Contro i NO TAV della Val di Susa lo stato ha dato il peggio di sé: forte coi deboli e debole coi forti, sempre più liberticida, oppressivo, prepotente, corrotto. Il conflitto sociale diverrà inevitabile
Fonte: L'Indipendenza, Quotidiano on line http://www.lindipendenza.com
CONTRO I NO-TAV OPERAZIONE SOVIETICA DELLO STATO
di GILBERTO ONETO
In questi giorni il ministro-prefetto agita il pugno davanti ai camionisti, ma lo usa con durezza solo contro i no-Tav della Valsusa. Le modalità della repressione richiedono un paio di considerazioni.
La prima riguarda l’oggetto della severità dei detentori dell’ordine e del potere: non se la prendono con le organizzazioni malavitose, sono prudenti contro le folle che difendono i camorristi contro la polizia che va ad arrestarli, non si fanno quasi vedere quando extracomunitari si rivoltano e mostrano la loro vera voglia di integrarsi, non si muovono quando i sindacati bloccano strade e ferrovie. Se la prendono invece con grande vigore contro i manifestanti pacifici, contro le famiglie valsusine, come se l’erano presa – con uguale arroganza – contro i trattori degli allevatori a Vincimuglio. Tutti ricordano la violenza vandalica stupida e inutile contro i mezzi di lavoro.
La seconda considerazione riguarda la tempestività dell’azione. Uno dei principi basilari che dovrebbero regolare il mantenimento dell’ordine pubblico e l’esercizio della giustizia riguarda la rapidità dell’azione repressiva e penale, che deve seguire il più presto possibile l’azione criminale per colpirla, fermarla e dare un esemplare segno di giusta reattività delle istituzioni. Invece non si colpiscono i manifestanti – anche i più facinorosi e violenti – in piazza mentre sfogano la loro imbecillità ma li si aspetta a casa, dietro l’angolo, giorni e settimane dopo che hanno fatto le loro cosacce. Senza magari controllare che gli stessi con cui ce la si prende siano gli stessi da cui le si è prese. Era già successo a Genova, con l’assalto notturno a un dormitorio per colpire quelli che si ritenevano amici dei cattivi, che se ne sono invece andati indisturbati. Il sistema è da ritorsione di organizzazione malavitosa, ma anche da operazione repressiva sovietica o cilena: si acchiappano gli avversari a casa loro, uno per uno, magari di notte, e forse senza neppure verificare se siano davvero quelli che si vuole acchiappare. È una questione di vendetta, si da l’esempio, si fa vedere che lo Stato non dimentica, arriva sempre: che nessuno speri di farla franca, qualcuno prima o poi viene acchiappato e la paga per tutti!
C’è poi da fare un serio ragionamento sull’oggetto attorno a cui ruota l’intera vicenda. Non è una questione di illegalità, di criminalità o di malavita; non si sta smantellando una rete mafiosa e neppure schiacciando un moto eversivo che potrebbe scatenare disordini o rivoluzioni. Si sta utilizzando un insieme di strumenti militari e repressivi per schiacciare una espressione di dissenso popolare, senza connotazioni di illegalità o pulsioni politiche aberranti. Si colpiscono quelli che hanno difeso malamente una causa giusta cui però viene impedito di esprimersi in altro modo. Di sicuro i centri sociali, i casseurs di mestiere o i black block non sono la parte più commendevole della società, fra di loro ci sono alcuni che meriterebbero la galera, e tanti cui dovrebbero essere fatte assaporare le gioie di un lavoro qualsiasi, possibilmente faticoso. Ma attorno alla vicenda della Tav della Valsusa ci sono decine e decine di migliaia di persone miti, oneste e laboriose che devono subire una violenza terribile senza poter reagire. Un tempo i contadini si potevano difendere dai soprusi dei signorotti ricorrendo al giudizio del re, oggi i cittadini devono solo subire le prevaricazioni dello Stato padrone sentendosi anche raccontare che lo Stato sono loro, e che il male che devono subire è fatto in nome del bene comune. Senza avere voce in capitolo, senza che i loro interessi vitali, concreti e palpabili possano essere difesi contro un mostro anonimo e armato, che sostiene interessi di altri, in nome di progetti fatti da gente lontana a vantaggio di obiettivi ancora più lontani, tenuti lontani per non farne sentire la puzza. O addirittura – come nel caso della Valsusa per obiettivi sbagliati, inutili, antieconomici e alla fine dannosi. Quella linea della Tav non serve a nessuno, non trasporterà nulla, non porterà nessun vantaggio ma solo danni economici ed ambientali. Tutto nasce da un tratto di penna che qualche imbecille a Strasburgo, mai eletto da nessuno, ha tracciato sulla carta d’Europa inventandosi corridoi e collegamenti che non servono se non a presentare una slide a una conferenza di minchioni oziosi e incistati su comode poltrone. Sotto quello scarabocchio sulla carta ci sono terra, acqua, alberi, animali, vita, gente, interessi e stratificazioni culturali che valgono ciascuno mille volte di più di ogni funzionario, politico o professorone. Quanto è già costata questa follia? Quanto costerà ancora in soldi, fatiche, rancori, violenza e devastazione? Faranno un aggeggio inutile e orribile, un corridoio in cui passeranno meno treni di quanti ne passino sulla linea attuale. Quanti sono i convogli Tav che oggi vanno da Milano a Torino? Quanto ci mettono? Valeva davvero la pena di devastare il territorio per fare risparmiare 18 minuti a qualche decina di persone? Quanti sono quelli che vogliono andare da Torino a Lione in un’ora di meno? Ci guadagnano solo appaltatori e furbacchioni. Ma se proprio non si riesce a vivere in un paese civile dove si fanno appalti puliti e non ci sono furbacchioni, almeno li si impegni tutti in qualcosa di utile. Le ferrovie attuali sono una schifezza, i pendolari sono trattati come deportati in carrozze blindate e puzzolenti. Un paese civile sistema le reti più utili, utilizzate e vitali. Certo, non è bello mettersi caschi in testa e tirare sassate e chi lo fa dovrebbe essere messo a lavorare sulle massicciate delle ferrovie esistenti, ma se protestando civilmente, sfilando con le bandiere locali e intonando cori in piemontese e occitano non si viene ascoltati, si viene trattati come poveri montanari gozzuti e insensibili alle bellezze del progresso, cosa si deve fare? Ecco, forse si sono sbagliati taluni compagni di viaggio, cui magari la valle non interessa, proprio come allo Stato italiano. Forse si deve ricominciare seriamente la battaglia inserendola in quella, più generale, per le libertà e le autonomie. Il territorio è il primo segno di identità. Essere ciascuno padrone a casa propria. Indipendenza.
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