Benvenuti nel Blog di Claudio Martinotti Doria, blogger dal 1996


"Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam", motto dell'Ordine dei Cavalieri Templari, Pauperes commilitones Christi templique Salomonis

"Ciò che insegui ti sfugge, ciò cui sfuggi ti insegue" (aneddotica orientale, paragonabile alla nostra "chi ha pane non ha denti e chi ha denti non ha pane")

"Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell'Occidente è che perdono la salute per fare soldi. E poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere nè il presente nè il futuro. Sono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto."
(Dalai Lama)

"A l'è mei mangè pan e siuli, putòst che vendsi a quaicadun" (Primo Doria, detto "il Principe")

"Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci." Mahatma Gandhi

L'Italia non è una nazione ma un continente in miniatura con una straordinaria biodiversità e pluralità antropologica (Claudio Martinotti Doria)

Il proprio punto di vista, spesso è una visuale parziale e sfocata di un pertugio che da su un vicolo dove girano una fiction ... Molti credono sia la realtà ed i più motivati si mettono pure ad insegnare qualche tecnica per meglio osservare dal pertugio (Claudio Martinotti Doria)

Lo scopo primario della vita è semplicemente di sperimentare l'amore in tutte le sue molteplici modalità di manifestazione e di evolverci spiritualmente come individui e collettivamente (È “l'Amor che move il sole e le altre stelle”, scriveva Dante Alighieri, "un'unica Forza unisce infiniti mondi e li rende vivi", scriveva Giordano Bruno. )

La leadership politica occidentale è talmente poco dotata intellettualmente, culturalmente e spiritualmente, priva di qualsiasi perspicacia e lungimiranza, che finirà per portarci alla rovina, ponendo fine alla nostra civiltà. Claudio Martinotti Doria

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Patriă Montisferrati

Patriă Montisferrati
Cliccando sullo stemma del Monferrato potrete seguire su Casale News la rubrica di Storia Locale "Patriă Montisferrati", curata da Claudio Martinotti Doria in collaborazione con Manfredi Lanza, discendente aleramico del marchesi del Vasto - Busca - Lancia, principi di Trabia

Come valorizzare il Monferrato Storico

La Storia, così come il territorio e le sue genti che l’hanno vissuta e ne sono spesso ignoti ed anonimi protagonisti, meritano il massimo rispetto, occorre pertanto accostarsi ad essa con umiltà e desiderio di apprendere e servire. In questo caso si tratta di servire il Monferrato, come priorità rispetto a qualsiasi altra istanza (personale o di campanile), riconoscendo il valore di chi ci ha preceduti e di coloro che hanno contribuito a valorizzarlo, coinvolgendo senza preclusioni tutte le comunità insediate sul territorio del Monferrato Storico, affinché ognuna faccia la sua parte con una visione d’insieme ed un’unica coesa identità storico-culturale condivisa. Se ci si limita a piccole porzioni del Monferrato, per quanto significative, si è perdenti e dispersivi in partenza.

Sarà un percorso lungo e lento ma è l’unico percorribile se si vuole agire veramente per favorire il Monferrato Storico e proporlo con successo come un’unica entità territoriale turistico culturale ed economica …

Venti cargo portacontainers inquinano più di tutte le auto del mondo.

   


Pieni di alta coscienza ambientale,   di sicuro siete già molto preoccupati di quanto inquinano   gli automezzi a combustione interna, specie Diesel.  Presto vi faranno allarmare sempre più, grazie ad appositi servizi mediatici.  Ma ecco la soluzione: come a segnale convenuto, Volvo annuncia che produrrà  solo auto elettriche  o ibride, BMW costruirà una Mini elettrica in Gran Bretagna , “Mercedes sfida Tesla: dieci modelli elettrici dal 2022”.  Elon Musk , il più geniale imprenditore secondo i media ,   ha già costruito  la Tesla  Gigafactory,  “la più grande fabbrica del mondo”, che (promette)  “dal 2018 potrà fornire celle al litio per 500.000 vetture all’anno”.



E se accadesse che la maggior parte dei consumatori, arretrati ed ecologicamente scorretti,  non fossero convinti della convenienza di acquistare  auto elettriche con batterie al litio,  decisamente più costose?  Niente paura: ecco i governi che, sempre solleciti del vostro bene,   già annunciano:   vieteremo l’entrata delle auto a Londra entro il 2040, a Berlino  entro il 2020, “Parigi ed Oslo dichiarano la guerra al Diesel”,  i sindaci di diverse capitali stanno seguendo:  solo  auto elettriche  nei centri cittadini. Il governo Usa elargirà a Elon Musk 1,3 miliardi di sussidi pubblici,  per la sua  geniale impresa (Musk è geniale anche nell’intercettare  sussidi  pubblici).  Vi toccherà comprare un’auto elettrica.  Ostinarsi a tenere un diesel sarà  segno di rozzezza e  insensibilità, come essere “omofobo” e populista.

Di punto in bianco, l’auto elettrica.

