Benvenuti nel Blog di Claudio Martinotti Doria, blogger dal 1996


"Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam", motto dell'Ordine dei Cavalieri Templari, Pauperes commilitones Christi templique Salomonis

"Ciò che insegui ti sfugge, ciò cui sfuggi ti insegue" (aneddotica orientale, paragonabile alla nostra "chi ha pane non ha denti e chi ha denti non ha pane")

"Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell'Occidente è che perdono la salute per fare soldi. E poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere nè il presente nè il futuro. Sono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto."
(Dalai Lama)

"A l'è mei mangè pan e siuli, putòst che vendsi a quaicadun" (Primo Doria, detto "il Principe")

"Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci." Mahatma Gandhi

L'Italia non è una nazione ma un continente in miniatura con una straordinaria biodiversità e pluralità antropologica (Claudio Martinotti Doria)

Il proprio punto di vista, spesso è una visuale parziale e sfocata di un pertugio che da su un vicolo dove girano una fiction ... Molti credono sia la realtà ed i più motivati si mettono pure ad insegnare qualche tecnica per meglio osservare dal pertugio (Claudio Martinotti Doria)

Lo scopo primario della vita è semplicemente di sperimentare l'amore in tutte le sue molteplici modalità di manifestazione e di evolverci spiritualmente come individui e collettivamente (È “l'Amor che move il sole e le altre stelle”, scriveva Dante Alighieri, "un'unica Forza unisce infiniti mondi e li rende vivi", scriveva Giordano Bruno. )

La leadership politica occidentale è talmente poco dotata intellettualmente, culturalmente e spiritualmente, priva di qualsiasi perspicacia e lungimiranza, che finirà per portarci alla rovina, ponendo fine alla nostra civiltà. Claudio Martinotti Doria

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Patriă Montisferrati

Patriă Montisferrati
Cliccando sullo stemma del Monferrato potrete seguire su Casale News la rubrica di Storia Locale "Patriă Montisferrati", curata da Claudio Martinotti Doria in collaborazione con Manfredi Lanza, discendente aleramico del marchesi del Vasto - Busca - Lancia, principi di Trabia

Come valorizzare il Monferrato Storico

La Storia, così come il territorio e le sue genti che l’hanno vissuta e ne sono spesso ignoti ed anonimi protagonisti, meritano il massimo rispetto, occorre pertanto accostarsi ad essa con umiltà e desiderio di apprendere e servire. In questo caso si tratta di servire il Monferrato, come priorità rispetto a qualsiasi altra istanza (personale o di campanile), riconoscendo il valore di chi ci ha preceduti e di coloro che hanno contribuito a valorizzarlo, coinvolgendo senza preclusioni tutte le comunità insediate sul territorio del Monferrato Storico, affinché ognuna faccia la sua parte con una visione d’insieme ed un’unica coesa identità storico-culturale condivisa. Se ci si limita a piccole porzioni del Monferrato, per quanto significative, si è perdenti e dispersivi in partenza.

Sarà un percorso lungo e lento ma è l’unico percorribile se si vuole agire veramente per favorire il Monferrato Storico e proporlo con successo come un’unica entità territoriale turistico culturale ed economica …

6 italiani su 10 non leggono mai alcun libro, 3 su 10 sono analfabeti funzionali, siamo il terzo mondo europeo

6 italiani su 10 non leggono. E questa politica ne è una conseguenza.


