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"Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam", motto dell'Ordine dei Cavalieri Templari, Pauperes commilitones Christi templique Salomonis

"Ciò che insegui ti sfugge, ciò cui sfuggi ti insegue" (aneddotica orientale, paragonabile alla nostra "chi ha pane non ha denti e chi ha denti non ha pane")

"Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell'Occidente è che perdono la salute per fare soldi. E poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere nè il presente nè il futuro. Sono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto."
(Dalai Lama)

"A l'è mei mangè pan e siuli, putòst che vendsi a quaicadun" (Primo Doria, detto "il Principe")

"Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci." Mahatma Gandhi

L'Italia non è una nazione ma un continente in miniatura con una straordinaria biodiversità e pluralità antropologica (Claudio Martinotti Doria)

Il proprio punto di vista, spesso è una visuale parziale e sfocata di un pertugio che da su un vicolo dove girano una fiction ... Molti credono sia la realtà ed i più motivati si mettono pure ad insegnare qualche tecnica per meglio osservare dal pertugio (Claudio Martinotti Doria)

Lo scopo primario della vita è semplicemente di sperimentare l'amore in tutte le sue molteplici modalità di manifestazione e di evolverci spiritualmente come individui e collettivamente (È “l'Amor che move il sole e le altre stelle”, scriveva Dante Alighieri, "un'unica Forza unisce infiniti mondi e li rende vivi", scriveva Giordano Bruno. )

La leadership politica occidentale è talmente poco dotata intellettualmente, culturalmente e spiritualmente, priva di qualsiasi perspicacia e lungimiranza, che finirà per portarci alla rovina, ponendo fine alla nostra civiltà. Claudio Martinotti Doria

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Patriă Montisferrati

Patriă Montisferrati
Cliccando sullo stemma del Monferrato potrete seguire su Casale News la rubrica di Storia Locale "Patriă Montisferrati", curata da Claudio Martinotti Doria in collaborazione con Manfredi Lanza, discendente aleramico del marchesi del Vasto - Busca - Lancia, principi di Trabia

Come valorizzare il Monferrato Storico

La Storia, così come il territorio e le sue genti che l’hanno vissuta e ne sono spesso ignoti ed anonimi protagonisti, meritano il massimo rispetto, occorre pertanto accostarsi ad essa con umiltà e desiderio di apprendere e servire. In questo caso si tratta di servire il Monferrato, come priorità rispetto a qualsiasi altra istanza (personale o di campanile), riconoscendo il valore di chi ci ha preceduti e di coloro che hanno contribuito a valorizzarlo, coinvolgendo senza preclusioni tutte le comunità insediate sul territorio del Monferrato Storico, affinché ognuna faccia la sua parte con una visione d’insieme ed un’unica coesa identità storico-culturale condivisa. Se ci si limita a piccole porzioni del Monferrato, per quanto significative, si è perdenti e dispersivi in partenza.

Sarà un percorso lungo e lento ma è l’unico percorribile se si vuole agire veramente per favorire il Monferrato Storico e proporlo con successo come un’unica entità territoriale turistico culturale ed economica …

L'Occidente crea i problemi e la Russia li risolve nell'assordante silenzio dei media mainstream

Una svolta inaspettata: come la Russia ha risposto alle tre principali minacce mondiali

L’Occidente è in grado di ringraziare la Russia?

