattin tenta la carta, molto usata nei talk shows,  del  “i 5 stelle hanno abbandonato il loro programma su questo e quest’altro punto”.
DeMasi: “Tutti i partiti fanno programmi pre-elettorali e poi fanno altro. Per esempio il PD: io non lo avrei mai votato, se avessi saputo che il PD avrebbe abolito l’articolo 18”.
http://www.la7.it/laria-che-tira/video/de-masi-vs-marattin-pd-incidenti-sul-lavoro-sono-effetto-del-jobs-act-leggi-sbagliate-producono-14-05-2018-241561
Non c’è spazio per elencare tutte le dimostrazioni di dilettantismo  sesquipedale, e  incompetenza terminale dei sinistri  piddini: risultato evidente di 50 anni di de-saelezione, allontanamento ed emarginazione dei migliori, per restare soli fra i peggiori e mediocri. Il PD per esempio conosceva Alberto Bagnai, l’ha valutato quando era di sinistra, l’ha compulsato,  i militanti di sinistra alle sue conferenze tornavano a dire al partito: è bravo. Ma non  l’hanno voluto. L’hanno lasciato  alla Lega, e adesso dicono che è fascista. E i loro giornali  ne sbagliano apposta il nome: “Mugnai”, “Cimaglia”…

Alberto Bagnai, non Cimaglia.
Gli “economisti” della sinistra  che vedo partecipare ai  talk, così, non capiscono nulla e nulla sanno quando un competente parla di politica monetaria,  di come viene creata la moneta, di cosa è l’euro e perché dei Premi Nobel hanno messo in guardia contro la sua attuazione, prevedendo gli effetti destabilizzanti socialmente che constaiamo, in modo critico: gli mancano evidentemente le nozioni di base. L’economia che  difendono è quella che è pensiero unico  da 30 anni, non ne conoscono altra. E’ anche quella meno pericolosa per le loro carriere, perché non sfida il potere.
E oviamente, durando le trattative, la “base” grillina ignorante invidiosa ha preso a metterei bastoni tra le ruote: vuole de—industrializzazioni, vuole l’immigrazione umanitaria  –  senza saper distinguere  in questo governo lo scopo primario dagli accessori utopistici. Lo scopo primario è, come ha detto Salvini:  “O riesco a dare vita a un Governo che ridiscute i vincoli esterni con l’Europa oppure e’ un libro dei sogni: non voglio prendere in giro nessuno. Il Governo parte se puo’ fare le cose: se dovessimo renderci conto che non siamo in grado di farle, non cominciamo neanche”.

Frase da statista coraggioso. I grillini però si tirano indietro. Anche perché non hanno il personale adatto, altrimenti perdono il controllo.
Hanno scelto la posizione moderata, “centrista”, che fu tipica della DC. No agli estremismi, restiamo moderati. Non troppo intelligenti, non troppo coraggiosi, non troppo competenti –  prendiamo posizioni non troppo coraggiose (così l’Europa non ci teme) e non troppo intelligenti, sennò avremmo bisogno di Bagnai, di Messora,  di Sapelli – e non li controlliamo.
Vittoria dei Piddini, degli ignoranti; del “Sud” contro il “Nord” (la conseguenza sarà alla lunga  la secessione, quella vera);  degli italioti che vogliono diventare un villaggio musulmano.

9 Maggio Festa Nazionale Russa per la vittoria della Grande Guerra Patriottica rivela le profonde sofferenze che caratterizzano il nostro paese nel confronto con la Russia

Mentre in Italia ci si deprime di fronte al suo inesorabile declino e l'irrilevanza politica internazionale, rinunciando anche a fare figli per l'impossibilità di mantenerli e garantire loro un futuro, in Russia si torna alla fierezza della propria identità ed alla coesione sociale, ad aver fiducia nel futuro e nel ruolo di assoluto rilievo che la Russia potrà giocare negli equilibri mondiali.
Claudio Martinotti Doria

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Il 9 maggio in Russia e l’Italia...

