Benvenuti nel Blog di Claudio Martinotti Doria, blogger dal 1996


"Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam", motto dell'Ordine dei Cavalieri Templari, Pauperes commilitones Christi templique Salomonis

"Ciò che insegui ti sfugge, ciò cui sfuggi ti insegue" (aneddotica orientale, paragonabile alla nostra "chi ha pane non ha denti e chi ha denti non ha pane")

"Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell'Occidente è che perdono la salute per fare soldi. E poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere nè il presente nè il futuro. Sono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto."
(Dalai Lama)

"A l'è mei mangè pan e siuli, putòst che vendsi a quaicadun" (Primo Doria, detto "il Principe")

"Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci." Mahatma Gandhi

L'Italia non è una nazione ma un continente in miniatura con una straordinaria biodiversità e pluralità antropologica (Claudio Martinotti Doria)

Il proprio punto di vista, spesso è una visuale parziale e sfocata di un pertugio che da su un vicolo dove girano una fiction ... Molti credono sia la realtà ed i più motivati si mettono pure ad insegnare qualche tecnica per meglio osservare dal pertugio (Claudio Martinotti Doria)

Lo scopo primario della vita è semplicemente di sperimentare l'amore in tutte le sue molteplici modalità di manifestazione e di evolverci spiritualmente come individui e collettivamente (È “l'Amor che move il sole e le altre stelle”, scriveva Dante Alighieri, "un'unica Forza unisce infiniti mondi e li rende vivi", scriveva Giordano Bruno. )

La leadership politica occidentale è talmente poco dotata intellettualmente, culturalmente e spiritualmente, priva di qualsiasi perspicacia e lungimiranza, che finirà per portarci alla rovina, ponendo fine alla nostra civiltà. Claudio Martinotti Doria

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Patriă Montisferrati

Patriă Montisferrati
Cliccando sullo stemma del Monferrato potrete seguire su Casale News la rubrica di Storia Locale "Patriă Montisferrati", curata da Claudio Martinotti Doria in collaborazione con Manfredi Lanza, discendente aleramico del marchesi del Vasto - Busca - Lancia, principi di Trabia

Come valorizzare il Monferrato Storico

La Storia, così come il territorio e le sue genti che l’hanno vissuta e ne sono spesso ignoti ed anonimi protagonisti, meritano il massimo rispetto, occorre pertanto accostarsi ad essa con umiltà e desiderio di apprendere e servire. In questo caso si tratta di servire il Monferrato, come priorità rispetto a qualsiasi altra istanza (personale o di campanile), riconoscendo il valore di chi ci ha preceduti e di coloro che hanno contribuito a valorizzarlo, coinvolgendo senza preclusioni tutte le comunità insediate sul territorio del Monferrato Storico, affinché ognuna faccia la sua parte con una visione d’insieme ed un’unica coesa identità storico-culturale condivisa. Se ci si limita a piccole porzioni del Monferrato, per quanto significative, si è perdenti e dispersivi in partenza.

Sarà un percorso lungo e lento ma è l’unico percorribile se si vuole agire veramente per favorire il Monferrato Storico e proporlo con successo come un’unica entità territoriale turistico culturale ed economica …

La decadenza politicamente corretta degli europei consente l'invasione dei nuovi barbari