E   anche i governi, avrete notato, si sono schierati per l’elettrico  “a segnale convenuto”  –  signo dato, come dice Giulio Cesare nel De Bello Gallico.  Chi  e da qual luogo abbia dato lo squillo di tromba convenuto a cui tutti i leader e le Case obbediscono,  è difficile dire;  ma dev’essere  lo stesso centro,  che sta dovunque e  in nessun luogo,  che ha comandato di  insegnare il gender ai bambini dell’asilo,  l’obbligo di 12 vaccini ai neonati,  il matrimonio ai sodomiti,  puntare all’abolizione del contante,   ridurre la Chiesa  cattolica ad una copia sbiadita di Human Right Watch, e presto legalizzare  l’eutanasia per le bocche inutili.  Tutte cose di cui fino a pochi anni fa nemmeno si parlava, e d’improvviso vengono attuate  dalle due parti dell’Atlantico, simultaneamente,  come da segnale convenuto.
La   decisione titanica di riconvertire l’industria dell’auto non può esser venuta che molto dall’alto, ed  esser dovuta a motivi strategici che saranno chiari più avanti. Forse s’è deciso di tagliare per sempre il lucro petrolifero ai paesi produttori, specie a quello che, solo, si rifiuta di piegarsi alla Superpotenza. Forse hanno  pronta una innovazione cruciale nelle batterie, e questa innovazione è nelle mani “giuste”. Forse hanno escogitato questo processo per rivitalizzare – letteralmente con un  elettroshock –   l’economia dell’intero mondo occidentale,  dal 2008 in stagnazione irreversibile nonostante i troppi  trilioni di dollari iniettati dalle banche  centrali nel sistema:  nonostante il denaro a costo sottozero, le banche non lo offrono, le imprese non lo chiedono, i privati   se possono li tengono in deposito;  la   velocità di circolazione  di moneta cala invece di salire, di inflazione non si vede l’ombra . L’obbligo di comprare auto elettriche,  con la  riconversione di tutta la rete di rifornimento  dalla benzina alla corrente, dovrebbe innescare l’auspicata ripresa e la fiammata inflazionista.

Contro l’inquinamento, naturalmente

Qualunque sia la ragione,  quella che vi diranno è  la più virtuosa:  contro l’inquinamento, contro l’effetto serra, per   bloccare il riscaldamento globale prodotto dalle auto  coi loro particolati dannosi.
Questo  serve ad introdurre  e spiegare il  titolo  di questo articolo.   Voi non   lo sapete, ma   venti   navi porta containers  inquinano   quanto  la totalità degli automezzi  circolanti nel mondo.  Sono cargo colossali, lunghi trecento metri –  Maersk ne ha di 400 metri, quattro volte un campo di calcio  –  perché più  sono colossali, più peso e containers possono trasportare, e quindi più il costo del trasporto diminuisce.  I loro titanici motori, onnivori,  bruciano  ovviamente tonnellate di carburante:  ovviamente il meno costoso   sul mercato,  residui della distillazione catramosi, financo “fanghi di carbone”, con altissime percentuali di zolfo che alle auto, semplicemente, sono vietate.
Per questo 20  cargo  fanno peggio che tutto gli automezzi sulla Terra.  Il punto è che non sono venti;  sono 60 mila supercargo che stanno navigando gli oceani,  traversano gli stretti di Malacca, fanno  la fila per entrare nel canale di Suez,  superano  Gibilterra  e dirigono alle Americhe.
Non solo, ma ogni anno  si contano 122 naufragi – uno ogni tre giorni – di cargo con più di 300 containers; che finiscono in mare col loro contenuto:  quanto di  questo contenuto è inquinante? Secondo gli esperti,  ogni  anno vanno a  fondo in questo modo 1,8 milioni di tonnellate l’anno di prodotti tossici.  Insieme,  beninteso, a duemila marinai; duemila morti l’anno,  perché  il loro è il secondo mestiere più pericoloso del mondo.
https://fr-fr.facebook.com/france5/videos/10153640360249597/
Il primo è quello del pescatore, spiega un’esperta intervistata in una inchiesta di France 5,Cargos, la face cachée  du Fret” (Cargo, la faccia nascosta del trasporto  marittimo):  una inchiesta impressionante, che non   si capisce come sia riuscita a passare in un medium  mainstream – evidentemente ci  sono ancora giornalisti  non-Botteri.  Una indagine spietata su questo settore   – le multinazionali dell’armamento – che preferisce stare nell’ombra;  i cui colossi battono bandiere di comodo,  dalla Liberia alle Isole Marshall,  da Tonga a Vanuatu, e persino della Mongolia,  che non ha sbocco a nessun mare, ma offre condizioni di  favore agli armatori  globali. Fra le quali c’è  questa:  che qualunque sia la nazionalità dei marinai, le leggi sul lavoro,   obblighi salariali ed assicurazioni  infortunistiche e sanitarie applicate loro sono quelle della nazione di  bandiera. Tonga e Mongolia sono famose per l’avanzata legislazione sociale.
Di fatto, metà del personale navigante  è  filippino, perché “i filippini sanno l’inglese e costano poco”; un saldatore  filippino  su un cargo conferma, guadagno quattro volte più di quello che prenderei al mio paese, “ma è come stare in prigione”.  Gli smartphone non prendono, Internet  nemmeno a pensarci, gli alcoolici sono vietati sulla  flotta Maersk.  Se poi un’ondata ti porta via dal  ponte durante una tempesta,  oppure resti schiacciato dallo scivolare dei containers male assicurati,   la famiglia può adire alle  corti  mongole o di Vanuatu.    Ormai non si sbarca più nel porti, non c’è riposo:  la grande invenzione dei containers, questi parallelepipedi di quattro misure standard, intermodali, ossia concepiti come caricabili su pianali di treno o di camion, non consentono soste:  lo stivaggio non esiste più, ormai dagli anni ’60;   uno solo di questi  mega-cargo, ci informano, può  caricare 800 milioni di banane (abbastanza per dare una banana ad ogni abitante d’Europa e Nordamerica),  scaricarle in 24  ore,  e poi via, perché  il tempo è denaro.  Il comandante (il servizio ne intervista uno,  è un romeno) non sa cosa trasporta e non gli importa:   del contenuto di ogni container   – che parte sigillato – è legale responsabile lo speditore,   e il destinatario.  Ciò praticamente azzera i  controlli doganali, con gran risparmio del tempo  che è denaro. Vari dirigenti di frontiera sostengono che “solo” il 2% può contenere armi o droga, “perché  la massima parte degli spedizionieri rispetta le leggi”.  Un’industria senza regole ,  del tutto estraterritoriale, che rende alle compagnie giganti 450 miliardi di giro d’affari.
Quando i grandi cargo ripartono, sono in parte scarichi avendo lasciato sulla banchina parte dei containers: allora, per stabilizzare l’equilibrio, pompano   nei cassoni decine di tonnellate di  acqua  di mare.  Con migliaia di pesci e creature viventi che  poi trasportano, e scaricano, a migliaia di chilometri dal loro habitat nativo.    Per tacere del rumore dai motori  (sott’acqua, risulta 100 volte il volume sonoro di un jet), un inquinamento  acustico fortemente sospettato di disorientare i grandi cetacei, che sempre  più spesso finiscono spiaggiati.
Ma allora – direte voi  – se governi e  lobbies ecologiste sono così preoccupati per l’inquinamento dei mari e il riscaldamento globale, tanto da aver deciso di vietare prossimamente tutte  le auto a motore a scoppio del pianeta  e sostituirle con motori elettrici puliti e più  efficienti,  perché non pongono qualche limite ai mega-cargo e  alle mega-petroliere? Se 20 di loro   inquinano come la totalità degli automezzi,  basterebbe ridurre dello  0,35 per cento il traffico navale per ottenere lo stesso  risultato di disinquinamento  della riconversione globale all’auto elettrica.