Gli italiani hanno un problema: non leggono. Il teorema “con la cultura non si mangia” è diventato la madre di tutte le giustificazioni, quindi se gli italiani scappano dai libri nessuno lancia l’allarme. Ma in realtà il quadro è ben più ampio ed è strettamente collegato alla società e alla politica.
L’ultimo rilevamento dell’Istat delinea un quadro inquietante: 6 italiani su 10 non leggono nemmeno un libro all’anno. Drastiche le percentuali al Sud, dove soltanto il 27,5% si annovera tra i lettori (mentre al Nord si sale al 48,7%). E stiamo analizzando i casi in cui viene letto anche solo un libro in 12 mesi. La classificazione indica come “lettori forti” i soggetti che leggono almeno un libro al mese, e sono soltanto il 14% della popolazione. E inoltre queste statistiche si basano sulla quantità, non sulla qualità della lettura. Per quanto possa essere soggettivo il valore di un libro, è giusto ricordare che in tali dati il libro di ricette di Benedetta Parodi e Delitto e Castigo hanno la stessa incidenza.
“Con la lettura ci si abitua a guardare il mondo con cento occhi, anziché con due soli, e a sentire nella propria testa cento pensieri diversi, anziché uno solo. Si diventa consapevoli di se stessi e degli altri,” ha scritto Sebastiano Vassalli. La lettura dunque, lavorando sul singolo riverbera di conseguenza su tutta la popolazione. Non a caso, le nazioni europee più evolute e civilizzate, con una miglior qualità della vita e un’efficienza diffusa nei diversi settori, sono proprio quelle in cui la percentuale dei lettori è nettamente superiore. La Svezia è lo Stato europeo con più lettori, il 90% della popolazione ha letto almeno un libro nell’ultimo anno. In Danimarca la percentuale è l’82%. Rapportato a quel 27,5% del Sud Italia, traspare una netta discrepanza. Leggendo i dati europei, l’Italia è agli ultimi posti nella classifica dei lettori: soltanto Cipro, Romania, Grecia e Portogallo occupano posizioni più basse. Rientrare nel “Terzo mondo europeo” è svilente, soprattutto quando balzano all’occhio le statistiche dei lettori del Regno Unito (80%), della Germania (79%) e dei Paesi Bassi (86%). Tra tutte le riflessioni possibili, forse la più concreta e utile è un’indagine su come la lettura venga incentivata, e l’esempio più lampante riguarda la Spagna.
Gli spagnoli partivano da una situazione simile alla nostra, ovvero un netto ritardo rispetto alle tendenze di lettura delle più grandi nazioni europee, e di certo nell’ultimo decennio non si sono risparmiati neanche loro crisi politiche ed economiche. Hanno adottato però un progetto lungimirante, potenziando la rete costituita da editori, librerie e biblioteche, in una legge del 2007 chiamata “Plan de fomento de la lectura”. Da quel momento, riuscendo ad avvicinare i giovani ai libri, il numero dei lettori da percentuali simili alle nostre è salito al 60%, superandoci di circa 20 punti percentuali. Qui in Italia un progetto analogo – il disegno di legge dal nome già improbo “Disposizioni per la diffusione del libro su qualsiasi supporto e per la promozione della lettura” – è impantanato nel ping pong tra la Commissione Cultura e la Commissione Bilancio, senza arrivare mai alla discussione in Parlamento.
Tutto ciò non dovrebbe stupire, se si considera a chi vengono affidati certi ruoli di fondamentale importanza riguardo a questi temi. L’esempio più calzante è quello della leghista Lucia Borgonzoni, Sottosegretaria alla Cultura. Un ruolo delicato, che richiederebbe un minimo di competenza in materia. Eppure, intervistata dalla trasmissione di Radio1 Un giorno da pecora, ha confidato di non leggere un libro da tre anni. D’altronde Umberto Eco aveva sintetizzato i tratti del Carroccio dicendo: “Cos’è il leghismo, se non la storia di un movimento che non legge?”. Non sorprende quindi che il governo gialloverde demonizzi gli intellettuali, associandoli a loschi individui distanti dalla realtà del popolo – sì, i famigerati radical chic.

I partiti populisti hanno strutturato la loro strategia sul riflesso del popolo e quindi, dovendo passare il messaggio “noi siamo come voi”, invece di incentivare l’approccio alla cultura, marchiano a fuoco tutto ciò che si discosta dall’ignoranza. Un soggetto competente viene definito un “professorone”, con tono dispregiativo; un uomo di cultura viene additato come nemico del popolo perché non vive sulla propria pelle la difficoltà di arrivare alla fine del mese. Come se uno come Pier Paolo Pasolini non avesse avuto diritto di parlare dei “ragazzi di vita”, solo perché era benestante. Nel 2018, ai politici italiani non conviene mostrare un alto lignaggio culturale: è preferibile immedesimarsi con “la gente”, sbagliare qualche congiuntivo e riallacciarsi a una certa cultura popolare che preferisce citare Lino Banfi piuttosto che Dante.
Nel 1987, durante il suo discorso per il premio Nobel, Iosif Brodskij disse: “Per me non c’è dubbio che, se scegliessimo i nostri governanti sulla base della loro esperienza di lettori e non sulla base dei loro programmi politici, ci sarebbe assai meno sofferenza sulla Terra. Credo che a un potenziale padrone dei nostri destini si dovrebbe domandare, prima d’ogni altra cosa, non già quali siano le sue idee in fatto di politica estera, bensì cosa ne pensi di Dostoevskij, Dickens, Stendhal”. Sono passati 31 anni da quel discorso, eppure è ancora attuale. La lettura da molti viene ancora vista come un mero esercizio cerebrale o un hobby per perditempo che non devono dedicarsi a occupazioni più urgenti o necessarie, e invece, per dirla con Woody Allen e coi gadget per “lettori forti” che ormai sostengono i business plan delle librerie, bisognerebbe leggere per “legittima difesa”, dunque per ampliare i propri orizzonti e formare uno spirito critico in grado di permetterci di comprendere il mondo e agire con cognizione di causa, seguendo i nostri imperativi interiori – che devono essere costruiti in qualche modo e non ci possono essere dati, perché quando ci vengono calati dall’alto rischiano di degenerare in fretta, sollevandoci dalla responsabilità di scegliere secondo coscienza e togliendoci la libertà.
La storia ci insegna che i libri hanno sempre rappresentato un pericolo per le dittature. Il popolo doveva restare ignorante per essere tenuto a bada, e la cultura veniva vista come il nemico principale. Basti pensare ai Bücherverbrennungen durante il nazismo, ovvero i roghi nei quali venivano bruciati tutti i libri distanti dall’ideologia totalitaria, oppure ai libri bruciati in Cile sotto ordine di Pinochet, o ancora a quelli più recenti dati alle fiamme dall’Isis. Per non parlare della Santa Inquisizione. La stessa letteratura distopica ha creato allegorie che si riallacciano a questo contesto. Tra queste spicca Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, con Guy Montag e gli altri pompieri che bruciano i libri in una società dove leggere è considerato un reato. Adesso, per lo meno in Italia, non è più necessario bruciare i libri però, semplicemente perché nessuno li compra.