I barbari si scatenano nel cimitero-Europa


DI DMITRY ORLOV, tratto da Come Don Chisciotte  https://comedonchisciotte.org/

cluborlov.blogspot.com

In tutto il mondo, sono in pochi a capirci qualcosa della reazione europea alla crisi dei rifugiati. Da parte dei migranti vediamo accanite dimostrazioni di barbarie, fanatismo e violenza, da parte degli Europei c’è la spregevole paura di apparire… intolleranti. In un contesto ormai fuori controllo, dove ci si aspetterebbe che la gente si organizzasse, protestasse, facesse blocchi stradali e votasse in massa per i partiti nazionalisti, dobbiamo invece assistere al ridicolo spettacolo di docili ed effeminati Europei che, in abbigliamento unisex, scrivono col gesso sui marciapiedi “No al terrorismo!” La maggior parte delle persone, in tutto il mondo, vede in questo un’ostentata dimostrazione di nullità antropologica. “E’ morta l’Europa?”, si chiedono ad alta voce.
Nel caso pensiate che questa opinione si politicamente scorretta, priva di tatto o in qualche modo marginale, invece che ampiamente condivisa (sappiate che) il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, uno statista russo di provata esperienza, nonchè “diplomatico dei diplomatici” ha dichiarato, in forma ufficiale, che l’Unione Europea sta “commettendo un suicidio” lasciandosi invadere dalle orde che arrivano dal Medio Oriente e dal Nord Africa.
Siamo di fronte all’arrivo di un flusso continuo di persone, la maggior parte maschi giovani e renitenti alla leva nei paesi d’origine, di questi, abbastanza pochi hanno le caratteristiche per poter richiedere asilo. La maggior parte non ha qualifiche per nessun genere di lavoro all’interno dell’UE in quanto analfabeti, senza istruzione o etica professionale. Molti di loro non sarebbero comunque addestrabili, perchè provengono da popolazioni dove la selezione viene fatta dalla forza fisica e dalla resistenza alle malattie, piuttosto che dall’intelligenza.
Parecchi sono islamici radicalizzati, che si considerano colonizzatori a tutti gli effetti, molti altri non hanno scrupoli a rapinare gli Europei e a stuprare le Europee. Qualche migliaio sono dei veri terroristi, che si infiltrano in attesa di ricevere ordini. Per la maggior parte di loro, sbarcare in Europa e fare gli scrocconi fa parte di una bellissima avventura, molto più eccitante che pascolare bestiame o coltivare miglio nei villaggi natii.
Le ONG europee li forniscono di gommoni e giubbotti di salvataggio e li mandano alla deriva al largo della costa libica o in Adriatico. Le navi delle ONG europee li raccolgono e li sbarcano nei porti italiani, greci o spagnoli. E poi scroccano, per mesi interi, mentre altre ONG li assistono per le domande di permesso e intasano i tribunali con le azioni legali che intentano a loro favore.
Sono sicuro che molti Europei potrebbero pensare che sono una persona crudele, per aver fatto un così poco lusinghiero quadro della situazione. Ma c’è una standard assai più elevato della pura generosità per valutarla: corrisponde al vero? La verità è spesso crudele e dolorosa e tuttavia, senza la verità (che ci fa capire le vere conseguenze delle nostre azioni) non saremmo altro che agnelli destinati al macello.
Rifiutarsi di guardare in faccia la realtà, nascondendosi dietro un logoro ed ipocrita velo di “gentilezza”, non è altro che vigliaccheria. Certo, la codardia si vede spesso in Europa, nascosta dietro un altro consunto velo, quello della “sicurezza.” Quando l’ISIS aveva fatto esplodere le bombe all’aereoporto di Brussels, il re del Belgio Philippe e la sua regale consorte erano stati evacuati in tutta fretta. Nel Medioevo un simile comportamento codardo sarebbe costato al monarca la corona, probabilmente accompagnata dalla testa. Ma ora è perfettamente normale, per una nazione vigliacca, avere un re vigliacco.
E’ abbastanza difficile capire il razionale che sta dietro ad una simile codardia imposta dall’alto. Perchè le elites europee insistono così tanto ad ingozzare di “tolleranza” i loro cittadini e a sostituirli con barbari d’importazione? Che cosa è successo allo spirito di quegli imperi assetati di sangue, che per secoli hanno svenato il mondo intero, accumulando tesori inestimabili?
Ciò che è successo, credo, è che gli Europei stanno troppo bene. Certamente, hanno avuto qualche momento difficile nelle due guerre mondiali, ma questo non è nulla in confronto a quello che hanno passato molte altre nazioni, sopratutto Russia e Cina. Quando la vita è una lotta, l’esperienza è vivida, le gioie semplici rappresentano sensazioni profonde, le scelte intelligenti sono essenziali alla sopravvivenza e gli atti di eroismo sono necessari e tenuti nella massima considerazione. Quando la vita è confortevole, la gente diventa sazia e difficile da soddisfare, i gusti si fanno decadenti e leziosi, i problemi della sicurezza vengono demandati agli specialisti e i gesti individuali e spontanei di eroismo e di coraggio arrivano ad essere trattati come sintomi di disadattamento sociale.
Se c’è abbastanza sicurezza e benessere, queste condizioni diventeranno fini a se stesse, e saranno gli standard a cui rapportare tutto il resto. Quelli che godono di minor sicurezza e meno benessere saranno considerati meno vincenti e meno alla moda, e diventeranno meno popolari, in una gara di perenne predominio. Al contrario, quelli che non si saranno fatti sedurre dalla sicurezza e dal benessere e sono desiderosi di battersi per dei principi più elevati della sola tolleranza e gentilezza, non verranno compresi; dopo tutto, che cos’altro c’è al di fuori della sicurezza e del benessere? Ma questa è solo una messa in scena per la prossima discesa verso il basso, perché sicurezza e benessere non sono equiparabili a certezze.
La sicurezza non può essere garantita sempre e dovunque, gli incidenti capitano. Potreste prendervi un pugno in faccia da un ubriaco bellicoso, essere molestati da un migrante assatanato, morire in un attacco terroristico per un Allah akbar o, più facilmente, rompervi il collo cadendo dalla bicicletta. Dal momento che non siete più i responsabili della vostra sicurezza personale (ora è compito di professionisti retribuiti), non potete incolpare voi stessi. Potete, naturalmente, dare la colpa ai professionisti retribuiti, ma, come sapete, loro stanno facendo del loro meglio… L’unica possibilità rimasta è quella di fare la vittima. Il vittimismo è diventato un prodotto assai apprezzato ed una medaglia al merito. L’enorme importanza e l’assistenza profusa alle vittime di tutti i generi, che vengono incoraggiate ad organizzarsi e a farsi valere collegialmente, rassicura tutti gli altri sull’importanza della loro sicurezza. Si può essere vittime, ma non si può essere vittime della propria stupidità
A proposito di stupidità, rendersi conto di essere stupidi non è piacevole, ma tutti, anche gli stupidi, devono sentirsi sempre a loro agio. Dato che la metà esatta della popolazione è di intelligenza inferiore alla media, tutto questo è abbastanza difficile da realizzare. Affermare che metà della popolazione è vittima della stupidità non risolverebbe realmente il problema, una tale sovrabbondanza di vittime vanificherebbe la promessa di un conforto universale. E neanche si può affrontare il problema imponendo un sistema meritocratico generalizzato, basato sui diritti del singolo: gli intelligenti si comporterebbero meglio dei non-intelligenti, creando a questi ultimi un notevole disagio.
La soluzione è abbandonare il principio di meritocrazia. Invece di garantire diritti ed opportunità individuali, basati su capacità e rendimento, noi lotttiamo per la parità di risultato: a tutti vengono garantiti un premio di partecipazione e un po’ di soldi, basta essere obbedienti ed educati, con l’entità del premio e la somma di denaro accuratamente calibrate al proprio livello di vittimismo. A questo ci si riferisce talvolta con il termine stranamente riadattato di “equità.” Dal momento che non è semplice organizzare una distribuzione di “equità” a livello individuale, le persone vengono suddivise in una miriade di gruppuscoli e ciascuno di questi viene valutato in rapporto agli altri. Se sei una lesbica disabile di colore, puoi spuntare subito tre caselle nella lista del vittimismo e ti verrà dato lo stesso premio di un maschio eterosessuale bianco normodotato. Ora, stranamente, si fa riferimento a tutto questo chiamandola “giustizia sociale”, come se ce fosse qualche altro tipo.
Questo nuovo genere di persona, nata dapprima in Europa, diffusasi poi in tutto l’Occidente ed oltre, assomiglia molto ad una forma degenerata di umanità: priva di grandi passioni e mete ambiziose, senza nessun chiaro vincolo o preferenza etnico-sociale, fissata sul benessere e sulla sicurezza, scarsa sia di mascolinità che di femminilità: una sorta di eunuco civilizzato, imprigionato in un campo di concentramento LGBTQ a quattro stelle. Tutto questo può sembrare fortemente negativo, ma il lato positvo è che questo tipo di persona è per lo più inoffensivo. In questo momento, mezzo miliardo di individui popolano, senza crearsi grossi pericoli a vicenda, una piccola penisola dell’Eurasia Occidentale che, fino a non molto tempo fa, era stata teatro di interminabili conflitti armati. (Queste persone) non distruggono il materiale artistico ma sembra che lo raccolgano e investano nel consumismo e nelle comodità. Una cosa del genere, e molti saranno d’accordo, si chiama progresso.
L’ultima, grande sfida a questo modo di essere si era presentata al momento dell’integrazione dell’Europa Orientale, dove le passioni sono ancora molto forti. Il problema era stato facilmente risolto trovando un capro espiatorio, la Serbia, condannata per l’assenza di tolleranza e multiculturalismo e bombardata fino allo sfinimento. Questo, almeno per ora, ha spaventato e immobilizzato tutti gli altri nell’Europa dell’Est. Ma adesso, la migrazione di massa si presenta come un problema di dimensioni completamente differenti, e ha provocato la rivolta di Polonia, Ungheria ed ora anche dell’Italia contro l’assalto degli immigrati.
Questi nuovi arrivati provengono sopratutto da culture che sono all’opposto della tolleranza e della gentilezza. Sono per lo più caratterizzati da crudeltà, passione, fedeltà alla tribù e fanatismo politico-religioso. Vogliono vivere proprio qui e adesso, darsi ai piaceri più bestiali della natura umana e considerano l’Europa una cassa del tesoro da saccheggiare. Le loro culture rievocano un periodo antico della storia europea, quando grandi folle si raccoglievano nelle piazze delle città per vedere gente squartata o bruciata viva.
Gli Europei avevano vinto la loro natura medioevale, ma l’hanno reimportata. Questo nuovo, demascolinizzato Uomo Occidentale Europeo è incapace di opporvisi, e neanche ci riescono i suoi governi, i cui leaders sono obbligati ad attenersi alle stesse identiche regole di tolleranza, correttezza politica e gentilezza coatta. Ma l’Uomo Orientale Europeo, costretto solo temporaneamente a comportarsi in modo tollerante ed effeminato, non reggerà questa situazione ancora per molto. La sua natura medioevale è ancora abbastanza vicina alla superficie, mentre i suoi vicini occidentali l’hanno già relegata nei musei e nelle altre trappole per turisti. Questo è già evidente: c’è stato un recente summit dell’UE sull’immigrazione: gli Europei dell’Est non hanno nenche fatto la fatica di presentarsi.
Guardando alla situazione da ancora più lontano, dalla Russia europea e dal resto della massa continentale eurasiatica, c’è un profondo senso di tristezza nel vedere l’Europa che muore. Una grossa parte di storia dell’umanità sta per essere travolta e saccheggiata. Avendo dedicato diversi decenni al recupero del Cristianesimo Orientale, dopo i danni causati dai barbari bolscevici, guardano con costernazione le reliquie e le rovine del Cristianesimo Occidentale venire sommerse da una nuova ondata di barbari. Gli abitanti dell’Europa Occidentale non varranno poi molto, ma possono ancora essere utili come guardiani di musei e guide turistiche.
Che l’Europa si stia trasformando in un museo era già chiaro a Dostoevsky 150 anni fa, quando scriveva (facendo parlare Versilov):
“Per un Russo l’Europa è preziosa proprio come la Russia, ogni sua pietra è affascinante e cara. L’Europa è la nostra Madrepatria, tanto quanto la Russia…Oh, quanto preziose sono per noi Russi queste vecchie pietre straniere, questi miracoli di un antico mondo devoto, questi frammenti di miracoli santi; ci sono molto più cari degli stessi Europei!”
E poi, questa volta con la voce di Ivan Karamazov, con ancora più passione:
“…Voglio viaggiare in Europa e così farò. Certo, so che andrò solo a visitare un cimitero. E allora? I cadaveri che vi giacciono sono preziosi, ogni lapide racconta la storia di una grande vita, di una appassionata fede per le gesta eroiche, per le proprie verità, per la propria lotta. So già che cadrò a terra, bacerò queste pietre e piangerò su di esse, anche se dentro di me sarò assolutamente convinto che tutto questo era già diventato un cimitero molto tempo fa e non è nulla di più.”
[Ispirato da E. Kholmogorov]
Dmitry Orlov
Fonte: cluborlov.blogspot.com
Link: http://cluborlov.blogspot.com/2018/06/barbarians-rampage-through-europes.html#more
26.06.2018
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