Ma no. Avete fatto la domanda sbagliata.  Vi deve mettere sull’avviso il fatto che il Protocollo di Kioto non copre il trasporto marittimo, ignora quel che inquina e distrugge.    Come spiega  l’economista  Mark Levinson, autore dello studio più  approfondito sui containers, The Box: How the Shipping Container Made the World Smaller and the World Economy Bigger, (Princeton University Press), “la gente crede che la  globalizzazione sia dovuta alla disparità dei salari, che provoca la delocalizzazione della produzione in Asia o dovunque la manodopera è meno cara.  Errore: la disparità di salari esisteva anche prima della mondializzazione. Quello che permette lo sfruttamento della manodopera a basso  costo per fare prodotti da vendere poi  sui  mercati di alto reddito,  è  l’abbassamento tremendo dei costi di trasporto navale. Questo è il  fattore cruciale, reso possibile dai containers e dalle mega-cargo, che   riducono il costo all’osso”.
Costi talmente bassi, “che conviene spedire i merluzzi pescati nel mar di Scozia  in Cina  in container refrigerati   per essere sfilettati e ridotti a bastoncini in Cina, e poi rimandati  ai supermercati e ristoranti di Scozia, piuttosto che pagare retribuire sfilettatori  scozzesi”.   Questo lo racconta Rose George, giovane giornalista britannica, che dopo 10 mila chilometri fino a Singapore a bordo della Mersk Kendal, una portacontainer da 300 metri, manovrata da   solo 20 uomini, ha scritto un libro chiamato “Novanta per cento di tutto – Dentro l’industria invisibile che ti porta i vestiti che indossi, la benzina   nella tua auto e il cibo nel tuo piatto”. (Ninety Percent of Everything: Inside Shipping, the Invisible Industry That Puts Clothes on Your Back, Gas in Your Car, and Food on Your Plate).   Perché la   brava giornalista ha scoperto questo: che nella nostra società post-industriale dove non produciamo più ma compriamo, il 90 per cento di ciò che ci occorre e che acquistiamo, ci viene portato dalle portacontainers.  Tutto: dalla carta al legname, al bestiame vivo al macellato e surgelato.   Il giaccone di sintetico imbottito, i jeans, le giacche   che trovi da Harrod’s  o alla Standa, sono cuciti in Vietnam o Bangladesh;  smartphone e tablets e tutta l’elettronica di consumo, viene dalla Corea, dalla Cina,dal Giappone; non parliamo di  frigoriferi e lavatrici; il grano, dal Canada o dall’Australia; le primizie   di frutta e verdura fuori stagione, dagli antipodi.

Una volta scaricati, i containers  sono vuoti a rendere, che sono noleggiati per altri viaggi; prima o poi finiscono  per rifare la rotta di ritorno, dall’Occidente all’Asia. Riempiti, per non fare il viaggio a vuoto, di   rottami metallici e di plastica,  di  stracci e vestiti vecchi, di  carta usata da riciclare.  Tutto ciò che ci resta  dopo aver consumato  cose che un tempo sapevamo fare,  ma che adesso compriamo perché ci costano meno che  pagare i nostri  operai.  Un “meno” che ha un costo altissimo, sociale, di civiltà, ed ambientale.  Basta pensare all’eventualità che   il colossale traffico si debba bloccare, come è possibile per un una guerra guerreggiata che blocchi, poniamo, il Canale di Suez, o renda impraticabile Malacca  o – facilissimo – Ormuz  : la nostra autosufficienza, insomma autonomia economica vitale, sarebbe il 10 per cento di quel che ci abbisogna.

Perché i sistemi complessi sono più affascinanti delle teorie del complotto







Viaggio nell'Italia che... Cambia!

Perché i sistemi complessi sono più affascinanti delle teorie del complotto

 
 
http://www.italiachecambia.org/2017/07/sistemi-complessi-teorie-del-complotto/ 
 
I sistemi complessi evolutivi, come gli ecosistemi naturali o il sistema socio-economico, sono capaci di sviluppare caratteristiche talmente elaborate e perfette negli incastri da sembrare quasi magiche, al punto che risulta molto più facile e lineare pensare che qualcuno le abbia decise dall’alto. Nascono così le teorie del complotto, risposte lineari a problemi complessi che non servono a costruire soluzioni.
Il Leucochloridium Paradoxum è un parassita con un comportamento piuttosto bizzarro. Per completare il suo ciclo vitale deve nascere all’interno del corpo di una chiocciola terrestre e poi svilupparsi e raggiungere la fase adulta nell’intestino di un uccello. Come riesce in questa ardua impresa? Il parassita ha adottato una strategia complessa: le sue uova vengono ingerite dalla chiocciola assieme all’erba e si schiudono al suo interno, dopodiché i nuovi nati si insinuano nelle antenne della malcapitata e iniziano a gonfiarle, colorarle e pulsare facendo sì che queste assomiglino a dei vermi sgargianti. Gli uccelli vengono attirati dai finti vermi e finiscono per mangiarsi la chiocciola con al suo interno i parassiti. Ed ecco che, nell’intestino degli uccelli, questi ultimi si stabiliscono in maniera permanente attaccandosi alle cavità per trarne nutrimento. Le uova dei parassiti vengono poi espulse dall’uccello attraverso le feci e finiscono sull’erba in attesa di essere mangiate da una chiocciola. E il ciclo ricomincia. 5483634283_089df79768_b
Ora mettiamoci nei panni delle chiocciole: ci risulterebbe facile dedurne che qualcuno stia tramando alle nostre spalle. Di certo non penseremmo che l’artefice è quel vermiciattolo incapace di intendere e di volere che ci entra in corpo: più probabile, seguendo la logica del cui prodest, che siano stati gli uccelli ad aver introdotto questo parassita per rendere più facile cacciarci. Oppure qualcuno che sta ancora sopra gli uccelli che per oscure ragioni vuole farci soffrire ed estinguere tutte. Di sicuro non penseremmo che sia stato l’ecosistema stesso, attraverso un meccanismo evolutivo, a costruire questo (per noi) diabolico intrigo.