(di Giorgio Bianchi)
12/05/18

Scrivere della festa del 9 maggio in Russia è una di quelle cose che non può essere fatta a caldo; ti devi fermare un attimo e aspettare che le emozioni sedimentino altrimenti il rischio è quello di comporre un pezzo retorico nel quale i superlativi abbondano più del necessario.
Essere lì e marciare assieme a oltre un milione di persone è un’esperienza che non può lasciare indifferenti, vuoi per il colpo d’occhio offerto da quella massa di persone colorate e gioiose, vuoi per i canti popolari che rendono piacevoli anche le lunghe attese e vuoi per la fantastica giornata primaverile.
Per chi viene da un Paese anestetizzato e depresso come l’Italia quell’ondata di vitalità ha l’effetto di un elettroshock.
Nel caleidoscopio di colori che hanno composto la tavolozza della parata il rosso l’ha fatta sicuramente da padrone così come le falci e martello che comparivano un po’ ovunque. Sì perché in Russia il passato sovietico, da tempo, non è più un tabù: depurato delle accezioni più negative è stato riutilizzato come collante tra un passato glorioso e un presente in divenire. Sovietici sono i drappi rossi esposti lungo il percorso della “marcia del reggimento degli immortali”, sovietica è la gigantesca stella rossa che campeggia nella piazza, sovietico è il contegno dei veterani seduti nel palco d’onore, sovietici sono i volti di molti dei partecipanti, ma soprattutto sovietica è la liturgia generale dell’evento.
 

















Quello che si è capito in Russia è che non ci può essere un rilancio senza la riscoperta delle proprie radici e senza offrire alla propria gente un orizzonte verso il quale marciare.
Ecco in quella marea umana c’erano tutti questi elementi. Mi ha molto colpito vedere una donna accarezzare l’immagine in bianco e nero dei propri avi nel momento della loro acclamazione, così come mi ha colpito la quantità di divise militari e i tributi di riconoscenza nei loro confronti.
Questo aspetto infatti non è in sintonia con la cultura europea di oggi. L'Europa è un mondo dove non si ha tanta voglia di sventolare bandiere e ricordare le guerre; ma soprattutto quando un veterano ha il petto coperto di medaglie e le esibisce con orgoglio da noi non è percepito come una cosa piacevole.
Il Paese emerso dalle macerie della caduta del muro era una nazione allo sbando. L’economia era crollata, gli oligarchi e le compagnie occidentali avevano appena iniziato il “sacco” delle immense ricchezze naturali del Paese, il peso geopolitico si era ridotto praticamente a zero, la natalità era drasticamente diminuita, il tasso di disoccupazione era spaventoso per non parlare di quello dei suicidi.
Si può conteggiare l'effetto delle ricette economiche dettate negli “eltsiniani” (e clintoniani) anni Novanta?
Il conto è stato fatto. Pubblicato su una delle più prestigiose riviste di medicina internazionali, l'inglese Lancet (basandosi sui dati del'Unicef dal 1989 al 2002).
Le politiche di privatizzazione di massa nei Paesi dell'ex Unione Sovietica e nell'Europa dell'Est hanno aumentarono la mortalità del 12,8%. Ovvero, hanno causato la morte prematura di 1 milione di persone. Il legame disoccupazione-mortalità nell'ex Unione sovietica è evidente in quanto erano le fabbriche che spesso garantivano gli screening medici. Con la loro chiusura nell'ex URSS è crollato anche il sistema sociale.
 
