RUSLAN HUBIEV – REGNUM https://regnum.ru/news/polit/2637188.html

Cinque anni fa, i media mondiali hanno seriamente discusso la questione di quali fossero i principali pericoli che minacciano la comunità mondiale nel XXI secolo? E in tale questione la loro versione era chiara, con le personalità intervistate dai leader leader occidentali.
La protagonista principale era una delle figure più influenti in quel tempo sulla scena politica: il cancelliere tedesco Angela Merkel. La cancelliera ha detto che i principali pericoli per il mondo e le principali minacce per la comunità mondiale in quel momento erano i tre problemi chiave: le conseguenze dell’annessione della Crimea, il virus dell’Ebola e la situazione della Siria, dove gli estremisti stavano cercando di creare un’enclave.
L’ironia di questa lista in questi giorni è che negli ultimi cinque anni la Russia ha risolto tutte e tre le minacce. Sia la questione della Siria, sia il pericolo di Ebola, e le conseguenze militari del ritorno della penisola alla madre patria russa.
In particolare, dopo il declino della campagna di informazione sulla Crimea russa in Occidente, si è scoperto che i Crimeani, a quanto pare, hanno votato in modo autonomo, e gli osservatori occidentali hanno confermato questo durante il referendum. La retorica applicata sulla Crimea e sulla Russia non è cambiata da allora, ma non ha dimostrato un contenuto reale.
Nel corso del tempo, anche in Occidente, diventa evidente che nel marzo 2014, la Crimea si è separata consapevolmente dall’Ucraina e è divenuta parte della Federazione Russa. La domanda rimane solo in quale formato per caratterizzare questo dipartimento.
Gli Stati Uniti e la NATO la chiamano costantemente “annessione”, giustificando tutte le sanzioni, l’accumulo di armi e lo schieramento di unità militari sui confini russi in questo senso. Ma sebbene l’Occidente sostenga che l’intero conflitto in Ucraina è opera di Mosca, la cronologia “legale” non lo conferma.
Il fatto è che la regola fondamentale del diritto internazionale è il divieto dell’uso della forza. Di conseguenza, la forma più grave di azioni illegali nei rapporti interstatali è quella di un attacco militare a un paese sovrano. Pertanto, l’annessione forzata di determinati territori è considerata una violazione nel diritto internazionale.
Per un’annessione è necessaria un’invasione, per un’invasione sono necessari atti violenti, e se non ce ne sono, l’intero sistema accusatorio crolla. Questo esattamente il caso della Crimea.
Pertanto, non sorprende il fatto che dopo 5 anni, persino gli specailisti sull’Europa di Washington abbiano iniziato a chiedersi se la secessione della Crimea potrebbe essere definita un’annessione se è avvenuta senza un sparare in solo colpo . E quest’ultimo è anche un fatto confermato dagli osservatori occidentali. Oggi, l’Europa non vuole entrare nella questione dell’inimicizia con la Russia che ha acquisito forza, e quindi sempre più spesso solleva questo problema.
Mentre si sono svolte le elezioni al Parlamento europeo i conservatori in Europa hanno guadagnato peso. E se diamo per scontato il fatto che la Russia non ha commesso un’aggressione militare, dovremo riconsiderare la legge per cui hanno agito sull’Ucraina, l’UE e gli Stati Uniti. Di conseguenza, questa domanda sarà sicuramente giocata come una carta importante.
Se non vi fosse stata una annessione, il riferimento all’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite non è valido. Ma è quella che dà il diritto allo stato invaso di usare la forza militare di rappresaglia, oltre a chiedere l’aiuto dei paesi terzi per autodifesa. Inoltre, nel caso dell’applicazione di questo articolo, qualsiasi stato ha il diritto di iniziare una guerra senza alcuna autorizzazione da parte del Consiglio di sicurezza.
Ma se non veniva usata la forza dalla Russia e l’annessione, di conseguenza, non si è verificata, allora questo argomento era usato in modo improprio. In ogni caso, sotto l’aspetto dell’assistenza di paesi terzi. Di conseguenza, l’Europa non ha bisogno di aiutare Kiev e oltre, e tanto più di danneggiare Mosca.
La pressione di Washington, come le sue capacità, si stanno lentamente ma notevolmente sciogliendo, il che significa che le relazioni con la Russia dovranno essere rinnovate prima o poi. Quanto sopra è una base eccellente e le forze nazionali nell’UE lo comprendono perfettamente.
Inoltre, se la questione della Crimea riguardasse davvero una annessione, l’Ucraina avrebbe esercitato il diritto di difendersi contro Mosca con metodi militari. I paesi terzi, come gli Stati Uniti, potrebbero legittimamente venire in suo aiuto senza alcun mandato. Ma né il primo né il secondo hanno scelto questa strada, e Kiev non ha nemmeno dichiarato un ultimatum militare alla Russia. La conclusione per l’Europa attuale suggerisce una cosa: non c’è mai stata alcuna annessione e nel tempo questa argomentazione diventa la più ovvia per tutti.
Di conseguenza, grazie alla ferma posizione di Mosca, al rifiuto di auto-isolamento, apertura e un collegamento per il dialogo, la Russia è riuscita a cambiare il suo atteggiamento nei confronti degli eventi del periodo Crimea. La questione ha cessato di essere una “minaccia” militare, continuando a diminuire con il passare degli anni.
Virus Ebola
Il virus Ebola è stato il secondo problema che è stato posto alla comunità mondiale nella recente prospettiva. E anche questo è stato in gran parte risolto da Mosca.
Il virus Ebola è noto dal 1976, ma è stato ampiamente diffuso al pubblico nel 2014. In quel momento, la minaccia di infezione da virus si diffondeva in tutto il mondo, ma non si contrastava. Inizialmente, in Guinea sono stati registrati 3.358 casi di infezione, poi la Liberia e la Sierra Leone sono stati travolti dalla malattia, dove già decine di migliaia di persone sono morte, ma i media mondiali hanno lanciato allarme e il panico molto prima.
“Le sfide degli ultimi decenni sono Ebola”, hanno scritto. “Il tasso di migrazione in vari paesi è in aumento, il che significa che presto il numero delle consegne di questa malattia aumenterà come una valanga”, la stampa anglo-sassone ha spaventato l’umanità. E come si è scoperto, un tale zelo insolito e il falso inizio dei media americani e britannici è stato spiegato in modo molto semplice.
Le cause alla base degli eventi sono state rivelate dai loro stessi beneficiari – quelli che sono stati i primi a correre “a combattere” con “la minaccia numero uno”. Si sono rivelati due attori nell’industria farmaceutica globale: la multinazionale americana Merck e il britannico TNC GlaxoSmithKline.
Sorprendentemente, i vaccini di entrambe le società erano pronti per l’uso in anticipo, e non solo pronti, ma anche moltiplicati in grandi quantità. Ironicamente o maliziosamente, l’efficacia di questi vaccini era insignificante, il virus non poteva essere fermato, ma le vendite del vaccino sono solo aumentate.
E improvvisamente, al culmine dell’epidemia nel 2014, arrivarono specialisti russi in Guinea. Mosca schierava ospedali da campo, svolgeva un enorme lavoro con distaccamenti sanitari epidemiologici mobili, impiegava centinaia di dipendenti degli istituti Rospotrebnadzor e, in generale, questa operazione era la prima e la più grande dai tempi dell’URSS.
Sviluppo del vaccino
Di conseguenza, un efficace vaccino russo contro la febbre fu creato piuttosto rapidamente – il farmaco Gam-evac kombi, che si rivelò molte volte più efficace delle controparti britannica e americana. Ben presto il virus fu sconfitto, ma né Angela Merkel né gli altri leader mondiali, che chiamarono il virus “la principale potenziale minaccia per l’umanità”, in seguito dissero chi lo aveva sconfitto.
Se non si sottovaluta la probabilità che la diffusione “zero” di Ebola non sia stata casuale, l’obiettivo era in un elenco molto specifico di stati, la creazione di un vaccino russo è stato un grande successo strategico. Nella realtà moderna, poche ore sono sufficienti perché il portatore della malattia attraversi più di un continente. Pertanto, la lontananza della portata dell’epidemia non ha realmente garantito la sicurezza della Russia.
Il passo compiuto non solo ha difeso il paese, ma ha anche permesso di non sperare nell’uso di medicinali straniere. Forse è per questo che, dopo la dimostrazione della protezione avuta da Mosca, non sono più apparsi nuovi casi di focolai di Ebola.
Riunione dei leader nel 2014