I quattro segnali del collasso americano

L'analisi geopolitica che vi propongo, esaustivamente elaborata dall''ing. Orlov, corrisponde quasi in toto a quella che ho scritto nel mio libro ormai completato nel marzo di quest'anno e in attesa di pubblicazione. leggendola attentamente e pazientemente (perché è lunga) avrete in pratica un'anticipazione di quanto da me riportato alcunimesi fa, giungendo alle stesse sue conclusioni.
claudio martinotti doria



I segnali del collasso americano

di Dmitry Orlov - 24/06/2018
I segnali del collasso americano
Fonte: Comedonchisciotte
Analizzando il collasso dell’impero americano che si sta sviluppando (per ora) lentamente, la caduta dell’Unione Sovietica, avvenuta all’incirca tre decadi or sono, continua ad essere una miniera d’oro di analogie e utili esempi. Episodi occorsi durante il collasso sovietico possono servire da validi indicatori per quello americano, permettendoci di formulare ipotesi migliori sulla tempistica di quegli eventi che possono, di colpo, trasformare un collasso progressivo in uno catastrofico.

Quando si era verificato il collasso sovietico, la reazione universale era stata: “Chi avrebbe potuto prevederlo?” Beh, io lo sapevo. Ricordo benissimo una conversazione che avevo avuto con un chirurgo nell’estate del 1990, mentre stavo per andare sotto i ferri per un’appendicectomia e aspettavo che l’anestesia facesse effetto. Mi aveva chiesto che cosa sarebbe successo alle republiche sovietiche, all’Armenia in particolare. Gli avevo risposto che sarebbero state indipendenti in meno di un anno. Era sembrato veramente scioccato. Mi ero sbagliato di un paio di mesi. Spero di riuscire a prevedere il collasso americano con lo stesso grado di precisione.

Suppongo che allora fossi stato ben posizionato per poterlo prevedere, e sono tentato di fare un’ipotesi su come ci fossi riuscito. All’epoca la mia area di competenza era l’elettronica di misura e acquisizione dati per esperimenti di fisica ad alta energia, non la sovietologia. Ma avevo trascorso l’estate precedente a Leningrado, la mia città natale, e mi ero fatto un’idea abbastaza precisa di quello che stava succedendo in Unione Sovietica. Nel frattempo, tutto quel coacervo di “russologi” professionisti  stipendiati che se ne stava al sicuro nelle varie agenzie governative di Washington o consumava ossigeno nelle diverse fondazioni e università degli Stati Uniti, non aveva assolutamente idea di quello che sarebbe successo.

Ho il sospetto che ci sia un principio scientifico alla base di tutto questo: se la vostra carriera dipendesse dalla continua esistenza di X, e X stesse per sparire, non sareste poi tanto motivati a prevedere in modo accurato un evento del genere. Al contrario, se foste in grado di pronosticare infallibilmente la spontanea scomparsa di X, allora sareste anche abbastanza furbi da cambiare lavoro in tempo, per cui non sareste più degli esperti di X e la vostra opinione sull’argomento verrebbe ignorata. La gente penserebbe che avete gettato alle ortiche un ottimo impiego e che siete dei falliti. In questo momento vedo succedere la stessa cosa con gli esperti di Russia che si trovano negli Stati Uniti: non riescono ad immaginare che le cose che hanno studiato per tutta la vita stiano rapidamente svanendo nell’irrilevanza. O forse ci riescono, e la constatazione se la tengono tutta per loro, per paura di non essere più invitati ai talk show.