I sistemi complessi evolutivi sono capaci di sviluppare caratteristiche talmente elaborate e perfette negli incastri da sembrare quasi magiche, al punto che risulta molto più facile e lineare pensare che qualcuno (un Dio?) le abbia decise dall’alto. Come scrive Donella Meadows in “Thinking in systems”, uno dei più importanti libri divulgativi sul pensiero sistemico, “La caratteristica più meravigliosa di alcuni sistemi complessi è la loro capacità di imparare, diversificare, rendersi complessi ed evolvere. È la capacità di un singolo ovulo fertilizzato di generare, da solo, l’incredibile complessità di una rana adulta, o una gallina, o una persona. È la capacità della natura di avere creato milioni di fantastiche specie diversificate a partire da una pozzanghera di sostanze chimiche organiche”. Pensiamo alle api che impollinano i fiori, ai ragni che tessono le tele per intrappolare gli insetti, ai banchi di pesci e ai loro movimenti. Tutti esempi in cui i singoli elementi sono inconsapevoli della propria funzione e agiscono in maniera istintiva, ma complessivamente contribuiscono alla resilienza e all’evoluzione del sistema e ne determinano il (dis)equilibrio dinamico.
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Ora prendiamo questi esempi legati agli ecosistemi naturali e trasliamoli ad un altro sistema complesso, il sistema socio-economico in cui viviamo (e facciamo finta per un attimo che sistema naturale e sistema socio-economico siano due cose separate, giusto per non complicare ulteriormente il discorso).

Viviamo in un sistema dal funzionamento per molti aspetti diabolico. Pensiamoci: l’industria alimentare produce cibo poco sano e ricco di additivi che ci rende obesi, ci crea dipendenza, ci fa ammalare. La nostra malattia fa arricchire le case farmaceutiche che hanno tutto l’interesse a non incentivare uno stile di vita sano e generare una popolazione che vive a lungo ma è sempre più malata. Le multinazionali che producono beni di consumo hanno tutto l’interesse acché compriamo sempre più oggetti inutili per sopperire alla nostra sete di relazioni.

Ed ecco che intervengono i media ed il modello culturale a convincerci che solo diventando ricchi e potendo comprare qualsiasi cosa potremo essere felici e che solo competendo con gli altri saremo ricchi. Così facendo diventiamo individualisti, roviniamo le nostre relazioni e di conseguenza abbiamo ancora più bisogno di comprare. E più compriamo più facciamo circolare denaro, emesso a debito dalle banche che generano ricchezza dal nulla e si arricchiscono alle nostre spalle. Potrei continuare a lungo.
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Tutto è perfettamente coerente, troppo perché sia casuale: qualcuno deve averlo deciso a tavolino! Dunque ci chiediamo “chi ci guadagna da tutto ciò?” e scopriamo che in questo stesso sistema ricchezza e potere sono concentrati nelle mani di pochissime persone proprietarie di banche, gruppi finanziari, multinazionali. Secondo l’ultimo rapporto Oxfam del gennaio 2017 gli 8 uomini più ricchi del Pianeta possiedono quanto la metà più povera della popolazione mondiale (426 miliardi di dollari). E la forbice continua ad aprirsi a ritmo crescente. Dunque ci viene naturale pensare che sia proprio questa élite mondiale a determinare il funzionamento del sistema.

Ed è qui l’inganno della nostra mente. La nostra disabitudine (determinata da fattori sia culturali che evolutivi) a interagire coi sistemi complessi e a comprenderne il funzionamento ci porta a ricorrere a soluzioni più lineari e a riconoscere quelle che sono semplici caratteristiche emergenti del sistema come regole decise da qualcuno. Aggiungiamoci un mix di elementi quali a) la nostra abitudine culturale a cercare sempre il colpevole e individuare il cattivo di turno, b) la tendenza dei social e dei motori di ricerca a circondarci di opinioni simili alle nostre, rafforzandole, c) alcune trappole e bias cognitivi tipici del funzionamento della nostra mente che ci fanno selezionare gli elementi che rafforzano le nostre convinzioni (bias di conferma), ci convincono di essere degli esperti in materie di cui sappiamo ben poco (effetto Dunning-Kruger) e ci inducono nessi logici fallaci (ad es. Bias del Post hoc ergo propter hoc), e il gioco è fatto.