Guerra in Siria
Parlare della Siria in materia di successo non è affatto necessario. La Russia non solo ha aiutato Damasco a vincere, ma ha anche raggiunto la sua grande vittoria a livello mondiale. Diversi anni di guerra – con poco sangue e in territorio straniero – sono stati implementati con incredibile efficienza secondo gli standard storici.
Secondo le statistiche ufficiali del Ministero della Difesa, oltre 63.000 soldati del nostro paese hanno preso parte all’operazione siriana, inclusi più di 25.000 ufficiali. Questa correlazione tra ranghi e file, ufficiali e generali, che contava più di 400, mostra quanto sia importante l’esperienza maturata dalla Russia in conflitti contemporanei estremamente specifici.
Come percentuale dell’intero esercito del nostro stato, l’87% degli equipaggi dell’aviazione tattico-operativa, il 91% dell’aviazione dell’esercito, il 97% degli equipaggi dell’aviazione dei trasporti militari e il 60% degli equipaggi di aviazione strategica ea lungo raggio hanno ricevuto esperienza di combattimento.
In generale, le forze aerospaziali russe hanno effettuato 39.000 missioni di combattimento e l’intensità dell’uso delle forze dell’aviazione d’attacco (oltre 100 sortite di combattimento al giorno) ha completamente distrutto tutti i record occidentali. Il mito dell ‘”esercito arrugginito” scomparve da solo, e i nuovi miti del formato del “fumo” di Kuznetsov non reggono al vaglio.
Da soli, i piloti del militari che pilotavano gli aerei, contro i quali gli anglosassoni avevano lanciato una campagna di disinformazione senza precedenti, hanno eseguito oltre 400 missioni di combattimento, seguiti dalla distruzione di 1252 obiettivi militanti.
Centinaia di “voli” di bombardieri strategici, attacchi di missili e aerei nel loro insieme hanno portato alla distruzione di 121.466 bersagli nemici in Siria. E questo è avvenuto su un campo di ribelli jihadisti che hanno funzionato, di regola, sostenuti con denaro americano quali “amici” e “partner”, con 20.513 roccaforti, 9.941 depositi di munizioni e carburanti e lubrificanti, 8.927 veicoli con sistemi missilistici di difesa aerea, 649 carri armati, 731 veicoli da combattimento di fanteria, 830 leader dei briganti e più di 86 mila militanti.
Come potete vedere, ci sono stati molti segnali in questa operazione – sono anche 25 mila sortite di UAV russi, che hanno rivelato 47 522 obiettivi nemici. E 189 missioni di combattimento 86 navi, 14 sottomarini e 83 navi ausiliarie. O più di 100 colpi sparati da parte dei missili offshore KR “Calibre”.
C’era molto di più, per esempio, l’eroismo che non è solo un tipo di combattimento. Un totale di 1.220 medici militari hanno assistito immediatamente circa 88.318 siriani. Sul campo c’erano 10 squadroni medici per scopi speciali e 6.077 tonnellate di generi alimentari sono stati consegnati dai paracaduti ai civili.
E questo per non parlare degli exploit dell’SSO, dei soldati e specialisti civili uccisi sul campo di guerra, di volontari e di tutti coloro che hanno aiutato a liberare dozzine di città, ostaggi, prigionieri, donne e bambini che erano in schiavitù sessuale, di droga e di altra natura. E anche il fatto che la Russia abbia completato la parte principale di questa operazione anti-terrorismo non con l’aiuto, ma nonostante le azioni di sabotaggio dell’Occidente collettivamente e degli Stati Uniti.
In questo contesto, i tentativi di attribuire a se stessi tutti gli allori da parte di Washington appaiono ancora, seppure scontati, ma estremamente assurdamente falsi. Il destino della Siria è stato deciso senza gli americani, e quindi tali dichiarazioni sono vuote affermazioni fraudolente.
Per cinque anni, considerata “incivile” e sotto le sanzioni di “tutto il mondo”, la Russia ha risolto le tre principali minacce “numero uno” del pianeta. Ma l’Occidente ha detto che la Russia va ringraziata per questo? Certo che no. Fortunatamente, il nostro paese esporta la stabilità non per il avere della gratitudine, ma almeno per fornire a se stessa e alle persone un futuro sicuro, la cui base dovrebbe essere un mondo multipolare.
Fonte: Regnum, author Ruslan Hubiev
Подробности: https://regnum.ru/news/polit/2637188.html
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Dopo le elezioni europeee si procede a grandi passi verso una grave crisi programmata

A grandi passi verso la Crisi

29 Maggio 2019

DI FEDERICO DEZZANI

Si sono svolte le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo: i partiti “sovranisti” aumentano i seggi, ma restano ininfluenti nel nuovo emiciclo, dove la grande coalizione di popolari e socialisti si allargherà ai liberali. Regno Unito e Italia appaiono però sempre più distanti dal Continente: l’exploit del partito Brexit rafforza lo scenario di un’uscita inglese dall’Unione Europea senza accordo, mentre l’affermazione della Lega isola ulteriormente l’Italia, incamminata verso una silenziosa uscita dall’eurozona. Gli angloamericani lanceranno in autunno l’assalto decisivo all’Unione “a trazione tedesca”: è probabile che Berlino cerchi di costruire un cordon sanitaire attorno all’Italia.Italexit in corso
All’inizio dell’anno ci eravamo proposti di seguire gli avvenimenti con pochi articoli, che si sarebbero dipanati dalla nostra analisi per il 2019: una scelta indubbiamente felice, perché ci consente di aggiungere soltanto qualche breve e snello articolo, di tanto in tanto, al nostro solido impianto analitico. Quando scrivemmo la nostra analisi di lungo periodo non ci soffermammo sulle elezioni europee svoltesi in questi giorni: il loro impatto in termini (geo)politici sarebbe stato, ed infatti è stato, nullo. Le consultazioni europee hanno soltanto confermato, e rafforzato, dinamiche già in corso, che matureranno probabilmente entro l’anno: Londra e Washington hanno dichiarato un guerra informale all’Unione Europea, moltiplicatore della rinata potenza tedesca, e si servono dell’Italia, terza economia del Continente, altamente indebitata, per destabilizzare l’eurozona. Eravamo già anche scesi più nei dettagli lo scorso autunno, parlando di “crisi asiatica” per l’Europa: per il continente era in serbo una crisi finanziaria/valutaria non dissimile da quella che Soros & soci avevano riservato al Sud-Est asiatico nel 1997. L’Italia sarebbe stato “l’ordigno” e la “No Deal Brexit” sarebbe stata l’innesco.
Dell’ammuina britannica per arrivare ad un clamoroso divorzio senza accordo abbiamo già scritto: affidando alla scialba Theresa May il compito di negoziare un’uscita ordinata e lasciando che la premier si impantanasse nei veti incrociati dal Parlamento, Londra ha gettato le basi di una “hard brexit” che avrà pesantissime ripercussioni finanziarie e economiche in tutta Europa. Nigel Farage, un sorta di “pungolo” la cui funzione è spostare l’intero baricentro della politica inglese su posizioni sempre più intransigenti, ha fondato nel gennaio 2019 il “Brexit Party” che, catalizzando le frustrazioni dell’elettorato per la situazione economica e l’andamento delle trattative, ha raccolto il 31% delle preferenze, svuotando il partito conservatore. La May, già dimessasi, sarà quindi rimpiazzata da un tory radicale ed eurofobo, pronto a traghettare il Regno Unito fuori dalla UE entro la nuova scadenza del 31 ottobre, con o senza accordo: una figura che corrisponde perfettamente a quella di Boris Johnson, rimasto sinora strategicamente a bordo campo, in attesa di rientrare al momento giusto, quasi come un novello Wiston Churchill dopo le titubanze di Neville Chamberlain.
Anche sulla natura del governo gialloverde, assemblato da “alumni” di Goldman Sachs (Steve Bannon, Lewis Eisenberg, etc.) e sulla sua funzione di strumento per destabilizzare l’Europa a trazione tedesca, abbiamo già scritto. Il travaso di voti dal Movimento 5 Stelle alla Lega Nord (17 e 34%) ha mantenuto circa la metà dell’elettorato su posizioni euro-scettiche e sovraniste: si noti che la Lega deve soprattutto le sue fortune all’ondata migratoria del 2014-2017 e al costante “pericolo” di nuovi sbarchi. La Lega intercetta i timori dell’elettorato sull’immigrazione (un fenomeno innescato dalla guerra in Libia del 2011 e dalla creazione di un vero e proprio servizio di traghetti nel canale di Sicilia da parte delle ong sorisiane) e li “trasforma” in voti anti-UE: l’Italia ha quindi intrapreso un silenzioso percorso di uscita dall’eurozona benché la maggior parte dell’elettorato non ne sia consapevole e, forse, neppure d’accordo. Il risultato del 26 maggio conferma comunque il definitivo distacco dell’Italia dal nocciolo europeo: i partiti maggioritari nella penisola sono minoritari a Bruxelles ed i nuovi equilibri saranno decisi senza il contributo di Roma. Soprattutto, il governo pentaleghista non potrà contare su nessuna Commissione “amica” (ma davvero Salvini credeva che i sovranisti sarebbero stati maggioritari nel nuovo Parlamento?) per la riscrittura unilaterale dei vincoli europei.
All’orizzonte si profila quindi una guerra commerciale tra USA e Cina, con immediate ricadute sulla crescita mondiale e sui mercati finanziari, una “No Deal Brexit” con effetti altrettanto esplosivi ed un braccio di ferro tra il governo italiano e la Commissione europea per la stesura della prossima legge di bilancio, scontro che ha alte probabilità di degenerare: insomma, tutti gli ingredienti per una tempesta perfetta. Non resta che chiederci come reagirà la Germania di fronte alle manovre angloamericane e, per rispondere al quesito, ci rifacciamo al precedente del 1992. Quanto “i mercati” attaccarono allora lo SME, affondando la sterlina e la lira, la Germania scelse di salvare la Francia, puntellando il franco e lasciando che Bankitalia svalutasse. È probabile che la storia si ripeta, tanto più che Roma, a differenza del 1992, lavora oggi attivamente per destabilizzare il sistema: Berlino tenterà di costruire un cordon sanitaire attorno alla penisola, per impedire il contagio all’intera eurozona e, soprattutto, il crollo del sistema bancario francese, esposto per quasi 250 miliardi di euro verso l’Italia.