Capire come da una situazione di sbando totale si sia potuti tornare ai livelli attuali è compito degli storici e degli economisti. Un cronista può solo sottolineare che dopo meno di 30 anni la Russia è risorta dalle proprie ceneri: l’economia (nonostante le sanzioni dell’Occidente) è stabile, il tasso di natalità in risalita, quello dei suicidi è rientrato nella media ma soprattutto il Paese ha occupato di nuovo il posto che era stato lasciato vacante dall’URSS nello scacchiere geopolitico.
Sono in molti oggi a ricondurre i meriti di questo rilancio all’abilità politica del presidente Putin.
Certamente la sua guida ha dei meriti in questo processo e i dati delle ultime elezioni gliene rendono atto: tre russi su 4 hanno votato per lui. Il restante 25% dei votanti, con buona pace per Vittorio Zucconi, ha scelto tra gli ultranazionalisti e i comunisti.
Ma secondo il mio modesto parere la vera ragione di questa rinascita la si deve a quel popolo in marcia per le strade di Mosca: un popolo che nella migliore tradizione slava ha saputo soffrire in silenzio nel momento di maggior difficoltà, ma che nel contempo ha reagito come un sol uomo.
Quanto detto finora mi porta ad una riflessione sulla situazione italiana. Da anni il bel Paese sta vivendo un lento ma inesorabile declino. Con un apparato industriale in progressivo smantellamento, la perdita di sovranità certificata dal sovrapporsi continuo di governi tecnici (tanto odiosi quanto inutili), una irrilevanza in politica estera inferiore soltanto a quella di qualche Paese africano, un tasso di disoccupazione (soprattutto giovanile) da allarme rosso, un debito pubblico fuori controllo, da anni l’Italia appare come un malato cronico incapace di guarire.
Andare a ricercare le cause che hanno portato il Paese sull’orlo del baratro è un esercizio di stile che lascio ad altri. Quello che mi interessa capire a questo punto è come se ne possa uscire.
 

















La popolazione italiana oggi come oggi oltre a non avere una guida non ha neanche un orizzonte dinnanzi a se. Uno dei sintomi più chiari della totale perdita di fiducia nel futuro è il fatto che in Italia per 30 anni non si sono fatti più figli. Una generazione intera (la mia) ha di fatto mancato l’appuntamento con il ricambio delle energie vitali del Paese, con grande felicità delle cliniche della fertilità che oggi lucrano sulle scelte sbagliate di una generazione.
Edonismo, giovanilismo, deresponsabilizzazione... Alla mia generazione e a quelle successive è stato offerto un immaginario fatto di eterno presente senza futuro.
Per fare figli e per far evolvere un Paese bisogna avere in mente un futuro, immaginarlo.
La generazione precedente alla mia un futuro lo ha immaginato (e lo ha mancato, n.d.a.) e ha riversato la frustrazione del fallimento sulle generazioni a venire sostituendo i sogni con i beni di consumo, o peggio ancora con il sogno dei beni di consumo.
La Russia di oggi ci insegna che i processi storici sono reversibili. Pertanto se proprio non vogliamo tributarle il nostro riconoscimento per l’immane perdita di vite umane subito durante la liberazione dell’Europa nella Seconda Guerra Mondiale almeno sappiamo riconoscerle il merito di essere riuscita dove noi non abbiamo nemmeno provato. Riprendersi la propria dignità è possibile.
(foto: Giorgio Bianchi)

La prima cosa da farsi appena formato il governo sarebbe la sostituzione dell'attuale presidente della repubblica.

Credo che sia evidente da molti anni a tutti coloro che non si fanno infinocchiare dai frame di regime, cioé dalla narrativa mainstream dell'europeismo, cui l'Italia si dovrebbe allineare ma soprattutto subordinare autolesivamente, che se ci troviamo in questa situazione catastrofica dobbiamo ringraziare soprattutto la Germania e i suoi paesi satelliti germanofili, gli unici che egoisticamente hanno tratto profitto dall'UE e soprattutto dall'unione monetaria dell'Eurozona, relegandoci al ruolo di colonia economico finanziaria e paese da spremere e depredare, deindustrializzare e decivilizzare riducendo il welfare e la qualità della vita, estinguendo la piccola e media industria (o fagocitandola) e la classe media, cioé quella che una volta si definiva la piccola e media borghesia, ormai ridotta quasi all'indigenza. Purtroppo i governi degli ultimi anni, tutti non legittimati a livello costituzionale, perché non eletti democraticamente ma nominati dal presidente della repubblica, hanno fatto il gioco degli interessi tedeschi accettando supinamente i loro diktat ed hanno pure eletto un presidente zombie che non rappresenta la popolazione italiana e che non è assolutamente idoeneo al ruolo delicato che dovrebbe svolgere in questi frangenti. La prima cosa che dovrebbero fare coloro che assumeranno il governo, si spera finalmente perché eletti, seppur con una legge elettorale ignobile e anticostituzionale, sarebbe di invitarlo alle dimissioni per poterne eleggere uno che sia finalmente autorevole ed affidabile, dotato di un minimo di dignità e indipendenza e di strumenti culturali adeguati al contesto, che comunichi senza ricorrere a banale retorica e luoghi comuni, magari dotato di vivacità intellettuale ... Se non è pretendere troppo. Claudio Martinotti Doria.