Nascono così le cosiddette “teorie del complotto” che partono spesso da dati piuttosto oggettivi, da falle del sistema (mancanza di chiarezza o volontà di occultare delle prove), per giungere a conclusioni del tutto strampalate e inverosimili. Prendiamone una delle più conosciute, quella sulle scie chimiche. Lì si prendono alcuni elementi oggettivi del sistema come l’aumento delle scie di condensa degli aerei nel cielo (dovuta al boom del traffico aereo negli ultimi anni), gli esperimenti di geoingegneria in corso (sicuramente preoccupanti, ma per altri motivi) e la presenza di elementi tossici nel cibo che mangiamo (determinati dal tipo di produzione industriale, dall’uso di diserbanti e pesticidi e dall’inquinamento dei terreni e delle falde acquifere) e li si collegano in maniera decisamente creativa per sostenere che esiste una macchinazione per avvelenare la popolazione mondiale irrorando il cielo con sostanze tossiche. E lo stesso accade con tante altre teorie, laddove la magia dei sistemi complessi viene scambiata per regole decise a tavolino e imposte dall’alto da qualcuno talmente potente da governare il funzionamento del tutto.
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Ciò non vuol dire che non esistano poteri forti, lobby, o attori in posizioni dominanti che possono intervenire su leve potentissime come le “regole” o gli “obiettivi” del sistema. Significa semplicemente che essi non determinano il sistema ma sono elementi come tutti gli altri, sebbene in posizioni privilegiate, e nel fare di tutto per aumentare il proprio potere si comportano in maniera del tutto coerente con la loro posizione, funzione e prospettiva. Niente lascia presupporre che se noi ci trovassimo in quel ruolo all’interno di questo sistema faremmo qualcosa di differente.

Peraltro il fatto stesso che le teorie del complotto siano così diffuse e la loro densità non sortisca alcun effetto di cambiamento sul sistema fa capire come esse siano perfettamente integrate al sistema stesso. O persino funzionali, in un’ottica di resilienza del sistema, tant’è quest’ultimo (sempre attraverso meccanismi di resilienza, senza che nessuno lo “decida”) sembra convogliare su queste teorie sterili buona parte del proprio dissenso interno. Se ci abituiamo alle dietrologie finiamo per mettere tutto in discussione e restiamo paralizzati nell’incapacità di agire, convinti che qualsiasi nostra azione possa venire controllata e diretta dall’alto. A riprova di ciò vi è il fatto che altri concetti ben più difficili da integrare per il sistema sono stati di contro emarginati e dimenticati: tutti conosciamo la teoria delle scie chimiche ma chi conosce oggi il Paradosso di Jevons, l’energia grigia, l’Eroei?

Tuttavia neppure le teorie del complotto vanno demonizzate e emarginate: in primo luogo perché le persone che le portano avanti lo fanno (quasi sempre) in assoluta buona fede e vivono con estremo tormento la propria condizione; in secondo luogo sarebbe questo il miglior modo per farle proliferare. Peraltro, come dicevamo, esse nascono spesso da intuizioni corrette e problematiche oggettive. Sono reazioni a versioni ufficiali spesso poco credibili, a dati non attendibili, a rigidità e dogmatismi, ad avvenimenti spaventosi ed allarmanti, all’incapacità del sistema di integrare diversità di opinioni, d’intenti, di visione. Nascono da un sottobosco fatto di insoddisfazione, frustrazione, sfiducia. Insomma, esse non nascono per caso ma sono una risposta immaginaria a problematiche reali. Per l’esattezza la risposta a minor consumo energetico per il sistema, perché non implica nessun tipo di cambiamento.

È possibile trasformarle in qualcosa di costruttivo? Si può incanalare la loro energia latente verso atteggiamenti di reale cambiamento? Difficile da dirsi. Sicuramente un atteggiamento non giudicante e l’utilizzo di una comunicazione empatica può aiutare ad abbattere i muri e i pregiudizi reciproci. E aprire interessanti canali di comunicazione.

L’assurdo funzionamento di questo mondo, con tutte le sue contraddizioni, può spaventarci e farci ricorrere a spiegazioni più facili da accettare. Ma se riusciamo ad abbracciare la complessità senza paura scopriremo che essa è molto più affascinante, magica e sorprendente di qualsiasi teoria del complotto. Parola di chi per anni è stato un convinto seguace di molte di queste teorie.

Social Solidarity e Crowdfunding, day after Fornero

Pubblicato nella sezione Esoterismo & Focus, sottosezione “satira”, dell’Accademia Adriatica di Filosofia: http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/esoterismo-e-focus/satira/85-crowdfunding




Vorrei lanciare un crowdfunding in rete per promuovere un progetto imprenditoriale a favore dei pensionati al minimo, degli anziani indigenti e di tutte le famiglie che vivono in località dove l’acqua potabile è imbevibile di Claudio Martinotti Doria


CROWDFUNDING

di

Claudio Martinotti Doria


Vorrei lanciare un crowdfunding in rete per promuovere un progetto imprenditoriale a favore dei pensionati al minimo, degli anziani indigenti e di tutte le famiglie che vivono in località dove l’acqua potabile è imbevibile, per produrre e commercializzare un’acqua oligominerale low cost (a bassissimo prezzo). Ti allego le prime bozze per la grafica ed il lancio promozionale. 


  
Circa cinque anni fa ebbi già l’idea di produrre delle crocchette per alimentazione umana destinate soprattutto a garantire la sopravvivenza degli anziani indigenti, in particolare a causa della riforma Fornero, che prevedetti avrebbe causato molte difficoltà finanziarie a milioni di persone ultracinquatacinquenni negli anni successivi, come infatti avvenne. Solo che all’epoca non mi venne in mente di ricorrere al crowdfunding in rete e così l’idea venne archiviata come provocazione sarcastica, mentre invece sia dal punto di vista imprenditoriale che umano e sociale aveva la sua bella motivazione e ragione di esistere ed essere implementata. 
Risultati immagini per crocchette per cani
Se pensate che attualmente sono in commercio crocchette per cani di ottima qualità per pochi euro al kg, si potrebbe fare altrettanto per l’alimentazione umana, fornendo in tal modo il minimo vitale alla popolazione stremata che non può permettersi il lusso di due o addirittura tre pasti quotidiani nelle modalità tradizionali. Altroché dieta mediterranea! I circa 5 milioni di poveri assoluti in Italia come si alimentano ogni giorno? Fanno tutti la coda alle mense della Caritas? O ingeriscono qualsiasi schifezza più o meno commestibile che riescono a reperire? Con le crocchette per alimentazione umana anche le varie Caritas ed associazioni di solidarietà sociale potranno garantire il minimo vitale ai loro assistiti a bassissimo prezzo.