Suppongo che, dal momento che la competenza è il conoscere molto di molto poco, il sapere tutto di nulla, di una cosa che non esiste, sia la sua fine logica. Comunque sia. Ma io credo che noi, i non-esperti, armati con i 10/decimi del senno di poi conferitoci dall’esempio del collasso sovietico, si possa evitare di essere, allo stesso modo, sorpresi e scioccati da quello americano. Questa non è una questione accademica: quelli che riusciranno a valutarlo con precisione potrebbero essere in grado di tagliare la corda prima che avvenga, quando i lampioni saranno ancora quasi tutti accesi, quando non tutti se ne andranno in giro strafatti di droga e quando gli omicidi di massa e tutti gli altri generi di caos faranno ancora notizia.

Il senno di poi ci mette in grado di individuare alcuni marcatori che erano presenti allora, come al giorno d’oggi. I quattro che ora voglio discutere sono i seguenti:
1. Gli alleati vengono estraniati
2. Spariscono le inimicizie
3. L’ideologia diventa irrilevante
4. L’atteggiamento militare si inflaccidisce.

Tutti  si possono già vedere chiaramente nel collasso americano. Come era successo con il collasso sovietico, per ognuna di queste tendenze esiste un certo periodo di incubazione, che potrebbe essere magari di un anno o due, durante il quale sembra che non stia succedendo quasi nulla, ma, alla fine, tutto si sblocca all’improvviso.

1. Alleanze

Man mano che il collasso dell’Unione Sovietica progrediva, le antiche amicizie si guastavano, passando dall’irrilevanza all’inimicizia vera e propria. Prima del crollo, la Cortina di Ferro divideva l’Europa Occidentale da quella Orientale; trent’anni dopo separa la Russia dai Paesi Baltici, la Polonia e l’Ucraina.

Anche se nel periodo post-bellico i paesi del Patto di Varsavia avevano ricavato molti benefici dalla loro associazione con la Russia e il suo apparato industriale, all’approssimarsi della fine la loro appartenenza allo schieramento sovietico era diventata sempre più un ostacolo al progresso, che impediva l’integrazione con le più prospere e meno problematiche nazioni più ad ovest e con il resto del mondo.

La stessa cosa sta succedendo ora fra Stati Uniti ed Unione Europea; anche questo sodalizio mostra grossi segni di cedimento, con Washington che tenta di impedire l’integrazione dell’Europa con il resto dell’Eurasia. In modo particolare, la minaccia di sanzioni economiche unilaterali, facenti parte di un inutile tentativo per bloccare la costruzione di nuovi gasdotti russi verso l’Europa e per costringere gli Europei ad acquistare quantitativi incerti e troppo costosi di gas liquefatto americano, ha messo a nudo il fatto che questo rapporto non è più di mutuo vantaggio. Mentre la Gran Bretagna si separa dall’Europa e si appiccicica sempre di più agli Stati Uniti, sta lentamente emergendo una nuova Cortina di Ferro,  che questa volta passa attraverso il Canale della Manica, separando il mondo anglofono dall’Eurasia.

Cambiamenti simili sono in corso all’est, e interessano la Corea del Sud e il Giappone. Il ping-pong di Trump, che, con la Corea del Nord alterna tempestosi tweet e conciliante retorica, ha messo a nudo la vacuità delle garanzie americane in materia di sicurezza. Queste due nazioni ora si rendono conto della necessità di provvedere alle proprie misure di sicurezza e di iniziare a riappropriarsi della propria sovranità in campo militare. Nel frattempo, per gli Stati Uniti, l’essere incoerenti non è altro che uno stop temporaneo lungo la strada che porta all’irrilevanza.

2.Inimicizie

Durante l’intero periodo della Guerra Fredda, gli USA erano stati gli arci-nemici dell’Unione Sovietica e, ad ogni tentativo di Washington di dare consigli o di dettare condizioni si contrapponevano, in sincronia, i latrati rumorosi e ideologicamente robusti da parte di Mosca: “l’aggressore imperialista ci sta provando di nuovo, non fateci caso.” Questa ipocrita cortina fumogena aveva funzionato bene per un periodo incredibilmente lungo, ed aveva continuato ad essere efficace anche quando l’Unione Sovietica aveva raggiunto nuovi, incredibili traguardi: nello spazio, nella tecnologia, nelle scienze, nella medicina, nei progetti umanitari internazionali e così via, ma, quando era iniziata la stagnazione, aveva iniziato a suonare falsa.

Dopo il collasso sovietico, questa immunità al contagio americano era sparita. “Esperti” e “consulenti” occidentali erano arrivati a frotte e avevano proposto “riforme”, come lo smembramento dell’URSS in 15 distinte nazioni (che avrebbero intrappolato milioni di persone dalla parte sbagliata di qualche confine di nuova invenzione), la terapia d’urto (che avrebbe ridotto in miseria praticamente la totalità della popolazione russa), le privatizzazioni (che avrebbero fatto cadere le maggiori risorse pubbliche nelle mani di pochi individui, politicamente ben ammanigliati, per lo più oligarchi ebrei) e vari altri schemi, destinati a distruggere la Russia e a portare all’estinzione la sua popolazione.

Probabilmente avrebbero avuto successo, se non fossero stati fermati in tempo.

Simmetricamente, i Washingtoniani consideravano l’Unione Sovietica il loro arci-nemico. Dopo la sua dissoluzione, c’era stata un po’ di confusione. Il Pentagono aveva tentato di dipingere la “Mafia russia” come una delle più grosse minacce alla pace del mondo, ma la cosa era apparsa risibile. Poi, demolendo un paio di grattacieli di New York, probabilmente piazzando delle piccole bombe atomiche nel substrato roccioso sotto le fondamenta (secondo i progetti di demolizione in archivio), avevano abbracciato con gioia il concetto della “guerra al terrore” e avevano continuato bombardando diverse nazioni che, fino ad allora, non avevano mai avuto alcun problema di terrorismo; cosa di cui ora sicuramente abbondano.

Poi, dopo che questo stupido progetto aveva fatto il suo corso, i Washingtoniani erano ritornati ad accusare e a provocare la Russia.

Ma ora si sente uno strano odore nel vento che spira a Washington: l’odore del fallimento: la campagna denigratoria nei confronti della Russia si sta sgonfiando e l’aria che ne esce è putrida. Intanto Trump continua a strepitare sul fatto che un riavvicinamento con la Russia è auspicabile e che si dovrebbe tenere un summit fra i due leaders. Trump sta anche prendendo spunto da alcune pagine del regolamento russo: proprio come la Russia aveva risposto con controsanzioni alle sanzioni dell’Occidente, Trump ha iniziato a rispondere con contromisure economiche ai dazi occidentali. Dovremmo aspettarci che l’inimicizia dell’America nei confronti della Russia si dissipi un po’ di tempo prima che il comportamento americano verso la Russia (e verso molte altre nazioni) diventi irrilevante.