L’allontanamento dai libri comporta diversi effetti collaterali, e tra questi rientra l’aumento costante degli analfabeti funzionali nel nostro Paese, che in Italia rappresentano il 28% della popolazione. Non bisogna confondere il fenomeno con l’analfabetismo: in questo caso si parla infatti di persone in grado sì di leggere e scrivere, che però non sono in grado di analizzare un testo e di comprenderne l’effettivo messaggio, le informazioni più basilari. Tutto ciò riverbera ovviamente in diversi frangenti del nostro ambiente socio-politico e in primis sulle scelte elettorali. Dato che queste persone non sono in grado di discernere le informazioni con cui vengono bombardate, sono più soggette a farsi confondere da determinati artifici retorici e a prendere decisioni semplicemente in base al loro istinto, a quello che pensano di aver capito, andando di conseguenza a seguire chi sbraita di più riempendo le fila del populismo. Basti pensare alla Brexit e all’elezione di Trump: i grandi centri hanno votato per il “remain” e contro l’attuale presidente americano, mentre le zone più retrograde e con meno fermento culturale hanno determinato i risultati che poi si sono concretizzati. Da noi, al Sud, quel 27,5% di lettori si è tramutato in un plebiscito per il M5S. Lo stesso Sud che prima votava in massa per Berlusconi.
Occorre dunque chiedersi quali siano i motivi di questo rapporto debole tra gli italiani e la lettura, considerando anche che l’indice è in calo costante: negli ultimi sei anni si sono persi tre milioni e mezzo di lettori. L’Istat ha coinvolto gli editori in questa analisi, e secondo la loro opinione il principale fattore è da ricondursi al basso livello culturale della popolazione (39,7% delle risposte) e alla mancanza di efficaci proposte politiche e scolastiche per la lettura (37,7%). Altri motivi elencati sono l’assenza di tempo e la situazione economica. In entrambi i casi però si tratta di fattori che non incidono, o non dovrebbero incidere, sull’approccio alla lettura: razionare il tempo è una scelta, e prediligere le ore passate a guardare una serie televisiva o scrollando Instagram piuttosto che quelle davanti alla pagina di un libro è una decisione consapevole; e poi se non si vogliono spendere soldi ci sono sempre le biblioteche, che ormai prestano anche gli ebook. I libri non vanno per forza acquistati, e il sapere che ne possiamo trarre è forse tra le cose più democratiche del mondo in questo senso. È la mentalità a dover cambiare, ma è difficile anche solo sperarlo in un Paese dove chi occupa posizioni di rilievo nell’ambito della cultura ammette con fierezza di non leggere.
Source thevision.com

La crisi interna francese giova all'Italia in tutti i campi in cui in precedenza veniva boicottata


La Francia guidata dal giovane Macron, arrogante, viziato e sociopatico, che ha vessato l'Italia per tutto il suo mandato cercando di umiliarla e penalizzarla in diverse occasioni, si trova in uno stato di gravissima crisi politico istituzionale e socioeconomica, con diffusi e violenti conflitti sociali che fanno temere moti insurrezionali e addirittura colpi di stato. 
L'Italia in conseguenza di ciò ne esce rafforzata e con ottime opportunità di recuperare spazi di politica estera e vantaggi economici, non solo con la Libia ma anche nei confronti della stanza Francia in tutte le vertenze in corso e nei confronti dei burocrati e oligarchi europei con i quali deve mediare per poter realizzare le politiche economiche interne a sostegno delle classi sociali più disagiate. Claudio