Un abbraccio

Claudio Martinotti Doria



Ricevuto e pubblicato in redazione il 22 Luglio 2017


Il generale Fabio Mini spiega perché l’Italia è una colonia da 70 anni



Finché a fare certe affermazioni sono individui comuni e di basso profilo è facile screditarli tacciandoli di essere faziosi, filorussi, ideologizzati, prevenuti, ecc., anche quando si dicono ovvietà, cioè cose che dovrebbero essere note a tutti gli italiani, concetti e argomenti che in questa newsletter sono stati ripetuti più volte e ben esplicitati. Questa volta a fare le stesse affermazioni, addirittura con maggior veemenza e severità del sottoscritto, è un personaggio molto qualificato, competente e di grande prestigio ed esperienza (diretta non mediata), che essendo in quiescenza e avendo raggiunto una venerabile età, può permettersi di dire esattamente quello che pensa, senza compromessi politically correct. Ma anche in questo caso rimane un problema insormontabile: che la cosiddetta “opinione pubblica” italiana non ne prenderà atto, perché semplicemente non esiste, perché per farsi un’opinione occorrerebbe leggere, documentarsi, analizzare, confrontarsi, ecc., attività che esulano dalle capacità ed abitudini di almeno i due terzi della popolazione italiana (vedasi le varie ricerche sulla gravissima ignoranza degli italiani, in primis quella di Tullio de Mauro di una decina di anni fa). Pertanto, se anche le affermazioni del generale Mini fossero miracolosamente riportate su tutti i media nazionali per una settimana, nella migliore delle ipotesi arriverebbero solo a un terzo della popolazione italiana, gli altri due terzi continuerebbero a cazzeggiare occupandosi di sport (calcio in primis), ricette di cucina, quiz, serie tv (che hanno sostituito le telenovela), previsioni meteo, vacanze dei vip, l’ultimo modello di smartphone, l’ultimo metodo rivoluzionario per perdere peso, gossip, sistematica diffamazione e denigrazione di tutti coloro che la pensano diversamente o che semplicemente “pensano”, ecc.. A questa poco lusinghiera ma realistica descrizione degli atteggiamenti e comportamenti abituali di una cospicua percentuale di italiani, dovremmo aggiungere che sono pure dotati di memoria corta, a causa della televisione, che per decenni li ha bombardati di immagini, abituandoli al recepimento passivo di informazioni perlopiù superficiali, inutili e fuorvianti, atrofizzando i processi cognitivi, rendendoli incapaci di compiere connessioni, analogie, associazioni, correlazioni, visioni d’insieme, senso critico, ecc.. Pertanto non sono in grado di individuare e memorizzare tra i milioni di input che ricevono quelli che sono importanti e prioritari, per cui finiscono per non sapere nulla di quello che conta veramente. Provate a chiedere loro se sanno quante basi militari straniere vi siano in Italia e quanto ci costino, quante bombe nucleari vi siano e in quali basi, quanti soldati americani vi siano, se essi commettendo reati nel nostro paese vengono puniti dalle nostre istituzioni preposte o se hanno l’immunità (come fossero diplomatici) e vengono semmai trasferiti o giudicati negli USA, se i nostri servizi segreti sono veramente autonomi o se sono asserviti agli USA, se la nostra classe politica dispone di autonomia e conti qualcosa a livello internazionale o se esegue semplicemente le disposizioni che riceve dall’UE e dagli USA, ecc.. fate loro queste domande e vi renderete conto di quale distanza siderale vi sia rispetto alla consapevolezza manifestata dal generale Mini, che vi propongo in alcune estrapolazioni nell’articolo sottostante.
Claudio Martinotti Doria


Il generale Fabio Mini (su Limes) spiega perché l’Italia è una colonia da 70 anni

di Stefano Verdad - 15/07/2017
Fonte: Barbadillo 
http://www.barbadillo.it/67516-il-caso-il-generale-fabio-mini-su-limes-spiega-perche-litalia-e-una-colonia-da-70-anni/ 

Il generale Fabio Mini (su Limes) spiega perché l’Italia è una colonia da 70 anni