Federico Dezzani
Fonte: http://federicodezzani.altervista.org
Link: http://federicodezzani.altervista.org/a-grandi-passi-verso-la-crisi/
27.05.2019

I veri risultati italiani delle Europee 2019. Non facciamoci abbagliare da percentuali illusorie


Sui veri risultati italiani delle Europee 2019. Non facciamoci abbagliare da percentuali di percentuali

astensionismo
[Stamane abbiamo pubblicato su Twitter una catena di tweet coi nostri primi spunti di riflessione sul risultato elettorale. Abbiamo deciso di pubblicarli anche qui, in forma di articolo, con alcune modifiche e integrazioni. Buona lettura. WM]
Un solo esempio per far capire quanto l’astensione al 44% distorca la “fotografia” e renda i ragionamenti sulle percentuali dei votanti – anziché del corpo elettorale – del tutto sballati: alle politiche del 4 marzo 2018 il PD prese 6.161.896 voti. Alle Europee di ieri, 6.045.723.
Non c’è nessun «recupero», sono oltre 116.000 voti in meno rispetto all’anno scorso. L’iperattivismo polemico di Carlo Calenda e la retorica da Madre di Tutte le Battaglie non hanno ottenuto nulla salvo un effimero superare una «soglia psicologica» che non ha corrispondenza nel reale.
Per chi dice che non vanno comparate elezioni diverse, ecco il dato delle precedenti Europee: 11.203.231. In cinque anni il PD ha perso oltre cinque milioni di voti, eppure, in preda all’effetto allucinatorio da percentuali “drogate” dall’astensione, la narrazione è quella del «recupero», della «rimonta», del «cambio di passo».
Se proprio si vuole ragionare in termini di percentuali, ragionando sul 100% reale vediamo che la Lega ha il 19%, il PD il 12%, il M5S il 9,5%. Sono tutti largamente minoritari nel Paese.
Rimuovere l’astensione rende ciechi e sordi a quel che si muove davvero nel corpo sociale. In Italia più di venti milioni di aventi diritto al voto ritengono l’attuale offerta politica inaccettabile, quando non disperante e/o nauseabonda.
Dentro l’astensione ci sono riserve di energia politica che, quando tornerà in circolazione, scompaginerà il quadro fittizio che alimenta la chiacchiera politica quotidiana, mostrando che questi rapporti di forza tra partiti sono interni a un mondo del tutto autoreferenziale.
Ora facciamo un esempio concreto di come rimuovere l’astensione abbia prodotto un effetto abbagliante e condotto a sfracellarsi chi si era fatto abbagliare.
Alle precedenti Europee il PD di Renzi prese il 40,81% del 57,22%, cioè il 23,3% reale. Ma tutti (s)ragionarono e discussero come se quello fosse «il 40% degli italiani». Renzi si convinse di avere quel consenso nel Paese, anche perché glielo ripetevano tutti gli yes-men e le yes-women di cui si era circondato. La sua politica consistette nello sfidare tutto e tutti, nel tentare ogni genere di forzatura, disse che avrebbe usato il «lanciafiamme» e quant’altro. Si rese talmente inviso nel corpo sociale reale del Paese che a un certo punto non fu più in grado di parlare in nessuna piazza, dovette annullare frotte di comizi, scappare dal retro ecc. Era la stagione di #Renziscappa.
La mappa di #Renziscappa, 2014-2016. Clicca per vedere la storymap.
Vi fu chi fece notare che quelle contestazioni erano un sintomo di qualcosa, che bisognava porvi attenzione. La risposta, invariabile, era: «Sono episodi che non dicono niente, Renzi ha il 40%, resterà al governo per 20 anni.» Intanto, però, il dissenso montava e convinceva milioni di persone a tornare a votare per votargli contro nel referendum costituzionale del 2016.
A quel referendum votarono oltre cinque milioni di persone in più rispetto alle Europee, e il Sì fu sconfitto con sei milioni di voti di distacco, tondi tondi.
Vale anche in senso inverso, e un esempio lo abbiamo avuto proprio ieri: l’astensione ha causato un vero e proprio tracollo del M5S. Cinque milioni in meno rispetto alle politiche dell’anno scorso. Il M5S aveva intercettato una parte dell’astensione e anche di spinta dal basso di movimenti sociali, ma ha ben presto dimostrato la propria inconsistenza, deludendo oltremisura, e molti che l’avevano votato se ne sono andati, plausibilmente senza dare il voto a nessun altro.
Questo per dire che:
1. Qualunque discorso sul consenso politico nel Paese che non tenga conto della «variabile impazzita» – nel senso di imprevedibile – rappresentata dalle energie “congelate” nell’astensione, e dunque dal flusso alternato voto/non-voto, è un discorso campato in aria.
2. Le piazze, le contestazioni, le manifestazioni di dissenso contano eccome, sovente sono più reali dell’allucinazione da percentuale di percentuale. Per questo ha senso continuare a monitorare #Salviniscappa. Teniamo conto che soltanto a maggio ci sono stati 21 episodi significativi.
3. Ripetere il cliché «chi non vota sceglie di non contare» è lunare, per due ragioni:
■ a. non-voto non equivale per forza a passività, milioni di persone non votano più ma fanno lotte sociali, vertenze sindacali, volontariato, stanno nell’associazionismo, sono cittadine e cittadini attivi, molto più attivi di chi magari non fa nulla se non mettere una croce su una scheda ogni tanto per poi impartire lezioncine;
■ b. da un momento all’altro costoro potrebbero tornare a usare anche il voto per scompigliare il quadro.
Salvini ha il 19% reale. Sono nove milioni di persone. In Italia siamo sessanta milioni. Il corpo elettorale attuale conta circa 51 milioni di persone. Salvini non ha con sé «gli italiani». Anche se guadagna voti e ha il consenso di un elettore su cinque, rimane largamente minoritario. Ma se guardiamo a quel 34% – ancora: è la percentuale di una percentuale – rischiamo di non capirlo.
[Un inciso: guardando troppo a Salvini che festeggia rischiamo di non capire nemmeno cosa stia succedendo in Europa, dove, al netto di singoli exploit come quello di Le Pen e Orban, la tanto paventata «ondata nera» non c’è stata e la sorpresa principale è, sulla scia delle mobilitazioni giovanili contro il disastro climatico, l’aumento del voto a forze percepite come più battagliere sul piano delle lotte ambientali e di difesa dei territori. Ora a Strasburgo i Verdi hanno dodici seggi in più delle estreme destre, 70 contro 58.]
#Salviniscappa può essere un buon sismografo nei prossimi mesi. L’effetto-shock (ingiustificato) del «34%» finirà, il conflitto sociale no. Figuredisfondo ha quasi pronta la nuova mappa, per ora in versione beta.
Cercare alternative nelle urne senza costruire alternative sociali è insensato, è il classico voler costruire la casa dal tetto. Anzi, dal tettuccio del comignolo.
Per costruire alternative sociali bisogna guardare alle lotte e, come diceva quel tale, «saperci fare col sintomo».