“INATTUABILE” E’ LA “NARRATIVA” EUROPEISTA. Presidente, legga Cesaratto.

Dunque Mattarella, a nome di un’oligarchia parassitaria che ha sfasciato economicamente il Paese con il suo servilismo a Berlino, ha messo in guardia in guardia  noi cittadini e i nostri eletti  contro “la narrativa sovranista”  – e che fa? Subito dopo attacca con  la nota  “narrativa  europeista”:  superare i particolarismi, nessun paese ce la può far da solo, “ci vuole più integrazione” eccetera.
Bisogna che finalmente lui e quelli che ripetono questa solfa  invecchiata, prendano in  mano un libro, finalmente, che li aiuti a  capire  quanto la loro “narrativa” è  fantastica e lontana dalla realtà.
Il libro può essere quello dell’ordinario di Politica Monetaria e Fiscale dell’università di Siena,  Sergio Cesaratto , “Chi non rispetta le regole? Italia e Germania, doppie morali dell’euro” (Imprimatur, 124 pagine, 14 euro).



l libro dimostra proprio quel che dice nel titolo, che la Germania infrange costantemente,  e sempre a proprio vantaggio, le   regole di una unione monetaria; che impone normative  assurde,  che avvicinano la destabilizzazione delle economie deboli, invece di scongiurarle; che  vuole “ottenere la disciplina” dei paesi con alto debito, come l’Italia, “accrescendone la possibilità di una crisi finanziaria”, e  pretende di “stabilizzare i mercati avvicinando il loro breaking point”, come ha scritto Walter Munchau del Financial Times, quindi è persino negativo a conseguire i fini che si propone, il risanamento e la prosperità.
Si tratta di capire che la Germania, “ossessionata  dalle sofferenze bancarie”  italiane, ha banche che, insieme alle francesi,  hanno in pancia titoli tossici derivati per 6899 miliardi, ossia 12 volte le nostre sofferenze. L’Europa sembra avere una sola necessità e urgenza: come costringere l’Italia a ridurre il suo debito pubblico, facendo  capire ai mercati che siamo potenzialmente insolventi (e quindi dovrebbero esigere da noi interessi più alti),  quando in realtà da quasi 30 anni l’Italia mantiene un avanzo primario, ossia le sue entrate tributarie sono superiori alle spese per la pubblica amministrazione (una volta dedotti gli interessi passivi sul debito).
La Germania proclama che non può condividere i rischi con  noi, finché le banche italiane non avranno svenduto i troppi Buoni del Tesoro che hanno in pancia: sorvolando sul fatto che ce li hanno “perché le banche italiane furono sollecitate dalla BCE ad accollarsi i titoli di Stato nazionali di cui  le banche franco-tedesche si stavano sbarazzando” a badilate “nel 2011”, ossia quando si sbarazzarono dei titoli nostri per far cadere Berlusconi facendo salire lo spread a 500.  Allora la BCE – Draghi –  diede alle  nostre  banche la liquidità creata dal nulla invitandole a spenderla  per ingozzarsi di quei titoli, altrimenti sarebbe esplosa una crisi dell’euro.
Cornuti e mazziati, si dice a Napoli.

Pensare di farcela con  Berlino significa ingannare i cittadini

Ma soprattutto, Cesaratto illustra molto bene, agli illusi dalla “narrativa europeista” e del “ci vuole più UE”, che “il futuro dell’Europa non promette nessun cambiamento se non nella direzione di un irrigidimento”  mortale per noi – e anche per loro, alla fine.
Anzitutto: non ci sarà nessuna integrazione  maggiore, perché la Germania non vuole condividere  alcuna “solidarietà” finanziaria. Il tentativo di Macron, già molto timido,  di piatire da  Berlino qualche misura minima di condivisione, è stato  liquidato. La Merkel non solo non ha voluto quando era forte , dopo la batosta nelle elezioni   ma è troppo debole  (buona scusa)  per imporre oggi ai suoi elettori una politica che tutti i dirigenti germanici hanno bollato da decenni come “aiutare quelli del Sud che vivono sopra i loro mezzi”.   E stanno crescendo in popolarità i partiti euroscettici della destra tedesca, ancor meno disponibili a “integrarsi” all’Europa  – pagando il conto. Il conto dovrebbero pagarlo loro infatti per i vantaggi indebiti che hanno lucrato in questi decenni di “europeismo”; ma loro lo attribuiscono alle proprie virtù e meriti.