La crisi interna francese giova all'Italia

11.12.2018
L’aggravarsi della situazione politica interna francese preoccupa molti osservatori delle cose europee, che vi vedono il principio di un ulteriore deterioramento dei già precari equilibri continentali.
Fa paura specialmente la violenza, in aumento nelle strade di Parigi e di molte altre località della Francia. E stanno suscitando forti perplessità anche le indiscrezioni che Le Figaro avrebbe ottenuto da una fonte dell'Eliseo, secondo cui esisterebbe addirittura un rischio di colpo di Stato.
La semplice circostanza che un quotidiano notoriamente vicino all'establishment transalpino abbia voluto rendere di pubblico dominio questi timori la dice lunga sulla gravità e profondità delle difficoltà in cui si dibatte ormai Emmanuel Macron. Ne evidenzia infatti l'attuale debolezza, proprio nel momento in cui un'altra leadership europea, quella di Angela Merkel, volge al tramonto. Soltanto l'11 novembre scorso, il Presidente francese aveva raccolto attorno a sé i grandi della terra all'Etoile per celebrare l'ultima grande vittoria militare del suo Paese e discutere insieme a loro i maggiori problemi sul tappeto in un grande Forum mondiale della pace.

Naturalmente, la Francia sopravvivrà a queste turbolenze, che magari sono in parte anche il risultato di una strategia adottata dal suo governo per delegittimare il movimento dei gilet gialli, permettendo alle sue frange più violente di assumere il controllo della piazza per alienare alla protesta i consensi piuttosto vasti di cui sembra disporre. Anche la drammatizzazione dei toni del confronto potrebbe essere funzionale a recuperare a Macron il sostegno di tutti coloro che temono il caos. Non è però un buon segno per l'Eliseo che parte delle forze di polizia dimostri simpatie per i dimostranti.
Al di là di come questa vicenda andrà a finire, è comunque già possibile osservarne le prime conseguenze sul terreno della politica internazionale: la Francia ha apparentemente perso l'iniziativa in Libia, a tutto vantaggio dell'Italia, che sembra aver sfruttato al meglio il tempo guadagnato alla Conferenza di Palermo per completare la ricucitura con il generale Haftar (foto sotto), che ha nuovamente visitato Roma nei giorni scorsi, incontrando, tra gli altri, il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. L'uomo forte della Cirenaica avrebbe offerto significative rassicurazioni sui due dossier di preminente interesse italiano, che sono quelli concernenti il prezioso petrolio libico e il controllo dei flussi migratori, facendo anche cadere il veto che gli veniva attribuito contro l'ambasciatore Perrone, che a questo punto potrà forse tornare a Tripoli.

Al perfezionamento di questo riavvicinamento, la diplomazia della Russia ha dato certamente un importante contributo, specialmente alla vigilia dell'importante riunione svoltasi nel capoluogo siciliano, quando un Haftar ancora incerto sulla propria partecipazione era stato raggiunto proprio a Mosca da un importante esponente dell'intelligence italiana. Vedremo se e in che modo la diplomazia italiana onorerà il debito di riconoscenza contratto in questa circostanza nei confronti di quella russa.
Quanto sta avvenendo semplifica probabilmente anche la posizione degli Stati Uniti, che da tempo chiedevano all'Italia di assumere maggiori responsabilità in Libia senza tuttavia operare una chiara scelta di campo nel confronto che opponeva Roma a Parigi. La Francia è stata costretta dalla crisi interna a ridefinire le sue priorità immediate e sgombrare temporaneamente il campo, consentendo a Washington di agevolare senza remore l'Italia.
Il protrarsi delle difficoltà francesi potrebbe giovare al Bel Paese anche sotto un altro profilo. Dietro i gilet gialli sembra esserci un insieme importante di gruppi e ceti sociali che mal hanno sopportato gli effetti della legislazione comunitaria e delle agende globaliste adottate dall'Eliseo.
La rivolta è materialmente scoppiata a causa di un modesto aumento del prezzo della benzina motivato dall'esigenza di ridurre le emissioni di anidride carbonica nocive al clima del pianeta. Ma si è caricata di significati ulteriori e più ampi, mano a mano che vi si associava la parte della classe media maggiormente impoveritasi in questo millennio.
Nel movimento dei gilet gialli sono quindi confluite istanze radicali di sinistra e di destra, che potranno essere soddisfatte solo tramite sgravi fiscali ed un ritorno della spesa pubblica. Per tentare di rimanere in sella, Macron dovrà necessariamente moderare le proprie ambizioni e cambiare il tenore della politica economica del suo paese, imitando le scelte della maggioranza al potere a Roma. L'Italia non ha quindi alcun motivo di temere l'instabilità francese, che potrà anzi anche aiutarla a raggiungere un compromesso più favorevole nel duro negoziato che è in corso con la Commissione Europea.

La vera minaccia finanziaria è costituita da Deutsche Bank, che può far naufragare l’economia dell'UE.