Dovremmo anche aspettarci che, una volta scoppiata la bolla del fracking, gli Stati Uniti possano dover dipendere dal petrolio e dal gas liquefatto russo, che sarebbero costretti a pagare in oro. (Il fracking comporta un processo di combustione a due fasi: la prima fase brucia i soldi presi a prestito per estrarre il petrolio e il gas, la seconda brucia il petrolio e il gas).
Anche le nostre inimicizie sono in declino. Trump ha appena firmato un interessante pezzo di carta con il nord-coreano Kim Jong Un. L’accordo (se lo possiamo chiamare così) è un tacito atto di resa. Orchestrato da Russia e Cina. Ribadisce ciò su cui si erano già accordate le due Coree: la definitiva denuclearizzazione della penisola coreana.

Proprio come Gorbachev aveva accettato la riunificazione della Germania e il ritiro delle truppe sovietiche dalla Germania dell’Est, Trump è pronto a riconoscere la riunificazione della Corea e il ritiro delle forze americane dalla Corea del Sud. Così come la caduta del Muro di Berlino aveva simboleggiato la fine dell’impero sovietico, lo smantellamento della zona smilitarizzata fra le due Coree metterà la parola fine su quello americano.

3. Ideologia

Mentre gli Stati Uniti non hanno mai avuto nulla di così rigoroso come il dogma comunista dell’Unione Sovietica, la sua accozzaglia di propaganda filo-democratica, il suo capitalismo liberista, il libero commercio e il dominio militare, per un certo tempo, hanno funzionato. Dopo che gli Stati Uniti avevano cessato di essere la più grande potenza industriale mondiale, perdendo terreno dapprima con Germania e Giappone, e poi con la Cina, avevano continuato, portando il debito a livelli stratosferici, sopratutto confiscando e spendendo i risparmi del mondo intero, difendendo allo stesso tempo il dollaro con lo spauracchio della violenza. Si era capito, per un certo periodo, che l’esorbitante privilegio di poter battere moneta all’infinito doveva essere difeso con il sangue dei soldati americani.

Gli Stati Uniti si consideravano, e si atteggiavano, come la nazione indispensabile, in grado di controllare e dettar legge all’intero pianeta, all’occorrenza terrorizzando o imponendo embarghi alle altre nazioni.

Adesso, tutti questi slogan ideologici sono andati in rovina.

La retorica filo-democratica viene ancora doverosamente recitata dai portavoce mediatici dei politicanti, ma, in pratica, gli Stati Uniti hanno cessato di essere una democrazia. Sono diventati il paradiso dei lobbisti, dove i lobbisti non stanno più nell’atrio [lobby, in inglese. NdT], ma hanno preso possesso degli uffici congressuali e stanno facendo approvare un’enormità di provvedimenti legislativi a favore degli interessi privati di multinazionali e miliardari. Nè la propensione americana per la democrazia è rintracciabile nel sostegno che gli Stati Uniti prodigano alle dittature di tutto il mondo o nella sua crescente tendenza ad emanare e ad imporre leggi extraterritoriali, senza il consenso internazionale.

Anche il capitalismo liberista è definitivamente morto, sostituito da un capitalismo clientelare, alimentato dal connubio indissolubile delle elites di Washington e Wall Street. Le imprese private non sono più libere, ma concentrate in una manciata di enormi corporations, mentre un terzo degli occupati negli Stati Uniti lavora nel settore pubblico. Il Dipartimento della Difesa americano è il maggior datore di lavoro della nazione, e anche del mondo intero. Circa 100 milioni di Americani, normodotati e in età lavorativa, non lavorano. La maggior parte dei restanti è impiegata nel settore dei servizi e non produce nulla di durevole.

Sempre più persone si aggrappano ad un’esistenza precaria, adattandosi a lavori saltuari. L’intero sistema è alimentato, compresi quei settori che producono il carburante, come l’industria del fracking, dal debito.

Nessuna persona sana di mente, a cui venisse chiesto di fornire una descrizione accettabile del capitalismo, tirerebbe fuori un progetto così derelitto.

Fino a poco tempo fa si parlava, se non addirittura si sosteneva, il libero scambio. Il commercio senza ostacoli su grandi distanze è la condizione essenziale di tutti gli imperi, compreso quello americano. In passato si usavano le cannoniere e la minaccia dell’occupazione per costrigere nazioni, come il Giappone, ad aprirsi ai mercati internazionali.

Non molto tempo fa, l’amministrazione Obama si era data abbastanza da fare per imporre diversi accordi di partnership transoceanica, ma nessuno di essi aveva avuto successo. E adesso Trump si è messo a demolire quello che rimane del libero scambio con una combinazione di sanzioni e dazi doganali, ripiegando sul mercato interno, in un maldestro tentativo di ripristinare la grandezza perduta dell’America. Nel frattempo, il divieto all’uso del dollaro americano per il commercio internazionale, sopratutto da parte di nazioni-chiave esportatrici di energia, come l’Iran e il Venezuela, sta accelerando il processo di detronizzazione del dollaro americano dal ruolo di valuta di riserva mondiale, smantellando l’enorme privilegio del poter battere moneta all’infinito.

4. Militarismo

Il collasso sovietico era stato in qualche modo preannunciato dal ritiro dei Sovietici dall’Afghanistan. Prima di arrivare a quel punto, era stato ancora possibile magnificare il “dovere internazionalista” dell’Armata Rossa destinato a rendere il mondo (o almeno la sua parte liberata) un luogo sicuro per l’avvento del socialismo. Superato quel punto, era andato perduto il concetto stesso di dominazione militare, tutti gli interventi che prima erano stati possibili, in Ungheria nel 1956 e in Cecoslovacchia nel 1968, non erano neanche più immaginabili. Quando l’Europa dell’Est era scesa in piazza nel 1989, l’impero militare sovietico si era semplicemente accartocciato, ritirandosi e abbandonando basi militari e materiale.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, per adesso sono ancora in grado di fare abbastanza danni, ma è chiaro che per loro non è più possibile dominare militarmente l’intero pianeta. L’esercito americano è tuttora enorme, ma è abbastanza flaccido. Non è più in grado di mettere in campo forze di terra di una certa dimensione e si limita al bombardamento aereo, all’addestramento e all’armamento di “terroristi moderati” e mercenari, e a navigare inutilmente su e giù per gli oceani.