Come sappiamo la Germania ha accumulato un surplus enorme, che  è oggettivamente causa di squilibrio mondiale ed è contrario alle regole europee – quelle stesse che impone a noi, a scanso di sanzioni punitive, di non sforare un deficit annuo oltre il 3% dovrebbero imporre  alla Germania  minacciando pari sanzioni  di non sforare il surplus: inizialmente  del 3%, che lei  poi si è aumentata  al 6%;  ma anche questo limite continua a superarlo: ormai il suo surplus commerciale, mostruoso, 253 miliardi, supera di 10 volte  quello cinese, mette in pericolo la stessa globalizzazione e induce Trump a imporre i primi dazi.
Macron ha già fallito. e presto ne pagherà le conseguenze in disordini interni.
Ora, se Mattarella vuole accusare qualcuno di “particolarismo” e di egoismo anti-europeista, non  guardi a  Borghi o Bagnai;  punti il dito sugli economisti tedeschi che  scrivono, in documenti pubblici e ufficiali “La Germania non ha interesse diretto a ridurre il proprio surplus” (p.72)   Se vuole accusare qualcuno di sovranismo, anzi  di estremo nazionalismo, non accusi a Salvini (!) ma al più influente economista   tedesco, Clemens Fuest capo del potente Ifo Institute: “Perché la Germania dovrebbe deviare da una politica fiscale ottimale dal punto di vista nazionale solo perché altri paesi ne possano beneficiare?”.
Se non si vede in queste frasi un anti-europeismo radicale, un nazionalismo che nega tutti i principi di fratellanza europea e valori della UE, e non si capisce che questi avendo il coltello dalla parte del manico non cederanno mai alle fantasiose preghiere di condividere qualcosa – vuol  dire che si è preda di “narrative” allucinatorie  su un futuro europeo che, in realtà, esiste solo nei sogni.
Qui vanno chiamate in causa le generazioni di politici, da Ciampi, Carli, Padoa Schioppa,  da Prodi alle sinistre che “sfasciarono l’economia del paese” attraverso queste scelte europeiste, accettando di essere trattati da imputati permanenti  di fronte a Bruxelles,  di inadempienti ai “compiti a casa” da Berlino  e sotto esame perenne di  Francoforte, con l’argomento che “senza l’ancoraggio all’Europa,  Italia è un paese perso”, come straparla Mattarella.  In realtà, dice Cesaratto, “esso è smarrito ancor di più con l’Europa, e la diritta via se la deve cercare da solo”. E  dice chiaro che di fronte a questa UE-giungla,  “Il Paese farebbe bene a realizzare una coesione politica attorno ad una linea del Piave che sancisca che un ulteriore irrigidimento della governance europea sarebbe inaccettabile, e da ultimo fallimentare, per l’Italia e per la stessa Europa”.
Coesione politica attorno ad una linea del Piave stanno facendo Salvini e Di Maio, con tutti i limiti e i condizionamenti imposti dall’Oligarca-capo. Naturalmente,  accadrà che tutti gli altri, invece di unirsi a loro,  li dilanieranno, opereranno per il loro fallimento –  come sempre succede nella eterna guerra civile italiana -dove sempre una fazione chiama lo straniero ad intervenire contro un’altra fazione  interna.  Invece l’ultima speranza è  unirsi  in una visione realistica dell’Europa come luogo degli egoismi,  dove le regole le fa il più forte, le cui istituzioni sono “macchinose, arbitrarie e pro-cicliche”   e se applicate davvero fino in fondo  dall’Italia – come pretendono lorsignori – destabilizzerebbero i mercati e tutti noi.   Legga Cesaratto, Presidente.