Un breve ma esaustivo intervento del direttore dell'Intelligence estera russa analizza la situazione globale

“Progettare un futuro globale senza l’Occidente.” Il direttore dei Servizi esteri russo alla Conferenza Internazionale di Mosca 2019

Pubblichiamo una traduzione integrale del discorso tenuto, il 25 aprile 2019 scorso, dal Direttore del Servizio di intelligence estera della Russia, Sergei Naryshki, alla Conferenza internazionale sulla sicurezza di Mosca (MCIS)


 

Cari partecipanti alla conferenza!
Il contesto internazionale in cui si svolge questo incontro è estremamente complicato. Si tratta di un periodo qualitativamente diverso da quelli precedenti della Guerra Fredda e del breve trionfo dell’unipolarità americana. Il confronto tra potenze era allora teso, ma generalmente prevedibile, governato da un chiaro insieme di regole. Nel mondo di oggi, invece, il grado di confusione ed entropia sta crescendo rapidamente. I vecchi equilibri vengono infranti, le norme vengono riscritte e distrutte allo stesso tempo, e ciò non risparmia alcun ambito dei rapporti fra Stati.
La ragione principale di questo fenomeno è la riluttanza del cosiddetto Occidente, con a capo gli Stati Uniti, nel riconoscere l’irreversibilità della formazione di un mondo multipolare. Si vede chiaramente il desiderio dell’élite euroatlantica di restare aggrappata alla propria leadership, che fino a poco tempo fa sembrava non avere alternative. Il filosofo tedesco Walter Schubart, all’inizio del XX secolo, ha detto a proposito dei britannici che essi, a differenza di altri popoli, guardano al mondo solo come a una fabbrica, da cui estrarre profitti e vantaggi. Dal crollo dell’Unione Sovietica, abbiamo avuto l’opportunità di osservare come gli eredi storici e politici dei britannici — gli americani — hanno costruito e ampliato la loro fabbrica o, meglio, una corporation, che ora spreme profitti su scala globale. Molti paesi, come la Jugoslavia, l’Afghanistan o l’Iraq, hanno sperimentato sulla propria pelle questo “modello di business”.
Ma con l’inizio del nuovo secolo, qualcosa è andato storto per gli atlantisti. Gli stati e le nazioni hanno cominciato a ricordare a Washington, in modo via via sempre più brusco, di avere una propria soggettività geopolitica. Il cataclisma finanziario globale del 2008 ha messo a nudo le fragili fondamenta del sistema economico globale messo in piedi dall’Occidente. Ad oggi, non sono stati trovati nuovi modi di garantire una crescita economica elevata e stabile. Negli stessi paesi occidentali, la popolazione non era preparata né per le gravi conseguenze della crisi, né per gli esperimenti della propria élite nel campo del multiculturalismo e della sostituzione dell’identità tradizionale. Ne è prova il forte aumento di popolarità delle forze anti-sistema, nazionali e populiste. La società invia un chiaro segnale alle autorità, di sentirsi ingannata. E invece di ricevere una risposta adeguata, queste ultime borbottano di un mitologico “intervento esterno” e predispongono “cacce alle streghe”.
Molti dei suddetti problemi perderebbero la loro rilevanza se l’élite occidentale imparasse a considerare le relazioni internazionali non come un “gioco a somma zero”, ma come un modo per risolvere congiuntamente i problemi accumulati. Tuttavia, una società globale non può smettere di espandersi e impedire un calo dei profitti. Arriverà, piuttosto, a distruggere quel sistema legale internazionale e quella struttura di sicurezza che ritiene non più redditizie e utili a tali fini.
Incoraggiati da tali ragioni egoistiche, gli americani e i loro obbedienti alleati sempre più spesso ricorrono alla forza bruta per la promozione dei loro interessi, a scapito di ogni negoziato multilaterale. Orchestrano, a carte ormai scoperte, tentativi di destabilizzazione nella maggior parte delle regioni del mondo. Inoltre, sempre più spesso non solo agiscono solo in palese spregio delle norme del diritto internazionale, ma anche del semplice buon senso.
Ne è un chiaro esempio la situazione del Venezuela, che oggi è cinicamente sottoposto alle stesse tecniche di disgregazione già messe in atto in Libia o in Siria. La Casa Bianca insiste sui pericoli di una immigrazione incontrollata, spenderà miliardi per rafforzare il confine con il Messico e, allo stesso tempo, sta per provocare una nuova guerra civile, che causerà un’altra catastrofe umanitaria, stavolta quasi a casa propria. Una simile arroganza e autoinganno costituisce oggi una delle principali minacce per la sicurezza internazionale.
Ma una politica così spericolata non si manifesta solo in relazione al Venezuela (che gli Stati Uniti, a giudicare dal loro comportamento, considerano quasi un loro dominio). Gli Usa, il Regno Unito e i loro alleati più ligi nella NATO stanno gradualmente abbandonando ogni regola più elementare e ogni sistema multilaterale anche in questioni cruciali per la stabilità strategica, come il controllo degli armamenti e delle armi di distruzione di massa. Viene fatto strame del principio del libero scambio, fondamentale per il sistema finanziario ed economico globale da loro messo in piedi. Il diritto internazionale viene interpretato arbitrariamente, provocando attacchi militari sul territorio di Stati sovrani, uccidendo centinaia di migliaia di civili e imponendo sanzioni sui rivali geopolitici. Anche il concetto stesso di diritto è stato ridicolizzato, dopo che gli inglesi hanno cercato di far passare come giuridica la nozione di “altamente probabile” [“highly likely”, nel caso Salisbury, ndt], che è stata considerata sufficiente, dalle altre nazioni occidentali, per procedere all’espulsione di massa dei diplomatici russi (ottenendo una reazione corrispondente).