Nessuna delle (sue) recenti avventure militari ha avuto come risultato qualcosa che assomigliasse alla pace nei termini inizialmente previsti o anche desiderati dai pianificatori americani: l’Afghanistan è stato trasformato in un’incubatrice di terroristi e in una fabbrica di eroina; l’Iraq è stato assorbito in una Mezzaluna Sciita che, senza soluzioni di continuità, ora si estende dall’Oceano indiano al Mare Mediterraneo.

Le basi militari americane è ancora possibile trovarle in tutto il mondo. Avrebbero dovuto proiettare la potenza americana in entrambi gli emisferi del pianeta, ma sono state in gran parte neutralizzate dall’avvento di nuove armi di precisione a lunga distanza, da una tecnologia di difesa antiarea molto efficace e dalle diavolerie delle guerra cibenetica. Queste innumerevoli “ninfee,” come vengono talvolta chiamate, sono esattamente l’opposto di vere e proprie risorse militari: sono inutili ma costosi bersagli, situati in località difficili da difendere, ma facili da attaccare da parte dei possibili avversari.

Possono solo essere utilizzate per le manovre militari e per tutta l’infinita serie degli esercizi di addestramento militare, come quelle dislocate negli Stati Baltici, proprio sul confine russo, o quelle nella Corea del Sud, che dovrebbero avere un intento provocatorio, ma che (in realtà) sono esempi di inutilità, dal momento che attaccare la Russia o la Corea del Nord sarebbe una mossa suicida. In pratica (le manovre militari) sono operazioni volte al rafforzamento della fiducia, e la loro intensificazione è la testimonianza di una grave e crescente carenza di autostima.

La gente non si stanca mai di sottolineare l’enormità del budget militare degli Stati Uniti, ma dimentica quasi sempre di ricordare che quello che gli Stati Uniti ricevono, per ogni unità monetaria spesa, è un decimo di quello che, per esempio, ottiene la Russia. (La spesa militare americana) è un piano di estorsione ipertrofico e inefficace, che produce sprechi enormi, una spugna perennemente assetata di soldi pubblici.

Non importa quanto denaro riuscirà a prosciugare, non sarà mai in grado di risolvere il grave problema della propria incapacità ad andare in guerra contro un nemico adeguatamente armato senza dover subire perdite inaccettabili. In tutto il mondo, gli Stati Uniti vengono ancora detestati, ma sono temuti sempre di meno: una tendenza fatale per un impero. Ma l’America è riuscita molto bene a militarizzare i propri dipartimenti di polizia locale, per cui, quando sarà il momento, sarà pronta per andare in guerra… contro se stessa.
* * *
Questa analisi può essere letta come una indagine storica, distaccata da considerazioni pratiche e quotidiane. Ma credo che abbia anche un valore pratico. Se i cittadini dell’Unione Sovietica fossero stati informati, prima degli eventi del 1990, di quello che stava per succedere, si sarebbero comportati in modo assai diverso e si sarebbero potute evitare moltissime tragedie personali.

Si può fare una distinzione molto utile fra la prevenzione del collasso (che è inutile, tutti gli imperi collassano) e la prevenzione dello scenario peggiore, che sarà, man mano che il collasso acquista velocità, la vostra preoccupazione più importante. La vostra risposta potrebbe essere di cercare la fuga verso luoghi più sicuri o di prepararvi a sopravvivere dove vi trovate. Sareste così in grado di scegliere i vostri  personali  indicatori del collasso e di far previsioni sulla loro tempistica, invece di fare affidamento sulle mie.

Ma, dal momento che sono stato testimone di un collasso e che ora ne sto vedendo un altro, l’unico approccio che non mi sentirei assolutamente di consigliare è quello di non far nulla e sperare per il meglio.

DMITRY ORLOV

Fonte: cluborlov.blogspot
Link: http://cluborlov.blogspot.com/2018/06/imperial-collapse-markers.html
19.06.2018
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

Unione per il Mediterraneo, perché nessuno parla di questo (ennesimo) fallimento dell'UE?



https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-unione_per_il_mediterraneo_perch_nessuno_parla_di_questo_ennesimo_fallimento_dellue/82_24430/

Unione per il Mediterraneo, perché nessuno parla di questo (ennesimo) fallimento dell'UE?

 

Il dibattito sul fenomeno ormai biblico e, secondo un’opinione diffusa, irreversibile dell’esodo dai paesi africani di milioni di persone ignora del tutto le responsabilità gravissime di un’Unione Europea che ha rinunciato a quel progetto politico di cooperazione economica, culturale e politica che ha il nome ormai dimenticato da tutti dell’Unione per il Mediterraneo.

Se ci chiediamo il perché del fallimento di quel processo di Barcellona che sarebbe dovuto sfociare in un’Unione politica ed economica, premessa di una progressiva integrazione paritaria fra le economie e le società dei paesi del Mediterraneo, la risposta non può essere altro che la conseguenza dell’inconciliabilità di una soluzione che proponeva di ristabilire la pace nel Mediterraneo, con le politiche internazionali dei singoli stati membri, dirette a consolidare rapporti neocoloniali. Soprattutto, infatti, i maggiori protagonisti europei del processo di globalizzazione, la Germania, il Regno Unito e la Francia, hanno preferito condurre autonomamente politiche spesso aggressive nei confronti di popolazioni non di rado mal governate e, quindi, sfruttate anche dai sistemi politici autoctoni, definiti predatori, perché retti da leader che hanno praticato politiche inadeguate a favorire un reale sviluppo economico, a garantire la salvaguardia d’interi territori, favorire l’occupazione e garantire condizioni di vita accettabili.

La prevalenza oramai sempre più evidente della centralità del mercato e della tenuta dell’EURO ha guidato, infatti, la scelta cinica di abbandonare i rapporti fra i paesi delle due sponde del Mediterraneo alle consuete prassi delle politiche neocoloniali, privilegiando le scelte dei paesi meno interessati alla stabilità e alla pace nel Mediterraneo. Germania, Regno Unito, Francia e loro alleati hanno, infatti, preferito optare per quell’allargamento ai paesi dell’Est, funzionale a un’espansione e controllo del mercato europeo, sottraendo così all’influenza economica e politica russa paesi già membri del COMECON (Consiglio di Mutua Assistenza Economica).