Nella nostra tribù, il chiacchiericcio confuso che mischia truci slogan con fastidiosi borborigmi sostituisce, more solito, un’analisi lucida e approfondita delle cause ultime della catastrofica situazione in cui versiamo.  Il polverone alzatosi dopo il 1989, e l’illusione che quella data segnasse davvero la fine di un interminabile dopoguerra, ha offuscato l’unica, triste verità, ovvero che Italia e Germania, e quindi l’Europa, sono nazioni sconfitte ancora occupate militarmente dai vincitori. 
Ovviamente, per affermare pubblicamente questa dura verità, ci voleva una voce esterna, autorevole e indipendente, come quella del Generale Fabio Mini, che, sugli ultimi due numeri di Limes ha spietatamente affondato il bisturi nel bubbone della cruda realtà, raccontandola senza falsi pudori o pelose reticenze. Mini, consigliere scientifico del mensile del gruppo Espresso-Republica, è generale di Corpo d’Armata, già Capo di Stato Maggiore del Comando NATO del Sud Europa e comandante della missione internazionale in Kosovo. Scrive su “Repubblica” e l’”Espresso” e i suoi libri sono pubblicati da Einaudi e il Mulino. Stiamo quindi parlando di un “esperto” certamente non accusabile di simpatie nostalgiche o dilettantismo superficiale. 
Sul n. 4-2017 della rivista italiana di geopolitica, dedicato  A chi serve l’Italia, il contributo del generale Mini è intitolato “USA-Italia, comunicazione di servizio”, e prende spunto dalla svolta politica del Nuovo Mondo inaugurata dall’amministrazione Trump, che, in nome di un “nazionalismo nostalgico” di reaganiana memoria pretende -come gli altri presidenti, a dire il vero- che tutto il mondo serva gli interessi degli Stati Uniti, e, oltretutto, che tale servitù sia resa con sorridente gratitudine. Per quale motivo? Perché, secondo il generale, gli USA sono convinti che quasi tutti i paesi del mondo, comunque quelli di tutta l’Europa in particolare, debbano qualcosa agli Stati Uniti. (…) Un debito permanente e inestinguibile (…) che diventa così una sindrome patologica che toglie qualsiasi autonomia e dignità agli individui e sovranità agli Stati”.  Come i Blues Brothers, insomma, gli USA sono in missione per conto di Dio, per difendere o imporre la loro democrazia, e “la riconoscenza dovuta per tali liberazioni è impagabile. Nella pratica, però, (…) solo l’Italia ha dovuto e voluto accettare un debito infinito rifugiandosi nella sindrome della riconoscenza”, con un’unica, drammatica conseguenza: “la politica italiana è da oltre settant’anni vittima consapevole e felice dell’ingerenza degli Stati Uniti ed è stabilmente al servizio dei loro interessi”. Parole durissime e concetti chiari, che spiegano molti episodi oscuri smontando parecchie versioni retoriche, come l’episodio di Sigonella, che per Mini, invece di uno scatto di dignità nazionale, fu l’ennesima sceneggiata di cui i politici della Repubblica italiana sono maestri: Craxi si scusò con Reagan e poi concesse le basi per l’attacco contro Gheddafi.
Per non parlare, poi, della presenza di truppe straniere sul territorio nazionale: i militari americani sono circa 14mila, le installazioni oltre 110, quasi tutte senza la copertura atlantica, risultando così, secondo Mini, “la naturale continuazione delle esigenze militari delle forze di occupazione statunitensi e alleate in Italia. (…) Per settant’anni abbiamo obbedito ai consigli, alle imposizioni, alle ingiunzioni e alle minacce degli Stati Uniti nella politica, nell’amministrazione, nella giustizia e nella sicurezza senza chiedere e ricevere nulla in cambio, se non il fatidico ombrello di protezione, che proteggeva i loro assetti, e la pacca cordiale di solito riservata ai cagnolini. (…) Abbiamo accettato una divisione politica interna innaturale e deleteria che ha consegnato il potere centrale a politici succubi e corrotti, il potere periferico a formazioni filo-sovietiche e l’opposizione a eversivi nostalgici, fascisti, comunisti e frammassoni. Tutti gestiti e manovrati dai “liberatori” americani e sovietici impegnati in una guerra fredda che da noi è sempre stata calda (… ) Non siamo mai stati così apertamente velleitari nel seguire le istruzioni americane alla Nato e al di fuori di essa come nei periodi di governo delle sinistre. Non abbiamo discusso di niente e obiettato su niente, neppure sulle guerre intraprese in aperta violazione del diritto internazionale. Ci siamo accontentati di cambiarle il nome”.  
Le conclusioni tirate dal Generale sono inequivocabili: “Tutti noi europei e in particolare noi italiani non dobbiamo assolutamente niente, anzi (…) in tutti questi anni l’Italia ha già dato abbastanza pagando un caro prezzo anche in termini di tempo sprecato, risorse buttate e intelligenze massacrate da settant’anni di acquiescenza”.
Il discorso, durissimo, prosegue sul numero successivo, il 5/2017, intitolato USA-Germania duello per l’Europa, nel quale il generale Mini, con la scusa di immaginare un ipotetico futuro, nel suo contributo intitolato “3 ottobre Ultimo Valzer a Berlino” immagina ulteriori rivelazioni di Wikileaks, mischiando fantasia (poca) e realtà (quasi tutta) per dimostrare come la Germania sia tutt’ora un territorio occupato militarmente.
“La Germania non era libera e indipendente e non lo era mai stata dalla fine della Seconda guerra mondiale (…) quando il Piano Morgenthau, elaborato nel 1944, fu applicato per i primi due anni cdi occupazione postbellica e in alcune parti per qualche decennio. Il piano prevedeva la riduzione della Germania a paese agricolo e pastorale, lo smantellamento di tutto il complesso industriale e l’appropriazione degli impianti da parte dei vincitori a titolo di risarcimento dei danni di guerra”. La guerra fredda costrinse a un mutamento di prospettiva, e così “il Piano Marshall dei cosiddetti aiuti alla ricostruzione (…) girava attorno al progetto di opporre gli stessi europei all’eventuale espansione sovietica e di riarmare in un modo o nell’altro la Germania”. Le truppe straniere trasformarono di fatto la Germania occidentale “in un enorme feudo anglo-americano”, nel quale “i tedeschi sapevano benissimo di essere le prime vittime sacrificali di un eventuale conflitto tra blocchi, ma non vedevano alternative (…): in realtà erano prigionieri, e questo diventò palese soltanto dopo il crollo del Muro di Berlino”.
L’impietosa analisi storica del Generale Mini arriva sino ai giorni nostri, con dettagli politici e militari che rivelano la drammatica situazione di un Continente privo di qualsiasi autonomia o residuo di sovranità. Nella finzione narrativa, la conclusione dell’articolo ipotizza per l’anno prossimo un tentativo di uscita dalla NATO, immediatamente seguito da un’impressionante serie di attentati false flag, di cui gli statunitensi sono diventati maestri. 
E lascio al lettore curioso la fatica di recuperare gli articoli originali per documentarsi seriamente sulle cause ultime della nostra crisi, che affondano nella sconfitta militare, politica e umana di settant’anni fa.