La decisione Usa di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e le alture del Golan come territorio dello stato ebraico, in contrasto con le risoluzioni ONU, così come il ritiro unilaterale di Washington dall’accordo sul programma nucleare iraniano, minano gli sforzi collettivi per stabilizzare il Medio Oriente. Inoltre, risulta compromesso il principio stesso della risoluzione delle crisi attraverso i negoziati multilaterali. L’enfasi posta sull’uso della forza, senza riguardo alcuno ai principi di sovranità, integrità territoriale e non ingerenza negli affari di altri stati, è l’elemento base dei documenti programmatici dell’amministrazione Trump, che includono la strategia di sicurezza nazionale e la strategia antiterrorismo Usa
In un simile contesto, molte potenze regionali iniziano a comportarsi in modo più aggressivo, per esempio, per risolvere vecchie contese di confine o per rafforzare le proprie posizioni politico-militari. Si verifica una reazione a catena, in cui vengono ancora più erosi i meccanismi di risposta collettiva alle crisi. Al posto di un processo decisionale equilibrato domina l’impulsività e prende il sopravvento un approccio egoistico. Aumenta il rischio di “conflitti casuali”, che possono insorgere a causa di azioni unilaterali e non pianificate dei singoli attori e sono molto difficili da prevedere. Sempre più persone in tutto il mondo si trovano intrappolate in conflitti a vario grado di intensità. Di conseguenza, anche una piccola provocazione potrebbe essere sufficiente per innescare un conflitto globale.
Ricordate la prima guerra mondiale. Chi avrebbe mai pensato che le grandi potenze avrebbero mai voluto far partire una cosa del genere? Eppure vi caddero, letteralmente, tutte, pagando un prezzo di decine di milioni di vite e, alcune, scomparendo dalla mappa geopolitica del mondo. Cento anni fa, i leader di stato potevano giustificarsi con la mancanza di meccanismi legali per risolvere i conflitti fra nazioni nelle loro fasi iniziali. Oggi tali strumenti esistono, ma il cosiddetto Occidente, e soprattutto gli Stati Uniti, li distruggono costantemente, non offrendo nulla per sostituirli, se non bullismo o vuoti proclami sul rafforzamento dell’ordine liberale (in cui non crede più nessuno, nemmeno chi li lancia).
Una tale incoscienza è probabilmente spiegata dal fatto che gli Stati Uniti non hanno il trauma storico associato alla guerra che hanno altre nazioni, in primo luogo la Russia e i paesi europei. Ma il mondo moderno (a proposito, proprio in seguito agli sforzi degli stessi Stati Uniti) è diventato così interdipendente, piccolo e connesso, che persino l’Oceano Atlantico e Pacifico non possono più essere considerati una protezione certa dalle conseguenze di un possibile conflitto globale.
La Russia, che ha vissuto tre guerre devastanti negli ultimi cento anni, non si stancherà di insistere con gli altri membri della comunità internazionale affinché vengano cercate insieme le soluzioni ai problemi accumulatisi. Sfortunatamente, anche nelle aree in cui sono in corso tali negoziati, come la lotta al terrorismo o alla sicurezza delle informazioni, i partner occidentali continuano a tirarsi indietro. Ciò non significa, naturalmente, che dobbiamo interrompere ogni contatto, isolarci o isolarli. È necessario proseguire il dialogo, se non altro per impedire il crollo definitivo dell’attuale sistema internazionale, che tuttavia garantisce una stabilità strategica. Nella situazione attuale, è necessario prendere la via non della distruzione ma, piuttosto, del rafforzamento delle cornici globali e regionali.
Se l’Occidente, guidato dagli Stati Uniti, non ha abbastanza maturità e coraggio per muoversi nella direzione indicata, gli altri centri di potere dovranno progettare un futuro globale senza di esso. Per rimpiazzare l’antiquato universalismo liberale, deve sorgere un nuovo ordine mondiale, giusto e sostenibile. Deve essere definito in quelle condizioni e in quelle forme che possano garantire una duratura coesistenza di stati e associazioni regionali, pur mantenendo il diritto, per ciascuno di essi, al proprio sviluppo. Sono certo che quelle forze ragionevoli, presenti nei paesi occidentali, che sono consapevoli dei rischi per la comunità mondiale e che hanno un interesse elementare per l’autoconservazione, saranno sempre più parte attiva in questo processo.
I contorni del sistema del mondo che verrà sono ancora coperti da una nebbia di incertezza. Che si arrivi ad una vera unità nella diversità o che si tratti di una mera copertura per il potere di uno stretto club di paesi eletti dipende in gran parte dal nostro operato. La Conferenza di Mosca è un’eccellente piattaforma per questo tipo di lavoro, per approfondire la cooperazione nel campo della sicurezza globale e regionale.
Grazie per l’attenzione!
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Traduzione a cura di GogMagog

Il sistema bancario tedesco è giunto al capolinea, tecnicamente fallito con debiti e titoli tossici per parecchie centinaia di miliardi di euro