La Conferenza di Barcellona del 1995 che, con tutti i suoi limiti, aveva gettato le basi di un processo ambizioso, avrebbe dovuto portare alla nascita di un tavolo multilaterale di dialogo e cooperazione fra gli allora 15 paesi membri dell’UE e 12 paesi mediterranei come l’Algeria, Cipro, l’Egitto, Israele, la Giordania, il Libano, Malta, il Marocco, la Siria, la Tunisia, la Turchia e l’Autorità Palestinese. Ma coinvolgendo anche la Lega degli Stati arabi e l’Unione del Maghreb arabo (UMA e successivamente la Mauritania (in qualità di membro dell’UMA).
In realtà, delle tre linee previste dagli accordi di Barcellona, e cioè il partenariato politico e di sicurezza (che mirava a realizzare uno spazio comune di pace e di stabilità), il partenariato economico e finanziario (che intendeva creare una zona di prosperità condivisa) e il partenariato culturale e sociale e umano (che si proponeva di sviluppare le risorse umane e favorire la comprensione fra culture e gli scambi fra società civile), l’Unione Europea ha privilegiato la prima, che corrispondeva ben più agli interessi e alle esigenze dei paesi europei piuttosto che favorire lo sviluppo economico e sociale dell’altra sponda del Mediterraneo.


Se a ciò si aggiungono gli improvvidi - se non criminali - interventi armati che hanno contribuito a destabilizzare l’intera area del Maghreb e del Vicino Oriente, il cui caso più eclatante è quello dell’aggressione alla Libia, con l’intento di abbattere quell’autentica icona dell’unità dei popoli e dei paesi africani rappresentata dal Colonnello Gheddafi, non possiamo dimenticare i falsi entusiasmi per le cosiddette primavere arabe che, com’è tristemente noto, si sono tradotte nell’istaurazione di regimi ancora più autoritari di quelli sconfitti, consegnati nelle mani di capi religiosi o regimi militari o peggio, di nuovi regimi, come nel caso di DAESCH, che assommano i caratteri più pericolosi e retrogradi di entrambe le esperienze.

L’attuale esodo ingovernabile di masse sempre più consistenti di migranti – fenomeno che, più in generale, è certamente legato comunque ai guasti causati da quel processo di globalizzazione che riduce le società umane ad agglomerati sempre più liquidi, nei quali empatia e solidarietà sembrano destinate a sparire - è stato decisamente ingigantito dalle scelte egoistiche e violente maturate dai singoli paesi europei, nel silenzio colpevole dell’Unione Europea.

 Un fenomeno che ha trasformato le vittime di un processo storico tipicamente capitalistico in invasori che minano alla base la nostra… “pacifica” convivenza sociale (sic!) e la nostra sicurezza.

La riduzione del grande e storico problema del Mediterraneo - da millenni teatro di floridi e pacifici scambi fra popoli e culture nonostante momenti e fasi critiche e conflittuali – al tema della sicurezza, dei censimenti e dei numeri chiusi, e di veri e propri lager di qua e di là dal mare, è sintomo di una totale assenza di lungimiranza, di approccio strategico e visione politica che mostra un totale, ignorante disprezzo per quella storia del Mediterraneo così ben raccontata da Fernand Braudel.


Carlo Amirante e Dario Catena
 
Notizia del:

Pubblicato il primo opuscolo italiano su come difendersi dal terrorismo

La psicologia di massa dimostra che spesso le persone quando sono aggregate in grandi quantità assumono comportamenti da gregge o mandria contagiandosi a vicenda tramite il panico ed assumendo comportamenti antitetici con l'istinto di sopravvivenza e soprattutto con l'intelligenza applicata, panico e stupidità che concorrono ad aumentare il numero delle vittime di un eventuale attentato terroristico, seppur pessimamente organizzato e gestito da improvvisati, spesso decerebrati e strafatti di para-anfetamine e con armi che a malapena sanno usare. 
La breve recensione (sotto riportata) del libercolo su come difendersi da un attacco terroristico mi ha fatto venire in mente le frequenti scene che si vedono in numerosi film americani (sceneggiature a mio avviso non casuali) dove le potenziali vittime sono quasi sempre rappresentate da donne stupide e imbranate che seppur in pericolo di vita, anziché nascondersi avendone l'opportunità, si mettono a correre in piena luce e in mezzo alla strada, come se la loro vita dipendesse dalla velocità di fuga (magari con i tacchi a spillo), anziché nell'impiego dell'intelligenza e della capacità di nascondersi o difendersi trasformando in arma qualsiasi oggetto sia a portata di mano. Credo sia la rappresentazione simbolica del gregge di pecore (della pecora rimasta isolata), la stupidità ci rende pecore al macello, ma l'intelligenza può trasformarci all'occorrenza in lupi, invertendo il ruolo tra preda e predatore. Occorre altresì tener presente che, anche nella nostra tanto vituperata Italia, che tendiamo sempre a sottovalutare essendo noi italiani tendenzialmente esterofili e i nostri media prevalentemente produttori di dinformazione, esiste un'ottima organizzazione di sicurezza (migliore di quelle di molti altri paesi occidentali), in particolare nell'antiterrorismo, con alcune unità specializzate e superaddestrate, che negli ultimi anni sono state decentrate sul territorio in cellule di pronto intervento, circa una ventina sparse geograficamente secondo criteri di rapido intervento, in grado quindi di essere operative sul luogo di un eventuale attentato terroristico in poche decine di minuti (aviotrasportate). Si sta altresì operando istituzionalmente affinché anche le Forze dell'Ordine distribuite sull'intero territorio nazionale si dotino di nuclei di primo intervento affinché possano attivarsi immediatamente per contenere i danni in attesa dell'arrivo degli specialisti. 
Certamente sarebbe auspicabile che l'Italia adottasse una legislazione meno limitativa nei confronti almeno delle armi passive di difesa personale. Non pretendo certo che ogni cittadino possa portare con sè armi da fuoco, come in Texas dove si possono comprare anche nelle bancarelle delle sagre di paese esibendo solo un documento di identità, ma che almeno si possano portare con se bastoni telescopici, taser, spray al peperoncino, ecc., senza incorrere in una denuncia per porto d'arma impropria, sarebbe veramente il minimo. Anche perché i pericoli che si corrono non sono solo rappresentati dai potenziali terroristi, ma dalla criminalità comune, che non mi pare stia diminuendo, semmai il contrario, aggredendoci anche nelle nostre abitazioni. 
Pretendere, come fa lo stato in maniera arbitraria, basandosi sul monopolio della violenza e quindi dell'uso delle armi, che il cittadino sia disarmato e inerme e deleghi totalmente la sua difesa solo alle Forze dell'Ordine è anacronistico oltre che assurdo e spesso dagli esiti letali. 
La legittima difesa è riconosciuta in tutti i codici penali nazionali e dal diritto internazionale, anche dalla Carta delle Nazioni Unite, e non si può certo pretendere che si eserciti solo urlando per la paura e invocando aiuto.
Claudio Martinotti Doria
p.s. Essendo personalmente autorizzato dalla direzione di Difesa On Line a pubblicare discrezionalmente i loro articoli, potete divulgare sia il mio testo che quello sottostante.