Il colosso bancario tedesco oltre ad accumulare scandali che ne hanno ormai minato la credibilità internazionale (riciclaggio di denaro sporco, speculazioni criminali, manipolazione illecite dei mercati, evasione fiscale, gestione scellerata, ecc.) ha in portafoglio titoli tossici (perlopiù "derivati") per svariate migliaia di miliardi di euro. Se dovesse collassare minerebbe l'economia europea e non solo, il paradosso è che la Germania continua nella sua arrogante pretesa di voler dare lezioni di moralità agli altri stati europei, con il rischio che potremmo esserne penalizzati oltremisura. Claudio

La vera minaccia finanziaria è costituita da Deutsche Bank, che può far naufragare l’economia dell'UE

  • Dic 8, 2018
Nelle ultime settimane, mentre buona parte dell’attenzione degli osservatori economici internazionali veniva catalizzata dalla battaglia tra il governo italiano e la Commissione europea, nonché dalla più generale questione dei bilanci comunitari, Deutsche Bank è stata coinvolta in nuovi, importanti scandali che rendono ancora più preoccupante la condizione del colosso tedesco, minata alle fondamenta dalla perdita della sua reputazione e dalle conseguenze economiche di anni di gestione poco accorta.
Deutsche Bank è il grande “malato d’Europa” nel panorama finanziario e la vera, grande minaccia alla stabilità dell’economia europea. Maneggiando asset complessivi dal valore di quasi 1,8 trilioni di dollari, l’istituto tedesco è il quindicesimo a livello mondiale, e una sua crisi conclamata aprirebbe la strada a rischi simili a quelli sperimentati dal sistema finanziario mondiale in occasione del crac di Lehmann Brothers nello scorso decennio.

Alla precaria condizione di Deutsche Bank contribuiscono tre fattori: l’accumularsi di scandali internazionali che coinvolgono l’istituto di Francoforte, l’instabilità di un portafoglio stracolmo di titoli tossici e le tensioni internazionali che rendono la principale banca tedesca un bersaglio di prima grandezza nella sfida economica tra la Germania e gli Usa di Donald Trump.

Tutti gli scandali di Deutsche Bank

L’ultimo scandalo che ha fatto tremare i vertici bancari di Francoforte ha un epicentro ben preciso: la filiale estone di Danske Bank, l’istituto danese che è stato di recente accusato di una gigantesca operazione di riciclaggio di denaro, proveniente in larga parte dalla Russia, per un valore complessivo di 230 miliardi di euro. Howard Wilkinson, tra il 2007 e il 2014 a capo della divisione trading della filiale di Tallin della banca danese, ha parlato di altri istituti coinvolti nell’operazione, tra cui spiccherebbe il profilo di Deutsche Bank, che avrebbe gestito operazioni di riciclaggio del volume di 150 miliardi di dollari.
Ma non finisce qua. Il 29 novembre scorso, 170 inquirenti della polizia tedesca hanno perquisito gli uffici direttivi della banca dopo aver a lungo indagato sui documenti contenuti nei celebri Panama Papers, che hanno lasciato intravedere uno scandalo di occultamento di capitali dai Paesi occidentali di vastissima portata. Solo nel 2016, una società legata alla banca con sede alle Isole Vergini, avrebbe gestito ben 900 clienti per un volume d’affari complessivo di 311 milioni di euro. 
Nella discontinua rassegna stampa tedesca sulla vicenda, analizzata da StartMagspicca la dura accusa della Süddeutsche Zeitung, il quotidiano inserito nel network di giornali internazionali che hanno partecipato alla rivelazione dei “Panama Papers”, che ha contestato le parole pronunciate dal nuovo Ceo di Deutsche Bank, Christian Sewing, al momento del suo insediamento: “abbiamo messo alle spalle la stagione degli scandali”. In realtà, secondo la Sz, “per Deutsche Bank si ripropone di nuovo la domanda su quali valori e quali standard si pone oggi la sua attività […] Ci si deve voltare dall’altra parte quando somme enormi vengono trasferite da aziende dubbiose, o non sussiste il sospetto che spesso tali operazioni servano a evadere tasse o riciclare denaro sporco?”.

Credibilità a pezzi

“Sebbene non sia chiaro dove porterà questo fiIone di indagini, Deutsche Bank si conferma istituto peren­nemente nell’occhio del ci­clone”, scrive La Verità. “Dal 2008 ad oggi, ha sborsato, per multe e dispu­te legali, qualcosa come 18 miliardi di dollari. In Euro­pa, solo Royal Bank of Sco­tland Group ha fatto peggio, con un esborso di 18,1 miliardi”. 
E certamente gli ultimi travagli del colosso tedesco gettano un’ombra anche su altre questioni del suo recente passato. Nel dicembre 2017 è stata spostata da Trani a Milano l’inchiesta sull’operato di Deutsche Bank in Italia nel 2010 e nel 2011, nei mesi che precedettero la caduta dell’ultimo governo Berlusconi sotto i colpi dello spread. Deutsche Bank, fra dicembre 2010 e luglio 2011 ha attuato una speculazione in grande stile, liberandosi dell’88 per cento dei titoli pubblici italiani, salvo ricomprarne una parte dopo, quando il loro valore era sceso, ed è per questo indagata per manipolazione del mercato.
Inoltre, scrive l’Agi“nel 2015 la banca era stata investita dallo scandalo Libor, relativo alla manipolazione fraudolenta dei tassi di riferimento sui mutui immobiliari. I vertici di allora furono costretti a dimettersi e il conto di multe e risarcimenti superò i due miliardi e mezzo” e nel settembre dell’anno successivo il Dipartimento della Giustizia Usa impose una sanzione di 14 miliardi di euro, poi dimezzata, per irregolarità nella vendita di obbligazioni garantite da mutui.
Ma la credibilità di Deutsche Bank non è messa solo a repentaglio dall’ondata di scandali che rischia di travolgerla: a contribuire alle sue problematiche è intervenuta una gestione molto spesso scriteriata, che non ha tenuto in debito conto gli insegnamenti della grande crisi scoppiata nel 2007-2008.