Sono informazioni che fornisco da diversi anni, cioé che la cosiddetta "locomotiva tedesca", il paese dominante l'UE che impartisce lezioni di moralità e rigore a tutti gli altri e che ha tratto i maggiori benefici dalla moneta unica a detrimento dei paesi più deboli come l'Italia, ha il peggior sistema bancario del mondo, che è fallito a tutti gli effetti, ma facendo finta di nulla e truccando i bilanci ha tirato innanzi fino ad oggi con centinaia di miliardi di titoli tossici in pancia (pura spazzatura) e debiti smisurati. Falliti i tentativi di fusione per creare un megaistituto bancario tedesco, che non avrebbe risolto alcun problema, rimangono solo le banche straniere e soprattutto cinesi le uniche in grado di rilevare tali istituti decotti, ma l'orgoglio teutonico ne soffrirebbe. Cosa faranno le autorità tedesche? Fossero giapponesi farebbero seppuku, esprimendo in tal modo un moto di dignità, ma temo che invece ipocritamente faranno pesare le loro sofferenze sulla popolazione europea. E stiamo parlando di cifre da far impallidire il debito pubblico italiano ... Claudio

Le forze straniere avanzano in una Germania in rovina. È lo stato del sistema bancario tedesco oggi

(di David Rossi
 

Un dossier gira sui tavoli delle cancellerie e delle redazioni dei quotidiani finanziari di tutto l’Occidente - e non solo - ed è classificato, perché solo a parlarne vengono i brividi: esiste un Paese europeo che da decenni non include nei propri bilanci le liability verso enti terzi di fatto e di diritto sottoposti alla propria garanzia. Ed ha nascosto sotto il tappeto - nel formale rispetto delle regole - la bellezza di 4.700 miliardi di euro, oltre il 120% del PIL, mentre l’indebitamento della prima e della terza banca del Paese supera abbondantemente i 1.800 miliardi di Euro e l’esposizione del primo istituto di credito sui derivati equivale all’astronomica cifra di 48.000 miliardi, quattordici volte il PIL del Paese. Ora, quel Paese è la Bundesrepublik Deutschland, la Germania.
Da mesi i media di tutto il mondo riportano notizie sui tentativi di salvare Deutsche Bank e Commerzbank, le due banche di cui sopra, dal rischio di una crisi senza via d’uscita. La fusione è stata accantonata, ricordando le parole dell’ex presidente di Volkswagen Ferdinand Piëch: “Due malati in un letto non fanno una persona sana”. Unicredit, ING e alcuni istituti di credito francesi hanno cominciato ad esplorare un’acquisizione. Da notare che gli azionisti delle due banche sono quasi gli stessi: importanti fondi di investimento anglosassoni; con la significativa differenza che Commerzbank è per il 15,6% di proprietà del Governo tedesco, il quale ovviamente ha le mani legate perché non può avvallare operazioni che comportino perdite significative di posti di lavoro. È il modello tedesco di partecipazione dello Stato federale, dei Land (le regioni) e delle associazioni di lavoratori nei consigli di amministrazione e nell’azionariato delle grandi aziende che in questo, come in altri casi, mostra i propri limiti: non è realistico chiedere alle dita di una mano quali preferirebbero essere amputate dall’arto…
Il tempo corre: Fitch, che a settembre 2017 ha declassato le obbligazioni di Deutsche Bank da A- a BBB+, a giugno 2018 e di nuovo a febbraio 2019 ha confermato l’outlook negativo, ad appena due passi dalla classificazione come “titoli spazzatura”. Non che Commerzbank stia molto meglio…
A Berlino il merger (la fusione) piace ancora, anche per difendere le banche e le aziende tedesche dalle mire della Cina. L’eventuale arrivo di un “cavaliere bianco” italiano, francese o olandese verrebbe vissuto come un male minore, allo scopo di evitare traumatiche incursioni del Celeste impero, come nel caso di Geely salita senza colpo ferire al 10% di Daimler1 o della società elettrica di stato cinese arrivata a controllare il 20% di uno dei quattro gestori della rete elettrica tedeschi. Il dubbio non è se Berlino vorrà difendere la Germania e, indirettamente, l’Europa: da mesi il governo di Angela Merkel lavora a un disegno di legge volto ad assicurare all’esecutivo il potere di bloccare gli investimenti extra-UE - anche solo del 10% - in aziende di settori strategici, come infrastrutture, difesa e sicurezza. No, il dubbio è quanto e persino se potrà farlo.




































Ora, ricordate come è cominciata nel settembre 2007 la così detta Grande Depressione, di cui il mondo in generale e l’Europa in particolare portano ancora le stigmate? Il 13 settembre 2008 Lehman Brothers aveva in corso trattative con Bank of America e Barclays per la possibile vendita della società. Di lì a ventiquattr’ore, però, Barclays ritirò la sua offerta, mentre l’interessamento di Bank of America cozzò contro la richiesta di un coinvolgimento del governo federale nell’operazione. Il giorno successivo l’indice Dow Jones segnò il più grande tracollo da quello che era seguito agli attacchi dell'11 settembre 2001: il fallimento di Lehman è stato il più grande nella storia, superando il crac di WorldCom nel 2002. Lehman aveva debiti bancari pari a circa 613 miliardi di dollari e debiti obbligazionari per 155 miliardi di dollari, un importo complessivo equivalente al 5% del PIL americano nel 2008.
Certamente, Berlino non ripeterebbe l’errore, memore anche dei quaranta miliardi di sterline offerte nel 2008 dal governo britannico alle banche in difficoltà. Qui, però, non parliamo di 40 e nemmeno di 600 miliardi, ma di oltre 1.800. Il governo tedesco avrebbe la forza finanziaria e politica per farlo e anche di imporre ai partner europei di fare una mano, stante anche la situazione dell’indebitamento reale della Nazione e la diffusione dei sovranismi? A fronte di offerte provenienti da Pechino dell’ordine delle centinaia di miliardi, il contribuente tedesco preferirebbe pagare il conto di banchieri e imprenditori di tasca propria, pur di garantire l’indipendenza del Sistema Paese tedesco? Il contribuente italiano si renderebbe conto che abbandonare la Germania al proprio destino equivale a segare il ramo su cui è seduto?
Chi scrive, in realtà, avrebbe timore di fare questa domanda agli Italiani se si trattasse anche solo di salvare una delle banche “sistemiche” del nostro Paese, figuriamoci quelle tedesche…
1 Commentando l’operazione, il presidente di Geely, Li Shufu, aveva detto alla tv di Stato che l’investimento sarebbe servito a "sostenere la crescita dell’industria automobilistica cinese" nel quadro "delle strategie nazionali".
Foto: web / David Shankbone

La locomotiva USA della spesa militare mondiale non potrà che portare a nuovi conflitti bellici