La corsa agli armamenti è all'apogeo, prima o poi li dovranno pur usare questi nuovi sistemi d'arma …



La corsa agli armamenti è all'apogeo, prima o poi li dovranno pur usare questi nuovi sistemi d'arma …

di Claudio Martinotti Doria

L’articolo di Sputnik che vi allego e dal quale prendo spunto per le mie riflessioni, riferisce del temibile missile ipersonico russo Tsirkon, di cui avevamo già accennato in precedenti newsletter, da alcuni battezzato “anti-portaerei” in quanto in grado di colpirle e distruggerle (come qualsiasi altro obiettivo nel raggio di mille km), con scarsissime se non nulle possibilità di essere intercettato dai sistemi di difesa, a causa della sua elevatissima velocità (si stima dai 7 ai 10 mila km/h). Il nuovo e potenziato missile russo pare che sarà installato a bordo di tutte le navi militari della flotta, compresi i sottomarini e le difese costiere. L’articolista però non tiene conto, anche perché finora si è saputo ben poco, della recente dotazione ancora sperimentale ma già in fase di collaudo avanzata, dei cannoni laser ad alta energia e dei cannoni elettromagnetici (di questi si sa ancora meno), di cui si stanno dotando le Forze Armate degli USA, aeronautica e marina in primis. Dei cannoni laser sappiamo che sono economici (ogni tiro costa come sparare con un’arma da fuoco portatile, una frazione infinitesimale di quanto costa sparare con i cannoni tradizionali per non dire poi dei missili), sono poco ingombranti avendo le dimensioni di un telescopio (secondo la potenza), possono quindi essere facilmente installati a bordo di ogni nave (sugli aerei militari hanno rinunciato ad installarli perché pare che non diano risultati soddisfacenti), sono silenziosi e precisi e si controllano facilmente da una console, come i droni. Teoricamente i cannoni laser dovrebbero essere in grado di colpire anche i missili ipersonici, in quanto i raggi fotonici che emette viaggiano alla velocità della luce, quindi il colpo è istantaneo e preciso, ma non ci sono ancora prove documentate di questa possibilità. Come sempre quando si tratta di primeggiare in guerra la nostra civiltà fa passi da gigante, trasforma la fantascienza in tecnologia bellica ordinaria, di uso quotidiano. Anzi ho addirittura il legittimo sospetto che queste armi le abbiano concepite e realizzate già da tempo e che le immettano in servizio secondo una tempistica di opportunità strategica. Nel settore civile invece siamo ancora a livelli primordiali, viaggiamo ancora in inquinanti scatole di latta su quattro ruote, su strade disseminate di buche che sembrano trappole belliche, viviamo in case energivore con scarsissima coibentazione, i servizi sanitari sono spesso da terzo mondo, le scuole cadono a pezzi, le forze di polizia devono fare le collette per pagare il pieno all’auto di servizio, i vigili del fuoco a volte non dispongono neppure dei mezzi necessari per salvare vite umane durante un incendio, ecc.. Ma non credo che sia un problema esclusivo della nostra epoca, da sempre l’umanità non sa darsi le giuste priorità e progredisce tecnologicamente solo durante le esperienze belliche, qualcuno lo definisce progresso, ma è solo tecnologico e distruttivo, non ha niente a che vedere con l’evoluzione culturale e spirituale cui l’umanità dovrebbe tendere, al contrario contribuisce a regredire rendendoci sempre più incivili. Ma contro il business della guerra non c’è nulla da fare, tutti i politici ed i burocrati si adeguano servilmente, come dei colonizzati e schiavi del sistema di potere, solo che da alcuni decenni non si tratta più di scontri diretti tra truppe sul campo dove vengono temprate e misurate le qualità individuali, se non nelle guerre regionali volutamente convenzionali, ma se dovesse esplodere un conflitto di più vaste proporzioni, le battaglie si combatteranno tramite postazioni di controllo remoto, consolle, super computer, sistemi satellitari, hackeraggio, sabotaggio di installazioni strategiche civili e militari, ecc., e basterà cliccare per distruggere unità navali, basi ed aeroporti militari, postazioni missilistiche, interi quartieri urbani, centrali nucleari, dighe, ponti, porti, ecc.. Non occorre ricorrere alle armi nucleari per far tornare l’umanità all’età della pietra. L’apoteosi del delirio di onnipotenza è imminente e di facile accesso, come assumere una droga.


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Erede dei missili sovietici: il razzo russo Tsirkon stravolgerà l'equilibrio negli oceani

© Foto: Ministry of defence of the Russian Federation

Recentemente nei media occidentali è stata discussa attivamente una notizia allarmante per il Pentagono: la Russia per prima al mondo ha testato con successo il missile ipersonico navale 3M22 "Tsirkon", che nel breve periodo sarà a disposizione degli armamenti delle forze navali russe.

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La cosa più importante di questa situazione: la presenza di tali missili rende senza senso l'esistenza dei sistemi di protezione delle navi, come postazioni d'artiglieria, sistemi di difesa aerea e missilistica, riducendo notevolmente l'efficienza dei gruppi d'attacco guidati dalle portaerei, che rappresentano ancora oggi l'unità di combattimento principale e sono il segno distintivo della potenza della Marina degli Stati Uniti nel mondo.
Secondo il Washington Times, il nuovo armamento russo è un salto di qualità nella creazione di un'arma asimmetrica, in grado di difendersi da un attacco nucleare. In questo contesto, secondo il giornale, il sistema di difesa missilistica degli Stati Uniti diventa obsoleto.
All'orizzonte ci sarà la sostituzione dei "Kalibr" e "Onyx" con il nuovo missile ipersonico 3M22 "Tsirkon". Con l'arrivo di questa arma nell'arsenale delle forze navali russe, la situazione e gli equilibri di forza nei mari cambieranno radicalmente.
L'esistenza dei classici sistemi d'artiglieria marini e sistemi di difesa aerea navali generalmente non avrà più senso, dal momento che la nuova velocità missile è tale che, come dicono gli esperti, è al di fuori delle capacità operative.
La cosa peggiore per i potenziali avversari è che "Tsirkon" sarà a disposizione secondo le previsioni non solo in grandi navi come incrociatori e portaerei, ma anche di mezzi più piccoli. Questo significa che la presenza di "Tsirkon" tra le armi della Marina russa ridurrà drasticamente l'efficacia dei gruppi navali americani guidati dalle portaerei.
Questo discorso riguarda anche le portaerei più moderne come la "Gerald Ford" e le sue navi d'accompagnamento.
Anche i loro sistemi di difesa, a lungo considerati impenetrabili, non saranno in grado di resistere ai nuovi missili ipersonici russi.