Quell’oceano di derivati in cui Deutsche Bank rischia di affondare

Gli ultimi bilanci di Deutsche Bank sono stati un vero e proprio bagno di sangue: 7 miliardi di euro nel 2015, 1,4 miliardi nel 2016, 497 milioni nel 2017. E per il 2018 le previsioni sono delle più fosche, dato che 6,01 miliardi di euro di perdite sono già state annunciate nel terzo trimestre dell’anno.
Deutsche Bank ha problemi di redditività. Non investe in tecnologia da moltissimo tempo ed è fortemente sottocapitalizzata, mentre il suo titolo in borsa risente pesantemente dei continui scandali, che hanno causato al contempo una consistente emorragia di denaro per le spese legali e i risarcimenti. I continui tagli al personale annunciati da Francoforte non mirano al punto della principale causa del dissesto nella gestione dell’istituto: la scriteriata accumulazione di enormi quantità di derivati tossici in misura simile a quanto fatto dagli istituti statunitensi nello scorso decennio.
Come scrive Lettera43“il problema di Deutsche Bank sono gli assodati 48 mila miliardi di euro di derivati – 14 volte il Prodotto interno lordo della Germania – in pancia all’istituto”, un valore di gran lunga superiore a quello di Lehmann Brothers al momento del crac. Un oceano potenzialmente a rischio di ebollizione, in quanto collegato a sottostanti finanziari poco noti e in cui potrebbero, senza ombra di dubbio, nascondersi anche le tracce delle diverse manipolazioni di cui Deutsche Bank è accusata. Secondo uno studio della Banca d’Italia, i titoli opachi sparsi nell’eurozona ammonterebbero a 6.800 miliardi di euro: e non a caso sarebbero istituti tedeschi e francesi i principali possessori di questo detonatore potenziale di una prossima crisi.

Gli Stati Uniti contro Deutsche Bank

Nell’ondata di scandali che ha travolto Deutsche Bank ritornano, a più riprese, gli Stati Uniti. Ciò non è un caso: colpire la principale banca tedesca, dal punto di vista di Washington, significa infliggere duri colpi a una Germania capace di diventare, nel medio periodo, uno sfidante in campo commerciale. E la somma di provvedimenti adottati dalle autorità Usa contro Deutsche Bank ha assunto proporzioni notevoli: alle sanzioni precedentemente citate si aggiunge infatti la bocciatura della filiale americana della banca nella scorsa primavera.
E non bisogna dimenticare che proprio dagli Usa partì l’inchiesta Panama Papers nel 2016 e, al tempo stesso, che l’inchiesta su Danske Bank è iniziata proprio a seguito di indagini sul riciclaggio in dollari della considerevole somma in euro occultata nel Vecchio Continente. Un intrico notevole che vede il braccio di ferro tra Washington e Berlino congiungersi con le nuove politiche della Fed, desiderosa di rimpatriare sul suolo americano la più consistente quota possibile di capitali depositata in paradisi fiscali od occultata.

Deutsche Bank è dunque oggetto di un gioco di politica internazionale ad ampio raggio, ma questo non la assolve dai numerosi errori e dalle grandi mancanze palesate in passato: sono stati comportamenti a dir poco discutibili e operazioni finanziarie irresponsabili o illecite a creare la situazione attuale, che la vede trasformata nel “malato d’Europa”. Il problema, in questo contesto, è legato alle enormi dimensioni di Deutsche Bank. Essa, come del resto la Germania stessa, è inequivocabilmente too big to fail. Ma al tempo stesso si dimostra l’anello debole di un sistema finanziario tornato ad agitarsi in maniera simile a quanto accaduto nei tempestosi mesi che precedettero il crac di Lehmann Brothers.

La Francia ormai è al collasso. Macron ha fallito su tutto.