Gli USA da soli coprono oltre la metà delle spese militari mondiali (quasi mille miliardi di dollari), come informa l'articolo sottostante. Considerando i progressi tecnologici militari effettuati negli ultimi anni dai loro primari avversari: Russia e Cina, spendendo molto meno degli Usa e ottenendo mezzi (sia difensivi che offensivi) di maggiore efficacia e pericolosità, direi che gli USA questa enorme quantità di soldi li spendono piuttosto male, perlopiù per sostenere il loro mastodontico apparato militare con oltre 700 basi all'estero e centinaia in patria e diversi fronti bellici aperti contemporaneamente, oltre a diverse flotte sempre in movimento e in riparazione. Oltre ovviamente al sostegno ai loro interessi economico finanziari e monetari (dollaro docet) globali, puntando sull'anacronistica strategia dell'autoritarismo, con minacce, ricatti e intimidazioni, prepotenza unilaterale, ecc., gli affari all'Estero li fanno sempre con la protezione/minaccia delle forse armate. Modalità cui sono abituati e che reputano ancora valide e di successo, mentre ormai lasciano il tempo che trovano e che finiscono con lo stremare gli alleati-coloni che col tempo abbandoneranno il mantello protettivo americano, sempre più gravoso, poco efficiente e affidabile. Inoltre le 17 agenzie federali di intelligence americane sono in costante competizione e conflittualità tra loro e finiscono per fornire servizi approssimativi, contradditori e inaffidabili, dividendosi tra il governo e il deep state e altre formazioni più o meno occulte (non dimentichiamoci che gli USA sono stati costituiti da massoni ed è uno stato prevalentemente massone tuttora e vi sono inoltre milioni di cristiani sionisti i cui leader hanno ricchezze e poteri immensi). Finché potranno stampare (virtualmente) dollari a volontà, gli USA continueranno a fare danni come sono abituati, alimentando guerre all'infinito (finché c'è guerra c'è speranza, per loro), col concreto rischio di provocarne a breve qualcuna estesa, con un notevole raggio d'azione e ripercussioni planetarie, soprattutto quando Cina e Russia e altri paesi del BRICS e associati lasceranno il dollaro per passare ad una loro moneta, dotata magari di qualche forma di gold o silver standard, che la renderà estremamente appetibile e competitiva col dollaro, inducendo moltissime nazioni ad abbandonarlo, minando alle fondamente il potere opportunistico parassitario americano nel mondo. Credo sia questo il vero motivo per il quale il deep state degli USA prema così tanto per scatenare una guerra di livello mondiale, oltre che ovviamente per alimentare il loro gigantesco business bellico, essendo i principali azionisti dell'apparato industriale militare e della security, che costituisce la principale voce di spesa del bilancio USA.
Claudio Martinotti Doria


La locomotiva USA della spesa militare mondiale

La locomotiva USA della spesa militare mondiale

La spesa militare mondiale – secondo le stime pubblicate dal SIPRI il 29 aprile – ha superato i 1800 miliardi di dollari nel 2018, con un aumento in termini reali del 76% rispetto al 1998. Secondo tale stima, ogni minuto di spendono nel mondo circa 3,5 milioni di dollari in armi ed eserciti. Al primo posto figurano gli Stati uniti con una spesa nel 2018 di 649 miliardi. Tale cifra rappresenta il budget del Pentagono, comprensivo delle operazioni belliche all’estero, non però l’intera spesa militare statunitense.
Si aggiungono infatti altre voci di carattere militare.
  • Il Dipartimento per gli affari dei veterani, che si occupa dei militari a riposo, ha avuto nel 2018 un budget di 180 miliardi di dollari.
  • La Comunità di intelligence, composta da 17 agenzie (tra cui la più nota è la Cia), dichiara un budget di 81,5 miliardi, che però è solo la punta dell’iceberg della spesa reale per operazioni segrete.
  • Il Dipartimento per la sicurezza della patria ha speso nel 2018 70 miliardi, soprattutto per «proteggere con il servizio segreto la nostra infrastruttura finanziaria e i nostri più alti leader».
  • Il Dipartimento dell’Energia ha speso 14 miliardi, corrispondenti a metà del suo budget, per mantenere e ammodernare l’arsenale nucleare.
Tenendo conto di queste e altre voci, la spesa militare degli Stati uniti ammonta, nel 2018, a circa 1000 miliardi di dollari.
La spesa militare è la principale causa del deficit federale, salito a circa 1000 miliardi e in forte aumento. Insieme ad altri fattori, essa fa lievitare il debito pubblico USA, salito nel 2019 a oltre 22000 miliardi di dollari, con interessi annui di 390 miliardi che raddoppieranno nel 2025. Tale sistema si regge sulla egemonia del dollaro, il cui valore è determinato non dalla reale capacità economica statunitense, ma dal fatto che esso costituisce la principale moneta delle riserve valutarie e dei prezzi internazionali delle materie prime. Ciò permette alla Federal Reserve di stampare migliaia di miliardi di dollari con cui viene finanziato il colossale debito pubblico USA attraverso obbligazioni e altri titoli emessi dal Tesoro.
Poiché Cina, Russia e altri paesi mettono in discussione l’egemonia del dollaro – e con essa l’ordine economico e politico dominato dall’Occidente – gli Stati Uniti giocano sempre più la carta della guerra, investendo il 25% del loro budget federale nella macchina bellica più costosa del mondo. La spesa militare degli Stati Uniti esercita un effetto trainante su quelle degli altri paesi, che restano però a livelli molto inferiori.
  • La spesa della Cina viene stimata dal SIPRI in 250 miliardi di dollari nel 2018, anche se la cifra ufficiale fornita da Pechino è di 175.
  • La spesa della Russia viene stimata in 61 miliardi, oltre 10 volte inferiore a quella USA (limitatamente al solo budget del Pentagono).
  • Secondo le stesse sime, sette paesi della NATO – Usa, Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia, Canada e Turchia  – contano complessivamente circa la metà della spesa militare mondiale.
  • La spesa militare italiana, salita nel 2018 dal 13° all’11° posto mondiale, è stimata dal SIPRI in  27,8 miliardi di dollari.
Viene così sostanzialmente confermata la stima, comprendente altre voci oltre il bilancio della Difesa, che la spesa militare italiana ammonta a 25 miliardi di euro annui in aumento. Ciò significa che, in un anno, si spende già oggi a scopo militare l’equivalente (secondo le previsioni) di quattro anni di reddito di cittadinanza.
Sulla scia degli USA, è ormai deciso un ulteriore forte aumento. Il maggiore «reddito di cittadinanza» è ormai quello della guerra.
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Articolo a cura di Manlio Dinucci