Carlo Biffani: Difendersi da un attacco terroristico

http://www.difesaonline.it/evidenza/recensioni/carlo-biffani-difendersi-da-un-attacco-terroristico 

Carlo Biffani
Male-Edizioni, Roma 2017
pagg.50+50

Narrando i terroristi del Daesh come facciamo ora, come se fossero grandi guerrieri, non è la verità. Ci stiamo facendo uccidere da incompetenti”.
Così Carlo Biffani, autore di “Difendersi da un attacco terroristico”, lancia il primo sasso di quella che è una verità di cui prendere coscienza, se vogliamo conoscere il nemico e imparare a combatterlo. Il libro è più un agile manuale di pronto soccorso antiterroristico, in italiano e in inglese, entrambe le versioni una cinquantina di pagine che vanno dritte all’obiettivo.
L’autore, esperto di sicurezza, pirateria marittima e terrorismo, è impegnato in Patria e all’estero, da anni, in attività di Risk Assessment e Risk Mitigation per conto di aziende ed enti e ha collaborato con il Comitato parlamentare per i Servizi di sicurezza e con varie università. 
Biffani ha presentato la sua ultima creatura il 15 giugno nell’Aula magna della Cantina sperimentale di Velletri, insieme a J.R. James, esperto di geopolitica internazionale e Claudio Verzola, esperto di cyber security e moderatore. L’evento è stato fortemente voluto e organizzato da Ombretta Colonnelli dell’Associazione nazionale paracadutisti ANPd’I di Velletri.
La minaccia terroristica dentro casa nostra, da parte di quello che chiamiamo genericamente Daesh (o Isis, per la vulgata), è cambiata rispetto ai tempi di Al Qaeda e Bin Laden. La seconda agiva in nome di un’ideologia e i suoi membri erano parte di un’organizzazione di tipo paramilitare, allenati e preparati, con volontà di colpire chiara e pianificata. Oggi, invece, quelli che ci uccidono dentro casa nostra e con cui dovremo fare i conti per i prossimi anni, non sono preparati militarmente, hanno un Ak 47 che a volte non sanno nemmeno usare quando non si inceppa, alla base hanno il fanatismo e la voglia di far parte di un qualcosa di fluttuante che chiamano Califfato piuttosto che un’ideologia come la intendiamo noi. Sono i cosiddetti lupi solitari. Ci odiano e vogliono ucciderci, questo è fuor di dubbio, ma come preparazione tattica rasentano l’imbecillità e per questo sono ancora più pericolosi. E noi cittadini dobbiamo imparare a difenderci mettendo in atto le nostre strategie di difesa. E la prima, è la consapevolezza del fatto che non sono grandi guerrieri e di come riuscire a salvarsi se ci si dovesse trovare nella loro traiettoria. Conoscere il proprio nemico, che sia capire se è solo oppure no, se ha un’arma corta o lunga, che lingua parla, se ha uno zainetto con eventuali esplosivi o un semplice coltello, è la prima regola per combatterlo: di questo tipo di strategia scriveva già Sun Tze ne L’Arte della Guerra e lo ribadisce Biffani che, senza scomodare la Cina del VI sec. a.C, mette a disposizione dei cittadini comuni la propria esperienza.
Dai tempi di Al Qaeda, che era una struttura verticistica e gli americani, per smantellarla, hanno capito che dovevano seguire i soldi, siamo passati ai “cani sciolti” del Daesh, legati a un concetto di franchising del terrore.
Oggi il terrorismo è di improvvisazione, ha fatto notare JR James e anche per l’Intelligence è difficile capirne la mosse. Oggi basta un tir e pur senza caricarlo di esplosivo C4 lo si rende letale lanciandolo sulla folla, che rimane impotente. E alla gente comune, concetto condiviso da tutti i relatori, non interessa tanto conoscere il lavoro dell’Intelligence, piuttosto interessa che qualcuno la difenda. “Il libro di Biffani parte da un concetto importante, la prevenzione: agire e non reagire”, ha osservato James.
Che sia un attacco con un camion tra la folla o una strage come quella del Bataclan di Parigi, parliamo sempre di personaggi “…pericolosissimi, determinati, questo sì ma in realtà solo squallide e grottesche controfigure rispetto a quello che vorrebbero farci credere di essere. Mostri di ferocia, spesso imbottiti di droga, che riescono a seminare il terrore unicamente confrontandosi con cittadini disarmati. È arrivato il momento di spiegare ai civili disarmati come provare a difendersi”, scrive l’autore.
La strategia difensiva la mettiamo in atto tutti i giorni, ad esempio quando stiamo attenti a non scivolare o quando prendiamo una pentola bollente proteggendoci le mani. Dobbiamo solo allargare la consapevolezza, finché guardarci intorno per sopravvivere sarà diventato naturale come bere l’acqua. Un battito di ciglia, una visione d’insieme e poi tornare a fare quel che vogliamo, ridere e divertirci, che è il dispetto più grosso con cui possiamo rispondere a questi mentecatti che vorrebbero toglierci senno e sonno per la paura.
Nell’ipotesi che possiamo trovarci in mezzo a un attacco terroristico, trovare un riparo sicuro come una fioriera o un muro grande per evitare colpi di arma da fuoco è il primo step, magari dopo aver localizzato le uscite di sicurezza, quest’ultimo un concetto che, nel caso di soccorso tecnico urgente, insegnano anche i vigili del fuoco. In un evento con tanta gente come un concerto, indossare scarpe chiuse è meglio, perché permettono di fuggire senza ferirci. Se chiusi in un luogo, azzerare la suoneria del cellulare e attivarne la funzione di risparmio energetico e appena si può dare l’allarme. Non fuggire correndo per lunghi tratti in linea retta. E così via, pensando anche che, nel giro di pochi minuti, interverranno le Forze Speciali per liberarci e al loro arrivo noi possiamo collaborare mettendoci in posizione fetale con le mani bene in vista.
Il libro esamina i vari casi di attacco terroristico analizzando gli attentati degli ultimi anni in Francia, in Belgio o in Turchia e dando consigli su come uscirne se ci dovessimo trovare coinvolti in un caso analogo. È un libro di facile lettura, di quelli da consigliare anche ai ragazzi delle scuole, scritto con linguaggio accattivante da un esperto dell’argomento.
La paura è mancanza di conoscenza. E visto che con le minacce terroristiche di questo tipo dovremo fare i conti e imparare a conviverci, sapere chi abbiamo di fronte ed essere consapevoli che possiamo uscirne è importante, se non altro per continuare a vivere a modo nostro (Israele docet) piuttosto che con la paura di uscire di casa come loro vorrebbero imporci.
Biffani con il suo libro fa questo: ci informa, ci consiglia e ci invita a vivere, oltre la paura.
Giusy Federici