La Francia costituisce l'anticamera di quello che attende anche gli altri paesi europei che si sono lasciati corrompere asservendosi alle politiche finanziarie globaliste parassitarie dell'èlite internazionali, il cui obiettivo è prelevare e concentrare per sè tutta la ricchezza disponibile anziché distribuirla, provocando povertà ed esasperazione. Una strategia avida e poco intelligente. Claudio

La Francia ormai è al collasso. Macron ha fallito su tutto.


La Francia è al collasso. E i gilet gialli non sono che la manifestazione più violenta e trasversale di un problema profondo che sta facendo crollare non solo la presidenza di Emmanuel Macron, ma anche la stessa struttura della Quinta Repubblica. L’abbiamo scritto più volte, in questi giorni: la Francia profonda si sta risvegliando. Ed è un risveglio da incubo, con operai, studenti, agricoltori e cittadini comuni che si danno appuntamento in strada per manifestare il proprio malcontento.
Quello che è stato chiaro sin da subito è che non si tratta di un malcontento superficiale. Che il caro-carburanti fosse solo la miccia che ha fatto scatenare l’incendio, lo si è capito dai primi giorni di protesta. Un Paese non si paralizza per l’aumento di alcuni centesimi sul prezzo della benzina e del gasolio. E anche i manifestanti più feroci contro questa nuova imposizione fiscale si sono palesati per quello che sono: un movimento che si ribella a uno status quo economico, sociale e politico che la Francia non riesce più a tollerare.

Le radici del malessere della Francia

Da un punto di vista economico, i dati francesi sono allarmanti. La povertà aumenta e con essa anche la popolazione che vive sotto la soglia minima di reddito. Lo Stato francese, che come un enorme leviatano controlla la vita del cittadino con la sua burocrazia, non riesce più a rispondere alle necessità di milioni di cittadini che vivono in grosse ristrettezze economiche.
Lo Stato non è in grado di rispondere alle richieste di chi versa in difficoltà economiche. E parliamo di numeri importantissimo. Secondo le stime dell’Institut national de la statistique et des études économiques (Insee) riportate da Le Figaro, la Francia ha 8,8 milioni di poveri. Le famiglie monoparentali, i disoccupati, i giovani, gli agricoltori e i commercianti sono le categorie più colpite dalla crisi. E sono proprio queste categorie quelle che sono scese in strada in tutto il Paese.
Nel 2016, il tasso di povertà era del 14%, in calo di 0,2 punti percentuali rispetto al 2015. Ma la povertà sta di nuovo aumentando e, come spiegato da La Stampa, quello che preoccupa è soprattutto il disagio dovuto al blocco dell’ascensore sociale, “secondo l’ Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo sviluppo economico) ‘occorrerebbero sei generazioni (180 anni) perché una persona nata da una famiglia povera raggiunga il reddito medio'”.
È su questo disagio che si è costruita la rivolta dei gilet gialli. C’è una Francia scontenta, profonda, marginalizzata. Quella che Macron non ha mai saputo osservare, capire e aiutare. Questa Francia, lontana dai riflettori del centro di Parigi e dal cortile dell’Eliseo, ribolle da tempo, come una camera magmatica. E ora è esplosa, con una violenza che nessuno poteva aspettarsi. O meglio, che nessuno voleva aspettarsi. Perché i segnali che si stesse per scatenare qualcosa di molto più feroce rispetto a ciò che si credeva all’Eliseo, c’erano ed erano evidenti. La violenza è diventata endemica in molte aree di Parigi e delle città di provincia. E il mix di protesta, rivolte e vandalismo non poteva non condurre a questa situazione di caos.

Parigi, scontri tra polizia e gilet gialli agli Champs ...

Un modello inadeguato

Ora la Francia è blindata: il governo ha mobilitato 65mila agenti per evitare il caos. Ma il caos non si può evitare: al limite lo si può recintare, si può evitare che Parigi venga di nuovo messa a ferro e fuoco, lei come altre decine di città che vivono giorni di violenza. Ma quello che sta avvenendo in Francia sta mettendo a repentaglio tutta la struttura della Quinta Repubblica.
E questo è un problema che non può essere risolto né dal governo né dalla polizia. C’è un sistema in crisi, un welfare che inizia a perdere colpi, e un popolo, come quello francese, che non tollera qualsiasi tipo di rinuncia alla sua rendita di posizione. Lo ha fatto con l’Europa e lo fa adesso contro il presidente.
Il modello francese sta diventando sempre più inadeguato. Con la fine del Partito socialista, le istanze sociali della sinistra sono state prese da la France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, che ha cercato immediatamente di assorbire le proteste dei gilet gialli. Dall’altro lato, a destra, i Repubblicani contano sempre meno e sono preoccupati dal fatto che Rassemblement National di Marine Le Pen possa erodere ancora più consensi confermandosi la prima forza di destra del Paese.

Macron isolato e sotto assedio

Al centro c’è Macron. Un presidente sempre più debole, isolato e sotto assedio, che sta pagando il fatto di essere distante anni luce dai bisogni della Francia reale. E il sospetto lo si poteva avere sin dal primo turno delle presidenziali che lo hanno condotto all’Eliseo. Macron prese pochissimi voti in più rispetto agli altri candidati: vinse semplicemente perché al ballottaggio venne preferito lui a Marine Le Pen. Ma il primo turno, quello del voto d’opinione, aveva già fatto capire che non sarebbe stato un presidente amato dalla gente.
E il fatto che sia un presidente solo e incapace di relazionarsi con la gente è anche il fatto che nessuno indica En Marche!, il suo partito, come simbolo del problema. E sono in pochi a chiedere la testa di Edouard Philippe, il suo primo ministro. Il partito è evanescente, completamente inesistente sul territorio, incapace di avere una linea. Mentre Macron è visto come il vero nemico da abbattere, il leader che non vuole più nessuno, da destra a sinistra, dai radicali ai moderati. E anche all’interno del governo e negli apparati statali – in particolare nella gendarmeria – c’è chi non ce la fa più. La polizia è esausta. Ed è il presidente ad essere considerato l’unico vero artefice di questo disastro.

Non invidiate i gilet gialli francesi, stanno lottando per ottenere risultati politici che in Italia abbiamo già.

Non invidiate i gilet gialli

di Marco Cedolin - 04/12/2018

Non invidiate i gilet gialli

Fonte: Il Corrosivo

È quasi impossibile non provare simpatia per la rivolta dei gilet gialli che sta mettendo a ferro e fuoco la Francia, una protesta per molti versi trasversale e intergenerazionale che incarna il rifiuto di sempre più ampi strati della popolazione europea nei confronti della mondializzazione globalista e delle sue tossine che stanno pregiudicando il futuro di decine e decine di milioni di persone. Così come è impossibile non esternare ammirazione per tutti quei francesi che stanno mettendosi in gioco in prima persona, invadendo strade e piazze nel tentativo di cambiare qualcosa, additati dalla grancassa mediatica come violenti e facinorosi, nonostante stiano semplicemente tentando di far valere i propri diritti....

Ma oltre alla simpatia e all'ammirazione noi italiani siamo indotti giocoforza a provare anche un poco d'invidia per le masse di francesi che rivendicando i propri diritti  bloccano le strade scontrandosi con la polizia, mentre in Italia negli ultimi decenni se si escludono le legittime proteste contro il TAV in Val di Susa e la troppo presto abortita “insurrezione” dei Forconi, in strada hanno sfilato solamente studenti imbarazzati e senza un perché, centri sociali al soldo di Soros, antifascisti e antirazzisti impegnati nel sostenere la globalizzazione mondialista e la tratta degli schiavi e poco altro.

Loro in strada a sostenere le proprie ragioni e noi seduti davanti alla TV o nel migliore dei casi a fare la rivoluzione davanti ad una tastiera, verrebbe quasi voglia di dire, guardando le immagini dei gilet gialli che lottano. Anche per noi o anche grazie a noi? E qui si ribalta il piano inclinato attraverso il quale leggere quello che sta accadendo in Europa.

Nonostante non ci siano stati moti di piazza significativi, per una fortunata serie di circostanze, noi italiani siamo in questo momento almeno un paio di passi più avanti dei francesi e di quasi tutti gli altri europei.
Loro hanno Macron, la Merkel, Sánchez e via discorrendo, tutti premier fedeli al progetto del mondialismo globalizzato ed insofferenti nei confronti di qualsiasi spinta populista, aggrappati disperatamente al relitto dell'Europa dell'euro, delle banche, della tratta degli schiavi, della cessione di sovranità.

Noi abbiamo Giuseppe Conte che facendo sintesi fra due partiti non conformi come la Lega e il Movimento 5 stelle è riuscito a sintetizzare un programma di governo che sta mettendo in crisi proprio l'Europa dei Macron e delle Merkel, minando alla base i fondamenti della globalizzazione mondialista, la politica di austerità, le “riforme” di Bruxelles, l'immigrazione selvaggia, l'assoluta mancanza di rispetto per gli interessi del popolo, sempre subordinati a quelli dei mercati e delle banche.

Nel migliore dei casi i gilet gialli possono tentare di mettere in crisi il governo Macron, per tornare alle urne, nella speranza che per un qualche miracolo alchemico dalle stesse possa fuoriuscire una coalizione determinata a sostenere gli interessi del popolo e combattere l'Europa dell'euro e dei banchieri. Esattamente il punto al quale noi da qualche mese siamo già arrivati, nonostante gli strali di tutti i parassiti di Bruxelles e dei loro servi che in Italia abbondano.
Niente invidia dunque, ma soltanto tanta solidarietà, nella speranza che quanto sta accadendo in Italia e forse accadrà in Francia possa essere di stimolo anche per molti altri popoli europei.